“Betty” di Georges Simenon

(Adelphi, 2014)

Come sempre il maestro Georges Simenon ci regala il ritratto di una donna particolare, irrisolta e complessa, che molti considerano superficialmente “perduta”.

Pubblicato per la prima volta nel 1961, questo romanzo è uno dei più famosi di Simenon al di fuori del grande Maigret. In un locale nei pressi di Versailles una cliente, seduta al tavolo con un anonimo accompagnatore, stramazza al suolo a causa dell’alcol e della stanchezza.

A prendersi cura di lei sarà un’altra cliente, che la ospiterà nella camera accanto alla sua nell’albergo nel quale dimora. Nel letto dove è costretta dalla grave spossatezza Betty ripercorre, con dolore, tutta la sua vita fino agli ultimi giorni che l’hanno portata a svenire ubriaca.

Solo qualche giorno prima, infatti, era la moglie del rampollo di una delle famiglie aristocratiche più rinomate di Parigi. Ma il suo “vizio” l’ha perduta per sempre. Betty ha un rapporto turbolento con il sesso che l’ha sempre portata a cercare rapporti occasionali, anche con sconosciuti.

Ovviamente questo lato di Betty, che una volta conclamato è stato ferocemente biasimato da tutti, è stato abbondantemente sfruttato dagli uomini che aveva accanto, come il migliore amico di suo marito, nonché fidato avvocato, che per molto tempo ha intrattenuto con lei una relazione meramente sessuale. Così come suo marito, perfettamente a conoscenza della sua grave fragilità, che invece di affrontarla ha preferito “fare finta di niente” già da prima del matrimonio. E come accade, a “perdere” una donna è sempre un uomo, come suo zio che quando era ancora una bambina le causò quel trauma dal quale lei ancora non è uscita.

Betty è quindi una donna abusata e approfittata dagli uomini, che però proprio perché donna sincera, riesce a rialzarsi…

Splendido romanzo intimista e carnale di Simenon, che è fra i miei preferiti in assoluto. Ad oltre sessant’anni dalla sua pubblicazione è ancora così narrativamente potente e struggente.

Da leggere.

Nel 1991 Claude Chabrol realizza la pellicola “Betty” tratta dal romanzo.

“Dimentica il mio nome” di Zerocalcare

(Bap Publishing, 2014/2020)

Nella nostra cultura, soprattutto quella a partire dal secondo dopoguerra, la famiglia è un elemento della società “indiscutibile”. Il motto “Dio, Patria e Famiglia” e la storia socio-culturale e religiosa del nostro Paese post bellico ci hanno portato generalmente a non mettere in discussione in nessuno caso la famiglia. Ora che la famiglia sia fondamentale in una società, non si discute, ma analizzare e criticare alcuni atteggiamenti e distorsioni che in essa hanno fin troppo spesso luogo, è un altro paio di maniche.

Così, se si esclude l’opera del maestro Eduardo De Filippo fra cui l’immortale commedia “Natale in casa Cupiello”, la nostra cultura è povera di sguardi crudi e sinceri sulle dinamiche più disfunzionali della famiglia, al centro della quale c’è ovviamente la madre (o la nonna) alla quale sono “imposti” caratteri da Beata Vergine che di fatto la cristallizzano in comportamenti molto vicini alla santità.

Ma le mamme e le nonne, così come i papà i nonni, le sorelle ed i fratelli, sono prima di tutto esseri umani fallibili e fragili. E il loro dover aderire sempre e comunque a canoni eterei spirituali e davvero poco umani, anche attraverso segreti bugie ed inutili e dannose omissioni, ha creato non pochi danni e drammi familiari che di fatto pagano le bollette di numerosi analisti e psicoterapeuti da molti decenni.

Così Zerocalcare ci racconta in questo bel fumetto – che personalmente reputo uno dei suoi migliori – il rapporto con sua nonna materna, apparentemente comune e ordinario, ma che prende una piega molto particolare alla morte di questa. La nonna, che si chiamava Huguette, gli lascia, oltre al dolore del distacco, molte lacune nella storia della sua esistenza, lacune che suo malgrado Zerocalcare decide di colmare…

Mia nonna, che a proposito di nomi particolari non era seconda a nessuno visto che si chiamava Creusa (figlia di Priamo, madre di Ascanio e prima moglie di Enea che però, intento nel fugone da Troia in fiamme, se la perse…) oltre a combattere tutta la vita alle Poste o negli uffici pubblici dove solerti impiegati la chiamavo regolarmente Cesara, Cesura o Crosa, nei sui ottantanove anni di vita e soprattutto nei miei 39 vissuti con lei, non riuscì mai a raccontarmi come per buona parte della sua infanzia fosse stata una figlia illegittima, come se “l’infame colpa” fosse stata la sua.

