NON TUTTI I DETECTIVE C’HANNO UNA CULTURA …COSI’!

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Un breve ma intenso giallo che si tinge di rosso e si conclude col blu. Un moderno Sherlock nostrano, dal fine intuito e dalla pessima inclinazione per le relazioni umane, che si ritrova al centro di alcuni feroci ed efferati delitti mentre è in tutt’altre faccende affaccendato.

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“Jerry Before Seinfeld” di Michael Bonfiglio

(USA, 2017)

Jerry Seinfeld (classe 1954) è uno dei comici più famosi degli Stati Uniti, anche se nel nostro Paese – purtroppo – non ha la stessa popolarità.

La sua carriera decolla definitivamente nel 1981,  quando partecipa al “Tonight Show with Johnny Carson”. Da quella serata si susseguono partecipazione alle trasmissioni più importanti degli Stati Uniti fino al 1990, quando la NBC lo vuole al centro di una serie comica. Insieme a Larry David (che Woody Allen vorrà come protagonista nel suo splendido “Basta che funzioni”) crea la sit-com “Seinfeld” che ottiene un enorme successo tanto da battere tutti i record di ascolto e di compensi per i suoi autori. Nel 1999, nonostante la faraonica offerta della NBC per continuare la serie ancora di grande successo, Seinfled decide di chiuderla e di dedicarsi ad altre attività.

In questo speciale prodotto da Netflix, Seinfeld torna a esibirsi al Comic Strip Live (locale newyorkese leggendario, dove hanno mosso i loro primi passi comici come Robin Williams, Eddie Murphy o Ellen DeGeneres, e solamente per dirne alcuni) lo stesso nel quale una sera del 1976 iniziò ufficialmente la sua carriera di artista. A soli ventun anni Jerry venne selezionato e, senza compenso, si esibì su quel palco. Di giorno faceva il muratore, e la sera la passava a pensare e scrivere battute per poi recitarle fra quelle quattro mura.

Poco più di sessanta minuti di grande cabaret con battute fulminanti e strepitose per ripercorre gli inizi della sua fortunatissima carriera. Seinfled, come sempre, non risparmia nessuno…

NON TUTTI I DETECTIVE HANNO LA FORTUNA DI AVERE NELLA TESTA QUELLA VOCINA…

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Un breve ma intenso giallo che si tinge di rosso e si conclude col blu. Un moderno Sherlock nostrano, dal fine intuito e dalla pessima inclinazione per le relazioni umane, che si ritrova al centro di alcuni feroci ed efferati delitti mentre è in tutt’altre faccende affaccendato.

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“Doppio delitto” di Steno

(Italia, 1977)

Tratto dal romanzo “Doppia morte al Governo Vecchio” di Ugo Moretti questo film, la cui sceneggiatura è scritta da Age Scarpelli e lo stesso Steno, è uno dei migliori esempi della commedia gialla all’italiana.

Siamo alla vigilia di uno degli eventi più drammatici della storia della Repubblica Italiana: il rapimento e l’uccisione del Presidente della DC Aldo Moro e il massacro delle sue guardie del corpo in via Fani a Roma. Nonostante l’evento sia ovviamente imprevedibile, nel film si respira un’aria di quiete prima della tempesta. La contestazione sta mutando forma e quella rivoluzione che doveva cambiare il mondo non arriva mai. I poliziotti, anche al cinema, cominciano ad avere un volto e un comportamento molto più umano e fallibile rispetto a solo poco tempo prima.

Infatti, il commissario Bruno Baldassare (un sempre bravo e fascinoso Marcello Mastroianni) è noto fra gli ambienti della Polizia romana per aver fatto sette anni prima la cosiddetta “stronzata”, che gli ha bruciato di fatto la carriera. Per fare il bello davanti al figlio di sei anni Baldassarre, erroneamente, ha aiutato un assassino a fuggire su una motocicletta rubata.

Da quel giorno è stato trasferito all’Archivio dei Corpi di Reato, che si trova in uno dei quartieri storici della capitale, ufficio alquanto “tranquillo” dove è assistito dall’agente Cantalamessa (un bravissimo Gianfranco Barra).

