Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“Ponyo sulla scogliera” di Hayao Miyazaki

(Giappone, 2008)

Per scrivere questo capolavoro della cinematografia mondiale il maestro Hayao Miyazaki si è ispirato a “Iyaiyaen”, pubblicato per la prima volta nel 1962 ed esordio della scrittrice giapponese Rieko Nakagawa – classe 1935, autrice molto amata dal grande cineasta – e illustrato da Yuriko Omura, ma soprattutto a “La sirenetta” di Hans Christian Andersen.

Il mare quindi è il centro della storia, e Miyazaki ci dice che il mare è donna, non a caso la madre di Ponyo è Granmammare, l’anima stessa dell’immenso blu che da tempo immemore è la culla della vita sul nostro Pianeta.

Come in molti altri film del genio dello Studio Ghibli, sono le donne ad avere il ruolo cruciale nella storia. Oltre a Ponyo, Sōsuke è circondato da figure femminili determinate e determinanti, come sua madre Risa, la stessa Granmammare e le signore ospitate nella casa di riposo dove lavora la stessa Risa.

Gli uomini, invece, hanno un ruolo secondario, come Fujimoto, il padre di Ponyo che prima di diventare un mago degli abissi era un essere umano e che, pensando di fare del bene, ostacola in ogni modo il desiderio della figlia di diventare umana, figlia che si ostina a voler chiamare Brunilde.

O come Kōichi, il padre di Sōsuke, che osserva la fantastica storia del figlio solo da lontano perché impegnato nel suo lavoro di marinaio. Miyazaki ci ricorda che la Natura è donna, così come il mare – che gli uomini continuano ottusamente ad inquinare… – e li si possono apprezzare e vivere a pieno solo con un cuore gentile e rispettoso come quello di Sōsuke, capace di ascoltare e assecondare con amore Ponyo.

Sull’aspetto di Ponyo e di Sōsuke circolano molte voci e teorie, come quella che quest’ultimo abbia i lineamenti da bambino di Goro Miyazaki, figlio del regista. Quello che è certo, e che lo stesso Hayao Miyazaki ha affermato più volte, è che in ogni piccolo protagonista delle sue pellicole c’è tanto di lui stesso da bambino, che sognava di vivere le avventure più fantastiche ed emozionanti.

Un grande, instancabile e completo artista capace di condividere i suoi sogni e le sue paure come pochi altri, il cui genio ricorda non a caso quelli di Steven Spielberg e George Lucas.

Una pellicola d’amore e di formazione come poche altre. Un altro capolavoro indiscusso che il maestro Miyazaki ha regalato al mondo.

La deliziosa canzone dei titoli di coda nella nostra versione è stata tradotta ed eseguita da Fabio Liberatori – ex componente degli Stadio, musicista molto amato da Lucio Dalla e autore di numerose colonne sonore di pellicole italiane, come per esempio quelle di Carlo Verdone – e sua figlia Sara.

“Flee” di Jonas Poher Rasmussen

(Danimarca/Francia/Svezia/Norvegia/Paesi Bassi/UK/USA/Finlandia/Italia/Spagna/Estonia/Slovenia, 2022)

La traduzione del verbo inglese to flee è, nella nostra lingua, fuggire. E la storia che questo bellissimo e durissimo film d’animazione ci racconta è quella lunga e straziante di una fuga dalla propria casa, dal dolore e alla fine anche da se stesso di Amin, un giovane e molto apprezzato docente universitario danese, con un passato da migrante e rifugiato politico.

Amin ha 36 anni e sta per sposarsi col suo compagno, che intende comprare una casa in comune nella campagna presso Copenaghen. E forse è anche per questo, di fronte ad un evento così importante, che Amin sente l’esigenza di raccontare la sua storia, quella vera, e non quella che è scritta nel suo fascicolo.

Così accetta di fare una lunga intervista ad un suo ex compagno delle superiori divenuto nel frattempo un regista, chiaro alter ego di Jonas Poher Rasmussen. Amin è nato negli anni Settanta a Kabul. Durante la sua infanzia in Afghanistan avviene il colpo di stato che porta il Partito Comunista nazionale a prendere il potere. Suo padre, pilota militare, viene epurato e pochi mesi dopo viene arrestato come nemico del popolo.

