Ma che davvero? …Adesso pure a Natale bisogna pensare? …E no, basta …un pò di tregua.
Ora dobbiamo ricordare quelli meno fortunati di noi anche durante le festività natalizie? Non ci possiamo permettere neanche il lusso di ingurgitare milioni di calorie, organizzando tossici rave party per il nostro colesterolo, senza essere costretti a riflettere sui drammi e le ingiustizie che ci circondano?
Allora che si festeggia a fare? D’altronde se uno sceglie di nascere in una nazione sfigata, o essere assunto in un’azienda gestita da incapaci o peggio criminali e viene sfruttato senza pietà noi che c’entriamo! Se uno perde il lavoro a causa di una pandemia planetaria, acuita da quattro sfigati che giravano senza mascherina prendendo in giro quelli che invece la usavano, noi che c’entriamo!
Il massimo dei problemi morali che vogliamo affrontare a Natale, che ormai inizia ai primi di Novembre, è la secolare dicotomia fra il panettone e il pandoro, e ci vogliamo patologicamente dimenticare tutte le ingiustizie e le storture intorno a noi. Basta con tutte queste tragedie, con questi reietti della società che non ci fanno gustare a pieno il torrone al cioccolato fondente. Lasciateci guardare in pace “Una poltrona per due” beatamente abbrutiti davanti alla tv.
E’ inutile che questo breve romanzo grafico sia stampato in un’elegante versione con la copertina rigida, e i disegni di Zerocalcare siano stati colorati da Alberto Madrigal: la digestione ce la rovina lo stesso!
Viva il colesterolo e lo strutto! Abbasso quel Grinch di Zerocalcare che per forza ci vuole fare pensare pure a Natale!
Elizabeth Jane Cochran (1864-1922) è stata una delle personalità più rilevanti del giornalismo americano e non solo. Figlia di un magistrato di un piccolo centro della Pennsylvania, poco dopo la prematura morte di questo, assistette alle violenze materiali e morali che la madre e i suoi fratelli subivano da parte del nuovo patrigno, un uomo alcolizzato e manesco. Testimoniò in prima persona, durante il processo di divorzio intentato dalla madre, le angherie subite durante il matrimonio.
Ventenne tentò la carriera di insegnate a Pittsburgh, ma quando lesse l’articolo “What Girls Are Good For” sul Pittsburgh Dispatch in cui un borioso giornalista elencava i veri e “sacri” compiti di una donna che nulla avevano a che fare con le suffragette o l’emancipazione femminile, non riuscì a trattenersi e scrisse una lettera di risposta senza usare mezzi termini.
Il direttore del giornale ne rimase così colpito da offrire alla Cochran di scrivere un articolo ufficiale di risposta per poi farla diventare una collaboratrice stabile della redazione. Ma una donna, ancora non sposata, che giocava a fare la giornalista non aveva la massima considerazione sociale e così per salvaguardare se stessa e i propri familiari optò per uno pseudonimo. Fra le canzoni più famose di quel periodo c’erano soprattutto quelle di Stephen Foster (autore per esempio di “Oh! Susanna”) e fra quelle “Nelly Was a Lady” e “Nelly Bly“. La Cochran scelse quest’ultima come pseudonimo, ma per un banale errore di battitura commesso dallo stesso direttore alla fine dell’articolo apparve sul giornale il nome “Nellie Bly”, che poi la donna trovò superfluo correggere.
La Bly aveva nel sangue quello che poi, grazie anche a lei, avrebbe preso il nome di giornalismo d’inchiesta, visto che amava trovare e intervistare le sue fonti direttamente sul campo. All’inizio ovviamente le poche donne che lavoravano nei giornali si occupavano esclusivamente di moda e costume, ma Nellie ruppe gli schemi grazie proprio alle sue coraggiose inchieste. Per quello che aveva subito da piccola e per la grave indigenza nella quale era cresciuta dopo la morte del padre, la Bly prediligeva denunciare gli abusi che subivano i più poveri e indifesi della società. Per questo denunciava sovente le drammatiche situazioni in cui erano costretti a lavorare gli operai.
Fu una delle pochissime giornaliste ad intervistare nel 1884 la prima candidata donna alla Casa Bianca, Belva Ann Lockwood avvocato (è grazie a lei se nel 1879 il Congresso approvò la parità formale dell’avvocatura femminile rispetto a quella maschile) che si era candidata conscia di non avere nessuna possibilità, ma soprattutto per “svegliare” le sue concittadine.
