“Mona Lisa” di Neil Jordan

(UK, 1986)

Mentre la New Wave britannica invadeva le classifiche e le case dei giovani di tutto il mondo, che sognavano più di ogni altra cosa Londra per vivere a pieno quella mitica seconda “british invasion” di moda e costume, in quelle stese strade si consumava uno dei film più belli e struggenti del periodo.

George (uno straordinario Bob Hoskins) è un piccolo e non tanto acuto malvivente che ha sempre vissuto nel sottobosco criminale della capitale inglese. Per proteggere il suo capo Mortwell (un bravissimo quanto insolitamente antipatico Michael Caine) si è fatto sette anni di carcere.

All’uscita la prima cosa che vuole è rivedere Jeanine, sua figlia ormai adolescente, ma l’ex moglie glielo vieta in ogni modo. Ad aspettarlo c’è solo il meccanico Thomas (quel Robbie Coltrane che poi indosserà i panni di Rubeus Hagrid nella saga di Harry Potter) suo unico amico che lo ospita nella propria officina.

George si reca nel locale di Mortwell che alla fine, per ricompensarlo della sua fedeltà, gli trova un lavoro come autista e lacchè di Simone (Cathy Tyson), una prostituta d’alto bordo. Nonostante i primi difficili incontri/scontri fra i due nasce un’amicizia tanto che Simone chiede a George di aiutarla a ritrovare Cathy, un’altra prostituta che ha perso di vista da qualche tempo.

Intanto Mortwell chiede a George di scoprire i vizi e le passioni segrete di un facoltoso cliente di Simone…

Splendido e crudo sguardo ai margini della società, con chiari accenti pasoliniani, dove vive e prolifera chi sfrutta in ogni basso modo gli altri, là dove spesso ha puntato la sua meravigliosa macchina di presa Ken Loach, che ci ha sempre ricordato che anche gli ultimi e i diseredati hanno diritto alla loro dignità e soprattutto ai loro sentimenti.

Scritta dallo stesso Neil Jordan assieme a David Leland, questa piccola e al tempo stesso grande pellicola, che calca la scia dell’indimenticabile Free Cinema britannico – di cui Loach è l’ultimo grande rappresentante – rimane una delle migliori realizzate negli anni Ottanta, non solo nel Regno Unito; e lancia definitivamente la carriera del suo ottimo protagonista.

Fra i numerosi riconoscimenti ricevuti dal film, infatti, ci sono soprattutto quelli ottenuti da Bob Hoskins che vince il premio come miglior attore protagonista a Festival del Cinema di Cannes del 1987 e il Golden Globe nello stesso anno, nonché la candidatura all’Oscar che però quell’anno gli strappa Paul Newman per la sua interpretazione ne “Il colore dei soldi”.

“Sangue inquieto” di Robert Galbraith

(Salani, 2021)

Sono un fan di tutta la saga di Harry Potter, nonché dello splendido “Il seggio vacante” che tocca davvero vette dickensiane. Ho seguito poi le inchieste, spesso dure e crude, dei detective privati Cormoran Strike e Robin Ellacott a partire da “Il richiamo del cuculo” che la Rowling ha scelto di pubblicare con lo pseudonimo di Robert Galbraith.

Amando non poco il genere e l’autrice ho letto con piacere e gusto anche i successivi “Il baco da seta” e “La via del male“, ma già nel quarto “Bianco letale” ho iniziato a fare fatica a seguire la storia, troppo strutturata e piena di digressioni che alla trama molto poco servivano.

Purtroppo questa quinta inchiesta di Cormoran e Robin è ancora più prolissa e macchinosa della precedente, visto poi che la risoluzione della scomparsa della dottoressa Margot Bamborough consumatasi agli inizi della anni Settanta, avviene repentinamente solo nelle ultime pagine, nonostante le circa mille precedenti. Nessuno può mettere in dubbio le grandi doti narrative della Rowling, ma proprio per questo da lei non ci si aspetta un romanzo giallo noir così inutilmente lungo e ridondante, tanto che la stessa autrice è costretta a ripete quasi continuamente l’anamnesi narrativa dei numerosi – forse troppi – personaggi che compaiono nel romanzo.

