
(Francia, 1968)
Quando François Truffaut decide di portare sullo schermo il romanzo di Cornell Woolrich nel 1968, sa esattamente cosa vuole fare: girare un film che non sia solo noir, non sia solo thriller, ma qualcosa di più inquietante. Un film dove la vendetta non ha niente di eroico, dove diventa invece un percorso di annullamento, una discesa verso il nulla travestita da missione. “La sposa in nero” è tutto questo: un’ossessione filmata con eleganza glaciale, un incubo che si muove in pieno giorno.
Jeanne Moreau è Julie Kohler, una donna che il giorno del suo matrimonio vede il marito ucciso da un colpo di fucile sparato per errore – o forse no – da un gruppo di uomini. Da quel momento, Julie diventa un fantasma che si muove attraverso la Francia con una missione precisa: trovare quei cinque uomini e ucciderli uno per uno. Ma Truffaut non ci racconta una storia di giustizia, perché non c’è nulla di giusto in quello che succede. Ci racconta piuttosto la meccanica della vendetta, il modo in può divorare un’esistenza intera lasciando solo il guscio vuoto di una persona.
Moreau è straordinaria. Il suo volto è una maschera che a tratti si incrina, lasciando intravedere il baratro dentro di lei. Si trasforma per ogni uomo: diventa la donna che serve per avvicinarli, sedurli, conquistare la loro fiducia. È un camaleonte, ma sempre con quella stessa luce fredda negli occhi. Non c’è piacere nella vendetta, non c’è soddisfazione. C’è solo l’esecuzione metodica di un programma che si è data, come se fosse l’unica cosa che le impedisce di svanire completamente.
Truffaut gira il film con un’eleganza formale che contrasta brutalmente con la violenza di quello che racconta. Ogni omicidio è studiato, coreografato quasi. Non c’è compiacimento nell’orrore, ma nemmeno pietà. La macchina da presa segue Julie con discrezione, la osserva mentre prepara le sue trappole, mentre recita le sue parti. E la musica di Bernard Herrmann – lo stesso che aveva composto per il maestro Alfred Hitchcock – accompagna tutto con un tema ossessivo che ti entra in testa e non ti molla più.
Quello che colpisce di questo film è il modo in cui Truffaut riesce a farti provare empatia per Julie anche quando la vedi compiere atti orribili. Perché capisci che lei non è più davvero viva, che si muove in un limbo tra vita e morte, che l’unica cosa che la tiene in piedi è questa missione autoimposta. E quando pensi a Quentin Tarantino e al suo “Kill Bill”, capisci immediatamente da dove viene. La Sposa di Tarantino è figlia diretta di Julie Kohler: entrambe si trasformano in macchine inesorabili dalla vendetta, entrambe metodiche e inarrestabili – con tanto di lista dei nomi che progressivamente vengono barrati, tranne uno che alla fine viene affiancato da un punto interrogativo – entrambe intrappolate in un rituale di morte che è l’unico modo che conoscono per dare un senso a quello che è successo loro.
Ma c’è una differenza fondamentale: Tarantino fa del suo film un’opera pop, piena di citazioni, di ironia, di momenti quasi giocosi. Truffaut invece resta freddo, distaccato. Non cerca di rendere Julie eroica o affascinante. Ce la mostra per quello che è: una donna che si è persa, che ha scelto la vendetta come unico modo per continuare a esistere, e che non potrà mai tornare indietro.
I cinque uomini che Julie insegue sono tutti diversi, tutti resi con una precisione psicologica notevole. C’è il donnaiolo arrogante, l’artista frustrato, il politico ambizioso, il meccanico truffatore, l’insicuro solitario. Truffaut non li dipinge come mostri: sono uomini normali, banali, che hanno commesso un errore terribile e poi hanno cercato di nasconderlo e dimenticarlo. Ma Julie non dimentica. Non può dimenticare.
La fotografia di Raoul Coutard – che aveva già lavorato con Truffaut e con Jean-Luc Godard – trasforma la Francia in un paesaggio quasi onirico. Le città, le case, gli interni: tutto sembra sospeso in una dimensione dai confini irreali. È come se Julie si muovesse in un mondo parallelo, dove le regole normali non valgono più, dove esiste solo lei e la sua lista di nomi.
E poi c’è il finale che però, come sempre, non anticipo. Ma quello che posso dire è che Truffaut non cerca la catarsi facile, non ci offre la redenzione o la pace. Ci lascia con Julie, con il peso di quello che ha fatto, con il silenzio assordante di una vita che non ha più niente davanti se non il vuoto.
“La sposa in nero” è un film che ti resta addosso. Non è facile, non è consolatorio. È bello da vedere ma difficile da digerire. È un film sulla vendetta che ti fa capire quanto la vendetta sia in realtà una prigione, una condanna che ti infliggi da solo. E forse è proprio per questo che Tarantino, anni dopo, ha voluto riprenderlo e trasformarlo: per dare alla sua Sposa quella liberazione che Julie Kohler non riesce mai a trovare.
Ma entrambi i film, in fondo, ci dicono la stessa cosa: quando perdi tutto quello che ami, puoi scegliere di diventare qualcosa di nuovo. Ma quel qualcosa di nuovo potrebbe essere un mostro, anche se ha il volto di Jeanne Moreau o di Uma Thurman. E questo, forse, è il prezzo più alto che la vendetta ti chiede: non solo la vita e l’anima degli altri, ma anche le tue.
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