“Grammatica della fantasia – Introduzione all’arte di inventare storie” di Gianni Rodari

(Einaudi, 2016/1997)

Non è un caso che questo splendido libro di uno degli autori più amati della mia generazione (e ovviamente non solo) sia dedicato alla città di Reggio Emilia.

Perché dal 6 al 10 marzo del 1972 Gianni Rodari venne invitato come “esperto” ad una storica serie di incontri per docenti delle scuole elementari organizzato dal comune della città emiliana. Quello che veniva teorizzato il pomeriggio fra i docenti e gli esperti, la mattina seguente veniva subito messo in pratica nelle aule con i piccoli alunni.

Raccogliendo i suoi interventi e i suoi precedenti scritti – come il “Quaderno della Fantasia” – Rodari pubblicò nel 1973 questo prezioso volume che contribuì di fatto a cambiare nel profondo il concetto di educazione scolastica.

“Se avessimo anche una Fantastica, come una Logica, sarebbe scoperta l’arte di inventare” ci dice Rodari per il quale coltivare ed alimentare la fantasia dei bambini assecondando a lei il programma didattico – e non il contrario – è fondamentale per creare donne e uomini liberi.

Ma non solo, questo libro è un eccezionale “manuale” per chi ama inventare e raccontare storie, anche se non è più un bambino. Rodari ci parla di Vladimir Propp i cui studi e soprattutto il testo “Morfologia della fiaba” è ancora un capo saldo dello studio della creazione delle storie.

Per comprendere al meglio quanto questo scritto di Rodari – come molti altri – sia attuale basta ricordare che Propp è uno degli autori – l’altro è Joseph Campbell – a cui si ispira Christoper Vogler per scrivere il suo saggio “Il viaggio dell’eroe” che riassume e descrive i passaggi principali comuni a tutte le fiabe e leggende tradizionali del nostro Pianeta. A questo testo (e a quello di Propp), tanto per fare un esempio, si è ispirato George Lucas per scrivere la sceneggiatura di “Guerre Stellari”.

Ma la lungimiranza di Rodari non si ferma lì. Siamo nel 1973, nel nostro Paese esistono solo due canali televisivi, le cui trasmissioni sono molto formali ed austere, con poche eccezioni fra cui “Carosello”. Ma di lì a poco le cose cambieranno, verranno liberalizzate le frequenze televisive e nasceranno, come funghi, le televisioni private. E allora Rodari ci dice perplesso: “Non si può mai essere sicuri di quello che un bambino impara guardando la televisione”.

Su questo immortale testo, come su tutta l’opera di Rodari, ci sarebbe da scrivere ancora tanto altro, ma limito solo a citare una frase del libro che, se ce ne fosse bisogno, evidenzia il suo amore e il suo rispetto per i più piccoli: “I bambini ne sanno una più della grammatica”.

“Ultimo domicilio conosciuto” di José Giovanni

(Francia/Italia, 1970)

Tratto dal romanzo (introvabile) di Joseph Harrington, questa pellicola diretta da José Giovanni – che ne scrive anche la sceneggiatura – ci regala una delle migliori interpretazioni del grande Lino Ventura.

Marceau Leonetti (un granitico Ventura) è uno sbirro alla vecchia maniera: poche parole e molti fatti. E’ stato anche insignito della Legion d’Onore, ma la sua vita è stata segnata irrimediabilmente dall’incidente stradale in cui hanno perso la vita sua moglie e la sua piccola figlia, mentre lui era al volante.

Diventato un uomo solitario, Leonetti si dedica al lavoro dove inanella un successo dietro l’altro. Ma all’alba di una fredda mattina d’inverno incappa in un giovane ubriaco al volante. Invece di chiamare una pattuglia, decide di portalo lui al commissariato. Il ragazzo, però, è il figlio di un noto avvocato che riesce a farlo scarcerare in pochi minuti e accusare pesantemente Leonetti di maltrattamenti. Non avendo testimoni a suo favore il poliziotto non può dimostrare la sua innocenza, e così dalla prestigiosa Polizia Criminale viene trasferito in un piccolo commissariato di periferia.