Il problema naturalmente non è la lunghezza fisica del libro, ma la fastidiosa e continua frammentazione della trama principale che stenta a decollare e alla fine porta a perdere interesse al caso centrale nonché ai numerosi secondari. Così come il rapporto irrisolto fra Cormoran e Robin: siamo al quinto romanzo della serie, conosciamo ormai molto bene le loro – purtroppo drammatiche e tragiche – storie personali, ma nonostante ciò anche dopo queste ulteriori e abbondanti mille pagine ci ritroviamo inesorabilmente quasi come alla fine de “Il richiamo del cuculo”.

Peccato, perché a ogni frase trapela il genio indiscusso della creatrice di Harry Potter, che però sembra davvero sprecato per una struttura così verbosa e spezzettata.

“Il cattivo poeta” di Gianluca Jodice

(Italia/Francia, 2021)

Personalmente non ho mai avuto una grande empatia con Gabriele D’Annunzio, non tanto per le sue opere, alcune delle quali indiscutibilmente immortali, ma per il suo modo d’essere e per il fatto – per me imperdonabile – di aver querelato Eduardo Scarpetta per una sua parodia de “La figlia di Iorio”, scandalo e causa legale che alla fine fecero smettere allo stesso Scarpetta di scrivere per il teatro.

Ma se all’inizio D’Annunzio fu un esempio per Benito Mussolini, già a metà degli anni Trenta era diventato un vero e proprio problema. Perché il poeta, che aveva guardato con passione ed entusiasmo Mussolini Presidente del Consiglio, col passare degli anni e con la gestione mediocre e miope del potere (per non parlare dell’uso vile e feroce della violenza) diventa il primo e inesorabile critico del Duce. E la sua voce di Vate è davvero difficile da contenere o zittire.

Siamo nel 1936 e ormai da molti anni D’Annunzio (uno straordinario Sergio Castellitto) è rinchiuso nel suo Vittoriale sul Lago di Garda. Mussolini lo paragona a un dente marcio: “…O lo si ricopre d’oro …o lo si estirpa” dice ai suoi fedelissimi.

Il baratro della Seconda Guerra Mondiale si sta materializzando all’orizzonte e Hitler stringe per portare definitivamente Mussolini nella sua sfera di potere, nonostante confidi ai suoi collaboratori, riferendosi a noi italiani: “…Questa feccia ci tradirà”.

D’Annunzio, nonostante l’isolamento, la cocaina e le donne che a fiumi arrivano nel suo Vittoriale, ha intuito cosa vuole dire un’alleanza con Berlino, per Mussolini e soprattutto per gli italiani.

Così il Ministro Achille Starace invia il giovane e promettente Federale di Brescia Giovanni Comini (Francesco Patané) a sorvegliare e contenere il Vate, per impedirgli di esternare i suoi dubbi sull’Asse di Ferro senza al tempo stesso: “…farlo incazzare”.

L’incontro e la frequentazione con D’Annunzio apriranno gli occhi all’ingenuo Comini su Mussolini e sul Fascismo, soprattutto sui suoi metodi – fin troppo spesso violenti e sanguinari – che subdolamente si infilano nei rapporti personali sia coi propri familiari che con le persone che si frequentano.

Il giovane Federale Comini ricorda in questo quel Primo Arcovazzi, magistralmente interpretato da Ugo Tognazzi ne “Il Federale” di Luciano Salce, che suo malgrado si ritrova complice e al tempo stesso disilluso da un sistema fatto per lo più di gretta prepotenza e vile arroganza. Prepotenza e arroganza che molti vogliono far passare tragicamente per grandezza.

Nonostante le aggressive divise nere, con stemmi e teschi che richiamano quelle delle SS, gli alti gerarchi fascisti, a partire da Mussolini, temono più di ogni altra cosa un uomo dal pensiero libero che può far cadere il velo che nasconde un potere ormai corrotto e burattino nelle mani di un folle sanguinario.

Se D’Annunzio non riuscirà a farlo, e sulla sua morte cade l’ombra addirittura di Hitler che pochi giorni dopo annetterà alla Germania l’Austria, sarà la Seconda Guerra Mondiale a squarciare il velo e mostrare la cruda e amarissima verità.

