“Il diritto di contare” di Theodore Melfi

(USA, 2016)

C’è un vecchio – subdolamente maschilista ma sempre tanto usato – detto che dice: “Dietro una grande uomo, c’è sempre una gran donna” che sottolinea come il massimo spazio d’azione e di affermazione di una donna, da sempre, può essere solo nell’ombra del suo uomo.

Per sdradicare e distruggere questi pericolosi preconcetti ci vogliono eroi e veri rivoluzionari che semplicemente con il loro comportamento cambiano le cose per sempre. Se il nostro Paese deve essere onorato e orgoglioso di avere dato i Natali ad una persona straordinaria come Franca Viola, gli Stati Uniti devono esserlo ugualmente perchè hanno visto nascere entro i loro confini persone come Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson, la cui storia ci racconta questa bellissima pellicola.

Già agli inizi degli anni Sessanta la cittadina segregazionista di Hampton, nello Stato della Virginia, ospitava il Langley Reserch Center, il più antico centro della NASA. Sono gli anni della lotta contro l’U.R.S.S. per la conquista dello spazio. Gli USA sono in netto ritardo dopo che i sovietici hanno lanciato il primo satellite nella storia, lo Sputnik, e soprattutto hanno inviato il primo uomo nel cosmo: Yuri Gagarin.

Sotto la pressione del Presidente Kennedy, la Nasa deve raggiungere e superare gli avversari. A gestire il programma è Al Harrison (Kevin Costner) che ha bisogno di ingegneri e di matematici. E proprio cercando il migliore a disposizione, Harrison incappa in Katherine Johnson (Taraji P. Henson) brillantissimo genio matematico, con solo due grandi “limiti”: essere donna, ed essere di colore.

Così come hanno gli stessi “limiti” le sue due colleghe matematiche Dorothy Vaughan (Octavia Spencer) che lavora come responsabile di un gruppo senza averne però la carica ufficiale, e Mary Jackson (Janelle Monàe) aspirante ingegnere…

Scritto dallo stesso Theodore Melfi assieme ad Allison Schroeder, e tratto dal libro “Hidden Figures: The Story of the African-American Women Who Helped Win the Space Race” di Margot Lee Shetterly, questo film ci parla di tre donne che con la loro volontà e soprattutto il loro coraggio hanno contribuito a cambiare il mondo.

Da far vedere a scuola.

Per la chicca: nella parte di un antipatico ingegnere retrogado e razzista spicca il grande Jim Parsons, mentre in quelli dell’algida e spocchiosa Sig.ra Mitchell, capo della Vaughan, c’è Kirsten Dust.


“Grasso è bello” di John Waters

(USA, 1988)

Ci sono una data e un luogo precisi all’origine di questo film, e vale la pena ricordarli prima di tuffarsi nella vicenda di Tracy Turnblad. Siamo a Baltimora, primi anni Sessanta: il Gwynn Oak Park, parco divertimenti alle porte della città, ospita una sala da ballo da cui una radio locale trasmette ogni weekend un programma musicale seguitissimo dai teenager.

Il problema è che quella pista, come tanta America di allora, è chiusa alle ragazze e ai ragazzi di colore. Davanti ai suoi cancelli si susseguono picchetti, cortei, tafferugli. Un giovanissimo John Waters, che ha appena vent’anni e la testa piena di idee scomode, guarda quella cronaca e ne fa la base per una sceneggiatura che scriverà nel 1962 ma che vedrà la luce sullo schermo solo un quarto di secolo dopo, quando il suo cinema underground ha già fatto scandalo a sufficienza da guadagnargli una platea più ampia e il suo attore-musa Divine, alias Harris Glenn Milstead, è diventato un personaggio di culto.

La trama, in apparenza innocua, è quella di una teen comedy con l’abito buono: Tracy Turnblad (Ricki Lake), sovrappeso e piena di entusiasmo, sogna solo di ballare nel programma tv più popolare di Baltimora, quello che lei e l’amica Penny seguono ogni pomeriggio inchiodate davanti al televisore. La madre Edna (Divine, appunto), stiratrice casalinga con più di un pregiudizio in testa, la scoraggia; il padre Wilbur (Jerry Stiller), proprietario di un negozio di scherzi e articoli da burla, la sostiene sempre. Quando Tracy conquista un posto nello show, si scontra con Amber Von Tussle, la reginetta di turno, taglia perfetta e famiglia ricca proprietaria del più grande parco divertimenti in città, un dettaglio che, per chi conosce l’antefatto storico, non è mai casuale in un film di Waters.

