“Il giovane Wallander” di Ben Harris

(UK, 2020)

Nel 1991 viene pubblicato in Svezia “Assassinio senza volto” di Henning Mankell, in cui appare per la pima volta fra le righe di un libro il commissario Kurt Wallander. Dopo Martin Beck, nato dalla penna geniale della coppia Maj Sjöwall e Per Wahlöö, Kurt Wallander è senza dubbio il commissario più famoso della Scandinavia, protagonista di una dozzina di libri che nel corso degli anni sono stati tradotti in quasi tutte le lingue.

Purtroppo Mankell è scomparso nel 2015 dopo aver combattuto strenuamente contro un cancro, facendo fede al credo del suo personaggio più famoso: “…non arrendersi mai”. Così, noi tristi lettori, ci eravamo già rassegnati a non vivere più una nuova indagine del suo commissario, ma dallo scorso 3 settembre è disponibile su Netflix la serie, di produzione inglese e in sei puntate, “Il giovane Wallander” ideata da Ben Harris.

Sulla scia del maestro Andrea Camilleri che in maniera geniale ha donato nuovo spunto e fascino al suo già intramontabile commissario televisivo ideando “Il giovane Montalbano”, Harris torna alle origini. La serie inizia infatti quando il “giovane” Kurt è ancora un semplice agente della Polizia svedese che ha scelto di vivere in una delle periferie più disagiate di Malmö, nella Scania meridionale.

Una sera, proprio sotto il piccolo e solitario appartamento in cui vive Wallander (Adam Pålsson), davanti ai suoi occhi, viene fatta esplodere una granata nella bocca di un ragazzo. La tragedia non fa altro che alimentare la feroce e reazionaria protesta di alcuni svedesi, che vedono negli immigrati che la città sta accogliendo la ragione di ogni male e violenza nel loro Paese.

Proprio perché sul posto al momento del delitto e residente nel quartiere, Wallander viene trasferito quasi di peso nella sezione Grandi Crimini della Polizia di Malmö. A volerlo è il responsabile, il sovrintendete Hemberg (Richard Dillane) che per primo intravede nel giovane le sue grandi doti investigative. Ma…

Gradevole e intrigante serie giallo/noir che centra l’animo del Wallander di Mankell, che in “Assassino senza volto” esterna il suo credo: “Il concetto di giustizia non significa solo che le persone che commettono reati vengano condannate. Significa anche non arrendersi mai”. Così come all’attenzione che Mankell poneva in favore dei più deboli della società come gli immigrati o il sub proletariato urbano.

Ottimo connubio artistico fra la Gran Bretagna e la Svezia che di fatto sono i genitori storici del grande giallo europeo.

“Odio implacabile” di Edward Dmytryk

(USA, 1947)

Il 15 agosto del 1947 esce nelle sale statunitensi “Crossfire”, che da noi verrà distribuito a partire dal 14 febbraio del 1948 col titolo “Odio implacabile”. La sceneggiatura è firmata da John Paxton ed è tratta dal romanzo di Richard Brooks “The Brick Foxhole” pubblicato la prima volta nel 1945.

Brooks (1912-1992) è ancora oggi considerato uno dei più rilevanti sceneggiatori di Hollywood, autore di script di film come “L’ultima minaccia“, “La gatta sul tetto che scotta”, “Il figlio di Giuda” o “A sangue freddo” (questi ultimi due li dirige anche), pubblica con “The Brick Foxhole” un romanzo dedicato all’odio fanatico contro il diverso, rappresentato da un omosessuale. Paxton e la produzione però, per ragioni non solo di censura, cambiano la vittima in un uomo di religione ebraica.

Gli Stati Uniti sono il Paese che più di tutti, fra gli Alleati, sta ottenendo economicamente e strategicamente i migliori risultati per la vittoria conseguita nel Secondo conflitto planetario. Ma gli uomini che poco prima erano al fronte, ora si trovano spaesati e incapaci di reintegrarsi nella società civile che, grazie anche al loro sacrificio, è molto cambiata.

Così molti di loro sono preda di ansie, depressioni e profonde paure, tutte amplificate e fomentate dall’improvvisa scomparsa di un grande nemico. Se i Paesi dell’Asse di Ferro sono stati ormai sconfitti, adesso dove si nasconde il nuovo e implacabile avversario?