Tre mesi dopo la famiglia di Amin perde definitivamente le sue tracce, perché l’uomo è letteralmente scomparso nel nulla. Qualche anno dopo la situazione politica dell’Afghanistan cambia nuovamente e le truppe dell’U.R.S.S. che lo avevano invaso iniziano i loro ritiro, lasciando sempre più campo ai talebani armati indirettamente degli Stati Uniti. Col passare del tempo il pericolo di feroci e sanguinarie ritorsioni è concreto, e così la famiglia di Amin decide di lasciare definitivamente il Paese. L’unica nazione disposta a fornire loro un visto turistico è la ex Unione Sovietica che è appena tornata a chiamarsi Russia.

Amin, sua madre, le sue due sorelle e il fratello più grande vengono sistemati in un piccolo appartamento popolare a Mosca, in attesa di raggiungere il fratello maggiore in Svezia, che è anche l’unica fonte di reddito di tutti. E sarà lui, dall’Europa, a contattare e pagare i mercanti di essere umani cercando disperatamente di riunire in Svezia tutta la famiglia.

Intanto, scaduto il permesso di soggiorno, la vita a Mosca diventa terribile perché la corruzione detta legge in ogni ambito pubblico, soprattutto fra la Polizia che va letteralmente a caccia dei migranti clandestini per ricattarli, prendergli i soldi o …la dignità.

Iniziano così per Amin e i suoi cari i cosiddetti i viaggi della “speranza” che si rivelano sempre atroci e terrificanti sfruttamenti di esseri umani che fuggono da situazioni altrettanto tragiche e terribili. Quando, finalmente, Amin ancora minorenne riesce a raggiungere l’Europa, e in particolare la Danimarca, come ordinatogli dall’uomo che lo ha aiutato a viaggiare clandestinamente, racconta a chi lo accoglie che tutta la sua famiglia è stata uccisa in Afghanistan e lui è rimasto solo al mondo…

La storia di Amin (il cui nome è fittizio per tutelarne la privacy e la sicurezza) è una vicenda ancora tragicamente attuale. I nostri mari sono divenuti e continuano a diventare la tomba senza fondo di numerosi esseri umani che tentano di raggiungere la nostre coste con la speranza di poter iniziare una nuova esistenza, fuggendo da una realtà atroce e sanguinaria.

Per non parlare dell’Afghanistan la cui storia attuale ricalca esattamente quella raccontata da Amin e risalente a tre decenni fa. Le immagini delle migliaia di persone in fuga che cercano di seguire disperatamente le truppe americane che si ritirano lasciando il Paese in mano ai talebani, risalgono solo a due anni fa.

Le enormi disparità sociali ed economiche che ancora contraddistinguono il nostro Pianeta sono il motore delle enormi migrazioni umane che hanno come terra promessa soprattutto l’Occidente. Occidente che è al tempo stesso il grande responsabile di tali disparità, e che troppo spesso come unica risposta alza muri e chiude porti.

E per far accettare tale strategia all’opinione pubblica è necessario che i migranti che arrivano siano una massa anonima e informe, da contenere e isolare. Questo film, invece, raccontandoci la storia di un ragazzino ci illumina, rompendo l’ipocrisia della “massa informe” che a tanti fa così comodo per chetare la propria coscienza.

Così, anche nel nostro Paese che ha indiscutibilmente radici cristiane tolleranti e d’accoglienza, c’è ancora chi usa lo spauracchio degli immigrati per i propri scopi politici o economici. Il problema ancora più grave è chi asseconda tali soggetti.

“Flee” ha vinto, giustamente, molti premi in numerose manifestazioni in tutto il mondo fra cui spiccano: il Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival e tre candidature agli Oscar.

Da vedere e far vedere a scuola.

“A testa bassa” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 1994)

Apparso per la prima volta nella primavera del 1990 sul “The New Yorker” questo “A testa bassa” è uno degli scritti più atipici del Re Stephen King. E’ lui stesso, nella breve introduzione di tre righe, a dircelo.