Lì viene incaricato di arrestare i molestatori che imperversano nei cinema della zona. Per individuarli gli viene affidata Jeanne Dumas (Marlène Jobert) una giovane ausiliaria ottimista e alle prime armi.

Anche se il lavoro è davvero pesante e i due hanno vite e caratteri agli antipodi, Jeanne e Marceau iniziato ad affiatarsi. Quasi per caso, il suo responsabile, gli affida una nuova inchiesta: deve ritrovare Roger Martin, il testimone cruciale nel processo contro Soramon, un noto criminale. Ma Leonetti ha solo una settimana per trovarlo, perché dopo si chiuderà il processo e Soramon verrà liberato. Sono cinque anni che la Polizia Criminale tenta di scovarlo, ma l’anonimo contabile Martin sembra svanito nel nulla.

Leonetti e Jeanne iniziano le ricerche e sulle loro tracce si mette subito Greg (Michel Costantin) killer spietato al servizio di Soramon…

Struggente e crepuscolare poliziesco tipico di quegli anni, che ricorda molto nelle atmosfere gli scritti del grande Giorgio Scerbanenco, e che ha per sfondo le infinite periferie parigine protagoniste di “Due o tre cose che so di lei” diretto da Jean-Luc Godard nel 1967.

Per la chicca: la giovane e inesperta Jeanne ha il volto della Jobert che nella vita reale è la madre dell’attrice Eva Green. Il volto, invece, del perfido Greg è quello di Costanitin che nella realtà, prima di diventare attore è stato un noto giornalista sportivo, e prima ancora – cosa che lo accomuna allo stesso Ventura, campione d’Europa di lotta greco-romana nel 1950 – capitano della nazionale francese di pallavolo.

Da ricordare la struggente colonna sonora firmata da Francois De Roubaix e, nella nostra versione, la splendida voce di Glauco Onorato che doppia Ventura.

La pellicola si conclude con la frase “…la vita è un bene perduto, se non è vissuta come avresti voluto” del poeta rumeno Mihai Eminescu.

“La famosa invasione degli orsi in Sicilia” di Lorenzo Mattotti

(Francia/Italia, 2019)

Dopo quasi settantacinque anni arriva un ottimo adattamento cinematografico del romanzo – edito per la prima volta a puntate sul “Corriere di Piccoli” nel 1945 – “La famosa invasione degli orsi in Sicilia” di Dino Buzzati.

A scrivere la sceneggiatura sono lo stesso Lorenzo Mattotti, Thomas Bidegain (già coautore dello script dell’ottimo “La famiglia Bélier” di Eric Lartigau) e Jean-Luc Fromental. La storia di Re Leonzio e del suo popolo di diecimila orsi che dalle montagne scende a valle in una onirica Sicilia del passato, si dipana abbastanza fedelmente allo scritto di Buzzati.

Sulla strada per Caltabellotta (nei pressi di Agrigento) il cantastorie Gedeone (nella nostra versione doppiato da Antonio Albanese) e la sua giovanissima assistente Almerina (Linda Caridi) si rifugiano in una grotta per passare la notte.

Scoprono però che l’antro è occupato da un vecchissimo orso (la cui voce è quella indimenticabile del maestro Andrea Camilleri) e, per non essere mangiati, i due gli raccontano la storia della famosa invasione degli orsi avvenuta quando la Sicilia era piena di altissime montagne.

Con deliziosi disegni che ricordano splendide e immortali opere come quelle di Dalì o di De Chirico, riviviamo la ricerca disperata che Leonzio (con la voce di Toni Servillo) fa di suo figlio Tonio, rapito da alcuni cacciatori.

