“Delicatessen” di Jean-Pierre Jeunet e Marc Caro

(Francia, 1991)

Come già ricordato per “La città perduta”, Jeunet & Caro sono stati i due cineasti che più hanno influenzato visivamente il cinema transalpino degli anni Novanta, assieme a Leos Carax e Luc Besson.

“Delicatessen” è il primo lungometraggio che i due scrivono – assieme a Gilles Adrien – e dirigono. Ai margini di una metropoli, che può essere Parigi, in un edificio fatiscente – che ricorda molto quello dello splendido “Alba tragica” diretto da Marcel Carnè nel 1939 – c’è la piccola macelleria “Delicatessen” di proprietà del volitivo Clapet, che possiede anche tutto lo stabile.

Gli abiti e gli arredi sembrano essere quelli degli anni Quaranta e, come durante la Seconda Guerra Mondiale, manca il cibo, e il denaro è stato sostituito dal mais. Dalla città poi giungono gli echi di un gruppo di vegetariani che vive nelle fogne chiamato “Trogloditi”, che depredano le scorte di mais.

Ma Clapet e i suoi inquilini riescono a sopravvivere con un macabro inganno. In città appare l’offerta di lavoro per un tuttofare nel piccolo condominio, che però dopo qualche giorno sparisce senza lasciare traccia. Clapet, infatti, lo uccide nottetempo per poi macellarlo e spartirlo con i suoi affittuari, che complici mantengo il silenzio. L’unica che biasima Clepet è sua figlia Julie, che tenta in ogni modo di convincere il padre a smettere di uccidere.

Una mattina giunge presso la macelleria il clown disoccupato Louison (Dominique Pinon) che accetta il lavoro. Julie se ne innamora, e per salvarlo dai coltelli mortalmente affilati del padre è disposta perfino a chiamare i Trogloditi…

Visivamente ancora molto affascinante e coinvolgete “Delicatessen” è un’opera cinematografica grottesca e surreale, con alcuni elementi – come l’uso asfissiante della plastica – che richiamano ad un altro grande cineasta visionario come Terry Gilliam.

Nonostante tratti di un argomento atroce – ma sempre raccontato con folle ironia – e la sceneggiatura possieda alcune imperfezioni narrative (a differenza di quella splendida de “Il favoloso mondo di Amélie” che Jeunet dirigerà senza Caro qualche anno dopo, e al quale parteciperanno alcuni attori presenti in questa pellicola a partire da Pinon) poco importa, perché a compensare ci sono le immagini spesso molto suggestive. Da ricordare nel cast anche Karin Viard, che poi interpreterà deliziosamente mamma Bélier nel bellissimo “La famiglia Bélier”.

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“A spasso con Bob” di Roger Spottiswoode

(UK, 2016)

James Bowen non ha avuto una vita semplice. Figlio unico, i suoi genitori si sono separati quando era ancora un bambino, e lui ha seguito la madre in Australia lasciando la Gran Bretagna.

Ha iniziato così a far di tutto pur di evitare di affrontare le violente emozioni che lo investivano, e l’unica cosa che funzionava erano gli stupefacenti. Morta la madre, James, senza nulla se non la sua chitarra, torna a Londra dove vive senza un tetto sulla testa, e rimedia gli spiccioli che gli permettono di sopravvivere – e comprarsi la “roba” – suonando la sua chitarra e cantando nei pressi del Covent Garden.

Suo padre si è creato una nuova famiglia, e la sua nuova moglie gli impedisce di frequentare suo figlio di primo letto, visto che è un tossicodipendente. L’unica persona che si occupa e preoccupa di lui è Val, l’assistente sociale. E’ lei infatti che lo ha convinto ad abbandonare l’eroina per il metadone. Ed è lei che quando James ricade nella trappola mortale dell’eroina, gli offre un’ultima possibilità, riuscendo a fornirgli anche un piccolo appartamento in periferia.

