“L’uomo della Torre Eiffel” di Burgess Meredith

(USA, 1949)

L’immaginario collettivo si ricorderà per sempre di Burgess Meredith come interprete di Mickey Goldmill, l’anziano allenatore non udente di Rocky Balboa, personaggio che ha interpretato in quasi tutti i film della serie che ha Sylvester Stallone come protagonista. Ma ridurre Meredith a quel solo ruolo, per quanto iconico, sarebbe un’ingiustizia imperdonabile verso un artista dalla carriera straordinariamente ricca e sfaccettata.

Meredith è stato infatti un grande attore di teatro prima e un famoso caratterista di Hollywood poi, capace di passare dal dramma alla commedia con una naturalezza disarmante. La sua versatilità lo portò a collaborare con i più grandi registi del suo tempo, ma anche a pagare un prezzo altissimo per le sue convinzioni: fu proscritto nell’epoca buia del maccartismo per le sue idee vicine al Partito Comunista, un’accusa che gli costò anni di carriera e opportunità perdute.

Proprio prima di finire all’indice, nel 1949, Meredith dirige il suo unico film, che interpreta anche e che gira interamente a Parigi. Una scelta non casuale: la capitale francese si stava rialzando dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale, e al centro di questa rinascita svetta la Torre Eiffel, simbolo indiscusso del Paese e della libertà che questo, assieme ai suoi alleati, era riuscito faticosamente a difendere. Il monumento diventa così non solo una location suggestiva, ma un vero e proprio personaggio del film, una presenza costante e rassicurante che veglia sulla città.

E a Parigi chi difende meglio la giustizia dell’ispettore Maigret? Nessuno, naturalmente. Il film è infatti l’adattamento del romanzo di Georges Simenon “La testa di un uomo”, e nei panni dell’ispettore più famoso di Francia c’è nientemeno che il grande Charles Laughton, attore britannico dalla presenza scenica magnetica e dalla capacità interpretativa sopraffina.

Tutta un’altra storia rispetto al Maigret flemmatico e bonario di Gino Cervi o a quello più burbero e terragno di Jean Gabin. Laughton ne crea uno completamente nuovo, certamente fedele allo spirito del testo simenioniano, ma profondamente diverso dagli altri. Il suo Maigret è più cerebrale, più tormentato, meno incline alle certezze granitiche. Un grande attore lo si riconosce proprio da questo: dalla capacità di rendere unico e memorabile anche un personaggio già interpretato da altri, trovando sfumature inedite senza tradire l’essenza del carattere originale. Laughton ci riesce magnificamente, restituendo un commissario intellettualmente affascinante, capace di entrare nella psicologia del criminale con un’empatia quasi inquietante.

Ma oltre all’interpretazione magistrale del grande attore inglese, il film di Meredith possiede un’atmosfera davvero particolare, quasi onirica in certi momenti. Merito anche della splendida fotografia a colori (una scelta coraggiosa per l’epoca, quando il noir era prevalentemente in bianco e nero), che cattura la luce cangiante di Parigi e restituisce la città in tutta la sua malinconica bellezza post-bellica. Le sequenze finali girate sulla Torre Eiffel sono poi davvero spettacolari: il regista sfrutta appieno la verticalità e l’ardita struttura metallica del monumento per costruire un climax di suspense mozzafiato, con inquadrature vertiginose che ricordano certe soluzioni visive del maestro Alfred Hitchcock.

Non a caso, nei titoli di testa, fra gli interpreti principali del film compare anche l’intera città di Parigi. Non è una trovata pubblicitaria, ma il riconoscimento sincero del ruolo fondamentale che la Ville Lumière ha nell’economia narrativa dell’opera. Le strade, i café, i ponti sulla Senna, le piazze: tutto contribuisce a creare quell’aura di mistero e fascinazione che avvolge la vicenda poliziesca.

“L’uomo della Torre Eiffel” rappresenta un unicum nel panorama dei film su Maigret, un esperimento riuscito di contaminazione tra noir americano e atmosfere europee. Meredith dimostra un talento registico notevole, capace di orchestrare tensione, psicologia dei personaggi e senso del luogo in un equilibrio raffinato. Il fatto che non abbia più diretto altri film resta uno dei grandi rimpianti della storia del cinema.