Il Re ci comunica che quello che stiamo per leggere non è un suo “solito” racconto, ma un saggio. Così ci troviamo sul campo con la squadra di baseball della Bangor West che milita in una delle categorie minori della Little League, la federazione che cura i campionati giovanili americani.

I giocatori della Bangor West hanno tutti fra i dodici e i tredici anni, e rappresentano la scuola omonima che frequentano. Fra questi c’è un ragazzino che a soli tredici anni è già alto abbondantemente sopra il metro e ottanta, si chiama Owen King, ed il padre è uno scrittore di “…una qualche rilevanza”, come ci descrive l’autore stesso.

La Bangor West è arrivata alle finali statali solo molti anni prima, e così nella stagione 1988-1989 non parte certo fra le più favorite, visto poi che sulla carta non ha nessun giovanissimo talento in lista, come invece altre scuole del Maine. Ma il genitore/accompagnatore Stephen King, come d’altronde lo staff tecnico della squadra, intuisce che fra i ragazzi si potrebbe creare quell’alchimia che in campo sportivo può portare molto lontano…

Il Re ci racconta, in maniera travolgente, l’epilogo della stagione sportiva di una squadra giovanile i cui membri si devono dividere fra i compiti, le rispettive dinamiche familiari – alcuni saranno costretti a mancare le partire più importanti per seguire i propri cari in vacanza – e il diamante del campo.

Ma soprattutto King ci racconta l’anima dello sport, quello giocato su campi in pozzolana, rappezzati e al limite del regolamento, da squadre che indossano divise raffazzonate e mangiano panini preparati molte ore prima dai genitori.

E’ fra loro che si può respirare però la purezza dello sport nel senso più alto, dove non ci sono premi in denaro da vincere, ma al massimo un hamburger e delle patatine fritte offerte dal coach dopo la partita. Lo stesso scrittore ci ricorda come, in quegli anni, il mondo auro del baseball professionistico americano di prima grandezza, è stato travolto da scandali e corruzione, un mondo lussuoso dove l’opulenza spesso soffoca il vero spirito sportivo.

Nonostante gli anni, questo “A testa bassa” ancora ci fa riflettere sullo sport contemporaneo, ormai troppo spesso diventato una ricca multinazionale. Ma ogni tanto anche noi, abituati a ingaggi multimilionari di giocatori di calcio (per esempio), rimaniamo incantati dalla performance di un atleta o di una squadra che superano magistralmente tutti gli altri in una disciplina che troppi chiamano ancora “minore”.

Ma il termine “minore” è legato nel nostro Paese soprattutto al giro economico che ruota intorno alla disciplina. E così siamo abituati a considerare “minori” alcuni sport in cui noi italiani furoreggiamo e brilliamo da decenni, come la scherma ad esempio. Ma forse proprio lì, dove girano pochi soli o non ne girano affatto, possiamo ritrovare il vero e sano spirito sportivo che porta un essere umano, anche soli di tredici anni, a mettere piede su un campo o su una pedana e provare a spostare anche solo di un centimetro in avanti i propri limiti.

Questo “saggio” può fare da contraltare al bellissimo “Open – La mia storia” di André Agassi, in cui il campione statunitense ci parla con lucida freddezza degli enormi sacrifici che ha dovuto affrontare per diventare un grande campione.

Da leggere, come tutte le opere del Re.

“Il porto delle nebbie” di Georges Simenon

(Mondadori, 1958)

Pubblicato per la prima volta nel 1932 questo “Il porto delle nebbie” è il quindicesimo romanzo che il maestro Simenon dedica al suo commissario Maigret.

Fra le strade di Parigi viene ritrovato un uomo in evidente stato confusionale. Sulla testa ha una grande cicatrice ben curata, sulla quale i capelli sono stati accuratamente rasati. Ma a parte un cordiale sorriso, l’uomo non sa esprimersi.

Partono così i fonogrammi e i telegrammi in tutto il Paese per verificare se sia una delle persone scomparse denunciate. Ma solo quando la sua fotografia appare sui giornali la Polizia riesce a identificarlo. Si tratta del capitano della marina mercantile Yves Joris, scomparso qualche mese prima dalla piccola località di Ouistreham, che di fatto è il porto Caen, città capoluogo del dipartimento del Calvados in Normandia.