Poco dopo essersi trasferito e mentre si sta facendo un bagno con l’acqua calda – cosa che non gli capitava da molto tempo – James sente dei rumori dalla cucina. Spaventato esce dall’acqua e, armato del suo anfibio, si reca in cucina dove trova però un bel gatto randagio che, entrato dalla finestra, gli sta mangiando i cereali, l’unico cibo presente nell’appartamento.

James non è capace neanche di occuparsi di se stesso e quindi, dopo averlo sfamato e battezzato Bob – in omaggio a Killer Bob de “I segreti di Twin Peaks” – lo manda via. Il giorno dopo però, lo stesso gattone rosso torna da lui con una brutta ferita tipica da zuffa felina. James decide di sacrificare i suoi miseri risparmi per portare l’animale dal veterinario e compragli le costose medicine.

Una volta guarito Bob decide di seguire James al lavoro sistemandosi sulle sue spalle. La cosa attira numerose persone e gli spiccioli che James rimedia cantando diventano sempre più consistenti… ma soprattutto Bob dona a James amore e dignità, che sono alla base per trovare il rispetto per se stessi e la voglia di vivere.

Questa piccola ma allo stesso tempo emozionante storia ha il pregio di essere vera, visto che James Bowen esiste veramente e dopo essere stato il protagonista di un articolo è diventato l’autore del best seller internazionale autobiografico che in originale è “A Street Cat Named Bob” edito nel 2010.

Roger Spottiswoode dirige con garbo ed eleganza questo adattamento cinematografico – scritto da Tim John e Maria Nation – in cui spicca Luke Treadaway nei panni di James, ma soprattutto il vero gatto Bob in quelli di …Bob.

Un inno ai nostri amici a quattro zampe, felini o canini, che tanto spesso ci amano davvero per quello che siamo e senza riserve, cosa che non fanno altrettanto spesso i nostri “compagni di specie”.

Per la chicca: alla fine del film, quando James/Treadaway presenta il suo libro, fra i primi fan a complimentarsi con lui c’è il vero James Bowen.

“Erik il vichingo” di Terry Jones

“Erik il vichingo” di Terry Jones

(UK/Svezia, 1989)

Il poliedrico Terry Jones (1942-2020) oltre ad essere stato uno dei fondatori dei mitici Monty Python, è stato uno scrittore, uno sceneggiatore e un regista assai prolifico. Fra le sue molte opere, spicca la sceneggiatura del bellissimo “Labyrinth – Dove tutto è possibile” diretto da Jim Henson nel 1986.

Nel 1974 nasce Sally, la sua prima figlia, per la quale scrive una serie di racconti fantastici dedicati all’esploratore Erik il Vichingo che, con le illustrazioni di Michael Foreman, vengono pubblicati nella raccolta “The Saga of Erik the Viking” nel 1983.

Sulla scia del successo dei Monty Phyton e soprattutto di “Labyrinth – Dove tutto è possibile” viene chiesto a Jones di adattare e dirigere per il grande schermo i suoi racconti. 

La terra dei vichinghi è ormai da decenni avvolta in un manto perenne di nuvole: è calata l’era del Ragnarok. Il clan di Erik (Tim Robbins) vive saccheggiando senza pensare al domani, solo lui cerca di capire il vero senso della propria esistenza, suscitando le perplessità di suo nonno (Mickey Rooney). 

Così Erik interroga la strega Freya che gli rivela il compito che il fato ha in serbo per lui: ritrovare il grande corno magico e suonarlo tre volte. Con la prima verrà portato ad Asgaard, la dimora di Odino, di tutti gli altri Dei e dei vichinghi morti eroicamente in battaglia. Con la seconda soffiata sveglierà gli Dei ponendo fino all’era del Ragnarok. Con la terza potrà finalmente tornare nel suo villaggio. Ma per trovare il corno magico, Erik con il suo drakkar dovrà attraversare un mare …di pericoli.

