“Il buono, il brutto, il cattivo” di Sergio Leone

(Italia/Spagna/Germania Ovest, 1966)

Con questo indiscusso capolavoro Sergio Leone chiude la sua cosidetta “trilogia del dollaro” che in pochi anni e tre film lo rende uno dei registi più apprezzati al mondo.

Si chiude anche la sua collaborazione con Clint Eastwood che non reciterà più per il regista romano. Ma l’attore-regista e produttore statunitense non nasconderà mai la stima per Leone, tanto da dedicargli pubblicamente e negli anni più di un film.

Dopo il successo di “Per un pugno di dollari” e “Per qualche dollaro in più”, finalmente Leone può disporre di una produzione ricca e, oltre ai mitici duelli, può realizzare così spettacolari scene di massa che rimangono nella storia del cinema.

La vicenda dei tre “dannati” che, nonostante la guerra civile americana che sta dilaniando il Paese e uccidendo migliaia di uomini donne e bambini, cercano un tesoro è più di una metafora.

I nordisti, che fino a quel momento al cinema erano stati sempre rappresentati come i “buoni” e i “liberatori” nella guerra civile, stavolta hanno anche un volto oscuro e brutale che ha la sua definitiva incarnazione nel caporale Wallace (interpretato da uno spietato Mario Brega) aguzzino senza remore.

Per Leone, infatti, non sempre è netta la differenza fra il bene e il male, e il mondo si divide in due categorie di uomini: “Quelli che hanno la pistola carica …e quelli che scavano”.

Ovviamente, negli anni Sessanta, questa teoria non quadrava con le ferree ideologie partitiche che dominavano oltre che la vita politica del nostro Paese – e su questo nulla da eccepire ovviamente – ma anche quella giornalistica.

Così quando questa pietra miliare della cinematografia mondiale uscì nelle nostre sale, molti solerti critici di partito lo attaccarono senza remore, mettendo in dubbio addirittura la sua struttura narrativa e le capacità registiche di Leone.

I posteri, che siamo noi, giudicano ed emettono l’ardua sentenza su quei “poracci” della carta stampata da “salotto” che, soprattutto grazie a conoscenze e ordini di partito, sono stati ritenuti sagaci critici cinematografici per decenni, ma che oggi fanno tristemente e pateticamente sorridere.

Per capire meglio l’atmosfera in cui venne accolto il film di Leone riporto un breve periodo dell’articolo che scrisse su “L’Europeo” il grande e immortale Enzo Biagi – lui sì davvero come Sergio Leone -, giornalista di una levatura e indipendenza morale ancora oggi molto rara:

“Per fare centro tre volte, come è appunto il caso di Sergio Leone, bisogna essere dotati di vero talento. Non si imbroglia la grande platea, è più facile ingannare certi giovanottoni della critica, che abbondano in citazioni e scarseggiano in idee…”

Ma tornando al film, scritto da Leone insieme a Luciano Vincenzoni, Age, Furio Scarpelli e il non accreditato Sergio Donati, ancora oggi possiamo godere di inquadrature e piani sequenza senza tempo, che continuano ad essere citati e copiati in numerosi blockbuster.

Come il “triello” finale, e la sequenza di chiusura con il Biondo-Eastwood che si allontana a cavallo in una valle dai colori surreali.

Un capolavoro immortale.

…Aridatece registi come Sergio Leone e gionalisti come Enzo Biagi!

“Una giusta causa” di Mimi Leder

(USA, 2018)

Ruth Bader Ginsburg è stata sempre la prima del suo corso alla Facoltà di Legge, sia ad Harward che alla Columbia University. Ma non c’è neanche uno studio legale di New York che intende assumerla come praticante. Il motivo? …Semplice: perché è una donna.

Ruth Bader Ginsburg non è vissuta nell’oscuro Medioevo, o nella Spagna ferocemente bigotta dell’Inquisizione. Ruth Bader Ginsburg è una nostra contemporanea, e terminati gli studi, alla fine degli anni Cinquanta, si è dovuta “accontentare” di una carriera come docente in Legge, nonostante i suoi studi più che eccelsi.

La società americana, e il mondo intero, non sono pronti all’uguagliaza fra i sessi, o meglio: a non essere pronti sono gli uomini americani come quelli del mondo intero.

Numerose leggi (quasi duecento) nonché la stessa Dichiarazione d’Indipendenza redatta nel 1776 (per mano anche del tanto lodato Thomas Jefferson, che fra le varie attività commerciali che conduceva c’era anche quella assai remunerativa di schiavista) lo afferma senza remore.

Agli inizi degli anni Settanta le arriva sul tavolo una strana causa: un uomo del Colorado è accusato da aver frodato il Fisco. Per anni ha assistito sua madre gravemente malata e ha portato in detrazione le spese per l’infermiera. La Legge però è chiara: solo le donne possono assistere un familiare malato, e lui essendo un uomo scapolo non può richiedere alcun rimborso.

Ruth ha quindi fra le mani una palese discriminazione di genere che vede vittima, una volta tanto, un uomo. Ma se la cosa dovesse essere riconosciuta, indirettamente aprirebbe la porta alla messa in discussione delle pesanti discriminazioni secolari ai danni delle donne. Sembra una battaglia impossibile ma…

Bisogna essere sinceri, nonostante la storia – vera – raccontata, le pellicola diretta da Mimi Leder presenta dei limiti.

Limiti che non sono legati certo all’ottima intepretazione di Felicity Jones nei panni della Ginsburg, ma direttamente alla sceneggiatura e alla regia, entrambe non all’altezza.

Non è facile portare sul grande schermo le storie di vere dispute legali, ma ci sono esempi davvero riusciti come “The Social Network” diretto dal bravissimo David Fincher e scritto da Ben Mezrich e Aaron Sorkin (fra i migliori sceneggiatori di Hollywood che non a caso per lo script vince l’Oscar) che se vogliamo narra di una causa molto più banale e legata al momento storico – chi ha partecipato materialmente e intellettulmente alla fondazione di Facebook e ha il diritto di avere il relativo e giusto compenso – che quella davvero epocale della Ginsburg.

Ma, nonostante i limiti, il film della Leder merita di essere visto, perché ci descrive il mondo così come è davvero, e ci ricorda che l’emancipazione delle donne è solo all’inizio.