Maigret così lo riaccompagna a casa assieme a Julie, la sua governante e colei che lo ha riconosciuto. Ma proprio la notte del suo rientro Joris viene avvelenato. Per Maigret è una sfida personale nella tragedia: proprio sotto i suoi occhi è stato commesso un crimine ai danni di una persona indifesa e ormai incapace di nuocere a chiunque.

Sotto un cielo cupo, piovoso e tetro si consuma l’inchiesta del commissario che, anche questa volta, dovrà indagare nell’anima dei sospetti, nelle loro debolezze e nei loro più profondi segreti, per scoperchiare la vicenda e individuare il colpevole.

Ma le difficoltà sono molte, a partire dal fatto che lui è un “contadino” – come si auto definisce – che deve impicciarsi e fare domande fra l’insondabile gente di mare che lo osserva sempre con molta diffidenza.

Ouistreham si è sviluppata attorno alla chiusa del “Canal de Caen à la Mer”, da cui passano tutte le imbarcazioni e i mercantili che raggiungono o lasciano il capoluogo del Calvados. E così tutta, o quasi, l’azione del romanzo si consuma intorno ad essa, come nel bellissimo “La casa dei Krull” che Simenon scriverà pochi anni dopo.

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“L’uomo che metteva in ordine il mondo” di Fredrik Backman

(Mondadori, 2014)

Lo svedese Fredrik Backman (classe 1981) è stato l’autore di un blog il cui protagonista era un sessantenne solitario e irascibile. Il blog ha riscosso un di enorme successo tanto da diventare un libro uscito in Svezia nel 2012 e, negli anni successivi, in molti altri paesi.

Ove ha 59 anni e vive da solo nella sua villetta a schiera in una città della Svezia. Molti lo considerano solo un vecchio rompiscatole, burbero e intollerante. Ma la sua vita non è stata sempre così.

Fino a circa sei mesi prima Ove era sposato con Sonja, il suo grande amore e l’unica persona, almeno fino al quel memento, che veramente aveva compreso tutto il suo essere e la sua essenza profonda.

Ma Sonja è stata stroncata da un tumore inesorabile, che ha lasciato Ove ancora più arrabbiato di prima. Quando poi nella società in cui lavora lo obbligano ad andare in pensione, Ove decide di farla finita e raggiungere così la sua tanto amata Sonja.

Ma a rovinare i piani funesti ci pensa Parvaneh, la sua nuova vicina. La donna, di origini iraniane, si è appena trasferita nella villetta accanto assieme a suo marito Patrick e alle sue due figlie e di tre e sette anni, e in grembo ha il terzo genito in arrivo.

L’uragano che si è trasferito nella casa adiacente alla sua costringe così Ove ad accettare di convivere anche con il disordine. L’ordine è stato sempre alla base della sua esistenza, è stata sempre la cosa a cui fare riferimento per non perdere la bussola e la linea dell’orizzonte.

Perché di tempeste Ove, fin da bambino, ne ha dovute affrontare tante. E proprio quando sembrava che l’esistenza non fosse altro che una lunga serie di terribili nubifragi, sulla sua strada è apparsa come in una favola Sonja. Per non parlare poi, molto tempo dopo, del gatto…

Delizioso romanzo che ci racconta, con una narrazione destrutturata, un uomo complicato che ha dovuto affrontare una vita davvero difficile. Ma Backman, come il suo implacabile protagonista, non da spazio a inutili sentimentalismi o a fronzoli emotivi, e con una godibilissima ironia ci disegna l’ottica di un uomo limpido e lineare – purtroppo per lui… – che stenta a integrarsi in una società che limpida e lineare non è.

E non azzardatevi a commuovervi, cazzarola …altrimenti Ove se la prenderebbe!

Da questo romanzo sono stati tratti i film “Mr. Ove” del 2015 diretto da Hannes Holm con Rolf Lassgård, e “Non così vicino” del 2023 di Marc Forster con Tom Hanks.