Probabilmente, proprio perché autore dei racconti e della sceneggiatura, Jones non riesce a dare come regista quel ritmo continuo e incalzante che invece Henson dona a “Labyrinth”. Così il filo narrativo di “Erik il vichingo” in alcune scene sembra perdersi o arenarsi. Ma la pellicola possiede comunque il suo fascino. 

Primo perché gli effetti speciali e i “mostri” che incontra Erik nel suo viaggio fantastico sono fatti “a mano”, con trucchi e macchinari “pre” era digitale. Poi perché come protagonista Jones sceglie un giovane Tim Robbins che di lì a breve sarebbe diventato uno dei più rilevanti attori/registi di Hollywood. Ed infine perché il film è costellato da battute e gag tipiche dei Monty Python.

Negli extra del dvd che è reperibile nel nostro mercato è presente un gustosissimo “Making of” in cui vengono illustrati i vari effetti speciali usati nella pellicola; oltre a un breve documentario con le interviste al regista e ai vari protagonisti fra cui Robbins e il grande John Cleese che veste i panni del terribile vichingo Halfdan il Nero. A proposito dell’influenza dei Monty Phyton nel film, Cleese nel documentario racconta in maniera irresistibile come, per interpretare lo spietato e avido Halfdan che vuole uccidere tutti i bambini del villaggio di Erik, si sia ispirato …ad un noto e flemmatico banchiere inglese.

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“Ad Astra” di James Gray

(USA/Brasile/Rep. Pop. Cinese, 2019)

Questa storia potrebbe essere ambientata in qualsiasi epoca, perché i protagonisti consumano le loro esistenze e i loro drammi interiori sotto i bagliori delle stelle, così come facevano i nostri antenati nei millenni passati.

Così il dramma interiore dell’astronauta Roy McBride (un bravissimo Brad Pitt) è il rapporto irrisolto col padre H. Clifford McBride (Tommy Lee Jones). Clifford è l’astronauta più famoso nella storia, è stato il primo uomo a vedere Giove e il primo a vedere Saturno. Quasi trent’anni prima è partito al comando della spedizione LIMA alla ricerca di vita extraterrestre.

Sedici anni prima, però, l’astronave su cui era a bordo è scomparsa inghiottendo insieme a lui tutto il suo equipaggio. Ma il maggiore Roy McBride è stato addestrato a controllare le proprie emozioni, vivendo la propria esistenza a compartimenti stagni, esternando al minimo i propri sentimenti.

Se per questo è un astronauta modello, come marito invece lascia molto a desiderare, infatti sua moglie Eve (Liv Tyler) non riesce a stargli serenamente accanto. L’unico segno che il mondo ha per intuire il dolore provocato dall’irrisolto rapporto col padre è che Roy, proprio per la sua professione, non ha voluto espressamente figli.

Quando però dallo spazio profondo giungono incredibilmente notizie di Clifford, Roy non può più evitare di fare i conti con se stesso…

Scritto dallo stesso James Grey assieme a Ethan Gross “Ad Astra”, così come “Gravity” di Alfonso Cuaròn e “Interstellar” di Christopher Nolan, è ambientato nello spazio cosmico, ma ci parla di sentimenti umani profondi, alla base dell’esistenza di ognuno di noi.

Forse non come le pellicole di Cuaròn e Nolan, ma da vedere anche solo per l’interpretazione di Brad Pitt, davvero …stellare.

“Cognome e nome: Lacombe Lucien” di Louis Malle

(Italia/Francia/Germania Ovest, 1974)

Agli inizi degli anni Sessanta Louis Malle si trovava in Algeria per seguire le vicende finali di quella che comunemente è chiamata la Guerra d’Algeria, e che portò all’indipendenza dai suoi storici colonizzatori d’oltralpe il Paese magrebino.

Una notte, racconta lo stesso Malle, divise la stanza con un anonimo uomo con gli occhiali e dall’aspetto grigio e insignificante, tipico da “impiegato del Catasto” (direbbe qualcuno ignorando colpevolmente i solerti lavoratori presso tali uffici). Questo ometto senza il minimo carisma lavorava per il Governo francese, per il quale “recuperava” informazioni dai prigionieri. Ovvero era un torturatore a tutti gli effetti. Quello che più impressionò Malle era la terrificante banalità del male che quell’uomo incarnava.