La famiglia: più la conosci …e meno ti uccide.

“Midnight Diner – Tokyo Stories”

(Giappone, dal 2016)

Tratto dall’ottimo manga “La taverna di mezzanotte” di Yaro Abe, questa serie ci porta in un piccolo ristorante nei pressi di Shinzoku, il quartiere di Tokyo col nodo ferroviario più frequentato al mondo, che apre ogni notte da mezzanotte alle sette del mattino.

Tutti i clienti, sia quelli abituali che quelli nuovi, hanno una ricetta preferita che chiedono allo chef. Attraverso i loro gusti apprendiamo in ogni puntata la loro storia, rimanendo immersi nei sapori e negli odori della cucina giapponese.

Con un cast di noti attori nipponici, questa serie ci parla della cultura e della società giapponese contemporanea che è tanto legata alla propria antica tradizione, così come all’innovazione e alle contaminazioni cosmopolite. E’ disponibile su Netflix (che l’ha co-prodotta) in lingua originale con sottotitoli, cosa che ci aiuta ancora di più ad entrare negli usi e nei costumi di un popolo che sembra così lontano ma che poi in realtà non lo è.

Per gli amanti del buon sapore e delle storie piccole, ma vere.

Lo stesso Yaro Abe ha curato la sceneggiatura di numerosi episodi che, pur riprendendo le atmosfere e le emozioni del suo manga, raccontano vicende differenti. Di questa particolare serie sono state realizzate due stagioni, la prima nel 2016 e la seconda nel 2019, e comunque la serie al momento, fortunatamente, non risulta chiusa.

“Provaci ancora Sam” di Herbert Ross

(USA, 1972)

Chi ha letto la sua irresistibile autobiografia “A proposito di niente” sa che Allan Stewart Königsberg, in arte Woody Allen, oltre ad essere stato un ottimo sportivo, soprattutto come giocatore di baseball, è stato fin da giovanissimo un grande seduttore.

Per cui il Sam protagonista di questo “Provaci ancora Sam” ha solo dei riferimenti superficiali al vero Woody Allen. La prima esperienza sul grande schermo per il genio newyorkese non è positiva: nel 1965 scrive la sceneggiatura di “Ciao Pussycat” che però durante le riprese viene abbondantemente stravolta, rivelandosi poi un flop di critica e pubblico.

Nel 1969 gira con mezzi davvero limitati “Prendi i soldi e scappa” che è una parodia dei reportage televisivi di cronaca nera. D’altronde Allen conosce molto bene la televisione, visto che è diventato un autore stimato e ricercato già da adolescente. Poco dopo, come ci racconta sempre nella sua autobiografia, scrive la commedia teatrale “Provaci ancora Sam” per puro divertimento. Grazie al suo genio e alla sua interpretazione, insieme a quella di Diane Keaton e Tony Roberts, da piccola rappresentazione off-Broadway la commedia sbanca in pochi mesi al botteghino.

Il cinema torna ad interessarsi di Allen che però scrive una sceneggiatura “intoccabile”. A dirigere il film viene chiamato un grande artigiano della macchina da presa come Herbert Ross – autore di pellicole come “La soluzione sette per cento“, “California Suite” o “Quel giardino di aranci fatti in casa” – dal quale Allen imparerà i primi trucchi del mestiere.

Il naufragio del matrimonio di Sam, i suoi disperati e patetici tentativi di “tornare sulla piazza” e la sua fugace avventura con Linda (Diane Keaton) moglie del suo migliore amico Dick (Tony Roberts), ma soprattutto i consigli a base di whisky, ceffoni e baci del grande Humprey Bogart (interpretato da Jerry Lacy) sono ormai storia del cinema. A distanza di cinquant’anni nessuna delle strepitose battute del film ha perso il suo smalto o la forza ironica.

Il successo internazionale del film – nel nostro Paese la distribuzione di “Prendi i soldi e scappa” avviene solo poche settimane prima dell’uscita di “Provaci ancora Sam” – gli apre definitivamente le porte del mondo del cinema.

