“Il silenzio degli innocenti” di Jonathan Demme

(USA, 1991)

C’è un momento, nei primi minuti di questa pellicola, in cui Clarice Starling cammina in un corridoio dell’FBI. Attorno a lei, solo uomini in divisa. La macchina da presa la inquadra dal basso, poi dall’alto, poi di nuovo dal basso. È piccola, è fuori posto, è una che non dovrebbe stare lì. E Jonathan Demme, che di cinema ne capiva eccome, lo sa benissimo: per i novanta minuti successivi, quella ragazza non smetterà mai di essere guardata come se fosse nel posto sbagliato.

Perché questo è un thriller, certo. È la storia di un serial killer che scuoia le sue vittime, di un cannibale geniale rinchiuso in una cella, di una caccia contro il tempo. Ma è anche, e forse soprattutto, la storia di una donna che deve farsi strada in un mondo in mano agli uomini che proprio non la vogliono. E Demme lo racconta attraverso lo sguardo. Quello degli altri su di lei, innanzitutto.

Ogni volta che Clarice (interpretata straordinariamente da Jodie Foster) entra in una stanza, la cinepresa ci mostra cosa vedono gli uomini: una ragazza giovane, con l’accento della provincia, che non ha l’altezza giusta, la voce giusta, l’autorità giusta. Nel manicomio criminale, i detenuti la insultano e molestano sessualmente. Persino il dottor Chilton, il direttore presuntuoso e viscido interpretato da Anthony Heald, la tratta come una comparsa, una che può essere sedotta o liquidata a piacimento. Anche negli uffici dell’FBI i colleghi la ignorano o la compatiscono.

Ma poi c’è Hannibal Lecter. E qui Demme fa una cosa straordinaria: quando Clarice e Lecter si parlano, la macchina da presa li inquadra frontalmente, dritti negli occhi. Nessuna angolazione strana, nessun gioco di potere visivo. Per la prima volta nel film, qualcuno la guarda davvero. Non la giudica per quello che appare, ma per quello che è. Lecter, il mostro, è l’unico personaggio maschile che le riconosce dignità intellettuale. È perverso, è inquietante, è feroce ma è anche l’unica persona che la tratta da pari.

Anthony Hopkins costruisce il suo Lecter con una calma spaventosa. Non alza mai la voce, non fa gesti bruschi. Resta immobile dietro quel vetro blindato e ti entra dentro con le parole, con lo sguardo, con il silenzio. È un predatore che ha imparato a cacciare senza muoversi. E Jodie Foster gli tiene testa con una fragilità che diventa forza: Clarice trema, suda, si commuove, ma non si piega. Ha paura, ma va avanti lo stesso. Questa è la sua grandezza.

Demme costruisce il film come una discesa negli inferi psicologici, ma anche sociali. Clarice deve scendere letteralmente sottoterra per incontrare Lecter, e ogni volta che lo fa, deve affrontare non solo lui, ma anche tutto il disprezzo che il sistema le riversa addosso. L’FBI la usa come esca sacrificabile, come presenza femminile rassicurante da mandare avanti perché una donna sembra meno pericolosa. La chiamano “ragazzina”, “tesoro”, “signorina” – termine così subdolo, ambiguo e doloroso con cui, non a caso, tante volte viene appellata anche la protagonista del mio romanzo “Sperandina” – . La osservano dal basso verso l’alto, dall’alto verso il basso, di traverso. Mai alla pari.

E qui sta il genio di Demme: ogni inquadratura è politica. Quando Clarice entra nella casa della vittima appena ritrovata, nel Sud rurale e povero, la macchina da presa mostra i volontari e i poliziotti che sollevano lo sguardo su di lei, scettici, quasi divertiti. Quando deve parlare con l’entomologo, un uomo gentile ma condiscendente, la cinepresa la riprende ancora una volta come se fosse piccola, inadeguata. Persino nella scena finale, quando entra nella casa del killer, è sola. Nessun supporto, nessuna copertura. L’FBI è altrove, sta perquisendo il posto sbagliato. Clarice deve farcela da sola, perché nessuno ha davvero creduto in lei.

Il silenzio, quello vero, è questo: non è solo quello degli agnelli che Clarice sente ancora urlare nella notte. È il silenzio di un sistema che non ti ascolta, che ti guarda ma non ti vede, che ti manda avanti ma non ti copre le spalle. È il silenzio di chi deve dimostrare sempre qualcosa in più, solo per avere lo stesso rispetto che agli altri viene dato gratis.

Demme ha fatto un film perfetto tecnicamente: il montaggio è serrato, la fotografia è claustrofobica, la colonna sonora è minimalista e angosciante. Ma ha fatto anche un film profondamente umano, in cui la tensione non nasce solo dal terrore del male, ma anche dalla solitudine di chi combatte su due fronti: quello esterno, contro il mostro, e quello interno, contro un mondo che continua a dirti che non sei abbastanza.

“Il silenzio degli innocenti” è un capolavoro perché riesce a essere tutto insieme: un thriller impeccabile, un ritratto psicologico inquietante, e una denuncia sottile e feroce di come il patriarcato funziona anche tra le persone perbene, quelle che non si considerano cattive. È un film sul coraggio di andare avanti quando tutti ti guardano come se fossi fuori posto. Ed è un film che, oltre trent’anni dopo, continua a parlarci perché quel mondo lì, purtroppo, non è ancora finito.

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