“Fahrenheit 451” di François Truffaut

(UK,1966)

Questo è un film che, ad ogni sua visione, ci costringe a riflettere sulla natura umana e sul potere della conoscenza. Tratta dall’omonimo e bellissimo romanzo di Ray Bradbury, questa pellicola rappresenta un unicum nella carriera di François Truffaut, il maestro della “Nouvelle Vague”, che con questo lavoro si confronta per la prima volta con la fantascienza, con la lingua inglese e con il colore.

In un futuro distopico, i libri sono banditi e i pompieri, invece di spegnere incendi, li appiccano per distruggere ogni traccia di sapere e di pensiero critico. Il protagonista, Guy Montag, interpretato da un magnetico Oskar Werner, è un pompiere devoto al suo lavoro, finché un incontro fortuito con la vivace e curiosa Clarisse, portata sullo schermo da una straordinaria Julie Christie, lo spinge a mettere in dubbio tutto ciò in cui crede.

Truffaut ci regala un’opera visivamente ipnotica, dove il colore diventa protagonista tanto quanto i personaggi. L’uso del rosso, simbolo di distruzione ma anche di passione, domina la scena, sottolineando la tensione tra un mondo che brucia la cultura e la nascente consapevolezza di Montag. La scenografia è minimalista, quasi alienante, a sottolineare la sterilità emotiva di una società che ha sacrificato l’anima sull’altare della conformità.

Fondamentale è anche la colonna sonora firmata da Bernard Herrmann, musicista fra i preferiti del maestro Alfred Hitchcock, che Truffaut cita e omaggia in quasi ogni scena. La loro personale amicizia, nata da un’intervista che il cineasta francese gli fece per poi scrivere lo splendido “Il cinema secondo Hitchcock”, è parte integrante della storia del cinema.

Julie Christie offre una performance memorabile, incarnando sia Clarisse, l’elemento di disturbo che accende la scintilla del dubbio in Montag, sia Linda, la moglie apatica e sottomessa al sistema. Questo doppio ruolo non solo dimostra la versatilità dell’attrice, ma rafforza il contrasto tra la vita che Montag desidera e quella a cui è stato condannato.

La scelta di Truffaut di adattare “Fahrenheit 451” di Bradbury può apparire paradossale per un regista che ha costruito la sua carriera su storie intime e umane. Tuttavia, è proprio questa distanza dall’opera originale che permette a Truffaut di esplorare nuovi territori cinematografici, pur mantenendo la sua sensibilità poetica. Non è un film di fantascienza nel senso convenzionale del termine, ma piuttosto una riflessione sull’alienazione, sull’individualismo e sulla resistenza all’omologazione.

Ma sopratutto “Fahrenheit 451” è un inno immortale alla lettura e all’amore per i libri, libri che per lo stesso Truffaut furono, durante la sua difficile adolescenza, l’unico vero punto fermo e faro illuminante. Le semplificazioni narrative rispetto al romanzo di Bradbury non sono mancanze, ma scelte consapevoli che orientano il film verso una dimensione più simbolica che didascalica.

Se il ritmo del film può risultare lento per alcuni, questa lentezza è funzionale alla costruzione di un’atmosfera di crescente oppressione e disagio. Truffaut non cerca di catturare lo spettatore con effetti speciali o colpi di scena, ma lo invita a immergersi in un mondo in cui l’assenza di cultura diventa la vera minaccia, più inquietante di qualsiasi mostro fantascientifico.

In definitiva, “Fahrenheit 451” non è solo un adattamento di un romanzo celebre, ma un’opera d’arte a sé stante, che porta l’impronta inconfondibile del grande cineasta francese. Un film che sfida il pubblico a interrogarsi sul valore della cultura e della libertà in un’epoca di crescente conformismo. Truffaut dimostra che la fantascienza, nelle mani giuste, può essere uno strumento potente per esplorare le profondità dell’animo umano e per denunciare le derive della società contemporanea.

“Fahrenheit 451” è un film che va visto, non solo per la sua bellezza visiva o per le interpretazioni dei suoi attori, ma perché ci ricorda quanto sia importante difendere il diritto di pensare, di leggere, di sapere. Truffaut ci consegna un monito potente, un invito a non spegnere mai quella scintilla di curiosità e ribellione che ci rende veramente umani, un monito mai obsoleto e oggi, drammaticamente, tanto attuale.

Ascolta gratuitamente il podcast di questa e di altre recensioni su Spotify e YouTube.

“Obsession – Complesso di colpa” di Brian De Palma

(USA, 1975)

Alfred Hitchcock ha girato il suo ultimo film nel 1976 ed è morto nel 1980. Ma qualcuno, evidentemente, si è rifiutato di accettarlo.

Quel qualcuno si chiama Brian De Palma, e “Obsession – Complesso di colpa” è forse la prova più lampante, più esplicita, più dichiaratamente e gloriosamente spudorata di quanto questo regista newyorchese – di dichiarate origini italiane – abbia fatto sua – nel senso più nobile e creativo del termine – l’eredità del Maestro del brivido. Non è imitazione, attenzione. È qualcosa di più sottile e più ambizioso: è devozione trasformata in arte.

