“La ragazza con la pistola” di Mario Monicelli

(Italia, 1968)

Di questo capolavoro del maestro Mario Monicelli non se ne parla mai abbastanza. Se è vero che forse l’ambientazione, e soprattutto le musiche e i costumi, sono strettamente legati agli anni in cui venne girato, la sceneggiatura, l’interpretazione dei protagonisti e la mano graffiante del regista sono ancora poderosamente attuali.

Scritto da Rodolfo Sonego e Luigi Magni, con la mano ovviamente di Monicelli, questa pellicola consacra definitivamente Monica Vitti fra le più grandi attrici comiche e brillanti della storia del cinema. Una grande attrice comica di una bellezza luminosa e seducente, con delle gambe e uno sguardo che ancora incantano.

In un piccolo paesino siciliano Assunta Patanè (la Vitti che sfoggia una treccia castano scuro lunga fino ai fianchi) viene erroneamente fatta rapire dal fascinoso Vincenzo Macaluso (Carlo Giuffrè) invaghito della cugina. Visto che Assunta si dichiara da sempre innamorata di lui, Vincenzo soprassiede all’errore e passa una notte d’amore con lei. All’alba però Assunta si ritrova sola e abbandonata. Vincenzo per non riparare è scappato in Scozia. Ad Assunta, ormai emarginata e svergognata, non rimane altro che lavare col sangue il disonore, visto poi che non ha parenti maschi.

Parte così per il Regno Unito con una valigia di cartone e una pistola nella borsa. Ma Da Edinburgo a Bath, Macaluso riesce sempre a sfuggirle per un soffio. E proprio a Bath Assunta incappa nel Dottor Osborne, un medico chirurgo che decide di aiutarla. Assunta inizia a studiare come infermiera e lentamente si integra in una società così diversa dalla sua. Ma l’ossessione per Macaluso la riassale quando lo incontra per caso e tenta vanamente di ucciderlo.

Ancora una volta Osborne la soccorre, ma la costringe a tornare in Italia con un aereo che fa scalo nella capitale inglese. Ma il richiamo della “Swinging London” è irresistibile e così, qualche tempo dopo Osborne incontra Assunta a Londra, ormai totalmente integrata nella società. Oltre a cantare in un locale la sera, Assunta fa la modella per varie pubblicità. E proprio notandola su un cartellone pubblicitario Macaluso la inizia a cercare…

Lo scontro-incontro fra la nostra cultura più chiusa e quella moralmente molto più aperta anglosassone sembra all’inizio avere caratteristiche macchiettistiche. Ma ancora oggi, a distanza di cinquant’anni, non c’è poi così tanto da ridere. Soprattutto sul ruolo e il riconoscimento sociale della donna. Possiamo parlare di molte cose, è vero, ma il nostro Paese ha comunque una media tragicamente alta di femminicidi: quasi uno al giorno.

E Monicelli ci spiega magistralmente come: alla fine (e per una volta spoileriamo pure) quando Assunta seduce e abbandona Vincenzo per seguire il suo amore emancipato e alla pari col medico inglese (altro che pistola, è l’emancipazione l’arma davanti alla quale i “veri” uomini tremano..) per Vincenzo lei non è altro che: “una bottana!”.

Perché Assunta/Vitti non è Agnese/Sandrelli di “Sedotta e abbandonata”, la cultura anglosassone l’ha emancipata e lei sa bene quello che vuole e soprattutto quello che non vuole. L’irresistibile maschio latino, però, non può essere rifiutato o abbandonato, e se accade è ovviamente solo colpa infame della donna…

Da vedere e far vedere agli aspiranti “veri” maschi latini.

Per la chicca: spettacolare sequenza di una partita di rugby a Bath.

“Il filo del rasoio” di Edmund Goulding

(USA, 1946)

Questo adattamento del noto romanzo di William Somerset Maugham è stato uno di primi grandi successi del Secondo Dopoguerra di Hollywood. Dedicato ai travagli interiori dei reduci (della Prima Guerra Mondiale) “Il filo del rasoiso” ci racconta la storia di Larry Darrell (un bravo e bello Tyrone Power) fidanzato con la ricca Isabella Bradley (una luminosa Gene Tierney) appena tornato indenne dal fronte. La famiglia di Isabella – e soprattutto suo zio, il ricco Elliot Templeton impersonato magistralmente da Clifton Webb – vorrebbe che Larry iniziasse a lavorare per poi sposarsi ma lui, invece, con la piccola rendita che gli spetta non intende assumenrsi nessuna responsabilità: vuole solo capire se stesso.