Come accade spesso, purtroppo, in tempi di crisi ci sono alcuni che cavalcano le paure degli altri pur di ottenere consenso o sedare le proprie. Come il soldato Montgomery (interpretato ottimamente da Robert Ryan) che ha trovato il suo nuovo nemico in Samules (Sam Levene) uno sconosciuto incontrato in un bar, e che ha l’unica colpa di essere ebreo, e che per questo pesta a morte.

In una serie di flashback concatenati seguiamo l’inchiesta del commissario Finlay (Robert Young) che grazie all’aiuto del sergente Kelley (un granitico Robert Mitchum) riesce ad inchiodare Montgomery. Finlay, per convincere un commilitone dell’omicida a collaborare, gli racconta di come suo nonno, qualche decennio prima, è stato massacrato in quello stesso modo solo perché di religione cattolica in una Paese, come gli Stati Uniti, a maggioranza protestante.

Purtroppo Richard Brooks, da vero intellettuale, aveva il “pessimo” vizio di anticipare tristemente i tempi. E così, pochi mesi dopo l’uscita nelle sale di questa ottima pellicola, proprio a Washington – città dove si svolge il film – inizierà quella triste e infame “caccia alle streghe” contro i famigerati fautori delle cosiddette attività “anti-americane” guidata dal senatore Joseph McCarthy.

Il film viene candidato a cinque Oscar: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale e migliori attrice e attore non protagonista a Gloria Grahame e a Robert Ryan. Al Festival di Cannes viene premiato come miglior pellicola d’interesse sociale.

Da vedere e da far vedere a scuola.

“Little Fires Everywhere – Tanti piccoli fuochi” di Liz Tigelaar

(USA, 2020)

Basta essere bella e avere una bella casa per essere una buona madre?

Questa provocatoria domanda è alla base di “Little Fires Everywhere” una serie in otto puntate disponibile ora su Prime Video. Tratta dal romanzo “Tanti piccoli fuochi” dell’americana Celeste Ng e pubblicato nel 2017, la serie entra nella storia personale di due madri che, loro malgrado, rappresentano una congrua parte della società statunitense, e non solo.

1997: Elena Richardson (una davvero brava Reese Witherspoon) è la raffinata moglie dell’avvocato di successo Bill Richardson (Joshua Jackson), madre sempre disponibile e inappuntabile di quattro figli adolescenti: Trip, Lexie, Moody e Izzy. Ma soprattutto Elena vive con la sua famiglia in una delle case più belle e lussuose di Shaker Heights (dove Celeste Ng è veramente cresciuta), un sobborgo di Cleveland, in Ohio.

Nonostante i quattro figli e la grande casa da curare, Elena riesce anche a fare la giornalista per il giornale locale, lo “Shaker Heights Times”. La non poco ostentata anima liberale dei Richardson li ha portati ad essere una delle poche famiglie bianche ricche a non aver abbondato il sobborgo quando questo, qualche anno prima, ha iniziato ad accogliere una sempre più folta comunità per famiglie di colore.

Il governo di Cleveland è arrivato anche a pagare una somma mensile alle famiglie bianche pur di farle rimanere e sostenere l’integrazione. Ma i Richardson sono diversi: per esempio Lexie, la loro figlia maggiore, è fidanzata con Brian, il quarterback di colore del liceo. Elena, quindi, è il simbolo dell’upper class americana benevola e impeccabile che trascina e indirizza il resto del Paese. O così almeno sembra.

Perché quando sulla sua strada “inciampa” in Mia Warren (Kerry Washington), una misteriosa madre single e di colore che insieme a sua figlia Pearl girovaga il Paese con la sua vecchia auto, nella splendida casa di Elena si accendono …tanti piccoli fuochi.

Ideata da Liz Tigelaar (sceneggiatrice di serie come “Dawson’s Creek” o “Brothers & Sisters”) “Little Fires Everywhere” vanta un cast davvero di qualità, fra cui spiccano la Witherspoon e la Washington. E ci racconta, attraverso continui flashback concatenati, la storia di due donne che hanno lottato, senza tregua e con ogni mezzo a disposizione, per far sopravvivere la loro anima. Mezzi che però la vita “restituirà” loro con tutti gli interessi.

