“La valle dell’Eden” di Elia Kazan

(USA, 1955)

Il 9 marzo del 1955 viene proiettato a New York, in anteprima assoluta, l’adattamento cinematografico del romanzo “La valle dell’Eden” che John Steinbeck ha pubblicato nel ’52.

Dietro la macchina da presa c’è Elia Kazan, mentre a scrivere la sceneggiatura è Paul Osborn. La produzione, una volta acquisiti i diritti del romanzo, decide di portare sul grande schermo solo una parte del bellissimo testo di Steinbeck.

Il film, infatti, narra soprattutto la storia di Caleb Trask, fratello di Aron, e “figlio” – chi ha letto il libro comprenderà bene le virgolette – di Adam e Cathy, tralasciando le vicende antecedenti e parallele che invece Steinbeck narra.

Così, alle soglie dello scoppio del primo grande conflitto mondiale, ci ritroviamo in California fra il centro agricolo di Salinas e la cittadina di Monterey. Il giovane Cal (un indimenticabile James Dean al suo esordio ufficiale davanti alla macchina da presa) non riesce a gestire e soprattutto a comprendere la propria irrequietezza che lo porta spesso ad aggredire rabbiosamente chi gli è vicino, come suo fratello Aron (Richard Davalos) che sembra invece incarnare la bontà e l’altruismo, o suo padre Adam (Raymond Massey) che ha costruito tutta la propria esistenza sulla Bibbia, che legge quotidianamente.

In una bettola, una sera, Cal viene a sapere che, contrariamente a quello che gli è stato sempre raccontato, sua madre Cathy (Jo Van Fleet) è viva, e soprattutto è la tenutaria di uno dei più malfamati bordelli di Monterey.

La notizia è così sconvolgente che Cal si sente sommergere dalle emozioni e il suo primo e irrefrenabile desiderio è quello di correre a conoscerla. Desiderio che travolgerà non solo la sua esistenza, ma anche quella di suo fratello, suo padre e quella della giovane Abra (Julie Harris) fidanza di Aron.

Indimenticabile pellicola con una fotografia e delle immagini che hanno fatto la storia del cinema. Ma soprattutto con un giovane – e allora praticamente sconosciuto – James Dean che stregherà, con il suo fascino e la sua recitazione innovativa, intere generazioni di spettatori.

Quando Marlon Brando e Montgomery Clift rifiutarono il ruolo di Caleb, rimase in lizza un altro giovane attore, un certo …Paul Newman. Fu lo stesso Osborn a proporre invece Dean, che aveva visto in teatro a New York. Dean superò Newman soprattutto per la sua capacità d’improvvisazione. E’ riportata in numerosi articoli dell’epoca la storia delle riprese della scena in cui Adam rifiuta i soldi che suo figlio Cal ha guadagnato per fargliene dono. La sceneggiatura descriveva un Cal furente che urlando al padre “Ti odio!” esce sbattendo la porta. Ma Dean, senza avvertire nessuno, abbracciò Massey, che interpretava Adam, gli sussurrò piangendo la battuta e poi uscì sbattendo la porta.

La sorpresa, vera, di Massey è uno degli elementi che rendono questo film una delle pietre miliari della cinematografia, non solo americana. E ovviamente Kazan si guardò bene da farla rifare. La prematura scomparsa di Dean, se è vero che lo ha reso immortale a soli 24 anni, è vero anche che ci ha privato di un vero e proprio talento.

Il film vince il premio come migliore pellicola drammatica al Festival di Cannes e l’Oscar come miglior attrice non protagonista a Jo Van Fleet. Dean ricevette la candidatura come miglior attore protagonista poco dopo la sua morte, fu la prima volta che venne assegnata postuma ad un attore.

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“La taverna di mezzanotte – Tokyo stories vol. 3” di Yaro Abe

(Bao Publishing, 2021)

Dopo “La taverna di mezzanotte – Tokyo stories” e “La taverna di mezzanotte – Tokyo stories vol.2” Yaro Abe torna con il terzo volume di fumetti dedicato al piccolo ristorante più curioso e insolito del Giappone.