Decise così di girare un film sull’argomento, ma la Guerra d’Algeria si stava allora chiudendo e lui era a conoscenza soprattutto delle “ragioni” francesi. Scelse così l’epoca finale del regime filo nazista di Vichy, quello presieduto dal maresciallo Pétain nella Francia spaccata del 1944.

Lucien (un bravo Pierre Blaise che perirà in un incidente automobilistico pochi mesi dopo aver concluso le riprese, vicenda la sua simile a quella di Alessandro Momo dopo “Profumo di donna” di Risi) è un diciassettenne che lavora come sguattero nell’ospizio di una piccola cittadina nel sud ovest, nei pressi del confine con la Spagna. Suo padre è stato fatto prigioniero dai tedeschi e un pomeriggio, tornando nel paesino dove i suoi genitori gestiscono una fattoria, scopre che sua madre ha una relazione col padrone delle terre.

Senza più nessun punto di riferimento, il giovane decide di abbandonare tutto e raggiungere i partigiani, sperando così in un’affermazione personale e in una vera e propria identità sociale. Ma il maestro di scuola del paesino, che clandestinamente è anche uno dei capi locali della Resistenza, lo rifiuta perché troppo giovane, ignorante e scostante.

Sconsolato, Lucien decide tornare in città ma sulla strada buca una gomma della bicicletta, cosa che lo fa arrivare a destinazione ore dopo il coprifuoco. Il giovane così, passando davanti all’albergo occupato dal comando cittadino della Gestapo, viene fermato. I collaborazionisti intuiscono subito la sua ingenuità e lo seducono ostentando il loro potere, la bella vita, le donne e i soldi facili. Lucien così racconta loro del maestro di scuola del suo paesino che subito viene arrestato.

Il giovane Lacombe viene reclutato ufficialmente nella Polizia tedesca che subito gli regala un distintivo e una pistola. Seguendo uno dei suoi capi, Lucien s’imbatte nel sarto parigino Albert Horn (il bravissimo Holger Löwenadler), e soprattutto in sua figlia adolescente France (Aurore Clément).

Gli Horn, di religione ebraica, fuggendo da Parigi si sono rifugiati clandestinamente nella piccola città di provincia. Lucien s’invaghisce di France e così inizia a frequentare sempre più spesso la casa del sarto. Ma gli Alleati sbarcano in Normandia e la guerra sembra finalmente volgere al termine…

Splendido film del maestro francese Malle che racconta superbamente la storia di un giovane semplice e rozzo, che viene sedotto dal lato feroce e oscuro della società proprio per la sua ingenuità, che gli farà compiere atti atroci e ignobili. Cosa che tragicamente è tornata tanto attuale.

Scritto dallo stesso Malle assieme a Patrick Modiano, Fabio Rinaudo e Margherete von Trotta “Cognome e nome: Lacombe Lucien” è davvero un film immortale che venne candidato all’Oscar come miglior pellicola straniera, e battuto solo dall’”Amarcord” di Fellini.

Deve essere ricordato, inoltre, il produttore Franco Cristaldi, forse il più geniale e illuminato del nostro cinema, senza nulla togliere a Ponti e De Laurentiis. Nel cast appare anche una bravissima Ave Nichi, tanto per farci tornare in mente quanto fosse brava e la sua recitazione davvero internazionale.

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“La profezia dell’armadillo” di Emanuele Scaringi

(Italia, 2018)

Approda sul grande schermo il primo libro a fumetti firmato da Zerocalcare (al secolo Michele Rech) nel 2012. 

Se può sembrare semplice adattare per il cinema un fumetto – all’estero gli esempi sono a centinaia, anche fatti da campioni d’incassi planetari – le strisce di Zerocalcare, intimiste e apparentemente minimaliste, erano invece una sfida ben più complessa.

