
(USA, 1982)
C’è un tipo di film che non ti lascia semplicemente con un’opinione. Ti lascia con una ferita. Non profonda, non lacerante, ma persistente. Come quella di chi ha visto la verità in faccia e sa che non può più far finta di nulla.
“Il verdetto” di Sidney Lumet è uno di questi film.
Francis “Frank” Galvin è un avvocato finito. Non sconfitto, quella sarebbe una storia romantica, e questa non lo è. Galvin è qualcosa di peggio: è un uomo che ha smesso di credere in se stesso ben prima che il mondo smettesse di credere in lui. Lo vediamo all’inizio bere birra e poi andare ai funerali di sconosciuti distribuendo biglietti da visita tra le lacrime altrui, come un mendicante travestito da professionista. È una scena d’apertura brutale, quasi crudele nella sua precisione. Lumet non ci concede il lusso di simpatizzare subito con il protagonista. Ce lo fa odiare un poco, o almeno compiangere, che è spesso peggio.
E qui entra in gioco Paul Newman. Ed è qui che la recensione rischia di scivolare nell’agiografia, perché quello che Newman fa in questo film è semplicemente — e lo dico sapendo quanto la parola sia abusata — straordinario. La sua interpretazione non è recitazione nel senso convenzionale del termine. È qualcosa di più vicino alla resa, all’abbandono totale di qualunque difesa. Newman mostra in Galvin gli stessi occhi chiari e magnetici che aveva mostrato circa vent’anni prima in Anthony Judson Lawrence de “I misteri di Filadelfia”, il cinico avvocato dello splendido romanzo “L’uomo di Filadelfia” di Richard Powell. Ma qui quegli occhi hanno visto troppo. Il cinismo di Anthony era giovane, energico, quasi divertente. Il cinismo di Galvin è stanco. Incrostato. E proprio per questo, quando si comincia a sciogliere — lentamente, dolorosamente, fotogramma dopo fotogramma — lo spettatore sente qualcosa che non si aspettava di sentire.
La sceneggiatura di David Mamet, tratta dal romanzo di Barry Reed, è un congegno perfetto. Mamet sa fare una cosa che pochi sceneggiatori sanno fare davvero: sa costruire il silenzio. Sa lasciare spazio alle parole non dette, sa far pesare un’esitazione quanto un’ammissione. I suoi dialoghi non spiegano mai troppo. Alludono. Tagliano. E poi si fermano, lasciandoti lì a fare i conti con quello che hai capito, o creduto di capire.
La storia, sulla carta, potrebbe sembrare il classico legal drama: un medico negligente, una paziente in coma vegetativo, un avvocato improbabile contro un sistema che ha già deciso come andrà a finire. Ma Lumet e Mamet non sono interessati al processo come spettacolo. Sono interessati al processo come specchio. Galvin non sta combattendo solo per la sua cliente: sta combattendo per stabilire se esiste ancora qualcosa in lui che vale la pena di salvare. Ed è questa dimensione interiore, questo duello silenzioso con il proprio fallimento, a fare di “Il verdetto” qualcosa di molto più grande di un film di genere.
Charlotte Rampling è disturbante nella sua ambiguità, e lo è nel senso migliore del termine. James Mason incarna con glaciale eleganza tutto ciò che Galvin avrebbe potuto essere se avesse venduto la propria anima al momento giusto. Jack Warden incarna l’unico amico e collega rimasto a Galvin con la sua solita bravura e naturalezza. La fotografia di Andrzej Bartkowiak sceglie colori desaturati, interni angusti, luci che non confortano mai. Boston non è mai bella nel film. È fredda, indifferente, labirintica come le aule dei tribunali in cui si consuma la battaglia.
Il finale — che come sempre non racconterò — non offre la catarsi che Hollywood ci ha abituato ad aspettarci. Offre qualcosa di più onesto e di più difficile da digerire: la possibilità. Non la certezza, non il trionfo, non la redenzione con gli applausi. Solo la possibilità che un uomo distrutto possa, in un momento preciso, scegliere di fare la cosa giusta. E che questo basti. O forse non basti. Il film non lo dice.
“Il verdetto” è cinema adulto, nel senso più profondo e meno scontato dell’aggettivo. Cinema che rispetta l’intelligenza dello spettatore abbastanza da non risolvergli i problemi al posto suo. Sidney Lumet era fatto così: non giudicava, non assolveva, non condannava. Mostrava. E lasciava che fossi tu, alla fine, a emettere il tuo di verdetto.
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