Davvero una bella serie di qualità.

“Il filo della memoria” di Paolo Levi

(Rizzoli, 1984)

«Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice, invece, lo è a modo suo…» con questa grande ed immortale massima il maestro Tolstoj inizia lo splendido “Anna Karenina”; ed è appunto di una grande famiglia che, come tutte le altre ha avuto periodi felici e momenti tristi e tragici, che ci parla questo bellissimo romanzo di Paolo Levi (1919-1989).

Tutto parte da una grande fotografia color seppia scattata a Roma nel 1913, dove sono immortalati tutti i rami di un’antica e storica famiglia italiana di religione ebraica. Sandra, l’io narrante, grazie a pazienti studi di antiche lettere e racconti personali, ricostruisce le dinamiche e gli eventi salienti di ogni ramo, a partire dai primi dell’Ottocento e fino al 1984.

Ovviamente, la grande linea di demarcazione per tutti è la tragedia della Seconda Guerra Mondiale con la persecuzione nazi-fascista delle persone di religione ebraica e non solo. Sandra ci parla dei suoi genitori e della famiglia che lei ha creato insieme ad Enrico, conosciuto mentre era in esilio in Svizzera per scampare ai campi di concentramento.

Sandra ci racconta anche come, proprio a causa della guerra e della vile caccia spietata subita, la sua generazione sia la prima che si rifiuta di continuare a subire le persecuzione figlie dell’antisemitismo e a reagire. Quando lentamente i lutti e le profonde ferite fisiche e morali iniziano ad alleggerirsi, Sandra insieme a figli e marito, affronta il famigerato Boom economico e la società del “Benessere”, per poi approdare al ’68, ai bui anni Settanta e alla prima parte dei “luminosi” Ottanta, che però…

Levi ci regala un’indimenticabile romanzo storico e sociale, che ripercorre quasi due secoli di storia italiana, e che ci racconta da dentro l’essenza – croce e delizia… – dell’elemento alla base della nostra cultura: la famiglia.

Da leggere, anche se attualmente questo bel romanzo italiano è incredibilmente – e aggiungo pure vergognosamente – fuori catalogo, e reperibile solo nel mondo dell’usato.

“L’inchiesta dell’ispettore Morgan” di Joseph Losey

(UK, 1959)

Tratto dal romanzo del giornalista ed editore Lee Howard e scritto per lo schermo da Ben Barzman e Millard Lampell, “L’inchiesta dell’ispettore Morgan” è un thriller noir d’annata, fra i migliori del cinema britannico degli anni Cinquanta e Sessanta estraneo agli adattamenti dei due maestri assoluti del mistero quali Arthur Conan Doyle e Agatha Christie.

Se il generico titolo in italiano ci anticipa solo che assisteremo alle indagini di un ispettore di Polizia, quello in inglese “Blind Date” – che è il titolo originale del romanzo di Howard – è molto più accattivante.

Ci troviamo così per le strade di una solare Londra – quella che di lì a poco diventerà la “Swinging London” – e seguiamo il giovane Jan (un bravissimo Hardy Krüger) vagare felice ed emozionato per strada, comprare un mazzetto di fiori e salire le scale che portano in un riservato appartamento nel cuore della capitale britannica.

L’ambiente sembra deserto e Jan, dopo aver chiamato più volte il nome di “Jacqueline”, mette un disco jazz e si sdraia sul divano ad aspettarla. Poco dopo però viene interrotto dall’arrivo di un agente di Polizia seguito da un sergente (che ha il volto di Gordon Jackson, probabilmente il più famoso attore comprimario scozzese) che lo intima di non muoversi. Jan pensa ad uno scherzo, ma le cose precipitano all’arrivo dell’ispettore Morgan (Stanley Baker) che lo accusa dell’omicidio dell’inquilina dell’appartamento Jacqueline Cousteau, il cui corpo giace senza vita sotto alcuni cappotti all’ingresso.

Inizia un duro e scontroso interrogatorio fra Morgan e Jan che, in una lunga serie di flashback, ricostruisce la sua problematica storia d’amore con Jacqueline (Micheline Presle), ma…

Losey, anche attraverso il viso e la mimica del suo attore britannico preferito Stanley Baker, ci parla di perbenismo e ipocrisia, e soprattuto di come nella Gran Bretagna di quegli anni la legge poteva non essere uguale per tutti, realizzando un film insolitamente carnale per quegli anni (anche se ovviamente tutto ciò che riguarda il sesso è decisamente dissimulato) come sottinteso dall’efficace locandina originale.