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“Monster’s Ball – L’ombra della vita” di Marc Forster

(USA, 2001)

Il patriarcato e l’intolleranza sono fra i più grandi limiti della nostra civiltà. Se servono a pochi per mantenere il loro status e, soprattutto, i loro privilegi, devastano e soffocano la vita di tutti gli altri, anche di coloro che, cresciuti con gli ideali sbagliati, sono convinti di essere nel giusto.

Hank Grotowski (un ottimo Billy Bob Thornton) ne è un esempio. Lavora come guardia carceraria in un penitenziario della Georgia, così come ha fatto per tanti anni suo padre Buck (Peter Boyle) e come fa suo figlio Sonny (Heath Ledger) poco più che ventenne.

A casa Grotowski però sono rimasti solo gli uomini, le donne non ci sono più, come la madre di Hank che qualche anno prima si è tolta la vita. Buck, rimasto solo, ha cresciuto suo figlio, e poi suo nipote, all’insegna del più becero razzismo e della più subdola intolleranza.

Nel braccio della morte del carcere dove lavorano Hank e Sonny, c’è Lawrence Musgrowe, un afroamericano condannato alla sedia elettrica. Tutti i gradi di giudizio sono stati superati e l’uomo non può più fare appello, così il personale del carcere si prepara all’esecuzione, che verrà coordinata da Hank.

Il giorno prima si presentano nel carcere la moglie Leticia Musgrove (una bravissima Halle Berry) e il suo piccolo figlio Tyrell per salutare Lawrence. Poche ore dopo l’ultimo pasto – che nel mondo anglosassone qualcuno chiamava cinicamente “The Monster’s Ball”, il ballo o la festa del “mostro” – mentre accompagna il condannato nella stanza dell’esecuzione, Sonny ha un mancamento e vomita dallo stress, cosa che manda su tutte le furie il padre.

Prima nei bagni del carcere e poi a casa scoppia una lite furente al termine della quale Sonny, l’unico “uomo” Grotowsky che si sente palesemente oppresso dal becero e razzista patriarcato in cui vive, tragicamente aprirà gli occhi al padre…

Scritta da Milo Addica e Will Rokos, questa pellicola ci sottolinea come la tolleranza e il rispetto, oltre che essere indispensabili in una società civile, non fanno altro che rendere la vita di tutti gli esseri umani più degna di essere vissuta e assaporata. E alla fine è lecito chiedersi a quale “mostro” fa riferimento il titolo…

Un vero inno alla tolleranza e alla redenzione emotiva, questo film riceve numerosi premi internazionali. Halle Berry vince meritatamente l’Oscar come migliore attrice protagonista nonché l’Orso d’argento al Festival di Berlino, mentre Addica e Rokos incassano la candidatura per la miglior sceneggiatura sempre all’Oscar e il premio dell’American Screenwriters Associastion.

Da vedere.

Nella nostra versione a doppiare superbamente Billy Bob Thornton è Massimo Wertmuller.

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“Deadloch- Uno strano genere di delitti” di Kate McCartney e Kate McLennan

(Australia, 2023)

La violenza sulle donne è una delle piaghe della civiltà umana, indipendentemente dalla latitudine in cui ci si trova.

Così anche nell’amena e bucolica località di Deadloch, in Tasmania, la comunità è stata segnata da atti terribili contro alcune donne. Ma, nella più oscura e terribile tradizione patriarcale, i delitti ai danni delle donne vengono lasciati sotto traccia, anche se molti ne sono a conoscenza. Specie quelli accaduti qualche tempo prima.

Ad aprire il famigerato vaso di Pandora è il corpo senza vita di Trent Latham, rinvenuto senza abiti indosso da due ragazze su una spiaggia di Deadloch, il grande specchio d’acqua che dona il nome alla cittadina.

La stazione di Polizia è affidata al sergente maggiore Dulcie Collins (Kate Box), con un passato di detective a Sidney, che ha preferito la tranquilla località della Tasmania alla frenetica metropoli, soprattutto per salvaguardare il suo matrimonio con Cath (Alicia Gardiner), che nella vita fa la veterinaria.