Assistiamo agli assalti vili e crudeli che il Granduca lancia contro il popolo degli orsi, a come gli orsi poi riescano a sconfiggerlo e, soprattutto, a come Re Leonzio ritrovi suo figlio e diventi il sovrano di tutta l’isola, fino a quando il suo braccio destro Salnitro (doppiato stupendamente da Corrado Guzzanti) clandestinamente…

Davvero una bellissima pellicola d’animazione di alta qualità, dove tutto – i disegni come la colonna sonora – si armonizza col racconto fantastico (in tutti i sensi!) di Buzzati.

Da vedere.

“I viaggiatori della sera” di Ugo Tognazzi

(Italia/Spagna, 1979)

Dell’originale e particolare “I viaggiatori della sera” di Umberto Simonetta, pubblicato nel 1976, ne ho già parlato, e proprio perché amo molto il romanzo ho voluto vedere questo film che spesso è ricordato più dell’opera originale. Nel 1979 Ugo Tognazzi decide di scrivere, interpretare e dirigere il suo adattamento cinematografico.

In un futuro prossimo distopico, a causa del grave sovraffollamento globale, una ferrea legge prevede che a 49 anni i cittadini abbandonino il loro lavoro e la loro casa per trasferirsi irrevocabilmente in uno dei numerosi villaggi per le “vacanze definitive” gestiti dallo Stato. L’ESP (Esercito della Salute Pubblica) che pattuglia il territorio, controlla che la legge venga rispettata.

Orso (Tognazzi) e sua moglie Nicky (Ornella Vanoni) compiendo i 49 anni lo stesso anno devono recarsi al villaggio balneare 27 insieme. I due sono arrabbiati e frustrati, mentre i figli Anna Maria e Francesco trovano le “vacanze definitive” giuste ed eque, nel rispetto soprattutto della legge e delle nuove generazioni. I due “anziani” vengono così accompagnati dai figli, insieme al nipotino Antonluca – figlio di Anna Maria – alla loro destinazione, alla quale alla fine si rassegnano.

Nel villaggio gli ospiti devono solo far passare il tempo, vitto e alloggio sono infatti a carico della comunità. Regolarmente, con la motivazione ufficiale di intrattenere gli ospiti, viene fatta una sorta di lotteria con dei particolari tarocchi. Coloro che alla fine dell’estrazione rimangono con una o più carte in mano “vincono” una lussuosa crociera. Crociera però dalla quale nessuno ha mai fatto ritorno.

La completa inattività e l’ombra incombente della morte portano gli ospiti a sfogare le proprie ansie e i propri timori nell’unica valvola di sfogo consentita: il sesso. Anche il giovane personale che si occupa della gestione del villaggio accetta rapporti sessuali in cambio di vestiti o gioielli. Mentre Nicky, per quietare l’angoscia che l’attanaglia si adegua, Orso sembra non riuscirci. E proprio in un suo girovagare notturno si accorge che il suo ex compagno di scuola Bertani (Manuel de Blas), anche lui ospite al villaggio 27, organizza una sorta di resistenza sovversiva…

Purtroppo Tognazzi non riesce a mantenere l’anima satirica e caustica del romanzo di Simonetta, ed il film si impantana nelle acque del genere che in quegli anni spopola al botteghino: il sexy/pecoreccio.

La sceneggiatura, che Tognazzi scrive insieme a Sandro Parenzo (autore degli script di film come “Malizia”, “Peccato veniale”, “Lezioni private” o “Sesso in confessionale”) basa i dialoghi su un inutile – e quasi continuo – turpiloquio. I nudi – a partire da quello integrale della Vanoni all’inizio del film e fino a quello di Corinne Clery, nei panni di un’inserviente sovversiva, alla fine – e soprattutto le banali e perpetue allusioni sessuali poco c’entrano con lo spirito originale del romanzo.

Il dramma di una società che si ritrova “sul groppone” colpevolmente, ma quasi senza accorgersene, una generazione che erroneamente trova “inutile” – soprattutto perché non riesce a comprenderla – è un dramma di cui tutta la stessa società è responsabile. Per Tognazzi, invece, il dramma diventa un più superficiale scontro generazionale. Orso e Nicky non sono compresi dai loro figli, è vero, ma sono stati proprio loro a crescerli ed educarli. Di questo spinoso e cruciale aspetto (al contrario di Simonetta) Tognazzi non parla, facendo della pellicola un incompleto e debole atto d’accusa a senso unico.

