“La sposa cadavere” di Mike Johnson e Tim Burton

(USA/UK, 2005)

Tim Burton è davvero un geniaccio visionario, e ha iniziato la sua carriera come disegnatore e animatore per la Disney. Cresciuto guardando i più classici B movie anni Cinquanta e Sessanta, shakera in maniera sublime queste sue due anime, regalandoci spesso pellicole indimenticabili come questa “La sposa cadavere” girato in stop-motion.

Proprio le sue due anime vengono richiamate simbolicamente all’inizio del film, quando sui titoli di testa appare un gatto del tutto simile a Vincent, il protagonista del suo primo cortometraggio datato 1982. E poi quando Victor e Victoria si incontrano per la prima volta, e lui suona un pianoforte marca “Harryhausen”, omaggione al genio degli effetti speciali e dei mostri cinematografici più inquietanti dei film anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta Ray Harryhausen, di cui mi è già capitato di parlare.

Per scrivere la sceneggiatura John August, Pamela Pettler e Caroline Thompson si basano sui personaggi creati dallo stesso Burton assieme a Carlo Grangel (disegnatore e animatore di film come “Madagascar”, “Kung Fu Panda”, “Bee Movie” o  “Hotel Transylvania”) che a loro volta prendono spunto da un racconto folkloristico della cultura ebraica del Seicento.

I Van Dort possiedono una pescheria grazie alla quale sono diventati la famiglia più ricca del paese. L’unica cosa che gli manca è far dimenticare le umili origini dalle quali la signora e il signor Van Dort provengono. Gli  Everglot, invece, sono la famiglia più blasonata del paese, ma che ormai è sul lastrico. Per assecondare le rispettive esigenze le due famiglie organizzano un matrimonio combinato fra i rispettivi figli unici: Victor Van Dort (che nella versione originale è doppiato da Johnny Depp) e Victoria Everglot (Emily Watson).

Ma il carattere timido e impacciato di Victor cozza con la rigida formalità che un evento del genere esige, e così il ragazzo preso dal panico fugge nel bosco. Lì, suo malgrado, risveglierà il cadavere di Emily (Helena Bonham Carter) una giovane donna uccisa il giorno del suo matrimonio…      

Come capita spesso, Burton ci racconta una storia dove i mostri più orrendi non sono i cadaveri che riprendono vita, ma i vivi eleganti e di bell’aspetto… Da vedere.  

Per la chicca: il personaggio di Bonejangles, lo scheletro che cantando e ballando accoglie Victor nel regno dei morti, è ispirato al grande Sammy Davis Jr.

La sposa cadavere

“Il mistero di Sleepy Hollow” di Tim Burton

(USA, 1999)

Basandosi sul racconto “La leggenda della valle addormenta” di Washington Irving (scrittore statunitense nato a New York nel 1783, morto nel 1859, e sepolto nel cimitero di Sleepy Hollow, davvero!) Tim Burton ripropone in maniera fantasticamente visionaria una delle leggende più tradizionali della cultura americana, quella di Ichabod Crane e del mitico cavaliere senza testa (che Walt Disney invece raccontò con tutti altri toni nel 1949). Proprio dallo scritto di Irving, infatti, Kevin Yagher (maestro degli effetti speciali) e Andrew Kevin Walker scrivono il soggetto e Walker da solo poi la sceneggiatura di questo film, forse il più gotico di Burton.

New York 1799, il giovane detective della Polizia Crane (Johnny Depp) a causa dei suoi metodi empirici e innovativi che aborrano la tortura, viene mandato a Sleepy Hollow, un piccolo paesino di agricoltori, dove un fantomatico cavaliere senza testa ha ucciso e decapitato già tre persone.

Il giovane Ichabod a Sleepy Hollow oltre a risolvere il caso, troverà molte cose, come l’amore, ma soprattutto ritroverà una parte di se stesso che credeva perduta…

Con il 99% dei set artificiali, “La leggenda di Sleepy Hollow” è uno dei film più riusciti di Tim Burton, con un Depp d’annata così come Christopher Walken che indossa i panni sanguinari del cavaliere senza testa.

Ma Burton, che cura l’aspetto visivo dei suoi film in ogni particolare, è attento anche a quello artistico e così affianca ai due protagonist Depp e Christina Ricci, una serie di attori di teatro britannici molti bravi e famosi come Michael Gambon, Miranda Richardson e Richard Griffiths.

Attori di indiscusso talento tanto da partecipare anche alla saga cinematografica di Harry Potter: il primo nei panni di Albus Silente (dopo la morte di Richard Harris), la seconda in quelli di Rita Skeeter e il terzo in quelli di zio Vernon.