Abe, con i suoi disegni delicati, ci porta nella taverna aperta da mezzanotte alle sette di mattina nei pressi di uno dei più grandi nodi ferroviari del Giappone: Shinjuku, uno dei quartieri più popolosi di Tokyo.

Lo chef, che è anche il padrone del piccolo ristorante, oltre al solito menu fisso, è disposto a cucinare qualsiasi cosa i clienti vogliano a patto che portino gli ingredienti. E dai piatti che ciascuno preferisce, ripercorriamo le vite, le solitudine e le gioie di alcuni di loro.

In questo terzo volume ci sono descritte altre nuove trenta ricette che come negli altri appartengono alla tradizione nipponica ma non solo. A volte lo chef prepara piatti tipici di altre tradizioni culinarie adattati al palato giapponese. Così non ci dobbiamo stupire se il questo terzo tomo troviamo, alla sessantunesima notte, gli Spaghetti al Ragù.

C’è anche, in questo nuovo capitolo, una storia dedicata alla stesso Yaro Abe che si lamenta dei piatti scelti dai clienti, che diventano ogni volta sempre più difficili da …disegnare.

Insomma, un nuovo viaggio nella terra del Sol Levante che ci ricorda come molto più spesso di quello che pensiamo lo stomaco sia molto vicino al cuore.

Come gli altri volumi, anche questo segue la tradizione dei manga e si legge da destra a sinistra, iniziando da quella che noi consideriamo la quarta di copertina.

E’ possibile vedere su Netflix la serie giapponese “Midnight Diner – Tokyo Stories” saporita come i fumetti da cui è tratta.

Abe, nel corso degli anni, ha pubblicato anche: “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.4“, “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.5“, “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.6” e “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.7”

“Tre piani” di Eshkol Nevo

(Neri Pozza, 2017)

Nei pressi di Tel Aviv si erge un’elegante palazzina di tre piani.

L’edificio possiede un bel parcheggio ordinato che lo rende molto elegante, almeno da fuori. Perché dietro ogni porta e dentro ogni appartamento che compone il piccolo condominio si consumano le esistenze degli inquilini, molto diverse tra loro.

E allo stesso modo in tre piani è stato concepito l’edificio dell’anima, secondo Sigmund Freud, con l’Es, l’Io e il Super-Io.

Così Eshkol Nevo ci racconta le storie di tre famiglie che abitano ognuna ad un piano e che incarnano, loro malgrado, le divisioni teorizzate da Freud.

Al primo piano abitano Arnon e Ayelet, una giovane coppia con due bambine, Ofri la maggiore e Yaeli la minore. Yaeli, già da neonata, ha iniziato ad avere seri problemi respiratori così Ofri si è subito abituata ad essere molto indipendente e più matura per la sua età.

Davanti a loro abita la coppia di anziani in pensione Hermann e Ruth che sono arrivati in Israele dalla Germania. I loro nipoti vivono tutti lontano e li vengono a trovare annualmente, e così si offrono sempre volentieri come babysitter di Ofri, che sembra proprio avere una passione per i suoi due anziani vicini.

Al secondo risiedono Hani e Assaf, un’altra giovane coppia con due bambini piccoli. Assaf è sempre in giro per lavoro e Hani ha abbandonato il suo per fare la mamma e la casalinga a tempo pieno. I rapporti fra Assaf e il fratello Eviatar si sono troncati di netto quando quest’ultimo è risultato l’autore di una grande truffa immobiliare e tutto il Paese si è messo sulle sue tracce. Una sera, quando Assaf è fuori per lavoro, qualcuno bussa alla porta di Hani…

Al terzo piano invece ci vive l’ex giudice Dovra, vedova di Michael noto magistrato e presidente del tribunale di Tel Aviv. Il suo appartamento è molto grande e bello, ma soprattutto è colmo di tristezza e solitudine, sia per la recente scomparsa di Michael, sia per l’assenza del loro figlio Arad, che da anni ormai non dà più notizie.