I suoi reportage, visto che erano sempre più seguiti, indispettirono i grandi industriali che iniziarono a fare sempre più pressione sui giornali che la pubblicavano. Così nel 1886 Nellie Bly si trasferì come corrispondente in Messico dove denunciò le pesanti condizioni sociali in cui viveva il popolo sotto la dittatura di Porfirio Diaz. Ovviamente Diaz divenne insofferente alla Bly che poco dopo fu costretta a tornare negli Stati Uniti. Lasciò il Pittsburgh Dispatch per trasferirsi a New York ed entrare nel “New York World”, il giornale diretto da Joseph Pulitzer.
Lo stesso Pulitzer le chiese di realizzare un reportage sul “New York City Mental Health Hospital” del quale si avevano notizie drammatiche ma mai dimostrate. Così la Bly prese una camera in affitto sotto falso nome fingendosi pazza e preda di continue crisi isteriche. La Polizia, chiamata dalla proprietaria della pensione, la consegnò immediatamente all’ospedale nel quale la donna passò dieci interminabili giorni. Per tirarla fuori ci vollero i legali del giornale. Il reportage che la Bly scrisse fece esplodere uno scandalo senza precedenti grazie al quale saltarono numerose poltrone fra politici e sanitari, ma soprattutto la città di New York decise poco dopo di stanziare un milione di dollari per la cura dei malati di mente. L’inchiesta è ancora oggi una pietra miliare del giornalismo americano tanto da ispirare ancora romanzi e film, come “Il corridoio della paura” diretto da Samuel Fuller nel 1963.
Nel 1888 Pulitzer volle sfidare Jules Verne sostenendo, attraverso il suo giornale, che era possibile ormai fare il giro del mondo in meno di 80 giorni. E per provarlo incarico Nellie Bly di compiere il viaggio. Nessuno lo credeva possibile, soprattutto per una donna sola, ma Nellie smentì tutti compiendolo in poco più di 72 giorni. Nel suo lungo viaggio, ad Amiens venne ricevuta dallo stesso Verne entusiasta. L’impatto fu planetario, basta pensare che l’abito che si era fatta confezionare appositamente la giornalista per il viaggio che era resistente, adatto a tutti i climi e austero, divenne quello più venduto e alla moda di quegli anni in tutti gli Stati Uniti e non solo. L’impresa si impresse nel profondo dell’immaginario collettivo tanto da essere continuamente citata o richiamata. Ne è un esempio il personaggio interpretato da Natalie Wood nell’intramontabile “La grande corsa” che Blake Edwards realizza nel 1966.
La Bly si sposò con un ricco industriale per il quale abbandonò la stampa. Alla morte del marito prese in mano le redini dell’industria di famiglia ma, a causa di un esperto truffatore e delle sue idee innovatrici fallì. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale la Bly fu la prima inviata di guerra donna della storia e seguì sul campo i fronti russo e serbo. Elizabeth Jane Cochran muore il 27 gennaio del 1922 a 57 anni per una polmonite. Il suo testamento spirituale si racchiude in una delle ultime frasi che scrisse prima di morire: “Non ho mai scritto una parola che non provenisse dal mio cuore. E mai lo farò”.
Questo graphic novel, il cui testo è firmato da Luciana Cimino mentre i disegni sono di Sergio Algozzino, ripercorre gli eventi salienti della vita della Bly attraverso un’intervista che una giovane studentessa le fa poco prima della sua morte.
Se i disegni sono molto belli e d’effetto, la sceneggiatura è fin troppo semplice e sintetica, ma rimane comunque una testimonianza su una delle donne più carismatiche, coraggiose e libere della nostra storia recente, che contribuì in maniera determinante ad accelerare la nascita del movimento di emancipazione della donna.
L’immortale Fabrizio De André canta nella sua splendida “Andrea”:
“…Il pozzo è profondo Più fondo del fondo degli occhi Della notte del pianto Lui disse ‘Mi basta, mi basta che sia Più profondo di me’…”
lanciando uno sguardo senza fine nel buco più profondo che abbiamo tutti nell’angolo più remoto di noi stessi. E così Zerocalcare torna a raccontarci dei suoi pensieri, dei suoi sogni e, soprattutto, dei suoi incubi irrisolti.
Come in “Un polpo alla gola“, in “Scheletri” Zerocalcare ci narra la dinamica che lo ha portato – suo malgrado e costretto coi denti dagli eventi – ad affrontare un enorme mostro che si era stabilito nella sua anima per molto tempo. Un’abominevole creatura cento volte più grande di quella che lo costringeva a mentire a sua madre in relazione al suo – inesistente – percorso universitario.