Valerio Mastandrea, Oscar Glioti, Johnny Palomba e lo stesso Zerocalcare ci riescono egregiamente, scrivendo una gradevole e divertente sceneggiatura, al tempo stesso molto fedele ai fumetti originali. 

Ci catapultiamo così nella Roma dei quartieri immensi e delle periferie sconfinate. Una città divisa fra Roma Nord, Roma Sud, e il Centro. Tre parti che non simboleggiano tanto una frattura geografica, ma tre modi distinti e ben diversi di essere e di vivere la metropoli (…non chiedetemi quale preferisco, perché so’ de Roma Nord).

In questa città millenaria e drammaticamente dispersiva vive il ventisettenne Zero (Simone Liberati), che sbarca il lunario come disegnatore, fumettista, insegnate di francese e sondaggista.

I punti di riferimento nella sua vita sono pochi ma “boni”: Secco (Pietro Castellitto) il suo storico compagno di classe, sua madre (Laura Morante) e l’Armadillo (Valentino Aprea) che divide con lui l’appartamento, le esperienze più dure (molte) e quelle più piacevoli (poche). Ma, soprattutto, l’Armadillo condivide con Zero il suo cervello, visto che solo lui può vederlo e parlarci.   

Quando una parte sopita ma importante della passata (…quasi tutta) adolescenza torna perentoriamente nella sua vita, Zero deve rimboccarsi le maniche… 

Un piccolo gioiellino contemporaneo – con una regia davvero sfiziosa – che ci parla della nostra società, di come vorremmo essere e di come siamo in realtà.

Al di là delle apparenze, che lo vorrebbero erroneamente adatto solo a un pubblico romano, “La profezia dell’armadillo” – come le strisce di Zerocalcare – potrebbe raccontare tranquillamente la storia di un trentenne italiano che vive genericamente ovunque, o come canta la Carrà: “…Da Trieste in giù!”, con relativo accento.

A proposito di accento, agli autori del film bisogna solo chiedere una cosa: …perché ve sete scordati de mettece er Cinghiale!?

“La leggenda del serpente bianco” di Taiji Yabushita

(Giappone, 1958)

Il 22 ottobre del 1958 esce nelle sale cinematografiche giapponesi “La leggenda del serpente bianco” diretto da Taiji Yabushita. Il film, oltre ad essere il primo lungometraggio animato a colori mai prodotto nel Paese del Sol Levante, è di fatto il primo vero e proprio anime nella storia del cinema.

A produrlo è la Toei Dōga (oggi Toei Animation) che riesce in quello che, nell’intervallo fra le due guerre, alcuni studi giapponesi avevano vanamente provato a fare. Come soggetto viene scelta un’antica leggenda cinese adattata per lo schermo da Shin Uehara.

La scelta non è casuale, anzi è uno dei primi veri e propri tentativi mediatici di riconciliazione del popolo giapponese con quello cinese, divisi tragicamente dagli eventi della Seconda Guerra Mondiale. L’impresa è titanica, con un budget di oltre 40 milioni di yen e quasi due anni di lavorazione che producono ben 214.154 disegni. Il risultato è straordinario: una vera e propria opera d’arte realizzata unendo le tecniche classiche dell’animazione a quelle d’avanguardia.   

Il piccolo Xu Xian compra al mercato un giovane serpente bianco che però i suoi genitori, e tutti gli altri adulti del villaggio, lo costringono ad abbandonare nei campi. Una notte, alcuni anni dopo, il serpente si trasforma in Bai Niang, una bellissima ragazza, che vuole a tutti i costi tornare da Xu Xian, ormai divenuto ragazzo. Ma…

Davvero un’opera notevole e ancora affascinante, dove ogni disegno sarebbe da incorniciare ed esporre in un museo. Non è un caso, quindi, che il 22 ottobre è considerato il “compleanno” del cinema d’animazione giapponese.  

