
(Australia, 2001)
Ogni volta che firmate qualcosa in banca, qualcuno dall’altra parte del vetro sa già come andrà a finire. Voi, a volte, no.
È da questa asimmetria brutale, da questo squilibrio di potere che si maschera da servizio al cliente, che parte “The Bank” di Robert Connolly, film australiano del 2001 che pochissimi hanno visto e che quasi tutti avrebbero dovuto. Soprattutto chi, negli anni successivi, si è ritrovato a guardare un estratto conto con la stessa espressione con cui si guarda un infausto referto medico.
Jim Doyle è un matematico brillante, interpretato da David Wenham con quella sua capacità straordinaria di costruire personaggi che sembrano normali fino a quando non smettono di esserlo. Ha sviluppato un algoritmo capace di prevedere i movimenti del mercato azionario. Non è un rivoluzionario, non è un militante: è un uomo che ha qualcosa da dimostrare. Siede dall’altra parte della scrivania rispetto a Simon O’Reilly, il direttore generale della CentraBank, interpretato da Anthony LaPaglia con quella glaciale e spietata eleganza di chi ha capito da tempo che il potere non si esercita urlando, ma sorridendo.
LaPaglia è il film. È impossibile non restare ipnotizzati dalla sua interpretazione: O’Reilly è un uomo convinto di essere dalla parte giusta della storia, e questa convinzione è esattamente il suo lato più inquietante. Non è un cattivo da fumetto. È peggio: è un uomo razionale, competente, che ha semplicemente deciso che le regole del gioco valgono solo per gli altri.
Connolly dirige con uno stile asciutto, quasi documentaristico nei momenti di tensione, che ricorda certo cinema sociale britannico degli anni Novanta. La macchina da presa non vuole compiacere, non cerca l’effetto spettacolare: vuole osservare. E questa scelta formale è già di per sé una dichiarazione politica. La fotografia è fredda, gli uffici sono labirintici e privi di umanità, i corridoi sembrano progettati apposta per far sentire piccoli gli esseri umani che li percorrono.
Il vero punto di forza della sceneggiatura, firmata dallo stesso Connolly, è la struttura. C’è una storia parallela che scorre accanto a quella di Doyle: una coppia di coniugi che ha perso il loro piccolo figlio e tutto quello che avevano a causa di un prestito bancario capestro e ora combatte la propria battaglia legale solitaria contro la CentraBank di O’Reilly. Sono personaggi senza nome all’inizio, quasi delle comparse. Ma Connolly sa benissimo cosa sta facendo: li usa come specchio morale dell’intera vicenda, per ricordarci che ogni algoritmo, ogni transazione, ogni profitto ha un costo umano che non compare in nessun bilancio.
Quando i due livelli narrativi si incontrano, il film raggiunge la sua tensione più alta. E il finale, che come sempre non svelerò, è uno di quei finali che rimangono. Non perché sia consolatorio, anzi. È uno di quei rari casi in cui il cinema ha il coraggio di non mentire.
“The Bank” non è un film perfetto. Alcuni personaggi secondari restano abbozzati, e in certi passaggi la sceneggiatura cede alla tentazione di spiegare troppo ciò che le immagini avrebbero già detto. Ma questi sono difetti minori di fronte alla solidità dell’insieme e alla lucidità dello sguardo.
Quel che stupisce è come questo film sia rimasto così poco conosciuto al di fuori dell’Australia. In Italia praticamente invisibile, come spesso accade con il cinema australiano che non si chiama Baz Luhrmann. Eppure è un film che avrebbe meritato ben altra distribuzione, soprattutto nella stagione in cui le banche sono tornate prepotentemente al centro del dibattito pubblico trascinando con sé i risparmi e le speranze di milioni di persone.
Perché “The Bank” ci dice qualcosa che è semplice e insieme brutale: il sistema finanziario non è una forza naturale, non è la pioggia o il vento. È costruito dagli esseri umani, gestito dagli esseri umani, e protegge gli interessi di pochissimi di loro. E chi cerca di cambiarlo, di smontarne i meccanismi dall’interno, scopre presto che le regole del gioco vengono riscritte in tempo reale da chi comanda il tavolo.
Un film da vedere. Possibilmente prima di firmare qualsiasi cosa in banca.
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