Nonostante la crudezza di alcuni eventi, Zerocalcare riesce come sempre a farci ridere e sorridere condendo la narrazione e i suoi disegni con battute e considerazioni molto spesso irresistibili. E poi “Scheletri”, come tutti gli altri volumi del suo autore, è anche un grande inno alla tolleranza e al rispetto verso gli altri, soprattutto quelli de Roma Est, che per me che so’ de Roma Nord, rimangono sempre un’enigma.
Chi non ha convissuto con un mostro simile almeno una volta nella vita: …è un bugiardo.
«Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice, invece, lo è a modo suo…» con questa grande ed immortale massima il maestro Tolstoj inizia lo splendido “Anna Karenina”; ed è appunto di una grande famiglia che, come tutte le altre ha avuto periodi felici e momenti tristi e tragici, che ci parla questo bellissimo romanzo di Paolo Levi (1919-1989).
Tutto parte da una grande fotografia color seppia scattata a Roma nel 1913, dove sono immortalati tutti i rami di un’antica e storica famiglia italiana di religione ebraica. Sandra, l’io narrante, grazie a pazienti studi di antiche lettere e racconti personali, ricostruisce le dinamiche e gli eventi salienti di ogni ramo, a partire dai primi dell’Ottocento e fino al 1984.
Ovviamente, la grande linea di demarcazione per tutti è la tragedia della Seconda Guerra Mondiale con la persecuzione nazi-fascista delle persone di religione ebraica e non solo. Sandra ci parla dei suoi genitori e della famiglia che lei ha creato insieme ad Enrico, conosciuto mentre era in esilio in Svizzera per scampare ai campi di concentramento.
Sandra ci racconta anche come, proprio a causa della guerra e della vile caccia spietata subita, la sua generazione sia la prima che si rifiuta di continuare a subire le persecuzione figlie dell’antisemitismo e a reagire. Quando lentamente i lutti e le profonde ferite fisiche e morali iniziano ad alleggerirsi, Sandra insieme a figli e marito, affronta il famigerato Boom economico e la società del “Benessere”, per poi approdare al ’68, ai bui anni Settanta e alla prima parte dei “luminosi” Ottanta, che però…
Levi ci regala un’indimenticabile romanzo storico e sociale, che ripercorre quasi due secoli di storia italiana, e che ci racconta da dentro l’essenza – croce e delizia… – dell’elemento alla base della nostra cultura: la famiglia.
Da leggere, anche se attualmente questo bel romanzo italiano è incredibilmente – e aggiungo pure vergognosamente – fuori catalogo, e reperibile solo nel mondo dell’usato.
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Per festeggiare i cinquant’anni dall’uscita nelle sale del mitico lungometraggio animato “VIP: mio fratello superuomo“, Minivip e Supervip sono tornano in una godibilissima avventura a fumetti.
Il nostro pianeta è quasi totalmente vittima dell’inquinamento dovuto all’uso sconsiderato dei combustibili fossili per assecondare gli spostamenti delle persone e delle merci. La situazione sembra senza speranza, anche per i fratelli supereroi Minivip e Supervip, visto poi che quest’ultimo è depresso dopo essere stato lasciato dalla sua storica compagna Lisa che lo considerava un ostacolo alla sua carriera di giornalista d’assalto.
Minivip invece è felice, nonostante la grave situazione del pianeta, perché la sua compagna Nervustrella è incinta. Ma il terribile inquinamento ha reso la Terra anche l’ambiente ideale per ospitare le uova della terribile Fertile Sempiterna, un gigantesco lucertolone che vive sul pianeta Sparky, che invece a causa della sua crescente umidità è diventato inadatto. Così la diabolica Fertile Sempiterna, grazie ai Via Vai – degli strumenti a forma di torcia elettrica in grado di spostare cose e esseri viventi in qualsiasi luogo dell’universo, senza l’ausilio di alcuna energia – decide di portare le sue uova sulla Terra dove, una volta schiuse, prenderanno il controllo totale. Ma sulla sua strada, il diabolico lucertolone, si imbatterà loro malgrado nei fratelli Vip…
Sfizioso sequel per i due fratelli supereroi nati dalla penna geniale di Bruno Bozzetto. La sceneggiatura di questo volume è stata scritta dallo stesso Bozzetto prendendo spunto dallo script per un film – mai prodotto – che aveva redatto insieme a Nicola Ioppolo. I disegni, davvero belli, sono firmati da Gregory Panaccione.