In un’aggiornata e riveduta forma epistolare – una chiacchierata, una mail e una lunga registrazione nella segreteria telefonica – Eshkol Nevo ci porta nell’anima di persone che rappresentano tutti gli individui, i cui lati oscuri e le numerose sfumature, in un modo o nell’altro, toccano tutti noi.

“Barriera invisibile” di Elia Kazan

(USA, 1947)

La Seconda Guerra mondiale è appena terminata e il mondo inizia a raccogliere le sanguinose macerie. Anche le nazioni vincitrici devono fare i conti con il proprio lato oscuro che, volenti o nolenti, il conflitto ha alimentato.

Sulle pagine di “Cosmopolitan” appare il romanzo “Gentleman’s Agreement” della scrittrice newyorkese Laura Z. Hobson che parla della piaga del razzismo, soprattutto quello verso le persone di religione ebraica, che negli Stati Uniti, ma anche in molti altri parti del mondo, affligge la società.

Il produttore Darryl Z. Zanuck decide di portarlo sullo schermo e affida a Moss Hart l’adattamento e a Elia Kazan la regia.

Il giornalista Philip Schuyler Green (Gregory Peck), da poco rimasto vedovo e con il piccolo figlio Tod (Dean Stockwell) da crescere, riceve un’ottima offerta di lavoro da una nota rivista di New York. Fra i primi lavori offertigli c’è un’inchiesta sull’antisemitismo che ha proposto Lucy (Dorothy McGuire) la giovane nipote del direttore, con la quale Green allaccia subito un rapporto particolare.

Green è titubante, perché convinto che il tema sia stato già notevolmente affrontato, ma quando cerca di spiegarlo al figlio Tod, capisce che invece c’è ancora tanto da dire e da narrare. Così accetta l’incarico e vorrebbe mettersi in contatto con David (John Garfield) suo compagno d’infanzia e amico del cuore, di religione ebraica. Da lui certo potrebbe avere idee e suggerimenti, ma David è ancora nelle Forze Armate e parlargli è al momento praticamente impossibile.

Green decide così di farsi passare lui per ebreo, a partire con i colleghi della rivista. Suo malgrado Philip e i suoi cari dovranno affrontare quel subdolo e feroce razzismo che si nasconde nella società…

Pietra miliare della cinematografia mondiale e vero e proprio manifesto contro il razzismo – Green si dichiara palesemente contro anche la discriminazione verso le persone di colore che nel 1947, negli Stati Uniti, era davvero “poco di moda” – e l’antisionismo in generale. E lo fa attaccando non solo la parte più reazionaria e intollerante della società, ma soprattutto considerando complici tutti coloro che per quieto vivere o per evitare problemi non vi si oppongono palesemente. A partire dalle barzellette sugli ebrei, e per finire agli alberghi che non accettano ebrei fra i loro clienti o alle grandi aziende che non assumono persone con cognomi di chiara provenienza sionista.

Un film immortale e tragicamente attuale, visto che il feroce razzismo – e non solo quello contro le persone di tradizione israelitica – è drammaticamente fin troppo presente nella nostra società.

Poco dopo aver ritirato l’Oscar come miglior regista, Elia Kazan venne investito da quella che poi venne soprannominata la “caccia alle streghe”; e cioè la crociata anticomunista che il senatore McCarthy guidò fra gli studi di Hollywood alla ricerca dei traditori degli Stati Uniti. Come è noto, Kazan fu il primo grande “pentito” del mondo dello spettacolo che abiurò la sua partecipazione alle cosiddette attività antiamericane e denunciò vari colleghi, fra registi, produttori e attori, pur di continuare a fare il suo lavoro. Cosa che ebbe strascichi per il resto della sua vita, tanto che nel 1999 quando gli venne consegnato l’Oscar alla carriera, alcuni noti divi di Hollywood rimasero seduti e con le braccia conserte mentre altri applaudivano.