Eppure, fra gli interpreti del film, c’è anche Leo Benvenuti nella parte di un amico di Orso, anche lui confinato al villaggio 27. E’ lo stesso Leo Benvenuti autore delle sceneggiature di film come “Arrangiatevi!” di Bolognini, “Matrimonio all’italiana” di De Sica, “Per grazia ricevuta” di Manfredi, “Fantozzi” di Salce o “Amici miei” di Monicelli, tanto per dirne solo alcuni.

Per la chicca: Manuel de Blas è l’attore che impersona il glaciale killer “Paganini” nell’immortale “…altrimenti ci arrabbiamo” di Marcello Fondato.

Il dvd non possiede alcuna sezione extra.

“Bombshell – La voce dello scandalo” di Jay Roach

(USA, 2019)

Il regista Jay Roach – dopo l’ottimo “L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo” – torna a raccontare una storia realmente accaduta.

Siamo nel 2015, durante la campagna per le elezioni presidenziali degli Stati Uniti che vedranno trionfare l’anno successivo il candidato repubblicano Donald Trump.

Entriamo nel cuore del network più conservatore del panorama americano Fox News, creato e presieduto da Roger Alies (un bravissimo John Lithgow, superbamente truccato) voluto direttamente dal proprietario Rupert Murdock (Malcom McDowell). Alies, con un passato di consulente d’immagine per Richard Nixon, Ronald Reagan e George Bush Sr., in pochi anni ha creato uno dei canali d’informazione più seguiti – e redditizi – d’America.

Fra le conduttrici più rilevanti spicca Megyn Kelly (una davvero brava Charlize Theron con tanto di lenti a contatto scure, mento e zigomi finti che ne cambiano straordinariamente i connotati) che è una dei tre giornalisti che porrà ai candidati repubblicani una domanda, durante una Convention in diretta televisiva.

La Kelly, basandosi sugli atti relativi al divorzio da Ivana e sulle numerose frasi che Donald Trump ha pubblicamente affermato, gli pone una domanda sul sessismo. Il futuro Presidente degli Stai Uniti s’infuria e, terminato il dibattito, inizia sui social una violenta campagna contro la Kelly, che definsce “ochetta” e vittima della sindrome premestruale. La giornalista si rivolge a Alies per aver sostegno dal network, sostegno che però non viene dato visto che Trump piace agli americani “…più di quanto se ne rendano conto”, afferma il presidente di Fox News.

A Gretchen Carlson (Nicole Kidman, anche lei incredibilmente truccata) conduttrice di prima grandezza di Fox News vengono affidati programmi in orari sempre meno rilevanti, perché – ufficiosamente – molti la considerano ormai “vecchia” (49 anni) e troppo “polemica”, visto che non tollera, per esempio, le battute sessiste. I tempi in cui vinse il titolo di Miss America (1989) sono ormai “lontani”.

Come stagista arriva a Fox News la giovane e avvenente Kayla Pospisil (Margot Robbie che a differenza della Theron e della Kidman interpreta un personaggio non reale, ma simbolico) che in breve tempo riesce ad entrare nelle grazie di Alies. Ma questo significa anche sottostare alle sempre più frequenti molestie sessuali di Alies, che vede nel sesso – soprattutto quello orale da parte di una sua subalterna – la manifestazione del suo potere.

Scopriamo così che per l’ultraconservatore Alies uno dei pilastri fondanti di un network è il corpo delle donne. Tutte quelle che vanno in onda devono indossare (regola ferrea ma non scritta) austere ma molto corte gonne grazie alle quali i telespettatori possano ammirare le loro gambe, anche durante i dibattiti politici.