Da ricordare, nella nostra versione, oltre al “solito” magistrale doppiaggio dello stesso Allen da parte di Oreste Lionello, quello di Lacy nei panni di Bogart da parte di Paolo Ferrari, davvero due grandi ed indimenticabili artisti.

Da vedere e rivedere ad intervalli regolari.

“Oggi sposi: sentite condoglianze” di Melville Shavelson

(USA, 1972)

James Thurber (1894-1961) è stato uno dei collaboratori più rilevanti de “The New Yorker”. Ha iniziato come giornalista per poi scrivere racconti e vignette satiriche. Dalle sue opere sono state tratte molte commedie brillanti come “L’uomo questo dominatore” di Elliot Nugent del 1942, “Sogni proibiti ” con Danny Kaye e diretto da Norman Z. McLeod del 1947,”La battaglia dei sessi” di Charles Crichton nel 1960, o “I sogni segreti di Walter Mitty” diretto da Ben Stiller nel 2013.

L’argomento preferito da Thruber era quindi il rapporto, sempre assai complicato e burrascoso, fra donne e uomini. Dai suoi scritti, e soprattutto dalle sue vignette, è ispirato questo film.

Peter Wilson (un bravissimo, come sempre, Jack Lemmon) è un vignettista misantropo e solitario che vive orgogliosamente da scapolo impenitente. Ha raggiunto la mezza età senza mai scivolare nella “trappola” di un matrimonio, cosa che lo rende orgogliosamente fiero.

Da bambino, però, Peter ha avuto un incidente che gli ha causato la perdita dell’occhio sinistro. Col passare degli anni e, soprattutto a causa della sua totale noncuranza, anche l’occhio destro ha cominciato a dargli problemi. E quando decide di rivolgersi ad uno specialista scopre che forse è troppo tardi. Il medico, infatti, gli rivela che l’unica possibilità che ha di mantenere la vista, o almeno una parte di essa, è una complicata e rischiosa operazione.

Proprio uscendo dallo studio dell’oculista Peter si imbatte in Terry Kozlenko (Barbara Harris) agente editoriale di una nota casa editrice newyorkese. Anche se Terry è divorziata con tre figli poco meno che adolescenti a carico ed un cane piccolo ma molto rumoroso, Peter non può evitare di innamorarsi di lei. Ma il giorno delle loro nozze piomba alla cerimonia Stephen Kozlenko (Jason Robards) diametralmente opposto nel bene e nel male a Peter, ex marito di Terry e padre dei suoi figli, nonché fotografo di guerra stimato e premiato in tutto il mondo che…

Per comprendere al meglio quanto questo film riprenda la vita vera di Thurber basta pensare che nella realtà lui stesso, da piccolo e giocando coi suoi fratelli, perse l’occhio sinistro e che col passare degli anni i suoi problemi di vista si fecero sempre più gravi. Ma questo non gli impedì minimamente di osservare il mondo e commentarlo con i suoi scritti e le sue indimenticabili e caustiche vignette.

La sceneggiatura è scritta dallo stesso Melville Shavelson assieme a Danny Arnold che insieme, solo qualche anno prima, collaborarono alla storica serie televisiva “Il fantastico mondo di Mr. Monroe”, anch’essa ispirata alle opere di Thurber, creata da Shavelson, e il cui protagonista è un vignettista che quotidianamente è vittima della sua numerosa famiglia alla quale riesce a sopravvivere grazie solo ai suoi disegni.

“L’ultimo turno” di Andrew Cohn

(USA, 2020)

Stanley (un bravissimo Richard Jenkins) è a un solo weekend dalla pensione, dopo 38 anni passati a gestire, nel turno di notte, il piccolo fast food drive-in nella periferia di Albion, una cittadina dello stato del Michigan.

Prima di ricevere il suo assegno di trattamento fine rapporto, la proprietaria del fast food lo obbliga a formare, in un paio di turni, Jevon (un altrettanto bravo Shane Paul McGhie) il suo giovane sostituto. Se la situazione personale di Stanley è patetica e solitaria, single e con pochissimi soldi da parte che forse gli consentiranno di raggiungere sua madre ospite in una casa di risposo in Florida; quella di Jevon anche se diversa è altrettanto drammatica.

E’ stato arrestato e condannato per aver imbrattato un monumento pubblico, e i servizi sociali vista la sua età gli hanno offerto la possibilità di scontare gli ultimi dieci mesi di condanna in libertà vigilata.