Sotto la superficie di commedia colorata e frizzante, Grasso è bello è in realtà un pamphlet feroce, mascherato da musical adolescenziale, contro ogni forma di esclusione e di razzismo. Waters mescola la battaglia per l’integrazione razziale — ancora bruciante nella memoria collettiva americana, a pochi anni da quello che sarebbe stato il pestaggio di Rodney King e la conseguente rivolta di Los Angeles — con un’altra battaglia, più intima e personale: quella del corpo che non rientra negli standard. Siamo nel pieno degli anni Ottanta dell’aerobica, delle tute fluo, del culto della forma fisica come nuova religione laica, cose che personalmente ho conosciuto molto bene e in prima persona.

In questo contesto, la corporatura di Divine non è solo una trovata comica, ma diventa metafora scomoda di un essere più ampio, quello sessuale: sono gli anni dell’emergenza dell’AIDS, quando l’omosessualità viene ancora bollata da tanti benpensanti come una “malattia” e persino la Chiesa Cattolica di Giovanni Paolo II associa il preservativo al peccato. Essere grassi, essere gay, essere neri: nel cinema di John Waters sono tutte varianti della stessa colpa immaginaria, quella di non somigliare al modello imposto.

Il tutto, va detto, viene raccontato con un ritmo travolgente, sulle note della grande musica pop americana a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta, che rende il film gradevolissimo anche a chi non è interessato a scavare sotto la patina zuccherina. E la patina, va detto, è arricchita da un cast di camei da collezione: Sonny Bono nei panni del padre di Amber, Debbie Harry (che firma anche la canzone dei titoli di testa) in quelli della madre, e ancora Pia Zadora e Rick Ocasek travestiti da beatnik d’annata. Lo stesso Waters si concede una piccola apparizione, vestendo i panni di uno psichiatra sinistro chiamato dai genitori di Penny per “guarirla” dalla sua infatuazione per un ragazzo di colore: un cameo che è già una dichiarazione d’intenti.

Resta da segnalare che Grasso è bello avrà una vita lunghissima oltre la sala cinematografica: nel 2002 diventa un musical di enorme successo a Broadway, e da lì, nel 2007, arriva addirittura un remake hollywoodiano che affida a John Travolta il ruolo che fu di Divine, a Michelle Pfeiffer quello della perfida madre di Amber e a Christopher Walken quello del padre di famiglia interpretato originariamente da Jerry Stiller. Un’operazione che, per quanto ben fatta, smussa inevitabilmente gli angoli più graffianti dell’originale, trasformando in intrattenimento levigato ciò che nelle mani di Waters era ancora sporco, ruvido e sinceramente arrabbiato.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.

 

“La maschera di Dimitrios” di Jean Negulesco

(USA, 1944)

L’inglese Eric Ambler (1909-1998) già a partire dagli anni Trenta era considerato uno dei fondatori del genere spy story, tanto da essere considerato un vero e proprio maestro anche da Ian Fleming, il creatore di James Bond. Prima di pubblicare nel 1962 il famosissimo “Topkapi – La luce del giorno“, romanzo che gli varrà un meritato successo planetario, Ambler nel 1939 scrive una delle spy story più famose e influenti del Novecento: “La maschera di Dimitrios”, dove per primo crea “la figura tragica della spia normale”, personaggio complesso sempre in bilico fra la luce e l’oscurità, fra lealtà e tradimento. Nel 1944, in pieno conflitto mondiale, quando Hollywood stava già producendo una notevole quantità di pellicole legate alla guerra e al controspionaggio, Jean Negulesco lo adatta per il grande schermo con risultati davvero notevoli.

1933, su una spiaggia nei pressi di Istanbul viene ritrovato il cadavere di un uomo che la Polizia turca riconosce come Dimitrios Makropoulos, criminale internazionale, ricattatore senza scrupoli e “venditore” di segreti militari ricercato in tutto il mondo dalle autorità di mezza Europa. Il noto scrittore di gialli olandese Cornelius Latimer Leyden (Peter Lorre), casualmente in viaggio sul Bosforo per documentarsi in vista di un nuovo romanzo, rimane stranamente affascinato dall’evento tanto da decidere di ricostruire la vita del criminale fin dagli oscuri inizi della sua losca attività, intraprendendo un pericoloso viaggio che lo porterà a girare tutta Europa sulle tracce del passato di Dimitrios. Sulla sua strada incrocerà il misterioso e ambiguo Mr. Peters (Sidney Greenstreet), personaggio enigmatico che saprà rivelargli molti segreti compromettenti su Dimitrios, ma che al contempo nasconde motivazioni tutt’altro che trasparenti…