La Carlson, dopo essere andata in onda volutamente senza trucco per far tornare l’attenzione dei suoi spettatori sulla sostanza delle notizie e non solo sulla loro forma, viene licenziata. Decide così di fare causa ad Alies per molestie sessuali affermando di essere stata licenziata perché non le ha assecondate. La Carlson, spera in cuor suo, che altre colleghe di Fox News la seguiranno…

Anche se questo film, scritto da Charles Randolph (premio Oscar nel 2016 per lo script de “La grande scommessa”), ha alcuni limiti proprio nella sceneggiatura, è comunque un ottimo documento sullo scandalo che ha investito Fox News nel 2016 portando alle dimissioni di Alies. La vicenda verrà seguita poco dopo dallo scandalo legato alle accuse contro Harvey Weinstein per molestie sessuali e stupro, accuse che sposteranno l’attenzione dalla televisione al cinema.

Negli Stati Uniti sono stati realizzati altri film (anche no fiction) sulla vicenda, ma questo di Roach tenta di sottolineare (forse riuscendoci solo in parte) come una donna venga segnata nel profondo da una molestia sul lavoro (e non) perché ormai da secoli siamo tutti abituati a pensare (donne e uomini) che la colpa sia soprattutto la sua, e che l’abusante abbia “solo” preso una “cosa” che era lì a disposizione, e probabilmente lecita vista la sua posizione dominante.

Il film, giustamente, ha vinto il Premio Oscar per il miglior trucco.

“F.B.I. e la banda degli angeli” di Steve Carver

(USA, 1974)

Questo film scollacciato è stato prodotto dal grande Roger Corman, la mente più geniale del cinema indipendente americano (basta ricordare che agli inizi degli anni Sessanta si scelse come assistente il giovane e sconosciuto Francis Ford Coppola).

Scritto da William Norton e Frances Doel, “F.B.I. e la banda degli angeli”, con graffiante ironia, denuncia la situazione della donna nella società contemporanea, umiliata e sfruttata dall’uomo che la vede sempre e solo come un oggetto sessuale.

Anche se la sceneggiatura possiede qualche incongruenza, e il regista Steve Carver non disdegna di mostrare generosamente le protagoniste in abiti succinti o spesso senza neanche quelli (all’epoca fece un certo scalpore il nudo integrale di Angie Dickinson) in questa pellicola non c’è una figura maschile positiva (fra quelli più ridicolizzati ci sono anche gli agenti del F.B.I.) cosa che ne fa di fatto un film a suo modo femminista . Tutti gli uomini, in un modo o nell’altro, vogliono approfittarsi delle tre protagoniste, la piacente madre (la Dickinson, appunto) e le sue due figlie adolescenti.

Come spesso accade nella storia del cinema, soprattutto coi film di serie B, per raccontare uno storia scomoda o di protesta senza incappare nella censura, si cambia periodo storico e si usa un genere molto commerciale come, in questo caso, il gangster movie e lo scollacciato.

Così ci troviamo nel sud degli Stati Uniti durante il periodo della Grande Depressione (che economicamente ricorda molto l’epoca in cui venne realizzato il film) Wilma McClatchie (la Dickinson) è rimasta vedova con due figlie adolescenti a carico, senza nulla per mantenerle. La più piccola è stata promessa in sposa ad una famiglia che abita nella stessa cittadina. Il futuro della giovane è quello però di fare la sguattera e “sfornare” figli.

Ma proprio davanti all’altare Wilma non ci sta, non vuole che sua figlia faccia la sua stessa vita e così se la porta via prima del “sì”. Le tre donne scappano col cognato, che di mestiere fa il contrabbandiere di whisky. Inizia così la nuova vita – criminale – di Wilma che prende in mano le redini degli affari del cognato, morto sotto i colpi degli agenti del F.B.I..

Sulla sua strada Wilma incontrerà vari uomini che tentano sempre di servirsi di lei, fra cui Il rapinatore Fred Diller (Tom Skerritt) e il truffatore William J. Baxter (William Shatner).