Il mistero di Sleepy Hollow

“Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali” di Tim Burton

(USA, 2016)

Del libro “La casa per bambini speciali di Miss Peregrine” di Ransom Riggs ne ho parlato lo scorso settembre, proprio in occasione dell’arrivo nelle sale del film di Tim Burton. Come capita spesso in adattamenti cinematografici di libri, nella sceneggiatura firmata da Jane Goldman, sono stati modificati o sintetizzati alcuni elementi, accorpando anche il primo volume della serie al secondo. Il prodotto finale, realizzato dal regista fra i più visionari della nostra epoca, è assai godibile.

Ma se proprio vogliamo trovare il pelo nell’uovo, così come nella serie di Harry Potter Daniel Radcliffe ci stava come il cavolo a merenda, in questo “Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali” l’inespressivo giraffone Asa Butterfiled, che veste i panni del protagonista Jake, non c’entra una famosissima mazza.

Jacob ‘Jake’ Portman è un adolescente infelice e solitario. L’unico punto di riferimento affettivo ed emotivo è suo nonno Abe (un grande Terence Stamp), reduce della Seconda Guerra Mondiale, che ha cresciuto il nipote con storie fantastiche e a volte inquietanti. Una sera Jake trova il nonno agonizzante nei pressi del giardino della sua abtazione, e prima di spirare l’uomo chiede al nipote di avvertire Miss Peregrine e i suoi ragazzi speciali dell’arrivo del perfido Signor Baron (un cattivissimo Samuel L. Jackson). Secondo i racconti del nonno, infatti, Miss Peregrine (una tenebrosa Eva Green) è la direttrice di una casa per ragazzi “speciali” su una piccola isola del Galles. Casa in cui lo stesso Abe fu ospitato durante i primi anni del secondo conflitto mondiale. La storia non sembra avere senso, a supportarla ci sono solo delle vecchie fotografie in bianco e nero che potrebbero essere state tranquillamente ritoccate. Ma Jake intende scoprire la verità e convince il padre a portarlo in Galles…

Per la chicca: Burton appare per pochi istanti come il poveretto colpito mentre è sull’ottovolante nella scena sul Pier di Blackpool.

Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali

“La casa per bambini speciali di Miss Peregrine” di Ransom Riggs

La casa per bambini speciali di Miss Peregrine Cop

(Rizzoli, 2011)

Jacob Portman è un adolescente come tanti altri, e come tanti altri vive un’adolescenza solitaria. La famiglia della madre è una delle più ricche dello stato, visto che possiede un’importate catena di supermercati. E Jacob, come tutti i suoi parenti, lavora nella grande catena. L’unica persona con la quale ha un legame profondo e sincero è il nonno Abraham. Sono soprattutti i suoi vecchi racconti che affascinano da sempre Jacob. Nonno Abraham, infatti, ha avuto una vita molto avventurosa e drammatica: di origini polacche e di religione ebraica, è stato l’unico a sopravvivere, della sua famiglia, alle persecuzioni naziste durante la Seconda Guerra Mondiale. Negli ultimi anni del conflitto ha poi combattuto accanto agli Alleati scegliendo poi di trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti. Sono i racconti proprio di quel periodo ad affascinare Jacob anche se il nonno, col passare del tempo, sembra sempre più restio e a disagio nel ricordarli. Una notte oscura, però, nonno Abraham viene ferito a morte nei pressi del suo giardino da quello che tutti considerano un coyote. Solo Jacob, arrivato per primo accanto al cadavere, è convinto che non si sia trattato di un coyote ma di qualcosa di molto più feroce e sovrannaturale. Anche se nessuno gli crede, Jacob decide di scoprire la verità. Le tracce che il nonno gli ha lasciato, fatte soprattutto di vecchie e incredibili fotografie in bianco e nero, lo portano in Gran Bretagna, su una piccola isola dove Jacob incontrerà in prima persona il passato del nonno…

Originale e sfizioso romanzo fantasy, che scorre rapido e divertente fino alla fine, scritto da Ransom Riggs, classe 1980 e nato in una fattoria secolare del Maryland, USA. Romanzo insolito, per gli amanti del genere e non solo, visto che nelle prossime settimane arriverà nelle sale di mezzo mondo la riduzione cinematografica diretta dal maestro Tim Burton. L’unico piccolo neo è la fine, sospesa, che si aggancia troppo al seguito “Hollow City: Il ritorno dei bambini speciali di Miss Peregrine” del 2014, un pò da furbetto insomma.

La casa per bambini speciali di Miss Peregrine

“9” di Shane Acker

9 Loc

Anche se non sono pochi i film d’animazione – e non – che raccontano di un mondo post catastrofico (“Nausicaa della Valle del Vento” del maestro Miyazaki su tutti), così come quelli che parlano di un futuro dove le “macchine” hanno preso il sopravvento sugli esseri umani, questo bel lungometraggio d’animazione scritto da Shane Acker insieme a Ben Gluck, Pamela Pettler – e diretto dallo stesso Acker – merita di essere visto. Sia per le sue splendide e gotiche immagini, che per le sue atmosfere cupe e affascintanti. 80 minuti di bel cinema, adatto a tutti, che ci porta in un mondo che sembra lontano, ma che forse poi non lo è così tanto…

Prodotto da Tim Burton (e si vede) e da Timur Bekmambetov (regista dell’adattamento cinematografico de “I guardiani della notte”), “9” non è solo per gli appassionati del genere.