Frank Gruber, esperto autore della sceneggiatura, e lo stesso Negulesco, regista dalla solida cultura cinematografica, strutturano la pellicola con un’incalzante serie di flashback legati ai racconti di differenti testimoni che hanno conosciuto, nel bene e nel male, il misterioso protagonista la cui morte è l’evento scatenante dell’intero racconto. Una struttura narrativa identica a quella che usa il grande Orson Welles nel suo capolavoro assoluto “Quarto potere“, girato appena tre anni prima nel 1941, e che qui viene applicata con altrettanta maestria al genere noir-spionistico.

Negulesco dimostra una notevole abilità nel costruire un’atmosfera densa e oppressiva, fatta di zone d’ombra morali prima ancora che visive. La fotografia di Arthur Edeson, veterano dell’espressionismo tedesco, contribuisce a creare quella dimensione crepuscolare tipica del miglior noir, dove i confini tra bene e male diventano progressivamente sfumati. Il regista orchestra con precisione chirurgica i vari segmenti temporali, permettendo allo spettatore di ricomporre gradualmente il mosaico della personalità di Dimitrios attraverso gli occhi di chi lo ha frequentato: vittime, complici, amanti tradite.

“La maschera di Dimitrios” è un noir d’antologia, impreziosito dalla presenza di due attori icone del cinema d’oro di quegli anni come Sidney Greenstreet e Peter Lorre, già affiatatissimi dopo la memorabile esperienza de “Il mistero del falco” di John Huston. La loro chimica sullo schermo è palpabile: Lorre porta in scena tutta la curiosità morbosa e l’ingenuità pericolosa dello scrittore che si avventura in acque troppo profonde, mentre Greenstreet incarna perfettamente l’ambiguità e il cinismo di un mondo dove nessuno è davvero ciò che sembra.

Il film esplora con lucidità i meccanismi del tradimento, del doppio gioco e dell’ambizione senza limiti, temi quanto mai attuali nel 1944 ma che conservano una straordinaria modernità. La pellicola anticipa molti degli elementi che diventeranno canonici nel cinema di spionaggio successivo: l’Europa come scacchiere di intrighi internazionali, il fascino oscuro del criminale carismatico, la fragilità morale di chi si illude di poter osservare il male rimanendone immune.

Davvero per palati fini, un’opera che merita di essere riscoperta e che dimostra come il cinema hollywoodiano degli anni Quaranta sapesse coniugare intrattenimento di qualità e profondità tematica con un’eleganza formale ormai rara. Senza dubbio tanto deve lo strepitoso “I soliti di sospetti” che Bryan Singer gira nel 1995, a questa intramontabile pellicola.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.

“Contiene frutta secca” di Umberto Domina

(Capelli Editore, 2009)

Mi è già capitato di parlare di Umberto Domina (1921-2006) scrittore, autore radiofonico e televisivo, nonché uno dei migliori umoristi italiani del Novecento. Domina nasce “senza impegno” a Palermo (come scrive nella prefazione di questo suo primo romanzo) per poi trasferirsi quasi subito a Castrogiovanni, che qualche anno dopo tornerà a prendere l’antico nome di Enna.

Dopo la maturità classica, Domina si trasferisce prima a Torino e poi a Milano, dove si sposa e nel corso degli anni diventa un apprezzato autore radiofonico e televisivo, nonché un affermato ideatore di pubblicità.

Questa doppia essenza Nord/Sud è il motivo trainante di quasi tutte le sue opere letterarie, che nascono e fioriscono sull’incontro-scontro delle due grandi filosofie di vita alla base del nostro Paese: quella settentrionale e quella meridionale, di cui lo stesso Domina è un esempio vivente.

Primi anni Sessanta, Castrojanni (e il nome non è un caso…) è una cittadina della Sicilia che la AGIRIM, una professionalissima agenzia di indagini di mercato con sede centrale negli Stati Uniti, elegge a campione significativo per studiare e calibrare una campagna pubblicitaria plurimilionaria da lanciare nel nostro Paese.