Per amore Isabella accetta che il suo fidanzato si trasferisca a Parigi, ma dopo un anno lo raggiunge e gli impone di sposarla. Lui riufiuta e il loro fidanzamento viene anullato. Isabella, come vuole la famiglia, sposa il suo ricco spasimante di sempre, mentre Larry arriva fino in Nepal per trovare se stesso. Ed è prorio lì che comprenderà che la felicità e la pace con se stessi sono come camminare sul filo di un rasoio. Quando, anni dopo, rientrerà a Parigi troverà le cose e le persone molto cambiate…

Melodrammone che però ha molti meriti, oltre a una regia elegante e sopraffina, la storia melò viene interpretata magistralmente da tutti i protagonisti, anche quelli che hanno ruoli secondari come Anne Baxter, o addirittura solo un piccolo cameo come Elsa Lanchester.

 

“Tre manifesti a Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh

(USA, 2017)

Al di là dei numerosissimi premi che ha già vinto (e con l’approssimarsi della consegna degli Oscar 2018, molto probabilmente ancora vincerà) “Tre manifesti a Ebbing, Mossouri” è davvero un gran bel film.

Scritto e diretto da Martin McDonagh, la pellicola – il cui titolo in italiano rispecchia, per una volta correttamente, il titolo originale “Three Billboards Outside Ebbing, Missouri” – ci consegna una prova d’attrice formidabile della già premio Oscar Frances McDormand.

Mildred (la McDormand) decide di affittare per un anno tre grandi cartelli pubblicitari nelle vicinanze della sua casa, nei pressi della piccola cittadina di Ebbing. Sui grandi cartelli fa scrivere tre domande dirette allo sceriffo Willoughby (Woody Harrelson) in relazione allo stato delle indagini sull’assassinio di sua figlia adolescente avvenuto sette mesi prima.

La ragazza, appena uscita di casa, fu rapita brutalmente seviziata e stuprata mentre moriva, per poi essere data alle fiamme. Willoughby ha battuto tutte le strade, ma purtroppo non è comparso nessun indizio. Se prima tutta la cittadina era spiritualmente con Mildred, il suo gesto, che rovescia ovviamente molta pubblicità negativa sulla Polizia locale, indispettisce molti benpensanti. Ma la donna non ha la minima intenzione di fermarsi…

Strepitosa commedia noir, con un cast davvero superbo che vede oltre alla McDormand e Harrelson, anche un grande Sam Rockwell nei panni dell’ottuso e razzista agente Dickson.

Da vedere.

“Bravo!” di Terzoli & Vaime

(Italia, 1980)

Italo Terzoli ed Enrico Vaime sono stati una delle coppie di autori più prolifiche e divertenti del nostro spettacolo. Dopo il successo della seconda edizione di “Rugantino” con Enrico Montesano, il duo scrive uno spettacolo ad hoc per il comico romano, prodotto dalla grande Garinei & Giovannini, con le musiche del maestro Armando Trovajoli e la regia dello stesso Pietro Garinei.

In una domenica di riposo, un attore (Montesano) porta suo figlio appena adolescente Chicco dietro le quite del teatro nel quale dovrà allestire il suo nuovo spettacolo. Lui stesso non sa esattamente come sarà, e allora insieme al figlio esplora tutti i generi che hanno fatto grande il teatro italiano del Novecento. Grazie ad una serie di esilaranti imitazioni sul palcoscenico passano tutti i più grandi: da De Filippo a Gassman, da Rascel a Totò.

Con le coreografie di Gino Landi, Enrico Montesano si dimostra attore eclettico e di razza, un vero animale da palcoscenico. Ad oltre trent’anni di distanza, solo pochissime battute di Terzoli & Vaime appaiono un pò datate, legate soprattutto ai nomi della famigerata Prima Repubblica. Ma la restante critica al popolo furbetto che abita lo Stivale è sempre graffiante e attuale.

