“Open – La mia storia” di Andre Agassi

 (2011, Einaudi)

Ci sono libri che raccontano il tennis, e c’è “Open”, che il tennis lo mette sotto accusa. Andre Agassi apre la porta di camera sua – quella vera, quella dei quindici anni passati a colpire palle lanciate da una macchina truccata per essere più cattiva del normale – e non la richiude più fino all’ultima pagina. Il risultato, scritto con la collaborazione di Alfred A. Knopf, è una delle autobiografie sportive più spietatamente oneste che si possano leggere: non l’ennesimo instant book da campione soddisfatto, ma la confessione di un uomo che per anni ha odiato lo sport che lo ha reso famoso e immortale.

Il libro si apre con un’infanzia che definire difficile sarebbe riduttivo. Il padre di Agassi, ex pugile di origini iraniane, trasforma il piccolo Andre in un progetto, quasi un esperimento: ore e ore di allenamento forzato, una macchina lanciapalle modificata per essere più veloce e più crudele del normale, l’ossessione di trasformare il figlio più piccolo – dopo il fallimento di quello più grande – nel numero uno al mondo prima ancora che il ragazzo potesse scegliere se quello fosse davvero il suo sogno. Leggendo queste pagine si capisce come il tennis, per Agassi, non sia mai stato un gioco ma una condanna, un destino imposto da altri. È forse questo l’aspetto più toccante del libro: la capacità dell’autore di raccontare con lucidità disarmante un rapporto controverso con lo sport che lo ha reso famoso, arrivando a confessare di averlo odiato per gran parte della carriera.

Da qui parte un racconto che attraversa decenni di tennis mondiale, tra vittorie clamorose e sconfitte brucianti, raccontate sempre con un tono intimo, quasi confessionale. Agassi non risparmia critiche a se stesso: parla apertamente dei periodi bui, del calo psicologico e fisico, di scelte sbagliate, persino di un episodio legato all’uso di sostanze che gli costò una squalifica, ammesso con un candore che sorprende in un personaggio pubblico del suo calibro. E proprio in questa sincerità sta la forza del libro: non c’è nulla di costruito a tavolino per fare bella figura, anzi, spesso l’autore sceglie di mostrarsi debole, insicuro, in difficoltà – come per esempio il pessimo rapporto con la sua calvizie – lontano anni luce dall’immagine patinata del campione perfetto che il grande pubblico si aspetterebbe.

Parallelamente alla carriera sportiva, Open racconta anche la vita privata di Agassi, e qui il libro assume i contorni di un vero romanzo sentimentale. Il matrimonio con Brooke Shields viene descritto come un rapporto nato sotto i riflettori e mai davvero autentico, destinato a naufragare proprio perché incapace di reggere il peso delle rispettive vite pubbliche e delle reciproche fragilità. Diverso, invece, il racconto dell’incontro con Steffi Graf, altra leggenda del tennis mondiale, con cui Agassi costruisce una relazione solida, discreta, lontana dai riflettori, che porterà alla nascita dei loro due figli.

Ed è proprio in questo passaggio che il libro regala uno dei momenti più esilaranti e al tempo stesso rivelatori: la presentazione delle due famiglie, in cui il signor Agassi e il signor Graf, entrambi convinti di essere stati loro a “creare” il campione perfetto, arrivano quasi a uno scontro fisico per stabilire chi tra i due avesse insegnato il tennis migliore alla propria figlia o al proprio figlio. Una scena che fa sorridere ma che, letta alla luce di tutto il libro, lascia anche l’amaro in bocca, perché mostra fino a che punto l’ambizione di certi genitori possa condizionare, o addirittura deformare, l’infanzia dei propri figli.

Non a caso, arrivati alle ultime pagine, si comprende perfettamente perché sia Agassi che Graf abbiano sempre dichiarato di augurarsi che i loro figli si dedichino a qualsiasi attività, tranne il tennis. È la sintesi perfetta di un libro che, sotto la superficie di una biografia sportiva, racconta in realtà una storia più universale: quella di un figlio che cerca disperatamente di liberarsi dal peso delle aspettative altrui per ritrovare, alla fine, una propria identità e una propria pace.

Lo stile di scrittura, merito probabilmente anche del lavoro di editing di Knopf, è scorrevole, diretto, capace di alternare momenti di grande tensione sportiva a passaggi più intimi e riflessivi senza mai risultare pesante o didascalico. Open si legge con la stessa intensità con cui si segue una finale al quinto set, e proprio come in quelle partite, anche qui il vero avversario da battere non è mai stato solo l’uomo dall’altra parte della rete, ma anche qualcosa di molto più profondo e personale da questa parte delle rete…

Open è un libro, insomma, che consiglio non solo agli amanti del tennis, ma a chiunque sia interessato a capire cosa si nasconde davvero dietro il successo sportivo.

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