Sul posto, per preparare il campo, viene inviato il “cisalpino” Gualtiero Borletti che dovrà confrontarsi con i “locali” a partire da Gaetano Zappalà, fondatore e direttore del giornale “La Spada”, unico organo di stampa della cittadina…

Delizioso e ironico romanzo che ci racconta l’avvento del famigerato Boom e anticipa clamorosamente gli strascichi sociali e morali che quel “Miracolo italiano” provocherà negli anni e nei decenni successivi. Pubblicato per la prima volta nel 1966, “Contiene frutta secca” si aggiudica il premio “Bordighera” per la letteratura umoristica.

Nel 1980 Domina pubblica un altro delizioso romanzo intitolato “Laveno, solo andata“.

“La genesi di Wonder Woman” di Angela Robinson

(USA, 2017)

L’americano William Moulton Marston (1893-1947) dopo essersi laureato, completò il dottorato in psicologia ad Harward, per poi iniziare la carriera di docente in alcuni dei più prestigiosi ateni americani. Nel 1915 sposò Elizabeth Holloway – che poi diverrà redattore capo dell’Enciclopedia Britannica – e seguì con entusiasmo le lotte per l’emancipazione della donna sostenendo palesemente, insieme alla moglie, il femminismo.

Mentre insegnava psicologia alla Tufts University di Boston, Marston conobbe la giovane stundetessa Olive Byrne con la quale instaurò un rapporto poliamoroso assieme alla moglie, che nonostante il feroce perbenismo imperante nell’epoca durò per tutte le vite dei tre.

Grazie alla collaborazione delle sue due compagne di vita Marston mise a punto la famigerata macchina della verità e il test di valutazione comportamentale DISC. Proprio per i suoi studi Marston amava viaggiare nell’animo umano, visitando gli ambiti più nascosti (come il bondage) che però sono alla base delle nostre più profonde emozioni, soprattutto legati ai concetti di volontà e di potere, soprattutto nelle dinamiche sessiste fra uomo e donna, dove quest’ultima era da millenni ingiustificatamente sottomessa.

La relazione a tre alla fine costò la carriera didattica a Marston e alla moglie Elizabeth che fu costretta a sbarcare il lunario facendo la dattilografa. Anche i suoi studi vennero messi al bando e allora lui realizzò che: “Il miglior rimedio per rivalorizzare le qualità delle donne è creare un personaggio femminile con tutta la forza di Superman e in più il fascino di una donna brava e bella”. E quale miglior canale mediatico, per forgiare le nuove generazioni all’uguaglianza fra i due sessi, del fumetto? Unendo i suoi due ideali di donna, Elizabeth e Olive, Marston creò Wonder Woman che venne pubblicato da Max Gaines, già editore di Superman.

Ma una supereronia, bella e invincibile, con grandi super poteri che sconfiggeva fisicamente gli uomini costringedoli col suo lazzo – riferimento proprio alla sua invenzione – a dire sempre la verità non poteva non fare infuriare il lato più reazionario della società…

Bella pellicola con tre ottimi attori come Luke Evans nei panni di Marston – un uomo che davvero amava e rispettava le donne -, Rebacca Hall in quelli di Elizabeth e Bella Heathcote in quelli di Olive, che ci ricorda come sia stata lunga e dura, e ovviamente non ancora compiuta, l’emancipazione della donna nella nostra società.


“Buttati Bernardo!” di Francis Ford Coppola

(USA, 1966)

Francis Ford Coppola approda al cinema grazie al genio di Roger Corman, che lo sceglie come suo assistente agli inizi degli anni Sessanta. Dopo una fruttuosa gavetta nella corte di Corman, grazie al quale esordisce come regista e sceneggiatore, Coppola è pronto per il cinema a 360 gradi.

Nel 1966, ispirandosi al romanzo “You’re a Big Boy Now” dello scrittore e drammaturgo inglese David Benedictus, Coppola scrive e dirige “Buttati Bernardo!”. Il cast artistico raccoglie alcuni nomi che in quel momento calcano i palcoscenici più noti di Broadway e che negli anni successivi diventeranno attori hollywoodiani di rilievo come Geraldine Page (che non a caso verrà candidata all’Oscar per la sua interpretazione come miglior attrice non protagonista), la sfortunata Elizabeth Hartman, Rip Torn, Karen Black e Julie Harris.

Il diciannovenne Bernardo Chanticleer (Peter Kastner) in qualità di figlio unico è comandato e controllato totalmente dai suoi genitori. Suo padre I.H. Chanticleer (Rip Torn) è il direttore della grande biblioteca di New York, e ha nel suo cuore solo i libri antichi e le belle donne. Sua madre Margery Chanticleer (Geraldine Page) invece dedica tutto il suo tempo alla cura del figlio, che da poche settimane ha iniziato a lavorare come archivista nella biblioteca gestita dal padre.