Parlando poi di Montesano, non si può apprezzarne la bravura, che sembra aver ispirato tanto quella di alcuni comici di oggi, come per esempio Enrico Brignano o Giorgio Panariello.

“Guardato a vista” di Claude Miller

(Francia, 1981)

Nonostante quasi tutta l’azione del film si svolga dentro una stanza, la sceneggiatura di questo bellissimo film è tratta da un romanzo e non da un’opera teatrale, come verrebbe da pensare. Il romanzo è “Stato di fermo” di John Wainwright (1921-1995) prolifico scrittore inglese. L’adattamento cinematografico è scritto da Jean Vautrin e dallo stesso Claude Miller che poi lo dirige, e i dialoghi sono scritti da Michel Audiard, fra i più noti autori di Francia. E ad impersonare i due protagonisti ci sono due monumenti del cinema mondiale come Michel Serrault e Lino Ventura.

E’ la sera di San Silvestro, esattamente le ore 21.00, e Jerome Martinaud (uno stratosferico Serrault) noto e ricco notaio di una facoltosa cittadina della Normandia è convocato al commissariato per l’ennesimo chiarimento sulla sua deposizione. Martinaud, infatti, qualche giorno prima ha rinvenuto nei pressi di un boschetto ai margini della città, il corpo straziato di una bambina che prima è stata strangolata e poi violentata. A condurre l’interrogatorio è l’ispettore Gallien (un altrettanto stratosferico Ventura) che sembra non credere completamente alle dichiarazioni del notaio. E poi, una settimana prima del tragico ritrovamento, lo stesso Martinaud era nei pressi di una spiaggia dove poche ore dopo venne rinvenuto il corpo di un’altra bambina strangolata e poi violentata.

La posizione di Martinaud oscilla sempre più, ma la sua dialettica e le indiscrezioni che concede a Gallien sulla sua vita privata lasciano forti dubbi sulla sua colpevolezza. A cambiare le sorti dell’interrogatorio giunge, nel cuore della notte, Chantal Martinaud (una sempre elegante ma già molto fragile Romy Schneider) moglie del notaio, che fornisce a Gallien una prova che sembra essere quella decisiva sulla colpevolezza del marito. Ma all’alba del nuovo anno…

Strepitoso noir che ci regala la sublime prova di due attori di gran classe davvero immortali. Una splendida pellicola per chi ama davvero il cinema. Onore anche a Glauco Onorato e Manlio De Angelis che doppiano magistralmente rispettivamente Ventura e Serrault nella nostra versione.

“L’uomo che andò in fumo” di Maj Sjöwall e Per Wahlöö

(Sellerio 1966/2009)

Nella sua seconda avventura, Maj Sjöwall e Per Wahlöö, portano il commissario Martin Beck in Ungheria, e precisamente a Budapest.

Lì, infatti, viene inviato il più famoso detective di Scandinavia per rintracciare, ufficiosamente, Alf Matsson, noto giornalista famigerato anche per il suo carattere iroso e il suo alcolismo. Le ultime notizie ufficiali di lui si hanno in un grande albergo poche ore dopo il suo arrivo nella capitale magiara, città nella quale poi sembra incredibilmente svanito nel nulla.

Beck, nonostante il supporto della Polizia locale, non sembra riuscire a venirne a capo. Solo quando alcuni suoi colleghi smuovono le acque a Stoccolma il mistero si dipanerà…

Come sempre, gran bel giallo firmato dalla coppia Sjöwall e Wahlöö, che colpisce ancora per la sua modernità di scrittura e scorrevolezza.

“Telefonata a tre mogli” di Jean Negulesco

(USA, 1952)

Comiciamo col parlare del titolo in italiano che non c’entra una soave mazza con quello originale “Phone Call from a Stranger”. Il nostro è – …guarda caso… – molto più perbenista e volgarmente maschilista, perché le telefonate che fa il protagonista di questo film sono in realtà quattro: a tre moglie e a un marito. Ma allora, nella simpatica Italia formale e bacchettona, una donna che lasciava il proprio marito non merita niente, neanche di essere citata nel titolo…