Se qualcuno ancora dice che però i treni allora arrivavano in orario, magari può vedersi questo bel film…

“Roma” di Federico Fellini

(Italia/Francia, 1972)

A circa trent’anni dal suo effettivo arrivo nella Città Eterna, Federico Fellini decide di raccontarlo nel film che dedica alla metropoli che è ormai diventata la sua terra d’adozione.

Così riprendiamo idealmente la fine de “I vitelloni” in cui Moraldo/Federico sale sul treno lasciando Rimini per cercare fortuna e, soprattutto, se stesso. L’impatto con la capitale dell’Impero – siamo nel 1939 e l’ombra dell’immane tragedia della Seconda Guerra Mondiale si staglia all’orizzonte – già sul marciapiede della stazione è travolgente. Il giovane riminese osserva la flora e l’incredibile fauna che segneranno in maniera indelebile la sua esistenza privata e creativa. Così come l’arrivo nell’edificio che ospita la sua pensione sita in via Albenga, edificio che Fellini fece ricostruire interamente nel suo studio preferito di Cinecittà.

A fare gli onori di casa e a introdurre il giovane Federico nella sua nuova città ci sono le donne, e non solo quelle romane: ma tutte quelle che a Roma – come lui stesso – hanno scelto o dovuto vivere, loro malgrado. Come la sua enorme padrona di casa immobilizzata a letto, la cameriera tuttofare della pensione, la pensionante accanto alla quale mangia in trattoria, le “ragazze” che lavorano nelle terribili case di tolleranza, o la principessa decaduta che ormai vive solo di ricordi.

Fellini così ci sottolinea che Roma è donna: amata ma al tempo stesso usata, abusata e sfruttata dagli uomini. Ma che nonostante ciò sopravvive, soddisfa e “allatta” tutti, anche gli uomini che in quel momento sono impegnati ed eccitati nei loro giochi sanguinari di guerra. L’incarnazione della Città Eterna, è infatti per il geniale cineasta riminese, una prostituta di mezza età, matrona dalle grandi forme, col trucco pesante e dallo sguardo rassegnato ma attento, che scende nel cuore della notte dall’ennesima automobile sulla passeggiata archeologica. Volto su cui il regista basa la locandina del film.

E la voce a Roma la dà l’immensa Anna Magnani – che Fellini conosce personalmente dai tempi di “Roma Città Aperta”, e che purtroppo è alla sua ultima apparizione cinematografica – che alle domande fuori campo dello stesso regista sull’essenza della città risponde laconica e sorridendo: “a Federì và a dormì: …nun me fido”.

Capolavoro assoluto della cinematografia, dove le immagini hanno la prevalenza sui dialoghi, con delle scene ancora oggi – a distanza di cinquant’anni – potenti e struggenti. Scritto dallo stesso Fellini assieme a Bernandino Zapponi, questo film è ancora un ritratto affascinante e al tempo stesso attuale della città che da millenni muore e rinasce sdraiata sui sette colli. L’omaggio dichiarato di Paolo Sorrentino nel suo “La grande bellezza” ne è l’ennesima dimostrazione.

Di diritto nella storia del cinema il segmento dedicato al teatrino della Barafonda che coglie, come poche altre pellicole hanno saputo fare, l’anima sorniona e cruda non solo dei romani, ma di tutti gli italiani.

Da vedere, naturalmente.

“Crudelia” di Craig Gillespie

(USA/UK, 2021)

E’ indubbio che “La carica dei 101” sia un grande classico del cinema d’animazione e non solo. E che, oltre al tenero centinaio di cuccioli dalmata, il fascino del film sia legato anche alla sua perfida cattiva: Crudelia De Mon.

Gia nel 1996 la Disney realizzò un remake del cartone in live-action, in cui a incarnare la perfida Crudelia c’era la bravissima Glenn Close, che non a caso è co-produttrice di questo “Crudelia”.

Ma la Disney, sulla scia di “Maleficent”, decide di raccontare la genesi di una delle cattive più famose del cinema rivisitando la sua vita, perché se una storia funziona è anche – e spesso sopratutto – per il suo “cattivo o villain come dicono a Hollywood. Tanto che sovente, in alcune produzioni, l’attrice o l’attore che interpreta il villain è più rilevante di quella o quello che incarna l’eroe.