Diverso è invece l’epilogo della storia di John Garfield, anche nella vita – come nel film – di tradizione ebraica e che per la sua vicinanza al Partito Comunista venne bandito da Hollywood. Garfield aveva condiviso con Kazan negli anni Trenta il Theater Group, una compagnia d’avanguardia con chiare simpatie sinistrorse. Era un attore di teatro di razza e per questo lo stesso Kazan gli offrì il ruolo di Stanley Kowalski nella prima messa in scena di “Un tram che si chiama desiderio” a Broadway. Ruolo che per il suo rifiuto andò al giovane e sconosciuto Marlon Brando. Quando a causa della “caccia alle streghe” il cinema gli chiuse la porta in faccia, il teatro a New York lo riaccolse con affetto. Ma le accuse di essere un “antiamericano” lo minarono nell’anima e mentre reperiva le prove per dimostrare che le insinuazioni contro di lui erano vergognosamente infondate, Garfield si perse nell’alcol schiacciato dall’infamante inquisizione maccartistica, scomparendo a soli 39 anni in piena solitudine.

“Barriera invisibile” vince, tra altri numerosi premi, tre Oscar: come miglior film, miglior regia e per la migliore attrice non protagonista a Celeste Holm, che interpreta una reporter di moda con cui Green subito lega.

Da far vedere a scuola.

“Cinque pezzi facili” di Bob Rafelson

(USA, 1970)

L’11 settembre del 1970 viene proiettato al New York Film Festival “Cinque pezzi facili”, diretto da Bob Rafelson, che consacra definitivamente Jack Nicholson a stella di prima grandezza del nuovo e indipendente cinema americano, dopo il clamoroso successo dell’anno precedente con “Easy Rider” di Dennis Hooper.

Scritto dallo stesso Rafelson assieme a Carole Eastman, “Cinque pezzi facili” ci racconta la storia di Robert “Bob” Eroica Dupea (Nicholson) che, nato in una famiglia agiata di musicisti classici, preferisce vivere alla giornata cambiando continuamente città, prima che il posto dove vive si “bruci per colpa sua”, come ripete a se stesso.

Mentre lavora come manovale presso alcuni pozzi petroliferi e condivide il proprio letto con Rayette (una bravissima Karen Black che vince il Golden Globe come migliore attrice non protagonista), viene a sapere dalla sorella Partita (Lois Smith) che suo padre, uno dei più noti musicisti della sua generazione, è stato colpito da un colpo apoplettico.

Bob decide di tornare presso la casa paterna, anche se è scappato da lì perché si sentiva pesantemente soffocare, e il suo rapporto col padre era di fatto inesistente. Lui, come i suoi due fratelli Partita e Carl Fidelio (Ralph White) sono dei notevoli musicisti. Ma mentre gli altri sono rimasti a vivere e a suonare col padre, Bob ha abbandonato la musica classica per girovagare e cercare se stesso.

Poco prima di partire Rayette gli comunica di essere incinta, motivo per il quale Bob se la porta con sé nel lungo viaggio verso il nord. All’arrivo lascia la sua compagna in un motel e da solo rientra nella sua vecchia e aristocratica casa natale.

L’unica cosa che non lo opprime è Catherine (Susan Anspach, che poco dopo interpreterà Nancy, l’ex moglie di Sam Felix nel mitico “Provaci ancora Sam”) la compagna di suo fratello Carl, che sembra ricambiare l’interesse…

Vero e proprio cult movie con una scena finale dura e fredda come il clima che si respira in casa Dupea, con un grandissimo Jack Nicholson che impersona, come pochi, il disagio irrisolto di una generazione soffocata da quelle precedenti, e costretta a trovare un posto ben preciso e inquadrato nella società.