Imperdibile per i fan di Maigret, certo, ma anche per chiunque ami il cinema d’autore che osa, che sperimenta, che non si accontenta delle formule consolidate.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music. 

“Third Person” di Paul Haggis

(USA/Belgio/Francia/UK/Germania, 2013)

Il regista canadese Paul Haggis (premio Oscar nel 2006 per “Crash – Contatto fisico” come miglior film e come miglior sceneggiatura originale) torna a scrivere e dirigere con la sua consueta eleganza una vicenda corale, a forti tinte drammatiche e intimiste.

La terza persona del titolo è quella di Michael (Liam Neeson) uno scrittore vincitore del Premio Pulitzer, ormai in crisi creativa e personale, e per questo rifugiatosi in una camera di un grande albergo a Parigi, dove tenta vanamente di scrivere il suo ultimo e infinito romanzo.

Michael ha lasciato la moglie e adesso intrattiene una relazione con Anna (una brava Olivia Wilde) rampante giovane scrittrice che, come il suo mentore, ha un oscuro lato buio nel fondo dell’anima.

Così come lo possiede Scott (Adrien Brody), esperto di spionaggio industriale, che in un piccolo e anonimo bar di Roma incontra per caso il suo destino.

E il loro destino affronteranno anche Julia (Mila Kunis) e Rick (James Franco) separati e nel pieno di una costosa lite legale per l’affidamento del loro unico figlio di sei anni.

Se Rick è un artista ricco e famoso di New York, Julia era una volta una promettente attrice di soap opera che ora, per pagare l’avvocato, deve fare la cameriera in un albergo…

Ottima pellicola, scritta e girata molto bene, con un bel cast che la valorizza al meglio. Così come nelle sue pellicole precedenti, Haggis ci racconta dell’abisso che è in ognuno di noi, di chi ha la forza e il coraggio di affrontarlo e di chi, invece, ci precipita dentro.

Da vedere con un bel pezzo di cioccolata fondente vicino per i momenti più tristi ed emozionanti.

“Piccoli equivoci senza importanza” di Antonio Tabucchi

(Feltrinelli, 1985/2003)

Il formato del racconto nel nostro Paese, non mi stanco mai di ricordarlo, è ingiustamente bistrattato dalla maggior parte degli editori che raramente ne pubblicano raccolte. Questo a meno che l’autore non sia già uno scrittore famoso. Cosa che dimostra, come d’altronde molte altre, la staticità mentale dei alcuni dei nostri più importanti venditori di libri.

Ma torniamo al grande Antonio Tabucchi e a questa sua raccolta di racconti. Uscita nel 1985 “Piccoli equivoci senza importanza” ne raccoglie undici, il primo dei quali dona il titolo al volume.

Fra tutti, se proprio devo scegliere, preferisco  “Aspettando l’inverno”, “Il rancore e le nuvole” e “Cinema” – e non per forza in quest’ordine – ma anche in ognuno degli altri l’indimenticabile Tabucchi dimostra di essere un grande scrittore e soprattutto un grande conoscitore e narratore dell’animo umano e delle sue più intime tragedie.

Ma “Cinema” …che bello!

Dopo averli letti, vediamo se c’è ancora qualcuno che snobba il formato racconto…

“Lo straniero” di Orson Welles

(USA, 1946)

Quando questo film uscì nelle sale cinematografiche americane, la Seconda Guerra Mondiale era finita solo da pochi mesi. Una parte del mondo era ancora sconvolta e sanguinante, e l’altra si iniziava a domandare come fosse stato possibile permettere una tragedia di tali dimensioni, e soprattutto quali fossero le responsabilità dirette e indirette di ognuno.

E’ in questo periodo storico che il geniale e irriverente Orson Welles decide di raccontare una storia che, rispetto al conflitto, sembra del tutto secondaria, ma che in realtà ci pone quesiti molto più ampi su una delle nazioni vincitrici.

Uno strano prigioniero viene fatto appositamente evadere dalle prigioni tedesche che sono sotto il controllo della Forze Alleate. Il fuggitivo si reca in Messico dove, grazie ad antiche amicizie e vecchie parole d’ordine, riesce a sapere il nome del luogo dove è nascosto “lui”.