Ispirandosi ai personaggi creati da Dodie Smith, Aline Brosh McKenna (autrice dello script de “Il diavolo veste Prada”) Kelly Marcel (coautrice della sceneggiatura dell’ottimo “Saving Mr. Banks“) e Steve Zissis elaborano il soggetto da cui Dana Fox e Tony McNamara (coautore dello script de “La favorita“) scrivono un’ottima sceneggiatura.

Ci troviamo così nella campagna inglese a metà degli anni Sessanta dove la piccola Estella Miller (Tipper Seifert-Cleveland) vive sola con la madre Catherine. Estella possiede una grande fantasia quanto il suo carattere è volitivo e indomabile. Tanto che alla fine viene espulsa dalla scuola elementare che frequenta.

Sua madre decide allora di trasferirsi a Londra, dove insieme potrebbero iniziare una nuova vita. Ma prima, per avere una minima sicurezza materiale, deve passare a chiedere aiuto presso la tenuta degli Hellman, dove si tiene un grande ricevimento in costume. Estella, invece di rimanere in auto come le ha chiesto la madre, si mette a curiosare e suo malgrado aizza i tre grossi dalmata della padrona di casa che, dopo averla inseguita, aggrediscono sua madre che precipita dalla scogliera.

Disperata e senza nessuno, Estella si nasconde in un camion e raggiunge Londra, dove incontra due suoi coetanei orfani, Jasper e Horace, che sbarcano il lunario rubando in strada, e vivono in un vecchio edificio abbandonato.

Dieci anni dopo, a metà degli anni Settanta, Estella (Emma Stone) Jasper (Joel Fry) e Horace (Paul Walter Hauser) sono un trio di ladri e truffatori ormai di “successo”, grazie soprattutto al genio della ragazza che è davvero brava a creare e realizzare travestimenti.

Il sogno di Estelle è, infatti, quello di diventare una stilista e segue con passione le novità che la regina indiscussa della moda planetaria, la Baronessa (una brava e perfida Emma Thompson) lancia sul mercato. Un giorno Jasper e Horace le regalano la possibilità di realizzare il suo sogno, ma…

Non era certo semplice raccontare una nuova e originale genesi di una cattiva di prim’ordine come Crudelia De Mon. Ma il team scelto dalla Disney ha creato una storia davvero divertente e accattivante, fino all’ultimo fotogramma. E vi raccomando di rimanere a guardare anche tutti i titoli di coda…

Oltre alle ottime interpretazioni delle due attrici protagoniste, il film vanta una colonna sonora davvero di alta qualità con brani indimenticabili che hanno segnato la fine degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta, nonché dei costumi da Oscar.

Ma tranquilli, è in pre-produzione “Crudelia 2”.

“Stai con me oggi?” di Billy Crystal

(USA, 2021)

Charlie Burnz (un bravo, come sempre, Billy Crystal) è uno scrittore e un commediografo di successo. Le sue commedie sono ancora in cartellone a Broadway. Nonostante abbia raggiunto la terza età, è ancora fra gli autori di una dei programmi televisivi comici più di successo realizzati a New York (che assomiglia tanto al mitico “Saturday Night Live”).

Ma Charlie vive solo nel suo grande e lussuoso appartamento di Manhattan, e anche il rapporto con i suoi due figli, Rex (Penn Badgley) e Francine (Laura Benanti) è molto complicato e formale.

Partecipando a un’asta di beneficenza, Charlie accetta di essere il premio: pranzerà con chi farà l’offerta più alta. Poco dopo al ristorante si ritrova al tavolo insieme alla giovane Emma Payge (Tiffany Haddish) che ignora chi sia il suo ospite, visto che ha rubato il pranzo vinto all’asta al suo ex ragazzo – che di mestiere fa l’attore – quando ha scoperto che la tradiva.

I due sembrano irrimediabilmente distanti, ma quando Emma è vittima di una reazione allergica Charlie la porta in ospedale pagando il conto visto che lei è priva di assicurazione. Qualche giorno dopo la ragazza passa da Charlie per portagli una parte dei soldi anticipati all’ospedale e fra i due esplode un’amicizia, soprattutto perché la donna intuisce che Burnz è dilaniato da un segreto e decide di scoprirlo.