9

 

“Big Eyes” di Tim Burton

Big Eyes Loc

(USA, 2014)

Per legge, secondo me, ogni film del maestro gotico e visionario Tim Burton – che come pochi ha lasciato la sua indelebile impronta nell’immaginario collettivo degli ultimi anni – andrebbe visto al cinema. Come questo suo particolare – per il cinema americano, non certo per la sua cinematografia – “Big Eyes” che racconta la storia vera della pittrice dilettante Margaret Keane (che nel film è interpretata da Amy Adams) e del suo tormentato rapporto col secondo marito Walter Keane (un grande Christoph Waltz). Ammetto senza riserve che prima di vedere questo film ignoravo totalmente l’opera pittorica di Margaret Keane, e soprattutto di associare quegli occhioni a lei e a uno dei più clamorosi plagi artistici del XX secolo.

Burton ricostruisce magistralmente un mondo fatto di uomini, dove le donne devono rimanere sempre al loro posto, anche nell’ambito della pittura. E parliamo della fine degli anni Cinquanta e gli inizi dei Sessanta, non di un secolo fa!

Molto bello.

Big Eyes

“Il risveglio della magia” di Don Hahn

Il risveglio della magia Loc

(USA, 2009)

Agli inizi degli anni Ottanta il cinema di animazione sembrava essere arrivato al capolinea. I grandi effetti speciali misti a sequenze spettacolari di film come “Guerre stellari” o “Indiana Jones” sembravano aver definitivamente sostituito la magia dei tradizionali cartoni animati. La stessa Walt Disney Company otteneva la maggior parte dei ricavi da altri campi come i parchi a tema o le serie tv, e al botteghino i classici cartoni non riscuotevano più il successo dei decenni precedenti. Ma le cose cambiarono quando a capo della Disney vennero messi due uomini provenienti dalle grandi case di produzione di Hollywood: Frank Welles e Michael Eisner. Oltre a triplicare gli introiti della company i due, in qualità rispettivamente di Presidente e Amministratore Delegato, ridiedero energia e linfa al reparto animazione che nel decennio 1984-1994 realizzò capolavori campioni d’incassi come “La sirenetta”, “Aladdin”, “La bella e la bestia” e “Il Re Leone”. E sbriciando dietro le quinte di questi bei film incontriamo grandi artisti come Howard Ashman, autore geniale delle musiche dei primi tre, stroncato dall’AIDS a soli quarant’anni nel 1991 prima di poter vedere “La bella e la bestia” nell’edizione finale. Insomma, un documentario bellissimo che ci racconta la rinascita dell’animazione fino al 1995, anno in cui l’animazione al cinema cambia nuovamente con “Toy Story” e l’avvento della grafica digitalizzata.

E per la chicca ci si può godere, nelle immagini di repertorio, un giovanissimo Tim Burton disegnatore della Disney, e un John Lasseter, futuro fondatore della Pixar, maldestro operatore amatoriale.

“Nightmare Before Christmas” di Tim Burton

Nightmare Before Christmas Loc

(USA, 1993)

Questo capolavoro nato dal genio di Tim Burton è uno dei venticinque (venti sono troppo pochi, figurati dieci!) film da portare sull’isola deserta. Diretto da un esperto del genere come Henry Selick (che qualche anno dopo firmerà un altro bel film come “Coraline e la porta magica”) “Nightmare Before Christmas” ci porta nelle inquietanti e allo stesso tempo tenere atmosfere gotiche burtaniane tipiche della notte di Ognissanti; condite con le musiche scritte e interpretate – nella versione inglese – da un altro genio quale Danny Elfman (leader degli Oingo Boingo prima di diventare autore di colonne sonore spesso candidate all’Oscar come quelle di “Will Hunting”, “Men in Black”, “Big Fish” e “Milk”). Ma noi italiani abbiamo avuto una fortuna in più: il grande artista geniale Renato Zero (e guai a chi me lo tocca!) ha tradotto e interpretato le canzoni del film nella versione italiana. Nel vedere le due versioni non esistono dubbi: Renato Zero tutta la vita! D’altronde il cane di Jack Skeletron si chiama proprio Zero…

Da vedere anche se non è Natale!