Un piccolo gioiellino in bianco e nero per amanti del genere.

Il dvd, che riporta fortunatamente la versione col doppiaggio originale fatto quando la pellicola venne distribuita nelle nostre sale (1961) con l’indimenticabile Nando Gazzolo che doppia Baker, è privo della sezione extra.

“Una meravigliosa domenica” di Akira Kurosawa

(Giappone, 1947)

Nel Giappone devastato del primissimo secondo dopoguerra hanno la “sfortuna” di vivere i due giovani fidanzati Yuzo (Isao Numasaki) e Masako (Chicko Nakaklita). Il loro amore è nato prima dello scoppio della guerra ed è una delle poche cose rimaste in piedi nella terra del Sol Levante.

Ma la situazione sociale ed economica del Paese è tragica e così i due, che lavorano incessantemente dal lunedì al sabato in cambio di un misero stipendio, vivendo ospiti da una sorella lei e da un amico lui, posso vedersi solo la domenica.

In tasca hanno 35 yen in totale, cosa che gli permetterà ben pochi svaghi. Ma l’amore sembra l’unica cosa che conta. Durante il passare delle ore però, la loro grave indigenza li opprime sempre più. Anche il feroce cinismo di un orfano di guerra vagabondo, che ricorda incredibilmente i due protagonisti dello splendido “La tomba delle lucciole” di Isao Tahakata, non fa che accrescere il rancore di Yuzo. Rancore che esplode in rabbia quando i due non possono far altro che riconoscere che nel loro Paese, al momento, stanno diventando ricchi solo spregiudicati e criminali.

Yuzo, rabbioso, impone a Masako un ultimatum: o lei lo seguirà a casa del suo amico, dove è sottinteso che consumeranno il loro primo rapporto sessuale, oppure lui se ne andrà per gli affari suoi. La ragazza, che sogna da sempre romanticamente il loro primo rapporto in altre più serene e felici contingenze prima rifiuta ma poi, per paura di perderlo, accetta.

Ma nel vedere il suo amore cedere disperata, Yuzo riacquista la ragione e propone di andare a prendere un tè. Mentre vagano per la città, che ormai sta diventando preda della sera, i due si fermano in un auditorium all’aperto desolato. Yuzo decide di dirigere un’orchestra immaginaria alla quale fa suonare “L’incompiuta” di Franz Schubert, che proprio nel pomeriggio non sono riusciti ad andare ad ascoltare a causa dei bagarini.     

La musica magicamente invade l’aria fino a quando la stessa Masako, guardando fissa la macchina da presa, esige decisa un applauso del pubblico per tutta la sua generazione che sta vivendo il periodo più buio nella storia del Giappone. Perché senza una speranza e senza un lavoro e un vero e giusto stipendio non c’è dignità. Ma grazie all’amore e alla stima di Masako, Yuzo riacquista la sua.  

Bellissima pellicola scritta dallo stesso Kurosawa assieme a Keinosuke Uekusa, che ci racconta di un Giappone piegato dal conflitto e ormai terra di conquista culturale e morale. Ed è soprattutto quest’ultimo concetto che Kurosawa sottolinea superbamente attraverso anche la scenografia che ci descrive infiniti ruderi sui quali troneggiano numerose scritte in inglese poste dai vincitori o messe proprio in loro onore.    

Un vero e proprio film neorealista nipponico dove, non a caso, Masako e Yuzo assomigliano tanto a Carmela e Antonio dello splendido “Due soldi di speranza” che Renato Castellani girerà nel 1952.

Da vedere.

La versione in italiano presente nel dvd è quella doppiata recentemente, visto che questo film Kurosawa lo realizzò prima di riscuotere il successo planetario con lo straordinario “Rashomon” nel 1950, e da noi non venne mai distribuito nelle sale cinematografiche. Nella sezione extra sono presenti, tra gli altri, la filmografia del regista e alcune sue sfiziose massime sulla settima arte.