E’ proprio nei momenti più difficili e complicati che abbiamo bisogno dei supereroi. Minivip & Supervip magari non riusciranno a sconfiggere tutti i mali, ma almeno ci fanno ridere e sorridere, medicina fra le più importanti della storia.
Maledetto di uno Stephen King che anche questa volta non mi hai fatto dormire per finire di leggere il tuo romanzo!
Fin da quando lessi la prima volta “La zona morta”, caro il mio Fedele Scrittore, per poi passare a ”L’ombra dello scorpione”, allo strepitoso “It”, al claustrofobico “Il gioco di Gerald” – e potrei continuare per molto… – mi hai inchiodato alle tue pagine fino all’ultimo rigo. E anche questa volta non mi hai deluso.
In questo angosciante libro ci porti in uno degli incubi di quasi tutti i ragazzini: essere rapiti e allontanati dai propri genitori. Così il dodicenne Luke Ellis, bambino intellettualmente superdotato, in una oscura notte viene rapito dalla sua casa a Minneapolis per risvegliarsi in una sorta di Istituto, perso nei boschi del Maine, dove insieme ad alcuni suoi coetanei viene sottoposto a numerosi e misteriosi esami medici, che sono anche delle vere e proprie torture fisiche e mentali.
Coloro i quali tentano di ribellarsi vengono violentemente picchiati, e per renderli il più possibile remissivi, viene elargito loro alcol e tabacco. Luke non riesce a comprendere come degli adulti possano torturare e picchiare dei bambini e poi la sera tornare a casa come se nulla fosse. Ma la storia, purtroppo, gli ricorda come gli essere umani riescano ad abituarsi a tutto, come quando nazisti e fascisti sterminavano ebrei, disabili, omosessuali o zingari per poi tornare a casa e cenare o giocare con i propri figli.
Ma soprattutto Luke scopre che il motivo per cui è stato rapito non è il suo incredibile intelletto, ma un’altra cosa, che lui ha sempre considerato secondaria. E così i suoi aguzzini a commettono l’errore di considerare secondaria la sua straordinaria intelligenza…
Il Re ci regala un grande e inquietante romanzo che come ritmo e ansia si allinea ai suoi scritti migliori.
E adesso che ho finito questo tuo romanzo, caro Stephen King, come mi addormento?
Donald Edwin Edmund Westlake (1933-2008) è stato uno dei pilastri del romanzo giallo/noir americano. I protagonisti dei suoi libri sono spesso duri e implacabili. Ma viene ricordato anche come il primo grande autore ad aver inserito nelle sue trame e nei dialoghi dei suoi personaggi una marcata e spesso deliziosa ironia, tanto quasi da fondare un nuovo genere. E ancora oggi colpisce la modernità e l’irriverenza del suo stile.
Questo suo “Un bidone di guai” (“God Save the Mark” in originale) viene pubblicato la prima volta nel 1967. Il protagonista è Fred Fitch – che ci racconta tutto in prima persona… – è la classica vittima ideale di tutti i “bidonisti” di New York.
Non c’è piccola truffa della quale Fitch sia stato vittima, cosa che manda su tutte le furie il suo più caro amico Jack Reilly, un agente di Polizia, membro della Squadra B anti-truffe. Le cose prendono una piega inaspettata quando Fitch eredita in maniera del tutto inaspettata quasi quattrocentomila dollari da Matthew Grierson, un suo lontano zio mai conosciuto di persona. Visto poi che Grierson è stato ucciso…
Delizioso romanzo giallo, godibile fino all’ultima pagina dove ci arriviamo sorridendo, dopo aver vissuto un colpo di scena dietro l’altro.
Westlake è anche l’autore del romanzo “Anonima carogne” del 1962 del quale John Boorman realizza nel 1966 l’adattamento cinematografico “Senza un attimo di tregua“.
Tutti, nella nostra infanzia, abbiamo subito o vissuto un trauma (piccolo o grande che possa essere stato) che per “sopravvivere” abbiamo cercato di nascondere il più profondamente possibile all’interno della nostra anima.
