“Monsieur Verdoux” di Charlie Chaplin

(USA, 1947)

Accade che i veri geni creino opere che spesso anticipino drammaticamente i tempi. “Il grande dittatore”, per esempio, fu realizzato dal maestro Charlie Chaplin nel 1940, quando la maggioranza del pianeta vedeva ancora Hitler come un esempio di leader di una nazione da emulare. La stessa cosa vale con questo suo “Monsieur Verdoux” diretto nel 1947 e che, come il suo film precedente, incontrò parecchi problemi di censura.

Nell’opinione pubblica mondiale aveva lasciato un segno indelebile la vicenda del francese Henri Landru che, per sopravvivere alla grave crisi economica scoppiata nel suo paese subito dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, aveva strangolato e poi derubato dieci donne.

Da un’idea di Orson Welles, Chaplin sviluppa il soggetto e poi la sceneggiatura di questo suo capolavoro, cambiando il nome del protagonista per evitare problemi legali e di censura.

Il suo Monsieur Verdoux è un uomo molto elegante e distinto, non a caso ha lavorato per oltre trent’anni in un prestigioso istituto di credito. Ma quando è scoppiata la crisi lui, il più anziano degli impiegati, è stato cacciato senza alcun indugio. Così, per far sopravvivere la moglie invalida e il piccolo figlio, Verdoux è diventano un antiquario, attività dietro la quale cela i feroci omicidi che compie ai danni di donne sole alle quali ruba tutti i loro averi per poi investirli in Borsa.

L’uomo è costretto a inventare nuovi stratagemmi per non insospettire le sue vittime e durante una conversazione con un suo vicino farmacista copia la formula di un micidiale veleno che non lascia tracce nell’organismo. Per provarlo decide di abbordare una giovane sola nella notte (la censura gli impedì di palesarla come prostituta… sob!) ma conoscendola meglio, scopre che la disperazione che ha portato la ragazza sulla strada nella notte (ma per carità non parliamo di prostituzione!) è la stessa che lo ha portato a diventare uno spietato killer.  “E’ un mondo crudele, dove bisogna diventare crudeli per sopravvivere…” le dice cambiandole il bicchiere avvelenato, per poi congedarla dandole alcuni soldi per sopravvivere qualche giorno.

L’”attività” è redditizia e le sue speculazioni in Borsa danno il profitto sperato e così Verdoux vede la “pensione” e il ritiro dalla sua sanguinosa attività molto vicino. Ma il crollo disastroso di Wall Street del 1929 travolge lui e la sua famiglia. A farne le spese sono soprattutto la moglie e il piccolo figlio che non sopravvivono agli stenti.

Solo e rassegnato, Verdoux vaga per Parigi dove incontra casualmente la giovane prostituta che è diventata l’amante di un ricco costruttore di armi. La donna, ora che possiede mezzi quasi illimitati, vorrebbe ricambiare il gesto di Verdoux occupandosi di lui, ma la Polizia è ormai sulle sue tracce e l’uomo decide di consegnarsi senza implicarla.

Dopo un lungo processo Verdoux viene condannato a morte, ma prima di essere ricondotto in cella ammonisce la società che lo ha giudicato colpevole, visto che allo stesso tempo nobilita invece di punire i veri responsabili di milioni di morti come i costrutti di armi.  

Ovviamente la parte più reazionaria della società americana – e occidentale in generale, uscita vincitrice dal secondo conflitto mondiale – si scagliò contro Chaplin dichiarandolo un regista antipatriottico e filo comunista, chiedendo poi la totale censura del film per il pericolo di emulazione.

La storia ci ha detto chi aveva ragione, e anzi ce lo continua a dire. Non si può non pensare, per esempio, alle atrocità commesse poco tempo fa da alcuni addetti alla sorveglianza dei nostri parchi che dopo anni di precarietà hanno dato fuoco  – usando anche animali vivi e provocando poi la morte di alcune innocenti persone – a boschi o pinete pur di riottenere il lavoro per la stagione o le stagioni successive. Persone e gesti da biasimare e condannare senza la minima remora. Ma se siamo davvero una società civile ci dobbiamo chiedere anche il perché. E allora aveva ragione Chaplin quando diceva che il nostro è un mondo crudele, dove bisogna diventare crudeli per sopravvivere o altrimenti si soccombe? …Terribile.

Un vero capolavoro immortale.

Da ricordare l’interpretazione di Matha Raye nel ruolo di una delle sue moglie ricche, e quella di Marilyn Nash in quello della giovane prostituta.

“Lo straniero” di Orson Welles

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(USA, 1946)

Quando questo film uscì nelle sale cinematografiche americane, la Seconda Guerra Mondiale era finita solo da pochi mesi. Una parte del mondo era ancora sconvolta e sanguinante, e l’altra si iniziava a domandare come fosse stato possibile permettere una tragedia di tali dimensioni, e soprattutto quali fossero le responsabilità dirette e indirette di ognuno.