Fra le colleghe c’è Amy Partlett (Karen Black), sua compagna delle elementari, che gli mostra subito un particolare interesse. Ma Bernardo è attratto vigorosamente da Barbara Darling (Elizabeth Hartman), ballerina di nightclub e attrice della Off Broadway, che sembra ricambiare…

Coppola dirige una pellicola con netti accenti grotteschi e surreali, ma che mette bene a fuoco quel divario generazionale che di lì a pochi mesi incendierà la famigerata “contestazione”.

Se sotto alcuni punti di vista può essere paragonato a “Prima della rivoluzione”, che Bernardo Bertolucci dirige nel 1964, “Buttati Bernardo!” anticipa atmosfere e situazioni che due anni dopo Mike Nichols metterà sapientemente nel suo “Il laureato” con Dustin Hoffman.

Oltre a mostrarci le già notevoli doti registiche del giovane Francis Ford Coppola, “Buttati Bernardo!” deve essere visto perché è anche un prezioso documento storico.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music. 

“La tomba delle lucciole” di Isao Takahata

(Giappone, 1988)

Con l’arte, la delicatezza e la sensibilità del grande Vittorio De Sica, Isao Takahata ci racconta la storia di due bambini, ultimi fra le ultime e le più sole vittime della guerra.

Seita ha quattordici anni e vuole diventare un ufficiale della Marina Imperiale Giapponese come suo padre. Vive con sua madre e sua sorella di quattro anni Setsuko, ma quando un bombardamento alleato rade al suolo la sua cittadina, uccidendo sua madre, è costretto ad essere sfollato assieme alla piccola sorella a casa di una lontana parente.

Ma la vita da ospiti è sempre più pesante e umiliante, visto che la padrona di casa gli raziona il cibo già scarso. La Seconda Guerra Mondiale è ormai al suo tragico epilogo e nessuno ha notizie del padre e così i due, dopo l’ennesima arrogante sfuriata della loro padrona di casa, decidono di vivere per contro proprio in campagna…

Splendida e struggente pellicola, tratta dal romanzo “Hotaru no Haka” d Akiyuki Nosaka, dedicata ai più deboli di tutti: i bambini che della guerra sono sempre quelli che pagano gli interessi più alti.

Da vedere.

“Nel mezzo della notte” di Delbert Mann

(USA, 1959)

Paddy Chayefsky (1923-1981) è stato un prolifico drammaturgo americano, nonché sceneggiatore di successo e vincitore di tre primi Oscar (per “Marty, vita di un timido” diretto da Delbert Mann nel 1956, “Anche i dottori ce l’hanno” firmato da Arthur Hiller nel 1972 e “Quinto potere” con la regia di Sidney Lumet e realizzato nel 1977).

Visto il successo proprio del delizioso “Marty – Vita di un timido”, Hollywood decide di portare sul grande schermo una delle sue commedie più di successo a Broadway, affidando la regia allo stesso Delbert Mann.

Jerry Kingsley (Fredric March) è un uomo di successo. Immigrato con la famiglia in America a soli quattro anni, col lavoro e la costanza è riuscito a diventare il proprietario di una delle sartorie più importanti di Manhattan. A cinquantasei anni si può permettere un lussuoso appartamento nei pressi di Central Park, un’automobile di una marca prestigiosa e di aiutare economicamente le sue due figlie sposate.

Kingsley però da un paio d’anni è rimasto vedovo, e questo sembra aver sancito il termine definitivo della sua vita sentimentale ed emozionale. Vive ormai con la sorella maggiore, passando le serate nel laboratorio della sua sartoria o a cena da una delle sue figlie. Quando un piovoso pomeriggio passa a casa di Betty (Kim Novak) una delle sue segretarie, per ritirare dei documenti battuti a macchina, la trova nel bel mezzo di una crisi di pianto dovuta la suo recente e difficile divorzio. Kingsley decide così, semplicemente per solidarietà, di tenerle compagnia.