L’autopsia rivela che Trent è stato ucciso, ma prima gli è stata asportata la lingua. Collins è costretta così a chiamare il responsabile della regione, il commissario Shane Hastings (Hayden Spencer), che invia sul posto il detective Eddie Redcliffe (Madeleine Sami). La donna, che presta servizio normalmente a Darwin, non vede l’ora di tornaci e così cerca in ogni modo di chiudere il prima possibile l’inchiesta.

Il carattere irascibile e i metodi frettolosi della Redcliffe sono agli antipodi da quelli pacati e accurati della Collins, ma la gerarchia prevede che la seconda debba ubbidire inesorabilmente alla prima, che in pochi minuti si convince che l’assassinio sia Gavin Latham, il fratello del morto. Ma quando anche lui viene trovato ucciso, e senza la lingua come Trent, la Redcliffe è costretta a rivedere tutta la sua indagine…

Deliziosa e irriverente serie noir in otto episodi, grottesca e senza esclusione di colpi di scena e di battute senza sconti per nessuno, “Deadloch – Uno strano genere di delitti” è per gli amanti dei misteri, dell’ironia e del sarcasmo.

Non è un caso che una serie come questa, fuori da molte regole del famigerato “politically correct”, sia stata prodotta e realizzata in Australia, dove i diritti civili e la lotta alla discriminazione sono molto più avanti rispetto, ad esempio, al nostro Paese. Il delizioso “Priscilla – La regina del deserto” diretto da Stepehn Elliot ce lo ricorda dal 1994.

“Un uomo felice” di Tristan Séguéla

(Francia, 2023)

Jean Leroy (Fabrice Luchini) è un uomo felice: a sessant’anni è serenamente sposato da quaranta con Edith (Catherine Frot) ha tre splendidi figli, una femmina e due maschi, ed è anche al suo secondo mandato come sindaco di una deliziosa cittadina della provincia francese.

Il partito a cui Leroy è iscritto è quello più tradizionale e conservatore del panorama politico d’oltralpe. I suoi elettori sono quelli che lo scelgono perché Jean è refrattario ai rinnovamenti e ai cambiamenti, soprattutto quelli della società civile.

Ma Jean Leroy ha un problema: nonostante abbia promesso a Edith di chiudere la sua carriera politica al termine del mandato e girare la Francia con lei su un camper, vuole candidarsi come primo cittadino per la terza volta. Anche perché il candidato dell’opposizione è un giovane con idee alquanto tolleranti e innovative.

Prima che la campagna elettorale prenda il via, Jean organizza un pranzo strategico con Edith durante il quale le dirà della sua scelta di ricandidarsi. Ma Edith lo anticipa, è tanto tempo che non più trattenersi e finalmente ha trovato il coraggio di parlare: da sempre lei si è sentita un uomo, anche se la natura l’ha fatta nascere nel corpo di una donna. E visto che lui ormai sta chiudendo definitivamente la sua carriera politica, lei vuole finalmente e pubblicamente assecondare il proprio essere.

L’amore che Edith ha per Jean non è in discussione ma da oggi lui, come tutti, dovrà chiamarlo Edi…

Scritta da Guy Laurent e Isabelle Lazard, questa divertente commedia indipendente pizzica la società contemporanea più conservatrice quando deve fare i conti con se stessa nell’ambito dei diritti civili. Un conto è giudicare superficialmente gli altri, un altro è giudicare se stessi…

La discriminazione di genere è una delle piaghe più gravi del nostro tempo, che ha provocato e provoca ingiustificabili e gravi danni morali, emotivi e fisici in tutto il mondo. Questa pellicola, con la sua leggerezza, prende in giro chi, per il proprio tornaconto, dell’intolleranza ne fa un cavallo di battaglia politico e al tempo stesso ci ricorda quanto siano importanti nella vita l’amore e la libertà di essere se stessi.

“Nimona” di Nick Bruno e Troy Quane

(USA, 2023)

Tratto dal bestseller “Nimona” scritto dal fumettista ND Stevenson nel 2012 (pubblicato nel nostro Paese dalla Bao Publishing) questo lungometraggio animato, prodotto da Netflix, ci porta in un mondo fantastico che però ha anche alcune tristi e superficiali caratteristiche di quello reale come il razzismo e l’intolleranza.