C’è un momento, verso la fine del film, in cui il tempo sembra fermarsi, la musica di Bernard Herrmann avvolge tutto come nebbia sulla riva dell’Arno, e lo spettatore – anche quello che conosce già l’epilogo – si ritrova con il fiato sospeso, gli occhi incollati allo schermo, incapace di staccarsi da quella spirale vertiginosa di inganno, ossessione e amore malato. Ecco il cinema, quello vero. Ecco, signore e signori, Brian De Palma.

Da molti il regista newyorchese è considerato – a ragione – il vero erede cinematografico di Hitchcock. E guardando questa affascinante quanto angosciante pellicola non si può che condividere tale tesi, magari in silenzio e semplicemente annuendo, mentre si osserva sublimati l’ultima indimenticabile scena. Quella scena. Un classico di De Palma – che peraltro è un classico di Hitchcock – è la sorpresa finale, la rivelazione che capovolge tutto e che, come un colpo di frusta, lascia lo spettatore a bocca aperta mentre i titoli di coda scorrono inesorabili.

Ma andiamo con ordine, come si conviene.

“Obsession” racconta la storia di Michael Courtland, benestante uomo d’affari di New Orleans, la cui vita viene devastata da un tragico sequestro che lo priva della moglie e della figlia ancora bambina. Anni dopo, durante un viaggio a Firenze, Michael incontra Sandra, una giovane restauratrice d’arte che assomiglia in modo sconcertante alla moglie perduta. Tra i canoni hitchcockiani più classici – la donna irraggiungibile e sfuggente, l’uomo ossessionato, il passato che non vuole restare sepolto – De Palma costruisce un labirinto narrativo sofisticato e ipnotico, in cui ogni inquadratura sembra un dipinto e ogni scena contiene, nascosto tra le pieghe dell’immagine, il seme di qualcosa di oscuro.

Il merito della sceneggiatura è diviso tra lo stesso De Palma e Paul Schrader, uno dei migliori sceneggiatori americani di tutti i tempi – uno di quelli che, tanto per la fredda cronaca, ha firmato script di film come “Taxi Driver”, “Toro scatenato” e “American gigolò”. Insomma, non proprio l’ultimo arrivato. Ed è proprio in questa collaborazione che il film trova la sua spina dorsale: la solidità di una struttura narrativa rigorosa, che tiene lo spettatore con il fiato in gola dall’inizio alla fine, combinata con la maestria visiva di De Palma, capace di trasformare ogni sequenza in un’opera d’arte autonoma.

E a proposito d’arte: c’è l’Italia. Come in ogni pellicola di De Palma, c’è sempre un po’ di Bel Paese. Qui il regista ci mette Firenze, e lo fa con un amore e una cura che farebbero invidia a qualsiasi documentario turistico. Ma è soprattutto la bellissima e incantevole facciata di San Miniato al Monte a rubare la scena: quella basilica romanica arroccata sulle colline che dominano la città, con la sua geometria di marmi bianchi e verdi, diventa in questo film qualcosa di più di una semplice location. Diventa simbolo, diventa metafora, diventa il luogo del tempo sospeso in cui passato e presente si confondono fino a diventare indistinguibili. Firenze, del resto, è la città ideale per un film sull’ossessione: nessun posto al mondo come lei sa essere contemporaneamente bellissima e malinconica, viva e sepolta nei secoli.

Merita un plauso anche il cast. Cliff Robertson, bello hollywoodiano in un più che dignitoso declino, offre una prestazione misurata e convincente, perfetta per incarnare quell’uomo spezzato che si aggira come un fantasma tra i propri ricordi. La giovane Geneviève Bujold è davvero brava, capace di restituire quella duplicità ambigua che il ruolo richiede – è musa e mistero, innocenza e trappola – senza mai cadere nel cliché. E poi c’è lui: John Lithgow, il cattivo “infame” preferito da De Palma, qui in una delle sue prove più sinistre e riuscite. Un Lithgow che anni dopo avrebbe mostrato le sue grandi doti comiche nella travolgente sit-com “Una famiglia del terzo tipo”, e che ha anche donato la voce originale al perfido Lord Farquaad nel primo “Shrek” e che impersonerà Albus Silente nella serie televisiva dedicata a Harry Potter – a dimostrazione di una versatilità rara, capace di passare dal grottesco al terrificante con la stessa naturalezza con cui altri attori cambiano camicia.

Non va dimenticata, infine, la straordinaria fotografia curata da Vilmos Zsigmond, direttore della fotografia che in quegli anni stava ridefinendo l’estetica visiva del cinema americano. Ogni inquadratura di “Obsession” ha una qualità pittorica che richiama i grandi maestri fiamminghi: luci calde e radenti, ombre profonde, colori che sembrano emergere dalla tela. Un contributo fondamentale all’atmosfera onirica e straniante del film.

Insomma, “Obsession – Complesso di colpa” è un film da vedere o rivedere assolutamente. Anzi – e questa è la vera magia di certe pellicole – forse diventa anche meglio se si conosce già l’esito della scena finale. Perché sapere dove si va non toglie il piacere del viaggio: toglie la sorpresa, certo, ma aggiunge la consapevolezza. E con essa, la possibilità di cogliere tutti quei dettagli, quei piccoli indizi seminati con cura certosina da De Palma lungo tutto il percorso, che alla prima visione magari erano passati inosservati. Come un grande romanzo che si rilegge e si scopre diverso, più ricco, più stratificato. Come Firenze, del resto: ogni volta che ci torni, ti sembra di vederla davvero per la prima volta.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.