E così Zerocalcare ci racconta il suo, accadutogli ai tempi della scuola dell’obbligo, e le cui conseguenze lo hanno accompagnato fino alle soglie della maturità. Maturità che ovviamente per molti non arriva mai…
Lo sappiamo bene (visto che lo siamo stati tutti) che i bambini possono essere assai crudeli e spietati, ed è così che molto spesso nascono i traumi della nostra infanzia. E’ per salvarsi da uno di questi che il piccolo Zerocalcare, suo malgrado, diventa uno strumento del destino cinico e baro che scaglia tutti i suoi implacabili dardi contro una sua compagna di classe…
Deliziosa storia a fumetti con un finale a sorpresa, che ci parla di come sono state faticose, difficili e soprattutto “pericolose” le nostre infanzie e le nostre adolescenze.
Cosimo Cras è il direttore di quello che noi oggi chiameremo Marketing di una grande e prolifica azienda che ha sede a Milano. Sposato con Madly e con due figli adolescenti (che lui chiama Gempa e Gempo), Cosimo però è “morto di routine” e detesta le situazioni e i classici luoghi comuni tanto da essere quasi ossessionato dal redigere un Prontuario delle Frasi Comuni.
Così decide di morire per poter abbandonare la sua banale e ripetitiva esistenza. Ma non intende certo morire davvero. Il Cras vuole proseguire la sua vita da misantropo, chiuso in un piccolo convento a Laveno, nel cui cimitero viene tumulata la sua bara vuota. Ogni settimana, così, sbirciando da dietro la sua lapide – alla quale si accede dall’interno del convento – saluta di nascosto i suoi figli e sua moglie, che lo ha assecondato ma certo non condivide la sua remissiva scelta.
Anche se il Cras ha ingannato i suoi amici e i suoi colleghi, non lo ha fatto per soldi, visto che si è dimesso prima di maturare la pensione. E la piccola attività commerciale di sua moglie garantisce a lei e ai loro figli un tenore di vita più che accettabile. Cosimo la ha fatto quindi solo perché stanco di vivere e soprattutto per dedicarsi esclusivamente alla redazione del suo Prontuario.
Ma parafrasando il grande John Lennon: “La vita è quello che ti capita mentre stai facendo altri progetti” e così i progetti di Cosimo, anche se nascosto e isolato nel vecchio convento, cozzeranno con la realtà…
Delizioso e originale romanzo di Umberto Domina (1921-2006), fra i nostri più arguti umoristi e autori, che dopo “Contiene frutta secca” torna a divertirci raccontandoci la storia di un uomo stanco …di essere stanco. L’arte di Domina, oltre alla sua immortale ironia, rende questo romanzo, che compie giusti giusti quarant’anni, ancora incredibilmente attuale.
Terminato nell’ottobre del 1966, questo bel romanzo del maestro Simenon ci porta dentro la vita intima di una coppia insolita.
Emile Bouin è un figlio del popolo che nella vita ha fatto l’ispettore di cantiere per il Comune di Parigi. E’ stato sposato con Angèle, una donna che come lui veniva dal popolo, e che come lui amava la buona cucina, il sesso e la vita.
Non avendo avuto figli, quando Angèle è vittima di un incidente stradale, Emile rimane solo. La solitudine aumenta il giorno che va in pensione e così cambia abitazione, prendendo una camera in affitto presso una casa nel vicolo Doise.
Un pomeriggio, mentre è alla finestra, la signora che abita nella casa difronte alla sua, intravedendolo, gli chiede aiuto: un tubo nel bagno si è rotto e le sta allagando casa. Emile interviene, sistema la perdita e da quel giorno inizia a frequentare la casa di Marguerite Doise.
Anche lei vedova, ma proveniente da una delle famiglie più in vista della Parigi di qualche decennio prima. Suo nonno, infatti, è stato il fondatore della famosa industria dolciaria Doise (che adesso ha altri proprietari), ed è stato sempre lui a costruire tutte le case a schiera nel vicolo che poi ha preso il suo nome.
Emile e Marguerite alla fine si sposano, ma il loro matrimonio è destinato ad essere molto simile all’impossibile rapporto che hanno i loro rispettivi animali domestici: il gatto di Emile e il pappagallo di Marguerite.
Entrando magistralmente nelle “miserie” dell’animo umano, Simenon ci descrive la storia di un rapporto impossibile che vive all’ombra della morte. Quella dei rispettivi coniugi trapassati, così come di tutti gli altri loro parenti; quella che li attende presto entrambi, vista la loro età; e quella di una certa Parigi che loro stessi rappresentano, e che con loro stessi scomparirà.
Da leggere, come tutti i libri di Georges Simenon.
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