Charlie Burnz, infatti, è afflitto da una malattia neurodegenerativa i cui effetti sono un’infame e inesorabile demenza senile. Se ne è accorto quando una volta si è ritrovato a parlare seduto a un tavolo con uno sconosciuto. Solo dopo parecchi minuti si è ricordato che si trattava di suo figlio Rex. Ciò che lo devasta, oltre a sapere che a breve lentamente dimenticherà tutto e tutti, è perdere i ricordi di Carrie, la sua adorata moglie. Appena tornato a casa, avendo avuto la diagnosi, Charlie si è messo a scrivere un libro a lei dedicato. Libro però che non riesce a portare avanti, ma Emma…

Struggente pellicola dedicata a uno dei tipi di malattie più terribili e infami che affliggono l’umanità che, forse più di altre implacabili patologie, tende a togliere la dignità a una persona. Scritta dallo stesso Crystal assieme ad Alan Zweibel – autore del racconto “The Prize” a cui è ispirata e coautore con lo stesso Crystal dello spettacolo “700 Sundays” che ha sbancato a Broadway e vinto anche un Emmy – questa pellicola ci parla con eleganza, dolore e anche ironia di una persona che ha basato tutta la vita sull’agilità e l’arguzia del suo cervello ma che sa che a breve proprio lui (…il secondo organo preferito da Woody Allen…) vigliaccamente lo tradirà. E che trova conforto solo nel poter lasciare ricordi indelebili come quelli raccolti in un libro.

Pe la chicca: a volte viene da pensare che i distributori nostrani neanche vedano i film prima di decidere il loro titolo in italiano. Questo insignificante “Stai con me oggi?” c’entra ben poco con l’originale “Here Today” che è la frase che ripete Charlie quando Emma teme che sia preda della demenza e non ricordi nulla della sua vita e di chi gli sta intorno: “Sono ancora qui, oggi…”.

“Transamerica” di Duncan Tucker

(USA, 2005)

La famiglia, così come la società nel senso più alto del termine, dovrebbe tutelare e difendere i più deboli dall’arroganza, la cattiveria e la prepotenza dei più ignoranti e ottusi. Ma purtroppo, così come la società, troppo spesso la famiglia non riesce a salvaguardare i più fragili, diventando lei stessa il primo nemico e un luogo fra i più dolorosi di tutti.

Come accade a Stanley Schupak (interpretato magistralmente da Felicity Huffmann) che alla soglie della mezza età è finalmente in procinto di risolvere il dramma che lo ha dolorosamente diviso fin dall’adolescenza: essere una donna nata nel corpo di un uomo. Il sentirsi così irrisolto ha impedito a Stanley di raggiungere gli obiettivi che le sue capacità gli avrebbero consentito, come terminare il college e insegnare. Ora sbarca il lunario lavorando in un fastfood e come venditrice al telefono, visti soprattutto i suoi modi molto garbati e discreti, vivendo in un quartiere periferico di Los Angeles.

Con la sua analista Bree – ormai Stanley ha lasciato il posto a Sabrina “Bree” Osbourne – è finalmente riuscita a terminare il percorso che la porterà all’operazione per il suo definitivo cambio di sesso. Ma una settimana prima dell’intervento Bree riceve una telefonata dal carcere minorile di New York: Toby Wilkins (Kevin Zegers), il figlio minorenne di Stanley Schupak è stato arrestato per prostituzione e adescamento.

Il primo istinto di Sabrina è quello di rispondere: “Stanley non abita più qui”, visto che poi lei ignorava di avere un figlio nato dall’unica relazione eterosessuale della sua vita – e dall’unico rapporto fisico avuto con una donna – consumatasi durante il periodo del college. Ma, saputolo, la sua analista ritira il visto per l’operazione finché Sabrina non affronterà questa nuova e inaspettata parte della sua esistenza.

Bree, suo malgrado, parte alla volta di New York per pagare la cauzione a Toby, al quale però dice di essere una sorta di assistente sociale inviata da una chiesa evangelica. Visto che la madre del ragazzo è morta qualche mese prima, l’unico parente in vita di Toby è il suo ex patrigno che vive in un piccolo paese al centro degli Stati Uniti. Così Bree pensa di risolvere la situazione riportando il ragazzo dall’ex compagno della madre, ma…

Scritto e diretto da Duncan Tucker, questo film ci racconta con raffinata crudezza i drammi e i terribili dolori di un essere umano ripudiato dal lato più ottuso e perbenista della società, a partire dalla sua famiglia. E soprattutto i danni profondi che quest’ottusità provoca anche negli altri: figli, fratelli, sorelle o genitori che siano.