Jevon ha un figlio di pochissimi anni avuto con una sua compagna di classe che, come lui, ha dovuto abbandonare l’idea di frequentare un college, ed insieme vivono a casa di sua madre. Al liceo Javon scriveva per il giornale scolastico, ed il suo sogno era quello di diventare uno scrittore. Ma il suo carattere indomito e facilmente polemico, unito al fatto di appartenere alla comunità afroamericana, gli hanno creato sempre molti problemi.

I due, che sembrano diametralmente opposti, si scontrano e incontrano davanti alle piastre degli hamburger, e l’influenza di Javon porterà il remissivo e ubbidiente Stanley, per la prima volta in vita sua, a reagire. Ma, ahimè, reagirà alla Stanley…

Questa deliziosa e amara pellicola ci pennella, con uno stile limpido e crudo, un ritratto della provincia americana. Quella provincia che il maestro Stephen King sa raccontare come pochi altri. I recenti tragici avvenimenti legati alla proclamazione di Joe Biden a Presidente Eletto hanno drammaticamente mostrato al mondo le netta frattura sociale e culturale insita negli Stati Uniti.

Probabilmente l’immagine che il mondo ha del Paese è legata maggiormente alla vita sociale e culturale delle grandi metropoli come New York, Los Angeles, Chicago, ecc.. Ma dalle urne delle scorse elezioni presidenziali è uscito appunto un Paese diviso nettamente a metà, e lo studio specifico del voto ha evidenziato proprio la netta differenza fra i grandi centri urbani e la sconfinata provincia.

Scritto e diretto dallo stesso Cohn, “L’ultimo turno” ci aiuta a comprendere meglio questa profonda spaccatura. Da ricordare nel cast anche Ed O’Neill, già patriarca nella strepitosa serie “Modern Family“.

“La donna elettrica” di Benedikt Erlingsson

(Islanda/Francia/Ucraina, 2018)

Halla (una bravissima Halldóra Geirharðsdóttir) è un’inappuntabile insegnante di coro che vive e lavora a Reykjavík. A quasi cinquant’anni è single e conduce una vita apparentemente placida e tranquilla.

Ma in realtà Halla è una implacabile eco-terrorista che boicotta le grandi linee elettriche che attraversano la sua immensa terra, l’Islanda. Halla, infatti, non sopporta più che le varie multinazionali sfruttino e saccheggino il suolo e il sottosuolo del suo Paese, e clandestinamente compie atti di sabotaggio con arco e frecce, cesoie e frullino.

Neanche la sua gemella Ása (interpretata sempre magistralmente dalla stessa Geirharðsdóttir) è a conoscenza della sua attività clandestina. Solo il suo allievo del coro Baldvin lo sa, perché ne condivide gli ideali nonostante sia nella staff del Primo Ministro islandese, cosa che facilita i sabotaggi della donna. Sabotaggi che però finiscono per indispettire tutti i livelli politici ed economici del Paese che iniziano a darle sempre più ferocemente la caccia. Ma…

Scritta dallo stesso Benedikt Erlingsson insieme a Ólafur Egilsson, questa deliziosa pellicola ci ricorda che esistono numerosi modi per combattere le proprie battaglie, soprattutto quelle più giuste. Alcuni molto ortodossi, altri drammaticamente meno. E ci racconta come alla fine Halla, nonostante tutto, scelga di lottare per il futuro del nostro Pianeta attraverso uno dei modi più importanti, estremamente difficile certo, ma al tempo stesso fra i più efficaci e inesorabili che esistano.

Da vedere.

“Dililì a Parigi” di Michel Ocelot

(Francia/Belgio/Germania, 2018)

Michel Ocelot, già autore di ottimi lungometraggi animati come “Kirikù e la strega Karabà”, “Azur e Asmar” o “Principi e principesse”, realizza un altro splendido film d’animazione.

Siamo a Parigi alla fine del ‘800. La piccola Dililì “lavora” come comparsa presso il finto villaggio canaco ricostruito, per il mero divertimento dei passanti, in un giardino pubblico della capitale francese.