Una pellicola con dei limiti evidenti, ma la mano del grande Corman si vede, soprattutto nella colonna sonora da “vecchie comiche” e nelle scene in cui Wilma a sparare è più brava degli uomini.

Il dvd riporta la versione col doppiaggio originale fatto quando la pellicola è uscita nelle nostre sale. Negli extra è presente il trailer originale del film.

“Radio America” di Robert Altman

(USA, 2006)

A Prairie Home Companion” (che è anche il titolo originale del film) è stato per oltre quarant’anni uno dei programmi radiofonici dal vivo più noti degli Stati Uniti, trasmesso su oltre 690 stazioni con picchi fino a quattro milioni di ascoltatori settimanali. Noto sia per i suoi ospiti musicali, in particolare musicisti folk e tradizionali, che per i “drammi” radiofonici a base di ironia e comicità classica.

A condurlo e scriverlo, dal 1974 al 2016, è stato il poliedrico Garrison Keillor. E’ lo stesso Keillor che propone al grande Robert Altman una sua sceneggiatura ispirata al programma. Ma nello script il programma è arrivato alla sua ultima puntata, perché i proprietari della WLT (che produce lo spettacolo e possiede anche il teatro da dove si trasmette, sito in una cittadina del Minnesota) hanno venduto tutto ad una compagnia texana. I nuovi proprietari hanno già deciso di chiudere lo show e realizzare un ampio parcheggio al posto del teatro.

Così seguiamo, quasi in tempo reale, l’ultima puntata di uno show già “defunto”, dove gli autori, i musicisti, così come i tecnici fino al rumorista, non possono opporsi all’inevitabile.

Con un cast straordinario su cui spiccano Meryl Streep, John C. Reilly, Kevin Kline, Woody Harrelson, Lily Tomlin e lo stesso Garrison Keillor (nel ruolo di GK) “Radio America” è anche – purtroppo – l’ultima opera di Altman che scomparirà per una lunga malattia pochi mesi dopo l’uscita della pellicola nelle sale.

Non è un caso, quindi, il personaggio della “donna pericolosa” che si aggira per lo studio, una sorta di “angelo della morte” che con calma e serenità prepara tutti all’ineluttabile. Delizioso e malinconico, questo film ci ricorda che gran regista di classe era Altman, maestro – come pochi altri – di film corali

Il dvd contiene una ricca sezione degli extra con un gustoso “Making of” e le interviste a tutti i protagonisti della pellicola, compreso anche Altman.

“La morte corre sul fiume” di Charles Laughton

(USA, 1955)

Questo capolavoro della cinematografia planetaria alla sua uscita nelle sale degli Stati Uniti venne accolto molto freddamente dal pubblico, tanto da decretare la fine della carriera dietro la macchina da presa del suo regista: il grande Charles Laughton (che avrebbe dovuto dirigere poi l’adattamento del romanzo “Il nudo e il morto” di Norman Mailer).

Così, la carriera del regista di uno dei film americani più gotici – con superbi richiami all’espressionismo tedesco – degli anni Cinquanta, si blocca ad una sola pellicola. La modernità della storia e soprattutto del deciso linguaggio visivo difficilmente poteva essere accolti caldamente del pubblico americano (e non solo) di allora.

L’inno contro il fanatismo religioso e puritano (tipico degli stati del sud) che il film rappresenta era davvero troppo precoce. D’altronde Rosa Parks, per non aver ceduto il posto ad un bianco sull’autobus, venne arrestata il 1° dicembre del 1955, pochi mesi dopo l’uscita nelle sale del film.

Laughton dirige superbamente un cast in cui spiccano un grande Robert Mitchum e una bravissima Shelley Winters. Nel periodo precedente all’uscita del film, la Winters era sposata con Vittorio Gassman, che in più di un’intervista ha ricordato le preziosissime disquisizioni che consumava con Laughton, nella piscina della sua villa hollywoodiana, su Shakespeare e la sua messa in scena.