Oltre a quelle di Nicholson e della Black, va ricordata anche l’interpretazione di Lois Smith, fra le più grandi attrici comprimarie americane la cui carriera cinematografica inizia con “La valle dell’Eden” di Elia Kazan, passando per film come “Prima di mezzanotte” di Martin Brest, “Green Card – Matrimonio di convenienza” di Peter Weir, “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno” di Jon Avnet, “Dead Man Walking – Condannato a morte” di Tim Robbins, “La promessa” di Sean Penn, “Minority Report” di Steven Spielberg, “Hollywoodland” di Allen Coulter, e “Lady Bird” di Greta Gerwig.      

La pellicola viene candidata a quattro premi Oscar: miglior film, migliore sceneggiatura, miglior attore protagonista e miglior attrice non protagonista.  

Per la chicca: il titolo si riferisce ai cinque pezzi di Chopin che Robert, parlando con Catherine, definisce “facili”.

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“Lasciali parlare” di Steven Soderbergh

(USA, 2020)

Alice Hughes (una bravissima Meryl Streep, anche se ormai sembra “ripetitivo” ricordarlo ad ogni sua interpretazione…) è una scrittrice solitaria alle prese col suo ultimo romanzo che ormai da tanto tempo non riesce a terminare, e il cui unico vero legame affettivo è suo nipote, poco più che adolescente, Tyler (Lucas Hedges).

Alice vorrebbe tanto ritirare il premio letterario che le è stato conferito in Gran Bretagna, ma non amando volare, la cosa sembra impossibile. La sua nuova agente Karen (Gemma Chan) – assistente per otto anni della sua storica agente andata da poco in pensione – le propone di attraversare in nave l’Atlantico su una crociera di lusso. La scrittrice accetta, ma a patto di portare con lei in viaggio le sue due vecchie compagne di Università che sente, ma non vede da oltre trent’anni: Susan (Dianne Wiest) e Roberta (Candice Bergen).

Durante la lussuosa crociera Alice, Susan e Roberta, assieme a Tyler e Karen, avranno modo di parlare fra loro e soprattutto con se stessi, come capita a volte in un viaggio dove il percorso diventa forse più importante della meta. Usciranno fuori così vecchi rancori irrisolti e nuove distanze che alla fine riavvicineranno quelli che si sono amati nel profondo.

Scritta da Deborah Eisenberg, questa pellicola intimista diretta da Soderbergh oltre a regalarci le ottime interpretazioni delle tra grandi protagoniste, ci parla di come sia difficile mantenere aperto il dialogo con gli altri, soprattutto con quelli a cui si tiene particolarmente, nonostante si viva e lavori fra le parole, come fa una scrittrice.

Così come Marlon Brando, anche Meryl Streep è sempre lei!

“Character bastardo eccellente” di Mike van Diem

(Olanda, 1997)

La famiglia è il nucleo su cui si basa la società, ma al tempo stesso può essere anche, e purtroppo, la fonte di profondi dolori e ingiustizie. Come capita al giovane Jacob Katadreuffe (Fedja van Huet) che il giorno della sua laurea viene portato sanguinante in questura con l’accusa di aver ucciso il terribile e implacabile Ufficiale Giudiziario Dreverhaven (Jan Decleir, già coprotagonista del bellissimo “L’albero di Antonia”) suo padre naturale.

Con una lunga serie di flashback, nella Rotterdam dei primi decenni del Novecento, ripercorriamo la vita di Jacob figlio di Joba Katadreuffe (Betty Schuurman), che al momento del suo concepimento è al servizio di Dreverhaven. In una notte di eccitamento il suo datore di lavoro se la porta – letteralmente – al letto. Dopo avere la certezza di essere incinta Joba abbandona Dreverhaven, nonostante questo si offra ripetutamente di sposarla. Al piccolo dà il nome di battesimo del padre, che però non intende mai più frequentare.

Jacob cresce considerato da tutti come un vero e proprio “bastardo”, visto che la madre non rivela a nessuno il nome del padre. Padre che però allunga la sua ombra sul piccolo che inizia a educare secondo le sue regole: strozzandolo metaforicamente fino a lasciargli solo un decimo dell’aria da respirare, in modo da renderlo forte e senza scrupoli come lui stesso.