Lui è Franz Kindler (un perfido e implacabile Orson Welles) fra i più efferati carnefici e fautori dello sterminio degli ebrei, un alto ufficiale nazista del quale non esiste più neanche una fotografia, scomparso nel nulla in prossimità della caduta del Terzo Reich. L’unica sua caratteristica conosciuta è la sua passione quasi maniacale per gli orologi.

Il nome del luogo in cui è nascosto è Harper, località del Connecticut negli Stati Uniti, e l’uomo che riparte dal Messico per raggiungerla è Konrad Meinke, l’ultimo stretto collaboratore di Kindler rimasto in vita e per questo l’unico al mondo capace di riconoscerlo. La sua fuga, così come il suo costante pedinamento, sono opera del signor Wilson (un arcigno Edward G. Robinson) membro della Commissione delle Nazioni Unite contro i crimini di guerra, e cacciatore di criminali nazisti, che considera questo l’unico modo per rintracciare Kindler.

Così, nella piccola e ordinatissima cittadina di Harper, un pomeriggio arriva Meinke che cerca con una certa insistenza il professor Charles Rankin. Giunto nella casa in cui abita vi trova però solo Mary Longstreet (Loretta Young), figlia di un Giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti e futura sposa di Rankin. Senza dare spiegazioni Meinke si incammina verso il luogo in cui insegna Rankin e nel grande parco che separa l’abitazione dall’istituto, finalmente lo incontra.

Kindler/Rankin rimane sconvolto: è stato individuato e forse il suo ex sottoposto è stato seguito. Ma Meinke è ormai preda di deliri religiosi e rivela che il motivo della sua visita è la definitiva redenzione per i feroci peccati che insieme hanno commesso. Kindler non ha via d’uscita e lo uccide, nascondendo il corpo sotto le foglie.

Torna a casa e tranquillizza Mary inventando una banale scusa per lo strano visitatore. Così i due possono tornare serenamente a preparare le loro imminenti nozze. Ma, insieme a Meinke, nella piccola cittadina è arrivato discreto e quasi invisibile anche il signor Wilson…  

Grandissimo noir, e vera e propria pietra miliare della cinematografia mondiale, con una scena finale da antologia. Feroce critica del perbenismo e della “morale” americana anni Quaranta, soprattutto quella della ricca provincia, che moralmente non si poteva considerare così innocente rispetto al male assoluto che fu la guerra.

Provincia bella ed elegante che molto dovrà crescere per diventare matura e cosciente, impersonata perfettamente da Mary che non a caso si chiama “Longstreet” di cognome.  

Scritto da Welles assieme al maestro John Huston (e si vede!), Decla Dunning, Victor Trivas e Anthony Veiller.

Da vedere, assolutamente.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.

“La pazza di Itteville” di Georges Simenon

(Adelphi, 2008)

Sono un fan sfegatato dell’ispettore Maigret, e mi sono appassionato lo stesso nel leggere questo racconto che Simenon ha scritto nel 1931, quando ancora forse non aveva scelto definitivamente chi sarebbe stato il re indiscusso dei suoi romanzi, e uno dei monarchi assoluti dei gialli planetari.

Così, in questo scritto, il protagonista è il giovane ispettore G.7, caratterizzato da una bella capigliatura rossa, una certa timidezza e, sostanziale differenza da Maigret, in possesso di una patente.

Ma l’acume è lo stesso e G.7 riesce a risolvere un piccolo ma intricato caso di morti che risorgono e cadaveri sconosciuti.

Il finale è sempre lo stesso: Simenon è sempre Simenon anche senza il suo Maigret.

“Harry Potter e la maledizione dell’erede” di J.K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne

(Salani, 2016)

Che J.K. Rowling sia una delle più geniali scrittrici degli ultimi vent’anni non è una novità, e così non c’è da stupirsi che quest’ultima avventura di Harry Potter non deluda le attese e le aspettative.

E il genio della Rowling sta anche nel voler collaborare con altri due autori e non caricarsi da sola una così grande responsabilita (come accadde per esempio a George Lucas). La scrittrice scozzese ha saggiamente scelto uno specializzato nello scrivere per il teatro come Jack Thorne, e un affermato regista teatrale e cinematografico come John Tiffany.

Questo nuovo episodio è stato pensato e scritto non per essere un libro, ma uno spettacolo teatrale, e così il testo è in formato storybook – così come è evidenziato nella copertina – che noi italiani chiamamo semplicemente …sceneggiatura.