“La bottega dei suicidi” di Patrice Leconte

La Bottega dei suicidi Loc

(Francia/Canada/Belgio, 2012)

Tratta dal romanzo di Jean Teulé, questa pellicola èl’esordio nel mondo dei cartoni animati del regista francese Patrice Leconte, autore fra gli altri di pellicole come “Il marito della parrucchiera” (1990) e “Confidenze troppo intime” (2004). In una cupa e mortalmente grigia città sono numerosi i suicidi dei cittadini che preferiscono la morte alla vita. Ma le multe per chi si toglie la vita in pubblico sono salatissime, e anche in caso di ”successo” gli Enti preposti si rifanno sugli eredi. Il modo più sicuro e garantito così è quello di rivolgersi alla Bottega dei Suicidi, un piccolo negozio artigianale gestito con grande successo dai coniugi Tuvache insieme ai loro due giovani figli. Il macabro incantesimo si spezza quando nasce il terzo genito Alan, che ancora neonato non può fare a meno di sorridere alla vita…

Insomma, una deliziosa favola nera non adatta ai bambini, con toni e umori che richiamano al maestro Tim Burton, e che da noi è stata vietata dalla censura ai minori di 18 anni. Solo dopo un ricorso, quell’imbarazzante divieto – soprattutto se si considerano le ignobili vaccate che senza problemi hanno il visto di censura – è stato rimosso.

Vincent Price

Vincent Price Cop

Il 25 ottobre del 1993 se ne andava Vincent Price. Nato a Saint Louis il 27 maggio 1911, Vincent Price è il rampollo di una ricca famiglia americana: suo nonno inventò la prima crema di lievito tartaro rendendo più che benestanti tutti i suoi eredi. Appassionato d’arte, si laurea a Yale in storia dell’arte e prosegue i suoi studi a Londra. L’amore per la recitazione arriva attraverso il teatro, ma presto il cinema si accorge di lui: fascinoso, con due occhi blu penetranti, una voce calda e sensuale, e soprattutto alto 193 centimetri.

Ovviamente i suoi sono i ruoli del cattivo o del perfido: nel  1948 interpreta il malvagio cardinale Richelieu ne “I tre moschettieri “ con Gene Kelly e Lana Turner . Alla fine degli anni Quaranta, alla radio, presta la sua voce a Simon Templar, l’eroe della serie “Il Santo” che nei decenni successivi approderà  alla televisione e poi al cinema. E’ negli anni Cinquanta che passa ai film dell’orrore – anche se partecipa al grande “Mentre la città dorme” di Fritz Lang del 1956 – con “La maschera di cera”(1953) e il memorabile “L’esperimento del Dottor K”(1958), da cui Cronenberg  realizzerà il terrificante remake “La mosca” nel 1986. Lo stesso Price ha raccontato più di una volta le difficoltà che ebbe per girare la scena finale del film, quando doveva interpretare la “mosca” con la testa del Dottor K che veniva finalmente uccisa: nessuno del cast riusciva a smettere di ridere. Con gli anni Sessanta arriva la collaborazione col geniale produttore e regista Roger Corman che lo porta ad interpretare film come “Il pozzo e il pendolo” (1961), “I racconti del terrore”(1962) e “La maschera della morte rossa”(1964). Lo stesso anno interpreta quello che poi sarebbe diventato un cult:  “L’ultimo uomo della Terra” diretto da Ubaldo Ragona e Sidney Salkow, con Giacomo Rossi Stuart e Franca Bettoia, girato a Roma nel quartiere EUR, e tratto dal romanzo di Richard Matheson “Io sono leggenda” – che tornerà numerose volte sul grande schermo in vari adattamenti fra cui spiccano “La notte dei morti viventi “ di George Romero del 1969 e il bellissimo “1975: occhi bianchi sul pianeta Terra” di Boris Sagal del 1971. Con gli anni Settanta l’horror diventa più cupo e interiore e Price presta le sue fattezze a due grandi pellicole, allora etichettate semplicemente di serie B ma oggi giustamente rivalutate: “L’abominevole Dr. Phibes”(1971) di Robert Fuest, e “Oscar insanguinato” (1973) diretto da Douglas Hickox in cui Price interpreta un attore shakespeariano stroncato dalla critica che torna per vendicarsi spettacolarmente contro i suoi detrattori. Col passare del tempo le caratteristiche del film del terrore cambiano ma Price rimane vivo nell’immaginario collettivo: è sua la voce terrificante che accompagna l’avvento degli zombie nel video “Thriller” di Michael Jackson del 1983. Tim Burton lo vuole nel suo “Edward mani di forbice” (1990), ma durante le riprese la sua parte viene ridotta a causa della malattia che lo sta consumando e che pochi anni dopo lo ucciderà.

Per noi Vincent Price è soprattutto un volto dei film dell’orrore, ma grazie (o questa volta a causa?) del doppiaggio ci siamo persi la sua voce profonda e inquietante, con una dizione perfetta che ha stregato generazioni di spettatori.