Presentata alla Mostra del Cinema di Venezia del 1959, la pellicola viene premiata con il Diploma speciale per i film a soggetto per i ragazzi da 13 a 18 anni.

Il dvd, disponibile nel nostro mercato, presenta la versione originale con sottotitoli in italiano. Ma nella sezione degli extra c’è la versione con il sonoro in italiano eseguito appositamente dalla RAI, e trasmesso sul Secondo Canale il 12 dicembre del 1970 nel corso di “Mille e una sera”, un programma per ragazzi creato in risposta della mitica “Canzonissima”. Purtroppo però una buona parte del doppiaggio – basato soprattutto sulla voce narrante e l’oversound per le canzoni – è andata perduta, e così nelle parti mancanti sono presenti i sottotitoli.      

Sempre negli extra è inserito il trailer originale del film con alcune immagini e una breve presentazione di Hiroshi Ōkawa, allora presidente della Toei Dōga, che parla con – meritato – orgoglio dell’opera prodotta.

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“Jojo Rabbit” di Taika Waititi

(Nuova Zelanda/USA/Repubblica Ceca, 2019)

Nel 2004 la scrittrice neozelandese/belga – di origini italiane – Christine Leunens pubblica il romanzo “Come semi d’autunno” ambientato nella Vienna della fine della Seconda Guerra Mondiale, il cui protagonista è il diciassettenne Johannes Betzler.

Nel 2019 il regista e attore neozelandese Taika Waititi (scelto dalla Disney per dirigere “Thor: Ragnarok”) decide di portarlo sullo schermo, realizzando un film surreale ma allo stesso tempo molto bello e doloroso.

Johannes Betzler è un bambino di dieci anni affascinato dal grande leader supremo del suo invincibile Paese: Adolf Hitler. Johannes, che tutti chiamano Jojo, fa parte della gioventù hitleriana e vive nella Vienna del 1945, dove già si respira l’aria dell’inevitabile e disastrosa sconfitta, e proprio per questo il clima è disperato e feroce.

Ogni piccola decisione della sua giornata Jojo la stabilisce proprio insieme a Hitler (lo stesso Waititi) o meglio, al Führer immaginario che gli parla quasi continuamente nella sua testa. Come gli altri coetanei, Jojo viene mandato in un campo di addestramento comandato dal Capitano Klenzendorf (un bravissimo Sam Rockwell) che, avendo perso un occhio in battaglia, non è più abile a combattere in prima linea. Per dimostrare di essere coraggioso come gli altri Jojo si ferisce gravemente con una granata.

Tornato a casa, grazie alle cure di sua madre Rosie (una davvero brava Scarlett Johansson che per la sua interpretazione è candidata all’Oscar come miglior attrice non protagonista) Jojo torna a camminare e, nonostante la brutte ferite al volto, anche ad uscire di casa. Il suo mondo però vacilla pericolosamente quando scopre che proprio Rosie ospita clandestinamente in casa una giovane ragazza ebrea…

Con toni che ricordano quelli de “La vita è bella”, Waititi ci racconta la dura infanzia di un bambino che ha la sola colpa di essere nato nel momento sbagliato e nel posto sbagliato, cosa tanto attuale quanto tragica, come ci ricorda Zalone nel suo “Tolo tolo”.

La storia – soprattutto quella del libro – è molto vicina a quella del bellissimo romanzo “Situazione disperata… ma non seria” scritto da Robert Shaw nel 1960 con il titolo originale “The Hiding Place”, ma se allora il ricordo del conflitto mondiale era alle spalle, oggi Waititi ci ricorda come il pericolo di un conflitto e delle sue tragiche conseguenze siano drammaticamente vicino, sia nello spazio che nel tempo.

E che, soprattutto, la cosa dipende da noi.  

“Piccole donne” di Greta Gerwig

(USA, 2019)

La giovane cineasta americana Greta Gerwig scrive e dirige il settimo adattamento cinematografico di “Piccole donne”, il romanzo più famoso della scrittrice Louisa May Alcott (1832-1888).