La sceneggiatura è firmata da James Agee (vincitore del Premio Pulitzer e autore di splendidi adattamenti cinematografici come quello per “La Regina d’Africa” di John Huston) ed è tratta dal romanzo “The Night of The Hunter” di Davis Grubb, romanzo che is ispira alla vera storia di Harry Powers che nel 1932 venne giustiziato per aver ucciso due vedove e tre bambini. La condanna venne eseguita nel carcere di Moundsville (nella Virginia Occidentale) città nella quale Grubb, allora tredicenne, viveva.

Stati Uniti del sud, 1933. Harry Powell (un inquietante Mitchum) che si fa chiamare reverendo, è uno psicopatico con l’ossessione religiosa, dietro la quale si nasconde alla sua coscienza per giustificare gli assassini di vedove solitarie, alle quali poi toglie i pochi averi. Nonostante i numerosi delitti, Powell viene fermato casualmente per il furto di un’automobile e condannato ad un mese di carcere.

Il destino vuole che nella sua cella capiti Ben Harper (Peter Graves), condannato a morte per una rapina finita in tragedia. Harper, infatti, stanco e disperato per la fame che patiscono i suoi due bambini John e Pearl, ha rapinato una banca durante la quale però ha ucciso delle guardie. Prima di essere arrestato ha avuto il tempo di tornare a casa e consegnare a John (l’unico con vero buonsenso della famiglia…) i 10.000 dollari, frutto della rapina. Dopo avergli fatto promettere di badare alla sorella e mantenere il segreto, si lascia ammanettare.

Pochi giorni prima dell’esecuzione, nel sonno, Ben si lascia scappare delle parole sui soldi e su suo figlio e così Powell, finito di scontare la sua pena, parte alla ricerca dei 10.000 dollari. Quando raggiunge la casa di Harper, trova la vedova Willa (la Winters) messa all’indice dall’intera cittadina (puritana e bigotta) per il comportamento del marito.

Powell si spaccia come ex cappellano del carcere e col suo charme da (finto) uomo di chiesa conquista in breve tempo Willa e il resto della cittadina. Solo il piccolo John intuisce il male profondo nascosto nell’uomo che ha tatuate sulle nocche delle mani “Love” e “Hate”. Ma Powell è disposto a tutto per ottenere quei soldi e comprende che per averli deve passare su John e sua sorella…

Con un uso magistrale del bianco e nero, e con la riproduzione degli esterni in studio che crea un maggiore stato d’ansia e di oppressione, “La morte corre sul fiume” ci trascina fino all’ultimo fotogramma senza lasciarci un attimo di tregua. Inoltre, il ritratto che Laughton traccia dei due bambini, così innocenti ma così rassegnati nel dover affrontare adulti ipocriti, bugiardi o assassini ricorda quelli che solo il maestro Vittorio De Sica prima, e il grande Francois Truffaut dopo, hanno saputo cogliere.

Insomma, un capolavoro memorabile.

Il dvd riporta la versione col doppiaggio originale fatto quando la pellicola venne distribuita nelle nostre sale, con l’indimenticabile Giulio Panicali che dona superbamente la voce a Mitchum. Negli extra è presenta il trailer originale del film.

“Chiamami aquila” di Michael Apted

(USA, 1981)

Questa deliziosa commedia è stata scritta da Lawrence Kasdan poco dopo aver terminato le sceneggiature di film come “L’impero colpisce ancora” e “I predatori dell’arca perduta”. A dirigerla avrebbe dovuto essere Steven Spielberg, ma visto il clamoroso flop della sua commedia “1941: allarme a Hollywood”, il cineasta preferì fare solo il produttore esecutivo.

Dopo gli strepitosi successi al botteghino di “Animal House” e “The Blues Brothers” – e quelli in televisione al “Saturday Night Live” – John Belushi decide di abbandonare la comicità surreale e demenziale per interpretare un ruolo sempre comico, ma più di spessore e particolareggiato.