David Trask (Gary Merrill, nella vita reale marito della Davis) abbandona le sue due figlie e la moglie, quando questa le confida di aver avuto una relazione con un altro uomo, ora finita. Trask si reca all’aeroporto e prende il primo volo disponibile per Los Angeles. Nella sala d’attesa conosce Binky Gay (un’avvenente Shelley Winters) cantante e spogliarellista – che nella nostra versione è detta pudicamente “nudista” – che è al suo primo volo. Se Trask riesce a calmarla, l’arrivo di altri due viaggiatori invece la fa tornare preda dell’ansia. Il commessio viaggiatore  Eddie Hoke (Keenan Wynn) e il medico Robert Fortness (Michael Rennie), viaggiatori consumanti infatti scherzano un pò troppo sulle pessime condizioni metereologiche con cui il loro aereo dovrà volare. In pochi minuti i quattro – come capita a volte in viaggio con perfetti sconosciuti – si scambieranno brevi cenni delle propria vita, arrivando anche a confessare gravi sbagli. E Hoke sembra essere il più superficiale e scostante di tutti quando mostra orgoglioso la foto di sua moglie Marie (Bette Davis) in costume da bagno.

La nebbia che cala improvvisamente e il ghiaccio che si forma sulle ali del velivolo causano una sciagura aerea alla quale solo Trask sopravvive. Dimesso dall’ospedale l’uomo decide di incontrate le mogli e il marito dei suoi compagni di viaggio periti. Passa prima a casa Fortness, poi nel locale notturno dove il marito di Binky Gay si esibisce, e infine a casa Hoke, dalla signora Marie (una superba Bette Davis). E proprio dopo aver parlato con lei deciderà di telefonare a sua moglie (la terza, appunto).

Grande scena finale, nel segno della grande Hollywood d’annata. Jean Negulesco (già regista di pellicole come “La maschera di Dimitrios” o “Come sposare un milionario”) dirige una pellicola struggente, scritta da I.A.R. Wylie e Nunnaly Johnson.

 

 

“I due superpiedi quasi piatti” di E.B. Clucher

(Italia/USA, 1977)

Qui parliamo di un pezzo della mia infanzia. Di uno dei film più spettacolari della coppia mitica Bud Spencer-Terence Hill. Campione di incassi quando uscì nelle sale, oggi è considerato, giustamente, un vero cult.

Scritto e diretto da E.B. Clucher – al secolo Enzo Barboni – questa pellicola ancora oggi non perde un colpo. Grazie ai suoi due grandi protagonisti, certo, ma anche alle maestranze teniche e artistiche che vi partecipano. Artisti come lo stesso Barboni o David Huddleston – il capitano McBride – che nella sua lunga carriera ha lavorato con registi come Roman Polanski, Terence Young, Mel Brooks o i fratelli Coen. Per non parlare poi di tutti i bravissimi stuntman.

La redenzione di Wilbur/Spencer e Matt/Hill, che da lestofanti diventano poliziotti modello in una solare Miami, ancora ci coinvolge. Come ci coinvolgono le gag e la battute storiche. Dalla spudorata preferenza del capitano McBride per Matt (che ricorda tanto quella di Parisina per Mario/Troisi a scapito di Saverio/Beningi ne “Non ci resta che piangere” girato quasi sette anni dopo) al il tentato raggiro da parte della falsa aristocratica russa Galina Kocilova e amica.

E proprio in casa della Kocilova si consuma una delle battute del secolo:

Matt: Tu lo reggi il whisky?

Wilbur: I primi due galloni si, poi divento nostalgico e può scapparci la lite.

Immortale.

 

 

“La controspia” di Peter Ustinov

(D’Agostini, 1990)

Questo piccolo volume scritto da Peter Ustinov ci dimostra che cultura letteraria e generale possedeva uno dei più grandi attori cinematografici e teatrali del Novecento vincitore, tra i numerosi premi, di due Oscar.

Dopo la sua morte, ma in realtà qualche indiscrezione era trapelata già durante gli ultimi anni della sua vita, Peter Ustinov è risultato essere un importante collaboratore dell’MI5, il Servizio Segreto di Sua Maestà, così come lo fu suo padre.

Questo sia grazie alle sue origini – i suoi genitori avevano discendenze che risalivano a svariati Stati europei e non solo – che alla sua professione che lo ha portato in giro per il mondo.

