
(Australia/Germania, 2001)
Ci sono film che ti afferrano per il bavero nei primi trenta secondi e non ti mollano più. “Lantana” è uno di questi. Solo che lo fa in silenzio, senza che quasi te ne accorga.
Un uomo e una donna fanno sesso in una anonima camera d’albergo. Non parlano. Si muovono con quella concentrazione quieta di chi sta facendo una cosa proibita e ha smesso da tempo di sentirsi in colpa. E tu, davanti allo schermo, capisci già tutto: il desiderio come fuga, la colpa come abitudine, la solitudine come condizione permanente dell’essere adulti in una coppia.
Solo che non sai ancora quanto profonda sia la buca in cui stai per cadere.
Ray Lawrence, che aveva già dimostrato vent’anni prima con “Bliss” di avere un rapporto personalissimo con il disagio borghese, torna nel 2001 con un film corale che in apparenza sembra un thriller ma è in realtà qualcosa di molto più scomodo: uno studio clinico e spietato su come le persone che si amano riescano, con una costanza ammirevole, a rendersi reciprocamente la vita impossibile.
La storia parte dal cadavere di una donna fra i rovi di una macchia di lantana, la pianta selvatica e invasiva che dà il titolo al film, e che non è lì per caso. È un intreccio di vite che si sfiorano, si sovrappongono, si feriscono senza volerlo: una psichiatra e suo marito in lutto, un detective e sua moglie in crisi, una vicina di casa appena separatasi. Come in una ragnatela: tocchi un filo e tutti gli altri vibrano.
Anthony LaPaglia è il detective Leon Zat, e basterebbe dire questo. Ma è giusto aggiungere: LaPaglia prende un personaggio che nelle mani di un altro attore sarebbe diventato il classico duro tutto muscoli e silenzi, e ci costruisce invece attorno una figura di rara complessità emotiva. Leon è un uomo che tradisce sua moglie con una casualità quasi distratta, come se cercasse non il piacere ma la prova di essere ancora capace di sentire qualcosa. È rabbioso senza saperlo davvero spiegare, tenero nei momenti sbagliati, capace di acutezze investigative e ciecità assoluta nelle relazioni personali. È uno di quegli attori australiani — come Russell Crowe o Guy Pearce — che Hollywood ha usato spesso come macchine da guerra e che invece sa fare soprattutto una cosa: essere umano davanti alla macchina da presa senza che sembri recitare.
Accanto a lui c’è Barbara Hershey nel ruolo della psichiatra Valerie Sommers, donna che porta sulle spalle un dolore privato enorme senza teatralità, con quella compostezza precaria di chi sa che se si ferma a guardarci dentro crolla tutto. Hershey lavora per sottrazione: meno fa, più si sente. Ogni pausa, ogni sguardo tenuto qualche secondo di troppo, ogni risposta che arriva con un breve ritardo costruisce un personaggio che esiste anche quando non è in scena, che ha evidentemente una vita fuori dall’inquadratura.
Geoffrey Rush è il marito, John Knox, e anche qui il film evita ogni tentazione verso il prevedibile. Rush potrebbe essere il professore tormentato o il personaggio che subisce. Invece porta al ruolo quella sua capacità — già esibita in “Shine” con conseguente Oscar e ne “Il discorso del re” — di abitare le contraddizioni senza risolverle. John è un uomo che non sa perdonare, che sa di non saper perdonare, e che si odia esattamente per questo.
La sceneggiatura di Andrew Bovell — adattamento del suo lavoro teatrale “Speaking in Tongues” — è un oggetto di precisione meccanica. Le vite dei personaggi si intersecano con quella naturalezza del caso che sa tanto di destino, ma Lawrence ha l’intelligenza di non sottolinearlo mai. Niente musica enfatica nei momenti topici, nessuna svolta narrativa sbattuta in faccia. Tutto avanza con la logica inesorabile della vita reale, dove le cose succedono spesso nel modo meno drammatico possibile e fanno male lo stesso, anzi: fanno male di più proprio per questo.
La fotografia di Mandy Walker merita una menzione separata. Sydney non diventa mai cartolina, e non diventa mai nemmeno il paesaggio urbano anonimo di certi thriller anglofoni. È una città che ha una sua temperatura, che suda, che ha quelle periferie senza bellezza né miseria dichiarata dove la middle class australiana consuma le proprie crisi senza fare rumore. I colori sono saturi al punto giusto, le case hanno quel senso di benessere ingombro di cose che rimanda a esistenze costruite con cura e abitate con stanchezza.
“Lantana” è un film che parla di comunicazione, in fondo. O meglio: dell’impossibilità di comunicazione. I personaggi si parlano continuamente e non si dicono quasi niente di importante. Le confessioni arrivano in ritardo, le verità vengono dette alle persone sbagliate nel momento sbagliato, i silenzi durano troppo o troppo poco. La terapeuta che cura gli altri non riesce a farsi capire da chi le sta accanto. Il detective che indaga nelle vite altrui non sa cosa cercare nella propria.
È quella contraddizione che Lawrence filma con una precisione quasi chirurgica e senza compiacimento: la distanza che si crea tra persone che dormono nello stesso letto da anni, che si conoscono nei minimi gesti, eppure si guardano di tanto in tanto come fossero degli estranei.
“Lantana” non è un film che vi lascerà col cuore leggero. È però uno di quei film che, il giorno dopo, continuano a starvi dentro con una presenza silenziosa e ostinata. Come la pianta che gli dà il titolo: bella da lontano, e piena di spine quando ci metti le mani dentro.
Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.