Non ho la minima intenzione di raccontare la storia o parte di essa, riporto solo quello che è scritto in quarta di copertina: “L’ottava storia. Diciannove anni dopo”. E’ chiaro quindi che entra in scena una nuova generazione…

Fra colpi di scena geniali e atmosfere cupe e mortali, torniamo nel mondo di Hogwarts e della sua splendida, ma a volte letale, magia. E il bello è che lo facciamo tutti con qualche anno in più, compresi gli autori. E non storcete il naso: invecchiare non vuol dire diventare per forza più noiosi… anzi!

Chiudo col ridordare che lo spettacolo che ha esordito a Londra lo scorso giugno è tutto esaurito fino alla fine del prossimo 2017. E che già si parla di un adattamento cinematografico in tre film, anche se il testo in realtà è composto solo da due atti.

Speriamo che stavolta scelgano meglio il giovane attore che impersonerà il protagonista, visto che nella serie dei film multimilionari, a mio personale parere, era davvero l’unico grande punto debole. Adesso potete storcere il naso…

“Lezioni di respiro” di Anne Tyler

(Guanda, 1990)

“Di buone intenzioni sono piene le fosse” dice un antico e saggio detto. Ed è “con le migliori intenzioni” che Maggie Moran affronta la sua e esistenza e si relaziona con quella di tutti coloro che ama e frequenta.

Questo sabato è un giorno particolare, un giorno in cui Maggie e suo marito Ira, devono partecipare la funerale di Max, marito di Serena, compagna di liceo della stessa Maggie.

Durante il viaggio in auto per raggiungere la cittadina in cui si svolgerà la cerimonia, Maggie ripensa al lontano ricordo della scuola fatta assieme a Serena, periodo in cui ha iniziato a frequentare Ira.

Con le migliori intenzioni Maggie ha costruito il rapporto con il ragazzo che poi sarebbe diventato suo marito, con le sue compagne, e poi con i suoi figli. E, sempre con le migliori intenzioni, Maggie spesso cerca di far aderire le persone e i loro compartamenti con quelli che lei idealizza nella sua testa.

Cosa che finisce per creare non poche contraddizioni, visto che Maggie vuole vedere solo quello che le piacerebbe vedere…

Bel romanzo di una grande autrice che amo molto. Vincitore del Premio Pulitzer 1989.

“La canzone del mare” di Tomm Moore

(Irlanda/Danimarca/Lussembrugo/Belgio/Francia, 2014)

Tomm Moore, irlandese classe 1977, è stato candidato all’Oscar nel 2010 per il suo film d’animazione d’esordio “The Secret of Kells”, che da noi non è stato neanche doppiato per la tv.  Nel 2014, grazie a una coproduzione internazionale, torna al cinema con “La canzone del mare” e riceve una nuova nomination come miglior pellicola d’animazione dell’anno.

Se nel suo primo film Moore ha usato diverse tecniche di animazione, in questo usa una delle più classiche e legate al semplice 2D, ma con dei disegni davvero splendidi. Anche la colonna sonora che si ispira a canzoni tipiche irlandesi, interpretata in maggior parte dalla cantante Lisa Hannigan, è davvero molto bella.

Il piccolo Ben vive felice con i genitori Bronagh e Conor su una piccola isola nell’oceano, dove suo padre è il guardiano del faro. Un triste giorno però, proprio quando tutto sembra perfetto, Bronagh muore dando alla luce la piccola Saorise.

Passano gli anni ma Ben a stento riesce a sopportare la sorellina, sia perché è per colpa sua – secondo lui – che ha perso la mamma e fatto esplodere la successiva e inconsolabile tristezza in cui vive avvolto il papà, sia perché, nonostante i sei anni, Saorise non parla ancora.

Se Ben odia l’acqua dell’oceano, la sorella invece ne è profondamente attratta, così come lo era sua madre. E come sua madre, è profondamente legata agli antichi miti e alle antiche leggende della sua terra…

Un cartone animato d’autore, forse più per grandi che per piccoli, da godere fino all’ultimo disegno.