Così ci prepariamo alla definitiva nomina a cavaliere di Ballister Boldheart il primo, dopo oltre mille anni, a non provenire da una famiglia storica e nobile del regno. A volerlo addestrare, fin da bambino, è stata l’illuminata regina Valerin che, stanca delle ferree tradizioni, ha deciso di aprire l’accademia dei cavalieri a un orfano plebeo.

Ma il malumore per la nomina a cavaliere di Ballister serpeggia sia per tutto il regno che all’interno dell’accademia dove molti cadetti lo trattano da inferiore. Solo Ambrosius Goldenloin, il cadetto più famoso e diretto discendente di Gloreth (colei che mille anni prima sconfisse il terribile mostro, fece costruire le mura ciclopiche a protezione del regno e fondò l’ordine dei cavalieri a sua protezione) lo tratta alla pari e con amore, visto che da tempo lo ama ricambiato.

Durante la cerimonia del cavalierato però dal manico della spada di Ballister un raggio mortale colpisce la regina che cade e terra senza vita. Ambrosius ha solo il tempo di amputare il braccio di Ballister che teneva la spada prima che questo, anche se ferito, sparisca.

A prendere le redini del regno è la direttrice dell’accademia che ordina a tutti di catturare Ballister il traditore. Solo, e senza un braccio, il giovane cavaliere incredulo e spaesato si ritrova in un tugurio cercando di capire cosa sia successo veramente, chi abbia ucciso la regine e perché. Ad interrompere i suoi pensieri ci pensa una ragazzina invadente e facinorosa, Nimona che avendolo riconosciuto vuole unirsi a lui per mandare il regno a gambe all’aria. Ma…

Deliziosa favola d’azione contro ogni intolleranza e discriminazione che ci ricorda quanto, purtroppo, siano ancora presenti nella nostra società. Un atto d’amore a favore di chi, suo malgrado e per colpa degli altri, si sente “diverso”.

Siamo nel 2023 e c’è chi nel nostro Paese ancora parla con scetticismo del diritto d’aborto. Allora ben vengano film come questi che lasciano libere le nuove generazioni – e non solo – di sognare e vivere un’avventura fantastica che si conclude con il classico bacio d’amore fra i due eroi, indipendentemente che siano un uomo e una donna, due donne o due uomini.

Viva l’amore, la tolleranza e la fantasia.

“Un uomo da niente” di Jim Thompson

(Einaudi, 2013)

“Big Jim” Thompson (1906-1977) – come lo chiama giustamente Stephen King – è stato uno dei maggiori e migliori autori di romanzi noir americani nell’epoca d’oro che va dagli anni Quaranta ai Cinquanta del secolo scorso.

La sua produzione supera i trenta romanzi – fra cui gli strepitosi “Nulla più di un omicidio“, “Colpo di spugna” e “L’assassino che è in me“, solo per citarne alcuni – e la sua penna ha lavorato anche per il cinema, e non solo per gli adattamenti dei suoi libri, firmando le sceneggiature di “Rapina a mano armata” e “Orizzonti di gloria” entrambi diretti da Stanley Kubrick.

La disperazione e l’odore di catastrofe imminente che si respirano nei suoi scritti, Thompson li aveva assaporati veramente nella sua vita reale. Figlio di uno sceriffo caduto in disgrazia, il giovane Thomson, refrattario all’istituzione canonica, iniziò a fare ogni tipo di mestiere. A vent’anni, in pieno Proibizionismo, lavorando come cameriere in un albergo, ne era diventato lo spacciatore ufficiale di alcol e stupefacenti.

A cambiare la sua esistenza furono le edizioni tascabili che a partire dagli anni Quaranta rivoluzionarono la storia dell’editoria planetaria. Nonostante lo sdegno e la rabbia di noti critici e alcuni scrittori, che vedevano l’avvento dell’edizioni tascabile come la rovina definitiva della letteratura mondiale – esattamente come qualche decennio dopo molti critici e autori fecero col coltello fra i denti per opporsi all’avvento del “male assoluto” che reputavano essere gli ebook, forse anche per paura di perdere la loro posizione privilegiata – le edizioni tascabili a basso costo, riempiendo le edicole di libri, espansero la voglia e la possibilità di leggere in maniera clamorosa.