Così il primo dei due racconti che dona il titolo anche al libro, “La controspia” appunto, ci parla delle frustrazione di un’ex spia inglese in pensione forzata. Come tutte i suoi colleghi messi a riposo, Glasp ha scritto un memoriale della sua lunga carriera in Medio Oriente. Secondo i suoi piani il tomo verrà pubblicato dopo la sua morte, scatenando le ire dei suoi ex superiori: sarà la vendetta per il suo forzato riposo. Ma Glasp non sopporta più aspettare e così prima prende carta e penna e poi alza il telefono accendendo una miccia a Beirut che deflagrerà fino a Londra…

Il secondo e ultimo racconto è il delizioso “Non chiamatelo naso” la cui protagonista è una famiglia di origini mediorientali che vive negli Stati Uniti. Il padre è studioso degli Assiri e gli è stata affidata una cattedra in un prestigioso ateneo. Esperto di politica mediorientale è spesso consultato dalla Casa Bianca.

La moglie e la piccola figlia vivono in relazione al lavoro e alle passioni del padre – che per scelta in casa non ha una tv o una radio – sono lo studio e la musica. Così la piccola cresce imparando a suonare la musica classica insieme ai suoi genitori che invitano settimanalmente colleghi per piccoli concerti.

Ma le cose cambiamo drasticamente per il professor Atuoa quando sua figlia diventa maggiorenne e con i risparmi accumulati con sacrificio si sottopone a una rinoplastica. Per il docente l’oltraggio è intollerabile, ma per sua figlia è indispensabile visto che il suo grosso naso – identico a quello di suo padre e di sua madre – l’ha sempre profondamente inibita. La lite è così furibonda che la ragazza decide di andarsene.

All’Università in Rettore – assiduo spettatore dei concerti casalinghi degli Atoua – va in pensione e il suo sostituto considera gli Assiri una materia superflua. Il nuovo inquilino della Casa Bianca poi ha il suo personale consulente mediorientale, e così Atoua è costretto a lasciare il piccolo cottage universitario che occupava da anni per trasferirsi in un appartamento in città. Ma i guai non sono finiti, sua figlia col suo bel naso nuovo, si innamora…

Davvero due racconti spassosi e lucenti, davvero ben scritti.

“La regina delle nevi” di Lev Atamanov

“La regina delle nevi” di Lev Atamanov

(URSS, 1957)

Questo mediometraggio è uno dei più fulgidi esempi di quello che è stato il grande cinema d’animazione dell’Unione Sovietica, dove i suoi artisti (nel bene e nel male, ovviamente) venivano stipendiati direttamente dallo Stato, indipendentemente dai risultato al botteghino. Così gli autori di cartoni animati non avevano problemi di tempo o di consegne, e potevano permettersi di realizzare un film secondo le proprie esigenze artistiche e non sotto quelle rigide del mercato.

La storia ci dice come è andata a finire, purtroppo ( …o fortunatamente) il mercato detta legge, comanda ed è implacabile. Tralasciando tutte le discussione socio-economiche sul crollo dell’URSS, sta di fatto che oggi sarebbe impensabile realizzare un film d’animazione così: senza scadenze ma solo seguendo il genio dei suoi autori (…sob!).

E allora godiamoci questo capolavoro indiscusso della cinematografia mondiale che vinse a Venezia il Leone d’Oro per l’animazione, e che si ispira fedelmente a uno dei capolavori del maestro danese Hans Christian Andersen.

Seguiamo così le vicissitudini della piccola Gerda disposta a tutto pur di ritrovare il suo amico del cuore Kai, rapito dalla perfida e glaciale regina delle nevi. Ogni avventura della piccola è un viaggio fantastico creato da artisti dell’animazione unici.

Per rendere l’idea di quanto questo capolavoro abbia influenzato il mondo dell’animazione basta ricordare che il maestro giapponese Hayao Miyazaki ha sempre affermato di aver iniziato a lavorare nell’ambito dei cartoni animati proprio dopo averlo visto in gioventù.

Nessuno si offenda, ma la bellezza di questa pellicola – che visivamente ancora oggi continua a essere fonte di ispirazione – annulla tutte le successive versioni cinematografiche della favola di Andersen.