Prodotta da William H. Macy – compagno di vita della Huffman – questa pellicola, anche se candidata a due Oscar, venne alla fine snobbata dall’Accademy visto – raccontano le cronache dell’epoca – il tema trattato.

Così la Huffman non vinse la statuetta come miglior attrice protagonista che andò invece a Reese Witherspoon per la sua interpretazione in “Quando l’amore brucia l’anima”, pellicola dedicata alla vita del grande Johnny Cash (impersonato da Joaquin Phoenix) in cui la Witherspoon incarnava June Carter, compagna di vita del cantante, e personaggio diametralmente opposto a quello di Sabrina “Bree” Osbourne.

Certo non un film “facile” da guardare, ma senza dubbio necessario.

“Assassinio sul palcoscenico” di George Pollock

(UK, 1964)

Penultima avventura cinematografica della Miss Jane Marple interpretata dall’indimenticabile Margaret Rutherford, dopo “Assassinio sul treno” e “Assassinio al galoppatoio“. Tratto dal romanzo “Fermate il boia” pubblicato da Agatha Christie nel 1952, questo “Assassinio sul palcoscenico” ci presenta una combattiva Miss Marple membro di una giuria a un, apparentemente “banale”, processo per omicidio.

Se durante il dibattito le prove a carico dell’imputato erano particolarmente lampanti convincendo tutti gli altri membri della giuria della sua colpevolezza, la Marple invece è rimane graniticamente convinta della sua innocenza. Questo porterà il giudice a indire un nuovo processo, ma soprattutto la geniale Miss Marple a iniziare le proprie personali indagini.

Per farlo dovrà entrare a far parte di una piccola compagnia teatrale dove, secondo il suo infallibile intuito, si nasconde il vero assassino…

Deliziosa, come sempre, commedia gialla che unisce l’arte di una grande interprete come la Rutherford e il genio di una grande scrittrice come la Christie. E non è un caso, quindi, che la Marple ricordi all’ispettore Craddock (interpretato anche in questa pellicola da Charles “Bud” Tingwell) che: le donne a volte hanno il cervello che funziona meglio di quello degli uomini…

Rispetto agli altri tre film interpretati dalla Rutherford nei panni della Marple, questo possiede un fascino superiore proprio perché ambientato nel mondo del teatro britannico, luogo dove la stessa Rutherford, assieme a molti altri interpreti della pellicola, si sentivano davvero a casa. Sulle assi di legno, infatti, intere generazioni di attori britannici poi divenuti famosi grazie al cinema, hanno mosso i loro primi passi e spesso lasciato il cuore, come la stessa Rutherford o Stringer Davis – suo compagno di vita – che incarna il fidato bibliotecario Jim Stringer, presente anche nell’ultima avventura cinematografica dell’investigatrice creata dalla Christie e impersonata dalla Rutherford “Assassinio a bordo”, sempre del 1964.    

“Ma papà ti manda sola?” di Peter Bogdanovich

(USA, 1972)

Hollywood è in piena crisi: i grandi e “vecchi” divi così come i grandi e “vecchi” autori sembrano essere ormai molto lontano dal gusto del pubblico che è cambiato senza che le grandi major siano riuscite ad afferrarlo. E così la nuova linfa vitale della mecca del cinema arriva da quella zona chiamata Off-Hollywood (in chiaro riferimento alla Off-Broadway) dove lavorano attori e autori “fuori” dal sistema che sta inesorabilmente scricchiolando.

Poco prima dell’avvento epocale del Dreamteam formato dalla coppia “stellare” George Lucas-Steven Spielberg, archetipo della Off-Hollywood che diventerà colonna portante della futura Hollywood (circa il 13 percento dei maggiori incassi americani è imputabile proprio a loro due), rinasce la sophisticated comedy con questo “What’s Up Doc?”, nel suo titolo originale.

Peter Bogdanovich scrive il soggetto di una classica commedia degli equivoci e affida a Buck Henry (già sceneggiatore de “Il laureato” di Mike Nichols), David Newman e Robert Benton la sceneggiatura che ammicca palesemente al mitico “Susanna” con Katherine Hepburn e Cary Grant.