“La piccola bottega degli orrori” di Frank Oz

(USA, 1986)

Nel 1982 sbarca a Broadway il musical ispirato al film culto di Roger Corman “La piccola bottega degli orrori“. Gli autori sono Alan Menken e Howard Ashman e il successo è clamoroso. Non a caso in due, negli anni successivi, vinceranno come autori di canzoni e colonne sonore ben dieci Oscar, quasi tutti per film della Disney, fra cui “La Sirenetta” e “La Bella e la Bestia”. E i premi sarebbero stati molti di più se Ashman non fosse stato stroncato prematuramente dall’HIV nel 1991.

Ma, tornando al musical, anche se figlio di una piccola produzione ha tutti gli elementi per il successo. Belle musiche, tanta ironia e una storia tanto assurda da essere irresistibile. Così anche Hollywood se ne interessa e decide di riadattarla per il grande schermo.

Dietro la macchina da presa c’è Frank Oz, già collaboratore stretto del maestro Jim Henson autore dei Muppets, nonché voce originale e animatore del grande Yoda in “Star Wars: L’impero colpisce ancora” e “Star Wars: Il ritorno dello Jedi”. Un esperto di pupazzi e animazione, insomma, con un grande senso ironico.

Seymour (Rick Moranis) è un orfano che fa il tuttofare nella piccola bottega di fiori del signor Mushnik (un grandioso Vincent Gardenia). Ad aiutarlo c’è la bella e un pò goffa Audrey (Ellen Greene) che ha una pessima opinione di se stessa, tanto da frequentare il manesco Tony Scrivello (uno moro capelluto Steve Martin) che ama essere uno dei più perfidi dentisti della città. Ma l’arrivo dallo spazio di una piccola quanto famelica pianta cambierà le cose…

Deliziosa commedia musicale con una colonna sonora da Oscar. Sempre divertente e sfriziosa. Bill Murray interpreta il ruolo che nell’originale del 1960 interpretò un allora sconosciuto Jack Nicholson.

Per la chicca: Frank Oz è il protagonista di uno spassoso cameo ne “I Blues Brothers” di John Landis: è l’addetto del carcere che restituisce gli oggetti personali e Jake all’inizio del film.

Per la chicca 2: a doppiare Vincent Gardenia, nella nostra versione, è il grande e indimenticabile Silvio Spaccesi che ne “Star Wars: L’impero colpisce ancora” e “Star Wars: Il ritorno della Jedi” doppia Yoda. …che intreccio!

“La piccola bottega degli orrori” di Roger Corman

(USA, 1960)

Roger Corman, che ha festeggiato novant’anni lo scorso 5 aprile, è uno dei più geniali artigiani della macchina da presa del Novecento. I suoi numerosi film, tutti girati a bassissimo costo e con attori allora sconosciuti, hanno segnato la fantasia e gli incubi di più di una generazione. Molti sono stati copiati o rigirati, o addirittura rielaborati per un genere diverso. Come questo “La piccola bottega degli orrori” che è diventato un musical di enorme successo prima a Broadway e poi a Hollywood con “La piccola bottega degli orrori” diretto da Frank Oz.

Seymour (Jonathan Haze) è un giovane impacciato e goffo, schiacciato dalla figura della madre, una donna possessiva e malata psicosomatica cronica. Per sbarcare il lunario lavora come commesso nel piccolo negozio di fiori del signor Gravis Mushnik (Mel Welles).

Un giorno porta nel negozio una piccola piantina che ha comprato da un venditore cinese e la chiama Audrey Junior, in onore alla prosperosa assistente di Mushnik, Audrey (Jackie Jospeh) di cui è innamorato. Ma la sera stessa Seymour scopre che lo strano vegetale è carnivoro e ogni volta che mangia – il giovane le regala un pò del suo sangue – cresce a dismisura.

Crescendo incredibilmente, Audrey Junior diventa una vera e propria attrazione. Ma il sangue del giovane, che mantiene ovviamente il segreto, non basta più e così, senza volerlo, getta nelle fauci della pianta assassina vari malcapitati, fra cui il terribile dentista del piano sopra; e con un paziente (un allucinato Jack Nicholson al suo esordio) Seymour arriva a fingere di essere lui il medico, fino a quando…

Scritto da Charles B. Griffith, e tratto da un racconto di John Collier, questo film di Corman è una pietra miliare dell’horror, ma soprattutto della commedia nera. Nonostante gli evidenti limiti produttivi, Corman realizza una pellicola che ancora oggi punge e morde come una pianta carnivora.

Grande.