Fra la facilità di fruizione – le edicole erano ovunque, in stazione, alla fermata dell’autobus, ecc… – e soprattutto il loro basso costo, in poco tempo i loro assidui lettori diventarono milioni. Così le case editrici iniziarono a cercare sempre più autori. Lo sconosciuto James Myers Thompson ebbe la possibilità finalmente di trovare i suoi numerosi lettori. Analogo percorso lo fecero altri ottimi autori che divennero dei veri e propri punti di riferimento nei decenni successivi, come ad esempio Philip K. Dick.

Ma come Dick, Jim Thompson venne apprezzato poco in vita, soprattutto dalla critica che di fatto, dato anche il suo complicato e indomito carattere, lo snobbò. Minato dall’alcol e caduto nel dimenticatoio, Thompson poco prima di morire disse profeticamente alla moglie che ci sarebbero voluto altri dieci anni prima che il mondo lo avrebbe rivalutato. E, infatti, a partire dalla metà degli anni Ottanta i suoi libri vennero sempre più apprezzati e letti dalle nuove generazioni, grazie anche a nuovi adattamenti cinematografici e ad autori di successo, su tutti il grande Stephen King, che ne consigliavano pubblicamente la lettura.

“Un uomo da niente” viene pubblicato per la prima volta nel 1954 col titolo originale “The Nothing Man”. Clifton Brown, detto Brownie, è un giornalista del piccolo quotidiano “Courier” di Pacific City, in Oregon, il cui formale e perbenista direttore è Austin Lovelace. Il suo capo redattore, invece, è Dave Randall che è stato anche il suo colonnello mentre entrambi combattevano al fronte durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il rapporto fra Brownie e Randall, nonostante la gerarchia, è complesso e irrisolto. Perché Clifton non perde occasione per punzecchiare e deridere pubblicamente il suo capo. Il motivo nasce proprio al fronte, dove Brownie, calpestando una mina ha perso la sua virilità. Anche se l’evento tragico non era direttamente imputabile a Randall, questo si sente comunque in colpa e sopporta le frecciate del suo ex commilitone che lo chiama sempre con poco rispetto: “colonnello”.

Ma la menomazione subita in guerra non influisce solo sul suo lavoro, ma ha devastato e devasta anche la sua vita privata. Clifton è stato sempre un bell’uomo molto affascinante, ma a sua moglie Ellen, tornato dal fronte, non è riuscito a raccontare la verità. E così l’ha lasciata senza troppe spiegazioni.

La donna, per mantenersi e forse anche per vendicarsi, ha iniziato a prostituirsi. Lo scandalo pesa come un macigno sulla carriera di Clifton che cerca in ogni modo di evitarla. Fortunatamente per lui Ellen è spesso fuori città, ma proprio mentre l’uomo sta iniziando a frequentare la ricca vedova Deborah Chasen, sua moglie torna.

Furioso, stanco e annebbiato dall’alcol, Brownie la va a trovare e la colpisce in testa con una bottiglia di whisky, per poi dare fuoco alla camera d’albergo. Convinto di averla uccisa, Brownie riesce ad evitare un accusa di omicidio da parte di Lem Stukey, il detective capo di Pacific City, che tentava di accusarlo.

Mentre in città è scattata la caccia all’assassinio, Brownie inizia a sentire sempre più opprimente la relazione con Deborah Chasen, visto poi che il momento in cui dovrà confessarle la verità sui suoi genitali si avvicina inesorabilmente. E allora non riesce a trovare altra soluzione che ucciderla…

Come gli altri grandi romanzi di Thompson, anche questo è una discesa agli inferi di un essere umano perso nella follia, nell’alcol ma soprattutto nella sua scarsa e manchevole autostima. I punti in comune fra Clifton Brown e il suo autore non sono pochi, a partire dall’alcolismo e della grande capacità di entrambi di essere degli ottimi scrittori. E forse la castrazione subita in guerra da Borwnie è per Thompson il mancato, unanime e pubblico riconoscimento del suo genio in vita.

“Big” Jim Thompson è sempre lui!

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