
(Italia, 1959)
Alberto Sordi e Franca Valeri. Basterebbero già questi due nomi, messi uno accanto all’altro, per capire che qualcosa di speciale sta per accadere. Ma l’idillio fra due giganti della commedia — e del teatro, non dimentichiamolo mai… — nel film di Risi è qualcosa che va oltre ogni aspettativa ragionevole: è una di quelle alchimie rare che il cinema, nella sua storia, ha saputo produrre soltanto in pochissime occasioni. Basta una scena, uno sguardo, un gesto appena accennato, e capisci di trovarti di fronte a qualcosa che trascende la semplice recitazione: è una danza, precisa e implacabile, dove ogni passo risponde all’altro con una geometria perfetta.
La storia, ispirata liberamente a fatti realmente accaduti nel nostro Paese — e già questo dovrebbe farci riflettere, e non poco — mette di fronte due archetipi dell’Italia del Boom economico. Da una parte c’è Elvira Almiraghi, magnate dell’industria lombarda, donna di polso, pragmatica, instancabile: Franca Valeri la ritrae con quella precisione chirurgica che è la sua cifra inconfondibile, senza mai scadere nella caricatura, eppure rendendo ogni dettaglio impietosamente riconoscibile. Dall’altra c’è Alberto Nardi — Alberto Sordi, ovviamente — marito sconclusionato, pieno di manie di grandezza e completamente privo degli strumenti per realizzarle, un uomo che galleggia sulla superficie della vita altrui con la beata incoscienza di chi non ha ancora capito, e forse non capirà mai, quanto sia parassita la propria stessa esistenza.
Il fatto che i due siano sposati, e che il divorzio in Italia non esistesse — bisognerà aspettare il 1970, e sarà una battaglia durissima — trasforma quella che potrebbe essere una semplice commedia brillante in qualcosa di molto più esplosivo e, sotto la superficie ridanciana, di profondamente amaro. Sono prigionieri l’uno dell’altra, certo. Ma la prigione, in questo caso, ha la forma di un’intera società, di un sistema di valori — o di disvalori — che tiene insieme ciò che non dovrebbe stare insieme, che giustifica l’inutile e punisce il merito, che premia l’apparenza e ignora la sostanza.
E qui sta il cuore più vivo e più attuale del film: “Il vedovo” è il grande affresco dello scontro fra due Italie che allora convivevano a fatica e che, in modi diversi ma riconoscibili, continuano a farlo ancora oggi. Da un lato Milano, con il suo dinamismo spesso eccessivo, la sua etica del lavoro portata fino all’ossessione, la sua vocazione produttiva che non conosce soste né sentimentalismi. Dall’altro Roma, con la sua invincibile indolenza, la sua arte suprema del galleggiamento, quella capacità tutta capitolina di trasformare l’inerzia in filosofia di vita. Due culture, due ritmi, due visioni del mondo che si guardano con reciproca incomprensione e reciproco, segreto, fascino.
Il “Cretinetti!” con cui Elvira apostrofa il marito — una parola sola, ma che contiene un intero campionario di disprezzo, esasperazione e, chissà, forse anche una traccia lontanissima di affetto mal riposto — è diventato uno dei momenti più celebri della commedia all’italiana. Non a caso: in quel grido c’è tutto il sapore di quello scontro, c’è la sintesi perfetta di anni di incomprensione reciproca, c’è l’Italia del Boom con tutte le sue contraddizioni rumorose e meravigliose.
E poi c’è il finale. Quel “Che fa marchese, spinge?” — battuta entrata di diritto nell’olimpo dell’umorismo italiano — è una di quelle chiusure che il cinema sa consegnarti soltanto quando è davvero grande: irresistibile in superficie, ma con un fondo oscuro e vertiginoso che ti accompagna molto oltre la risata. Dove lo mettiamo, appunto. Là dove stanno le cose che non si dimenticano.
Certo, il successivo sodalizio Vitti-Sordi avrebbe toccato vette altissime della comicità, basti pensare ad “Amore mio aiutami” — diretto dallo stesso Sordi nel 1969 — dove la coppia raggiunge una raffinatezza quasi da sofisticated comedy. Ma il Valeri-Sordi ha qualcosa in più, qualcosa di più grezzo e di più urgente: è una fotografia impietosa di un Paese in trasformazione, di una modernità che avanzava senza sapere bene dove andava, di due mondi che si scontravano senza capirsi e forse senza volersi capire davvero.
Dino Risi — che di quel Paese era uno degli osservatori più lucidi e spietati — sapeva benissimo che stava raccontando qualcosa di più grande di una storia matrimoniale. Sapeva che stava scrivendo, con la macchina da presa, una pagina di sociologia italiana che nessun saggio accademico avrebbe mai saputo rendere con altrettanta grazia e altrettanta ferocia. “Il vedovo” è, a tutti gli effetti, un classico. Non nel senso rassicurante del termine — quella parola che spesso usiamo per mettere le cose in una teca e non doverle più guardare davvero — ma nel senso più inquieto e più vero: un film che ci parla ancora, e che probabilmente non smetterà mai di farlo.
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