Ma in breve tempo, anche se Betty ha ventiquattro anni, uno in meno di sua figlia minore, per Kingsley la giovane diventa il passaporto per un nuovo viaggio, e la sua esistenza torna ad avere un nuovo significato. Ma le rispettive famiglie e il resto del mondo non riescono a vedere oltre la congrua differenza di età e di disponibilità economica fra i due…

Insolita e piacevole commedia, che ci parla di amore e ipocrisia con delicatezza e coraggio come poche altre pellicole del tempo sanno fare. Sono senza dubbio da ricordare le ottime interpretazioni di Kim Novak e di Fredric March, che durante le riprese aveva già 62 anni, con un passato da sex symbol nel cinema degli anni Trenta (interpretò, per esempio, il ruolo del marito decaduto e alcolista nel primo e storico “E’ nata una stella” del 1937 diretto da Victor Fleming e scritto da Dorothy Parker) e divenne poi un apprezzatissimo attore di teatro, soprattutto del repertorio contemporaneo americano.

Nella nostra versione possiamo apprezzare le splendide voci di Emilio Cigoli, che doppia Fredric March, e Rosetta Calavetta che doppia Kim Novak, due fra le voci più belle e sensuali di quegli anni.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.

“Dark Crystal – La Resistenza” di Jim Henson, Frank Oz, Jeffrey Addiss e Will Matthews

(USA/UK, 2019)

Il genio di Jim Henson è ancora vivo e attuale, nonostante le sue spoglie mortali se ne siano andate nel lontano 1990.

Per molti anni si era pensato ad un sequel del film “Dark Crystal” – di cui ho già parlato – diretto da Henson, assieme all’amico e stretto collaboratore Frank Oz, nel 1982 che di fatto consacrò il fantasy come genere cinematografico di tutto rispetto.

Ma senza il suo geniale ideatore, visti poi gli alti costi di produzione di un film del genere, il progetto è stato ripetutamente rimandato. Nel 2012 il francese Louis Leterrier – regista di “L’incredibile Hulk”, “Scontro tra titani” e “Now You Can See Me” – si unisce alla Jim Henson Productions per realizzare l’idea. Proprio studiando gli appunti e le idee che Henson aveva scritto durante al realizzazione del lungometraggio, Leterrier propone di realizzare un prequel. Vista poi la mole del materiale il regista francese ritiene che il formato ideale debba essere una serie televisiva, e non più un solo film, serie che poi viene acquistata da Netflix.

Toriniamo così su Thra molte trine prima degli eventi narrati nel film. Gli Skeksis controllano il pianeta visto che Madre Ogra è impegnata nello studio dell’Universo. I Gelfling, come tutti gli altri abitanti di Thra, regolarmente donano beni e tesori agli Skeksis, autoproclamatisi Signori e Custodi del Cristallo. Ma una forza oscura e terribile sgorga dalle viscere del pianeta…

Un altro fantastico viaggio nei sogni di Jim Henson.


“Modest Heroes” di Hiromasa Yonebayashi, Yoshiyuki Momose e Akihiko Yamashita

(Giappone, 2018)

Lo Studio Ponoc nasce dall’esperienza del grande Studio Ghibli e ha realizzato nel 2017 l’ottimo lungometraggio animato “Mary e il fiore della strega”. L’anno successivo la giovane casa di produzione giapponese decide di realizzare quattro cortometraggi da presentare poi come un unico film.

A sostenere il progetto è proprio Isao Takahata – storico collaboratore del maestro Hayao Myazaki e cofondatore dello Studio Ghibli – al quale ne viene affidato uno. Ma Takahata scompare senza riuscire a realizzare il progetto e così lo Studio Ponoc produce i restanti tre: “Kanini & Kanino”, “Life Ain’t Gonna Lose” e “Invisible”.

Nei 18 minuti di “Kanini & Kanino” diretto da Hiromasa Yonebayashi (regista di “Mary e il fiore della strega”) assistiamo al piccolo gesto eroico di due fratelli che, nonostante i pericoli, partono alla ricerca del padre travolto da una piena. I due appartengono ad una famiglia che ricorda molto quella di “Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento”, lungometraggio del 2010 sempre firmato da Yonebayashi.

Yoshiyuki Momose è l’autore del corto di 16 minuti “Life Ain’t Gonna Lose”, in cui il piccolo Shun deve combattere coraggiosamente contro la sua grave e pericolosa allergia alle uova.

“Invisible” di Akihiko Yamashita chiude “Modest Heroes”. Nei suoi 13 minuti assistiamo alla triste esistenza di un uomo letteralmente invisibile, che deve passare le sue giornate appeso ad un vecchio idrante per non volare via, fino a quando…

Tre piccole poesie che ci parlano di piccoli eroi “modesti”, che poi così modesti proprio non sono, visto che con coraggio affrontano i lati più dolorosi della loro quotidiana esistenza.

Un piccolo e “modesto” gioiellino.