Incarna Ernie Souchak, un giornalista d’assalto del Chicago Sun-Times che con la sua rubrica inchioda – o quantomeno tenta in ogni modo di inchiodare – i corrotti della città. E’ un animale tipico della metropoli, che fuma duecento caffè, conosce tutte le gang delle periferie così come ogni prostituta che batte in strada. Come il lago Michigan, Ernie Souchak è uno dei simboli di Chicago.

Le sue inchieste però provocano l’ira di alcuni potenti politici corrotti, e così Souchak viene fatto pestare a sangue. Il suo direttore, per la sua incolumità, lo obbliga a lasciare la città fino a quando “le acque non si saranno calmate”. La scusa è un servizio sull’ornitologa Nell Porter (una brava Blair Brown), paladina della aquile calve americane, che da anni vive isolata in una baita sulle Montagne Rocciose per studiare e proteggere i rari rapaci a rischio d’estinzione.

Ovviamente la vita dura e montanara che affronta ogni giorno la Porter è diametralmente opposta a quella che da sempre è abituato a fare Ernie, ma non solo. La deflagrazione provocata dall’incontro scontro di due mondi così differenti e agli antipodi, porterà a conseguenze imprevedibili…

Kasdan scrive una gustosa commedia nel segno delle più classiche degli anni Cinquanta e Sessanta che con gli anni non perde il suo carisma. Purtroppo questa pellicola naufragò al botteghino, probabilmente perché il pubblico che amava Belushi non era pronto all’evoluzione della sua comicità. Inoltre, la produzione dovette affrontare costi non previsti per le riprese in quota dei rapaci, che durarono più di un anno.

James Belushi, il fratello minore di John, ha sempre raccontato di come il flop di questo film colpì duramente l’attore. Già tossicodipendente da anni (come ha ricordato John Landis alla Festa del Cinema di Roma nel 2010 durante la presentazione del suo “Ladri di cadaveri- Burke & Hare”), John Belushi precipitò definitivamente nel baratro – tanto da necessitare di una “guardia del corpo” che gli impedisse di drogarsi …troppo – dell’autodistruzione che trovò il suo tragico epilogo in un’overdose a base di cocaina ed eroina che lo stroncò il 5 marzo del 1982, a soli 33 anni.

Nessun attore ama assistere al naufragio di un suo film, sopratutto se è quello che reputa di “svolta” nella propria carriera. Ma evidentemente Belushi era troppo fragile (e drogato) per affrontarlo. La sua morte però squarciò il velo ipocrita e molto pericoloso che allora aleggiava intorno all’uso degli stupefacenti, che molti vedevano “cool”, considerando obsoleti perbenisti quelli che invece denunciavano i suoi pericoli mortali.

Così molti attori della generazione di Belushi (e non solo) smisero di fare uso di droghe, come per esempio Robin Williams.

Per quelle imponderabili coincidenze che fanno parte della nostra esistenza “Chiamami aquila” uscì nelle nostre sale tre giorni prima della morte del suo protagonista, che echeggiò in tutto il mondo, cosa che decretò anche nel nostro Paese il suo insuccesso commerciale. Per questo, probabilmente, l’edizione riportata nel dvd ha una qualità mediocre, ma ci permette al tempo stesso di goderci la voce di Massimo Giuliani che doppia straordinariamente Belushi.

E’ uscito “Ciacco. L’ennesima involontaria inchiesta dell’ineffabile Di Tuccio”

In primo piano

La quarta inconsapevole inchiesta dell’addetto alla pulizie più intuito di sempre…

Una morte così banale da diventare sospetta.

Una storia così drammatica da sembrare irreale.

Un personaggio pubblico così famoso da essere quasi invisibile.

Uno sconosciuto così misterioso da essere disperatamente indecifrabile.

Perugia, ancora una volta, torna ed essere la scena di un mistero letale nel quale l’inconsapevole Di Tuccio, come sempre, ci scivola inesorabilmente dentro.

Questa volta, nei meandri dell’antica città etrusca, il curioso esploratore dell’animo umano Corrado Di Tuccio, dovrà confrontarsi con la violenta risacca che esplode quando l’onda del passato si scontra contro quella del presente. 

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