“Radioactive” di Marjane Satrapi

(UK/Ungheria/Rep. Pop. Cinese/Francia/USA, 2020)

Maria Salomea Skłodowska è stata una delle personalità più rilevanti del Novecento, e non solo. La Skłodowska, grazie al suo genio e alla sua costanza di scienziata, ha segnato il suo tempo e quello successivo alla sua morte avvenuta nel 1934.

Ma la Skłodowska aveva un grande e imperdonabile “difetto”, secondo la stragrande maggioranza dei suoi contemporanei: era una donna. Basta pensare che il mondo non la ricorda col suo vero nome, ma con quello francesizzato di Marie, e col cognome del marito Pierre Curie.

Perché la Skłodowska nasce a Varsavia, allora Polonia Russa, nel 1867 e nel 1891 si trasferisce a Parigi per studiare e conseguire la laurea in fisica e matematica. E’ in questa fase della sua vita che inizia il racconto del film “Radioactive”, diretto dalla franco-iraniana Marjane Satrapi, scritto da Jack Thorne e tratto dal graphic novel dell’americana Lauren Redniss.

A causa del suo carattere forte e indipendente – che allora dotti medici e sapienti chiamavano vergognosamente “isteria” – e nonostante il suo genio indiscusso di scienziata, Maria Salomea Skłodowska (interpretata da una bravissima Rosamund Pike da Oscar) è mal tollerata alla Sorbona, dove mezzi e risorse vengono dedicati soprattutto ai suoi colleghi maschi. All’ennesima richiesta di spazi e fondi la Skłodowska viene invitata a lasciare il suo laboratorio.

L’unico che le offre un posto è Pierre Curie (Sam Riley) ben conscio delle grandi capacità di scienziata della donna. In breve tempo i due uniscono le loro ricerche e le loro vite, sposandosi e dividendo il laboratorio. Insieme i Curie scopriranno due nuovi elementi chimici, il radio e il polonio – chiamato così in onore alla terra natia di Marie – perfezionando anche il concetto di radioattività.

Il mondo scientifico cambia in maniera rapida e inarrestabile e la coppia di scienziati è acclamata e applaudita ovunque. Ma quando arriva il Premio Nobel per la Fisica, sulla menzione c’è scritto solo il nome di Pierre Curie. Sia perché ha appena partorito, ma soprattutto perché indignata per la cosa, Marie non accompagna il marito a Stoccolma a ritirare il prestigioso premio.

Lo studio del radio e della sua radioattività inizia a provocare gravi danni agli scienziati che lo maneggiano e i Curie cominciano a domandarsi se l’umanità era pronta per una scoperta così importante.

Quando, investito da una carrozza, nel 1906 Pierre muore, Marie rimane sola con i suoi dubbi ed i suoi demoni. E così, affrontando la vita sempre da donna libera e indipendente – causando fin troppo spesso le ire e le proteste dei più ipocriti benpensanti – Marie non potrà fare a meno di incrociare l’equipaggio dell’Enola Gay che lancerà la bomba su Hiroshima nel 1945 o il pompiere che per primo entrerà nel reattore danneggiato a Chernobyl nel 1986. Ma incrocerà anche, però, il bambino che per primo a Cleveland nel 1957 si sottoporrà alla radioterapia per sconfiggere il cancro che lo sta uccidendo…

Un bel film su una grande scienziata che ha rivoluzionato il mondo, e non solo quello della scienza, senza mai tradire la sua natura di donna libera.

Da vedere e da fer vedere a scuola.

“Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders

(Germania Est/Francia, 1987)

Come quasi tutti i film realizzati dai fondatori del Nuovo cinema tedesco, anche questa bellissima pellicola di Wim Wenders è colma del senso di colpa e di disperazione figli dell’immane tragedia della Seconda Guerra Mondiale, dove la Germania di Hitler ebbe un ruolo – insieme al Regno d’Italia di Mussolini, ovviamente – cruciale e drammaticamente attivo.