Howard Bannister (Ryan O’Neal) è un pacifico e formale musicologo che giunge a San Francisco assieme alla sua austera e volitiva fidanzata Eunice (Madeline Kahn) per conquistare il premio annuale di ventimila dollari creato dal milionario Frederick Larrabee (Austin Pendleton). Bannister è in lizza assieme all’antipatico e saccente Hugh Simon (Kenneth Mars) che è pronto a tutto pur di portarsi a casa i soldi del premio.

Ma sulla sua strada di Bannister incappa in Judy Maxwell (Barbra Streisand) giovane, brillante e indomabile studentessa che decide di aiutarlo a modo suo…

A quasi ormai cinquant’anni questa pellicola è sempre divertente e godibile fino all’ultima scena, grazie sopratutto alla deliziosa interpretazione di tutto il cast al completo. Non è un caso, quindi, che siano presenti alcuni degli attori che parteciperanno poi a storiche produzioni di Mel Brooks come “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” e “Frankenstein Junior“. Kenneth Mars, Liam Dunn e, soprattutto, Madeline Kahn entreranno a far parte della squadra di Brooks e contribuiranno al successo dei suoi film.

Sempre in ruoli comprimari vanno ricordati anche Michael Murphy, Randy Quaid, John Hillerman e Sorrell Booke che qualche anno dopo impersonerà il perfido ma goffo Jefferson Davis Hogg, detto “Boss Hogg” nel telefilm “Hazzard”.

“My Old Lady” di Israel Horovitz

(USA/Francia/UK, 2014)

Il drammaturgo, attore e regista Israel Horovitz (1939-2020), è stato uno degli autori americani più prolifici della seconda metà del Novecento con al suo attivo oltre settanta opere – tradotte e realizzate in più di trenta paesi -, fra cui “Line” che è andata in scena per ben 43 anni consecutivi stabilendo un vero record nei teatri Off-Broadway. Horovitz, per realizzare il suo sogno di autore, lasciò il Massachusetts per New York insieme al suo storico amico John Cazale, che fu il protagonista di molte delle sue prime opere, fra cui “L’indiano vuole il Bronx” che segnò il debutto sul palcoscenico di Al Pacino.

Nel 2014 Horovitz decide di realizzare l’adattamento cinematografico della sua pièce teatrale “My Old Lady”, ambientata a Parigi, città nella quale, insieme a New York, il drammaturgo viveva.

Mathias Gold (un bravissimo Kevin Kline) è un uomo di mezza età solitario e insoddisfatto. Quasi nulla nella sua vita è andato bene, a partire dal rapporto irrisolto e molto doloroso coi suoi genitori che ha inficiato tutto, dal suo ambito sentimentale a quello lavorativo. E così Mathias si ritrova senza un soldo in tasca, o meglio solo con quelli che gli consentono dagli Stati Uniti di raggiungere Parigi, dove c’è la parte di eredità che gli ha lasciato il suo ricco padre morendo qualche settimana prima.

Anche se nella sua infanzia è già stato nella Ville Lumiere, Mathias a stento parla e comprende il francese e così rimane completamente spiazzato quando nella sua nuova grande casa, che intende vendere il più presto possibile, vi trova Mathilde Girard (una sempre brava Maggie Smith) e sua figlia Chloé (Kristin Scott Thomas).

Mathilde, oltre quarant’anni prima, ha venduto a suo padre la grande casa con la clausola “viager”, un antico metodo francese, simile alla nostra “nuda proprietà”, ma che contempla anche il pagamento all’ex proprietario di un affitto mensile vita natural durante.

Se all’inizio Mathias viene preso dall’ira, soprattutto verso suo padre che anche dopo morto lo continua a “perseguitare”, alla fine, proprio grazie alle due donne, comprenderà molta parte della sua passata esistenza…

Struggente e dolorosa pellicola sui drammi e le tragedie che si consumano all’interno della famiglia; quella che invece, almeno sulla carta, i problemi li dovrebbe risolvere. Il cast, davvero eccezionale, riesce a far dimenticare la natura teatrale dell’opera. D’altronde Horovitz non era alieno al cinema visto che nel 1970 scrisse la sceneggiatura dell’indimenticabile “Fragole e sangue” diretto da Stuart Hagmann.