E’ in questo periodo storico che il geniale e irriverente Orson Welles decide di raccontare una storia che, rispetto al conflitto, sembra del tutto secondaria, ma che in realtà ci pone quesiti molto più ampi su una delle nazioni vincitrici.

Uno strano prigioniero viene fatto appositamente evadere dalle prigioni tedesche che sono sotto il controllo della Forze Alleate. Il fuggitivo si reca in Messico dove, grazie ad antiche amicizie e vecchie parole d’ordine, riesce a sapere il nome del luogo dove è nascosto “lui”.

Lui è Franz Kindler (un perfido e implacabile Orson Welles) fra i più efferati carnefici e fautori dello sterminio degli ebrei, un alto ufficiale nazista del quale non esiste più neanche una fotografia, scomparso nel nulla in prossimità della caduta del Terzo Reich. L’unica sua caratteristica conosciuta è la sua passione quasi maniacale per gli orologi.

Il nome del luogo in cui è nascosto è Harper, località del Connecticut negli Stati Uniti, e l’uomo che riparte dal Messico per raggiungerla è Konrad Meinke, l’ultimo stretto collaboratore di Kindler rimasto in vita e per questo l’unico al mondo capace di riconoscerlo. La sua fuga, così come il suo costante pedinamento, sono opera del signor Wilson (un arcigno Edward G. Robinson) membro della Commissione delle Nazioni Unite contro i crimini di guerra, e cacciatore di criminali nazisti, che considera questo l’unico modo per rintracciare Kindler.

Così, nella piccola e ordinatissima cittadina di Harper, un pomeriggio arriva Meinke che cerca con una certa insistenza il professor Charles Rankin. Giunto nella casa in cui abita vi trova però solo Mary Longstreet (Loretta Young), figlia di un Giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti e futura sposa di Rankin. Senza dare spiegazioni Meinke si incammina verso il luogo in cui insegna Rankin e nel grande parco che separa l’abitazione dall’istituto, finalmente lo incontra. Kindler/Rankin rimane sconvolto: è stato individuato e forse il suo ex sottoposto è stato seguito. Ma Meinke è ormai preda di deliri religiosi e rivela che il motivo della sua visita è la definitiva redenzione per i feroci peccati che insieme hanno commesso. Kindler non ha via d’uscita e lo uccide, nascondendo il corpo sotto le foglie. Torna a casa e tranquillizza Mary inventando una banale scusa per lo strano visitatore. Così i due possono tornare serenamente a preparare le loro imminenti nozze. Ma, insieme a Meinke, nella piccola cittadina è arrivato discreto e quasi invisibile anche il signor Wilson…  

Grandissimo noir, e vera e propria pietra miliare della cinematografia mondiale, con una scena finale da antologia. Feroce critica del perbenismo e della “morale” americana anni Quaranta, soprattutto quella della ricca provincia, che moralmente non si poteva considerare così innocente rispetto al male assoluto che fu la guerra. Provincia bella ed elegante che molto dovrà crescere per diventare matura e  cosciente, impersonata perfettamente dalla bella Mary che non a caso si chiama “Longstreet” di cognome.  

Scritto da Welles assieme al maestro John Huston (e si vede!), Decla Dunning, Victor Trivas e Anthony Veiller. Da vedere, assolutamente.     

Lo straniero

“Quarto potere” di Orson Welles

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(USA, 1941)

Ispirato alla vita al magnate dell’informazione di William Randolph Hearst – e nonostante l’età – “Quarto potere” è un film che va visto e rivisto periodicamente. L’ascesa e la caduta politica e sociale di Charles Foster Kane sono fra le migliori fotografie del secolo breve. E come capita spesso per i capolavori che anticipano i tempi, la pellicola d’esordio di Orson Welles fu un clamoroso flop al botteghino, e le ire che suscitò a Hollywood – soprattutto quelle dello stesso Hearst – segnarono per sempre la sua carriera cinematografica. Tanto per chiarire, il nome Rosebud (in italiano Rosabella) che nel film è la slitta con cui giocava da bambino il protagonista – elemento chiave nella narrazione -, nella realtà dei fatti era l’appellativo con cui Hearst chiamava le parti intime della sua amante.  Per comprendere meglio Welles e il suo capolavoro consiglio di vedere il film per la tv  “RKO 281 – La vera storia di Quarto potere” (1999) di Benjamin Ross, che ricostruisce dettagliatamente la sua genesi. Non è un caso, quindi, che il film che oggi è nelle sale e che ripercorre le vicende di Julian Assange si intitoli “Il quinto potere”.