Così la Berlino che ci racconta Wenders è prima di tutto la città tagliata in due dal muro, muro che è presente in quasi ogni scena (e che viene ricostruito dove non è possibile girare per motivi di sicurezza). Dopo otto anni passati negli Stati Uniti, Wenders torna a Berlino il cui cielo è pieno di angeli, che hanno il compito soprattutto di ricordare. Uno di questi, Damiel (Bruno Ganz), innamoratosi di Marion (una felliniana artista circense interpretata da Solveig Dommartin) decide di abbandonare i suoi celestiali abiti e diventare umano per amarla. A convincerlo è l’attore Peter Falk (che veste i panni di se stesso) a Berlino per girare un film ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, e che gli rivela di essere stato, trent’anni prima, anche lui un angelo…

Una indimenticabile e struggente metafora della vita e soprattutto della voglia di vivere.        

Fra i personaggi memorabili che anche l’anziano Homer, interpretato dall’attore tedesco Curt Bois, anziano poeta non vendete che vaga per la città in cerca di Potsdamer Platz, una delle piazze più belle della città prima del conflitto, ed ora divenuta solo un grande spazio vuoto attraversato da alcune superstrade.  

Bois è stato uno dei più longevi artisti tedeschi che recitò per la prima volta davanti ad una macchina da presa a soli sette anni, arrivando a essere diretto anche dal maestro Ernst Lubitsch nel suo indimenticabile “La principessa delle ostriche”. Nel 1934, a causa delle leggi razziali imposte da Hitler, Bois di religione ebraica lasciò la Germania per gli Stati Uniti dove continuò la sua carriera e nel 1942 recitò in “Casablanca” di Michael Curtiz, interpretando un elegante borseggiatore che nella nostra versione venne doppiato da un giovane Alberto Sordi.

Per scrivere il film Wenders si è consultato durante le riprese con Peter Handke, suo vecchio amico, nonché (contestato) Premio Nobel per la Letteratura nel 2019. Come per “Paris, Texas” anche per questo film Wenders prima di iniziare le riprese non aveva una vera e propria sceneggiatura, ma solo un’idea.

Per la chicca: nel 1998 venne prodotto a Hollywood il remake “City of Angels – La città degli angeli” diretto da Brad Silberling e interpretato da Nicholas Cage e Meg Ryan che ha davvero molto poco a che fare con l’opera di Wenders, e di cui i posteri ricorderanno soprattutto la canzone “Iris” interpretata dai Goo Goo Dolls, tratta dalla colonna sonora.

La confezione contiene due dvd, uno col film e la versione in italiano con il grande Riccardo Cucciolla che dona la voce a Damiel, e l’altro con una ricca sezione di contenuti extra contenente un divertente spot con lo stesso Wenders che insieme a Curt Bois presenta una retrospettiva a lui dedicata; le scene tagliate e commentate dal regista; un’intervista a Wenders e alla Dommartin (scomparsa prematuramente nel 2007) fatta sull’Intercity Roma-Bologna da Mario Canale nel dicembre del 1987; un’intervista a Peter Falk fatta durante il Festival di Cannes del 1987 in cui parla del suo rapporto col cineasta tedesco; il trailer originale e quello in italiano; e il breve ma imperdibile documentario con le riprese a colori effettuate dalle truppe Alleate nel luglio del 1945 che ci raccontano di una Berlino quasi rasa al suolo, ancora senza muro, e le cui riprese aeree ricordano molto quelle del film.    

“Onward – Oltre la magia” di Dan Scanlon

(USA, 2020)

Sono, dal lontano 1995, un fan sfegatato della magica Pixar che ha saputo rivoluzionare il mondo del cinema d’animazione – e non solo – grazie alla computer grafica, ma soprattutto grazie a storie e a sceneggiature innovative, e molto spesso coraggiose.

Come è capitato nel 2009 per lo splendido “Up” di Pete Docter, fantastica metafora di come si sceglie di affrontare la vecchiaia, che però fece storcere il naso ai produttori di giocattoli e gadget che si rifiutarono – sbagliando e rimettendoci gran bei soldoni… – di farne per il film, vista la trama che consideravano “troppo triste”. Ma la vita, fin troppe volte, è davvero triste.

E così questa volta la casa di produzione fondata da John Lasseter, ci porta in un mondo fantastico abitato da creature magiche come unicorni, centauri ed elfi. Solo che la magia, in questo mondo, è stata lentamente accantonata a favore delle classiche comodità della vita moderna. Comodità che assomigliano molto alle nostre.