Ma, ovviamente, questo segnerà in maniera profonda e drammatica la vita del giovane, che rinuncerà per ambizione all’amore, e odierà con tutto il proprio essere suo padre…

Tratto dal racconto “Dreverhaven en Katadreuffe” e dal romanzo “Karakter” entrambi di Ferdinand Bordewijk, questo bel film è sceneggiato da Laurens Geels, Ruud van Megen e dallo stesso Mike van Diem, che firma una regia aggressiva e al tempo stesso molto accattivante.

La pellicola vince il premio Oscar come miglior film straniero.

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“I fantasmi del cappellaio” di Georges Simenon

(Adelphi, 1997)

Nella piccola cittadina di Rochelle tutti si conoscono.

E questo non fa altro che aumentare la paura e il terrore per i delitti che dal 13 novembre si consumano nelle ore buie che seguono il tramonto. Le vittime sono tutte donne alla soglia della terza età, che vengono strangolate e poi lasciate a terra nelle vie.

Dal 13 novembre, forse non per caso, piove sempre e ognuno cerca il riparo dall’acqua e dall’umidità. Come il facoltoso cappellaio Labbé che passa la seconda parte del pomeriggio nel Café des Colonnes dove, ogni giorno, si siede accanto ai suoi storici amici che amano bere e giocare a bridge. Il locale è frequentato anche dal giovane giornalista Jeantet che con i suoi articoli sembra essere sempre più vicino a individuare il filo comune fra le vittime. Filo che la Polizia ancora non è riuscita a trovare e che lo stesso assassino sfida scrivendo lettere anonime al giornale dove lavora Jeantet.

Davanti alla storica bottega di Labbé c’è quella più piccola del sarto Kachoudas, emigrante armeno, che insieme alla sua famiglia vive al piano superiore del negozio. Anche il sarto, nonostante le sue modeste finanze, passa una parte del pomeriggio al Café des Colonnes, e parte dalla sua bottega pochi istanti dopo Labbé, che saluta sempre da lontano in maniera timida e discreta.

Un pomeriggio i due entrano a poca distanza del Café e mentre Labbé si siede al tavolo con gli amici, Kachoudas rimane in piedi a osservare la partita in corso. Con la coda dell’occhio il sarto nota un piccolo pezzo di carta nel risvolto dei calzoni del cappellaio e d’istinto si china per raccoglierlo e porgerlo a Labbé. Ma mentre lo osserva si rende conto che è il ritaglio di un giornale contenente una lettera, proprio come quelle che usa l’assassino per comporre le sue missive…

Indimenticabile romanzo giallo noir che il maestro Simenon scrive nel suo periodo americano a Tumacacori-Carmen, in Ariziona, nel 1949. Tratto dal suo racconto “Il piccolo sarto e il cappellaio” del 1947, e dalla successiva versione “Benedetti gli umili” – che vince il premio per il miglior racconto poliziesco indetto dall’Ellery Queen’s Mystery Magazine – questo romanzo ci porta nei meandri di una mente buia e malata, ma al tempo stesso abitudinaria e apparentemente mite. Figlia di una delle famiglie più aristocratiche della cittadina, nessuno si permette neanche di sospettare di lei, solo l’umile e “straniero” Kachoudas la vede per quello che è nella realtà.

Un altro colpo da maestro dell’intramontabile Georges Simenon.

Nel 1982 Claude Chabrol realizza il bellissimo adattamento cinematografico con Michel Serrault nei panni di Labbé e Charles Aznavour in quelli di Kachoudas, pellicola che però al momento è praticamente introvabile.

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“Luca” di Enrico Casarosa

(USA, 2021)

La Pixar sbarca il Italia con il lungometraggio animato “Luca” diretto da Enrico Casarosa – candidato al premio Oscar 2012 col suo delizioso corto d’animazione “La luna” – che si svolge a Porto Rosso nelle splendide Cinque Terre liguri.

Siamo nell’Italia alle soglie degli anni Sessanta e Luca è un ragazzino che si affaccia all’adolescenza, sentendosi oppresso dai genitori che tentano in ogni modo di censurare sul nascere ogni suo sogno.