Il giovane garzone Orel decide di fare amicizia con la piccola che gli racconta la sua storia. E’ figlia di un francese e di una canaca – come venivano chiamati gli abitanti autoctoni della Nuova Caledonia – e per colpa della sua pelle “troppo chiara”, nel suo Paese d’origine veniva sempre rimproverata. Morti i suoi genitori la piccola Dililì ha deciso di venire in Francia, la terra di suo padre, dove però la rimproverano sempre a causa della sua pelle “troppo scura”.

I due ragazzi legano subito e Orel decide di portarla in giro con lui durante le consegne, sulla sua tricicletta. Ma proprio in quei giorni Parigi è sotto l’incubo dei cosiddetti Maschi Maestri. Un gruppo feroce e clandestino che compie rapine e rapisce giovani e bambine lasciando sempre un messaggio: “I Maschi Maestri raddrizzeranno Parigi!”.

Grazie però al coraggio di Dililì e Orel, che sulla loro strada incroceranno le menti più brillanti e geniali dell’epoca, l’atroce complotto verrà sventato. Complotto che mirava a rendere le donne succubi e schiave materialmente e moralmente degli uomini. Ma…

Ocelot firma la sua ennesima opera indimenticabile con la storia che si fonde in maniera sublime sia alle splendide immagini che alla notevole colonna sonora.

Ci sono molti modi per insegnare alle nuove generazioni – e non solo… – il senso di equità e di civiltà, e quando sono belli e divertenti come questo film, valgono il doppio!

Da vedere.

“Gratis” di Merijn Scholte-Albers e Tobias Smeets

(Olanda, 2016)

Ci sono molti modi per ritrarre un rapporto sentimentale, soprattutto al cinema. Ma non tutti sono efficaci, divertenti e malinconici come quello usato dai due giovani cineasti olandesi Merijn Scholte-Albers e Tobias Smeets in questo cortometraggio del 2016.

Ruud e Els sono una coppia di mezza età consolidata da anni, che forse sta insieme ormai più per abitudine che per altro. L’apice della loro settimana è quando Rudd, andando a fare la spesa nel loro solito supermercato è il 100.000esimo cliente e per questo avrà diritto a mettere tutto quello che vuole nel proprio carrello in un minuto.

Els cerca di preparare strategicamente Ruud, che però, ad ogni prova entra sempre più nel pallone. Il giorno del loro premio, davanti alle telecamere delle televisione e sulla musica di una banda chiamata apposta per festeggiare l’evento, la coppia scopre che la prova non prevede il classico carrello, ma il più piccolo e meno ampio cestino di plastica.

Rudd, sconvolto, si tira indietro e allora Els prende in mano la situazione e anche il cestino di plastica…

10 minuti di divertente e malinconico cinema minimalista dall’aspro sapore della più classica commedia all’italiana.

“Hilda e il Troll” di Luke Pearson

(Bao Publishing, 2019)

L’inglese Luke Pearson (classe 1987) pubblica questo fumetto per la prima volta nel 2010, fumetto che riscuote subito un certo successo grazie alla sua protagonista Hilda, una bambina molto particolare.

Hilda infatti, nonostante la sua età, è una vera e propria avventuriera che ama la natura e tutte le sue magie e i suoi misteri. Proprio come quello dei Troll, secondo la leggenda mangia uomini, che con la luce del sole si trasformano in rocce per poi riprendere vita col buio.

Assieme a sua madre Johanna, Hilda vive in una casa sperduta in montagna dove l’avventura è davvero …dietro la porta. Col suo fedele cervolpe Twig, Hilda esplora il bosco in cerca di un Troll in stato roccioso da disegnare. Per sicurezza fa legare a Twig un campanello su quello che sembra il naso della creatura minacciosa, così appena i raggi del sole si faranno più deboli e il Troll inizierà a riprendere la sua forma viva, lei se ne accorgerà. Ma…

Pearson firma un fumetto insolito e molto divertente, adatto ai più piccoli ma anche ai grandi. Perché il carattere di Hilda, bambina sincera e soprattutto “pensante” si scontrerà ripetutamente col mondo degli umani adulti che la trovano scomoda etichettandola meschinamente come “diversa”. Mentre nel mondo della Natura, chiaro e sincero come lei anche nei suoi aspetti più minacciosi, Hilda si troverà sempre a suo agio.

Nel 2018 è stata prodotta la prima serie anglo-canadese a cartoni animati di “Hilda”, disponibile su Netflix, che mantiene le divertenti e singolari caratteristiche del fumetto di Pearson. Da qualche settimana, sempre su Netflix, è disponibile anche la seconda stagione.