Entriamo così in casa Lightfoot dove vivono i due fratelli adolescenti Ian e Barley, assieme alla loro madre Laurel. Il loro padre Walden è morto quando Ian, il fratello minore, era ancora un lattante e così, a differenza di Barley, lui non ne ha un vero e proprio ricordo.

Forse per il suo passato, il carattere di Ian è molto chiuso e introverso, mentre quello del fratello è più espansivo, ma tutto concentrato su un gioco di ruolo che ripercorre l’era di quando il loro mondo era dominato dalla grande magia.

Il giorno del suo sedicesimo compleanno Ian riceve un regalo molto speciale. Sua madre, infatti, gli porge uno strano plico stretto e lungo, confezionato da Walden poco prima di morire con la richiesta di donarlo ai propri figli solo quando Ian avrebbe compiuto i sedici anni. Si tratta di un bastone magico con una pietra fatata da incastonarci dentro. Seguendo le istruzioni dell’incantesimo scritte dallo stesso Walden è possibile farlo tornare in vita per un solo giorno.

Se il bastone magico in mano a Barley non sortisce effetto, fra le dita di Ian invece inizia a brillare e lentamente la pietra magica si consuma facendo apparire prima i piedi e poi le gambe di Walden. Ma Ian, che non ha mai creduto alla magia e soprattutto in se stesso, non riesce a portare a termine l’incantesimo e la pietra si consuma lasciando il padre dalla vita in giù. C’è solo una cosa da fare: trovare un’altra pietra magica e così Ian e Barley partono alla sua ricerca, ma…

Malinconica e al tempo stesso deliziosa metafora di come un adolescente è costretto ad affrontare il lutto legato alla perdita del padre, del quale ha pochi o nessun ricordo. La storia è legata all’esperienza personale del regista Dan Scanlon – che ha scritto la sceneggiatura insieme a Keith Bunin e Jason Headly – costretto, suo malgrado e senza la magia, ad affrontare l’adolescenza senza il padre, come tantissimi altri, a cui questo film è indubbiamente dedicato.

Un storia triste, ma vera, con un epilogo malinconico ma che inneggia però alla vita e alla voglia di affrontarla.

“Minivip & Supervip. Il mistero del Via Vai”

(Bao Publishing, 2018)

Per festeggiare i cinquant’anni dall’uscita nelle sale del mitico lungometraggio animato “VIP: mio fratello superuomo“, Minivip e Supervip sono tornano in una godibilissima avventura a fumetti.

Il nostro pianeta è quasi totalmente vittima dell’inquinamento dovuto all’uso sconsiderato dei combustibili fossili per assecondare gli spostamenti delle persone e delle merci. La situazione sembra senza speranza, anche per i fratelli supereroi Minivip e Supervip, visto poi che quest’ultimo è depresso dopo essere stato lasciato dalla sua storica compagna Lisa che lo considerava un ostacolo alla sua carriera di giornalista d’assalto.

Minivip invece è felice, nonostante la grave situazione del pianeta, perché la sua compagna Nervustrella è incinta. Ma il terribile inquinamento ha reso la Terra anche l’ambiente ideale per ospitare le uova della terribile Fertile Sempiterna, un gigantesco lucertolone che vive sul pianeta Sparky, che invece a causa della sua crescente umidità è diventato inadatto. Così la diabolica Fertile Sempiterna, grazie ai Via Vai – degli strumenti a forma di torcia elettrica in grado di spostare cose e esseri viventi in qualsiasi luogo dell’universo, senza l’ausilio di alcuna energia – decide di portare le sue uova sulla Terra dove, una volta schiuse, prenderanno il controllo totale. Ma sulla sua strada, il diabolico lucertolone, si imbatterà loro malgrado nei fratelli Vip…   

Sfizioso sequel per i due fratelli supereroi nati dalla penna geniale di Bruno Bozzetto. La sceneggiatura di questo volume è stata scritta dallo stesso Bozzetto prendendo spunto dallo script per un film – mai prodotto – che aveva redatto insieme a Nicola Ioppolo. I disegni, davvero belli, sono firmati da Gregory Panaccione.

E’ proprio nei momenti più difficili e complicati che abbiamo bisogno dei supereroi. Minivip & Supervip magari non riusciranno a sconfiggere tutti i mali, ma almeno ci fanno ridere e sorridere, medicina fra le più importanti della storia.