Come quello di visitare la superficie… perché Luca è un giovane “mostro” marino che vive nelle profondità del mare. E come i suoi simili è terrorizzato e cacciato dai brutali e feroci essere umani che vivono sulla terra ferma.

Ma grazie all’incontro casuale con Alberto, un altro “mostro” marino adolescente come lui, Luca scoprirà i pregi e soprattutto i difetti dei famigerati umani…

Divertente pellicola, scritta dallo stesso Casarosa assieme a Jesse Andrews, Mike Jones e Simon Stephenson, che ci parla di tolleranza, amore e amicizia come quei geni della Pixar sanno fare.

Unico neo, soprattutto per noi italiani, è lo stereotipo che all’estero – e soprattutto negli Stati Uniti – hanno del nostro Paese e della nostra cultura. Infatti – secondo il film – tutti gli italiani ascoltano ventiquattro ore su ventiquattro la musica lirica (anche gli uomini che lavorano sui pescherecci), non fanno altro che mangiare pasta, e i muri di Porto Rosso sono tappezzati dalle locandine dei film di Federico Fellini. Insomma tutti i cliché che piacciono tanto all’estero tipo: “Pizza, pasta e mandolino”.

Eppure Enrico Casarosa è nato a Genova nel 1970 …sob.

Almeno Giulia, la piccola umana con cui Luca stringe una profonda e sincera amicizia, si chiama di cognome Marcovaldo di immortale calviniana memoria.

“La guerra dei Bepi” di Andrea Pennacchi

(People, 2020)

Andrea Pennacchi è approdato al teatro nel 1993 dove, oltre a recitare, è diventato anche autore di numerose opere. La sua carriera dalle tavole in legno del palcoscenico è arrivato davanti alle macchine da presa di cinema prima e televisione poi, dove fra le altre cose è ospite fisso di “Propaganda Live” di e con Diego Bianchi e Makkox, trasmissione nella quale interpreta i monologhi del leghista della prima ora, ma ormai deluso, “Er pojana”.

In questo volume Pennacchi ci racconta tre storie che si intrecciano con la storia del nostro Paese. Le prime due sono anche parte integrante della storia della sua famiglia visto che i protagonisti sono suo nonno nella prima e suo padre della seconda.

Il “primo” Bepi, il nonno di Pennacchi, in “Una feroce primavera” vive la sua personale Prima Guerra Mondiale mandato al fronte come carne da cannone e incredibilmente tornato a casa sano nel fisico ma devastato nell’anima.

In “Mio padre. Appunti sulla guerra civile” Pennacchi ci racconta invece la Seconda Guerra Mondiale vissuta da sua padre che a 17 anni sceglie il nome “Bepi” come partigiano – proprio in onore al padre – ma che viene arrestato dalle milizie fasciste e spedito nel campo di concentramento di Ebensee in Austria. Anche il secondo Bepi tornerà a casa, ma la sua esperienza sarà così terribile tanto che non ne riuscirà a parlarne col figlio, che per ricostruirla sarà costretto a cercare documenti fra l’Italia e l’Austria.

“Checkpoint Pasta. Il paradosso del cane” ci catapulta invece a Mogadiscio, in Somalia, il 2 luglio del 1993, dentro un autoblindo del contingente italiano che collabora all’operazione internazionale “Restore Hope”. In cinque atti riviviamo l’attacco subito dagli uomini delle nostre Forze Armate nei pressi del Checkpoint Pasta della città somala. E anche questa esperienza lascerà negli uomini del mezzo blindato segni incancellabili nel resto delle loro vite.

Non si ricorda mai abbastanza la ferocia e la crudeltà della guerra, visto che c’è ancora chi vuole alzare muri e fortificare i confini fra le nazioni. Senza la memoria non c’è futuro, o meglio, il futuro rimane in mano a pochi.

Duro e indimenticabile, soprattutto nei primi due racconti.