In realtà la Gerwing accorpa in questo film anche i seguiti del romanzo: “Piccole donne crescono”, “Piccoli uomini” e “I ragazzi di Jo”. Ma, soprattutto, la Gerwig attualizza in maniera davvero efficace il libro, e la vera vita della Alcott, che incarnano da oltre centocinquant’anni i primi veri simboli del femminismo moderno.

Dopo l’inglese Aphra Behn (1640-1689) la prima donna nella storia dell’Occidente ad essere pagata per i suoi scritti, la Alcott è indubbiamente ancora oggi un emblema dell’emancipazione femminile visto che, come diceva lei stessa: “…la donna non può ambire nella propria vita solo all’amore”.

Con un cast di altissimo livello, su cui spicca senza dubbio Saoirse Ronan nei panni di Jo, e che comprende tra gli altri Meryl Streep, Emma Watson, Laura Dern e Chris Cooper, la Gerwig realizza un bel film attualissimo e coinvolgente, così com’è l’opera della Alcott.

L’ottima prova della Ronan (che sempre diretta dalla Gerwig ha interpretato il delizioso “Ladybird” nel 2017) sembra incoronarla come nuova stella eclettica del cinema americano, sulla scia proprio di una delle attrici più brave di sempre come Meryl Streep.

A proposito del forte legame che l’opera della Alcott ha ancora oggi con la scrittura vera e propria, la Gerwig fa interpretare non a caso la parte del signor Dashwood (il primo editore del romanzo) a Tracy Letts attore e drammaturgo americano, vincitore del Premio Pulitzer per l’opera teatrale “Agosto: foto di famiglia” del 2007, da cui John Wells ha tratto il bellissimo film “I segreti di Osage County” nel 2013, nel cui cast splende una superba Meryl Streep accanto, fra gli altri, allo stesso Chris Cooper.

“Pinocchio” di Matteo Garrone

(Italia/Francia/Inghilterra, 2019)

Uno dei nostri migliori – e più internazionali – attuali registi porta sullo schermo, dopo la Divina Commedia, forse l’opera letteraria italiana più famosa al mondo. Così famosa da diventare molto difficile da adattare sia per il cinema che per il teatro.

Fra le numerose trasposizioni poco riuscite, oltre a quella di Benigni, c’è anche quella fatta da Walt Disney nel 1940 che, rimanendo una vera e propria opera d’arte a livello di disegni, come sceneggiatura presenta numerose lacune.

Il primo regista che riesce a portare sullo schermo – si tratta però di quello piccolo… – l’opera di Carlo Lorenzini alias Carlo Collodi, rimanendo fedele al testo e centrando l’anima della storia è stato Luigi Comencini che nel 1972 realizza lo splendido sceneggiato televisivo “Le avventure di Pinocchio”.

E proprio alle atmosfere create da Comencini si ispira quest’opera di Garrone, scritta assieme a Massimo Ceccherini. Il volto di Geppetto è quello di Roberto Benigni che da vero uomo dello spettacolo – è giusto riconoscerlo – accetta una sfida assai insidiosa dopo il flop del suo di “Pinocchio”. Ma Benigni ci regala un Geppetto molto fedele al libro, davvero da attore maturo.

Il volto di Pinocchio è quello del giovane Federico Ielapi, davvero molto bravo e truccato superbamente da burattino. Completano il cast un grande Gigi Proietti nei panni di Mangiafuoco, Rocco Papaleo e lo stesso Ceccherini in quelli del Gatto e della Volpe, e Marine Vacth in quello della Fata Turchina adulta. Da ricordare anche l’interpretazione del bravo Teco Celio nei panni del Giudice Gorilla.

Con una bellissima fotografia diretta da Nicolaj Brüel, Garrone ci racconta magistralmente una storia che conosciamo bene ma che non ci stanchiamo mai di rivivere.

Garrone – come dopo “Il racconto dei racconti”, sempre tratto da una grande e storica opera letteraria italiana – ci porta belle notizie per il nostro cinema.