La triste routine di Baldassarre viene interrotta un giorno, durante un fragoroso temporale estivo, quando mangiando nella solita trattoria sente gridare dal portone del vicino Palazzo dell’Orso. Accorrendo, sulle scale dell’antico edifico, trova il corpo senza vita dell’anziano principe Prospero dell’Orso, apparentemente vittima di un fulmine caduto sul tetto e passato poi nell’antico corrimano delle scale in ferro battuto al quale era aggrappato il nobile. Mentre Baldassarre cerca di chiamare i soccorsi le urla della giovane Teresa (Agostina Belli) lo raggiungo. Al piano superiore la ragazza ha appena trovato il corpo senza vita dello zio Romolo, un elettrotecnico che stava montando un’antenna sul tetto del palazzo e che rientrando per la pioggia si è evidentemente appoggiato anche lui al corrimano nel momento fatale.

Ma qualcosa non torna, il fulmine ha avuto una precisione a dir poco chirurgica e oltre alle due morti, non ha causato nessun danno materiale al palazzo. Baldassarre, spinto da Teresa, riesce a far aprire un’inchiesta e, soprattutto, a farsela assegnare. Gli inquilini dello stabile sono uno più sospetto dell’altro, come la giovane e bellissima principessa dell’Orso (Ursula Andress) e i pochi parenti del principe che erediteranno una vera e propria fortuna, o Henry Hellman (un sublime Peter Ustinov) sceneggiatore hollywoodiano in declino e amico intimo della principessa…  

Tutti i personaggi del film cominciano a fare i conti con la fine di un periodo che aveva promesso tanto e che ormai, si capisce, non manterrà nulla. Conoscendo l’arte e il genio degli autori non ci si stupisce che siano inseriti nella pellicola anche degli accenni – apparentemente involontari – a eventi drammatici che segneranno il nostro Paese di lì a poco tempo. L’azione si svolge fra i vicoli del centro storico di Roma tanto simili a via Caetani, dove verrà ritrovato il corpo di Moro. E poi il personaggio interpretato da Ustinov sta scrivendo la sceneggiatura del film “La croce e la svastica” dedicato agli oscuri rapporti fra il Vaticano e il Terzo Reich, film che viene bloccato proprio dalla Santa Sede attraverso pressioni a vari istituti di credito. Poco dopo l’uscita del film scoppiò il caso del Banco Ambrosiano e dei suoi presunti legami con lo IOR…    

Da ricordare inoltre le interpretazioni, anche se in ruoli secondari, di Mario Scaccia nelle vesti del libraio vera radioserva del quartiere, e Giuseppe Anatrelli (già immortale per aver impersonato il Geom. Calboni nei primi “Fantozzi”) in quelli del capo di Baldassarre.

NIENTE E’ IMPOSSIBILE PER UN VERO DETECTIVE

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“Le nostre anime di notte” di Ritesh Batra

(USA, 2017)

Esattamente cinquant’anni dopo lo strepitoso “A piedi nudi nel parco” Robert Redford e Jane Fonda tornano insieme in una commedia dolce, romantica e crepuscolare.

La sceneggiatura de “Le nostre anime di notte” è tratta dall’omonimo romanzo dello scrittore americano Kent Haruf (1943-2014) che, nonostante soli sei romanzi (pubblicò la sua prima storia superati i quarant’anni) in patria è considerato fra i più noti narratori contemporanei.

Louis (Redford) è un anziano vedovo che vive solo, nella sua bella casa a Holt, una cittadina (immaginaria) del Colorado. Una sera bussa alla sua porta Addie (la Fonda), una sua storica vicina con un’insolita proposta. Visto che si conscono da decenni – le loro rispettive famiglie sono nate e cresciute una difronte all’altra – ed entrambi sono soli da anni (anche lei è vedova e come Louis ha il figlio lontano) perché non dormire insieme? Ma non per fare sesso, solo per parlare affrontando e superando la notte, che è il momento più difficile per una persona sola.

Louis rimane assai stupito dalla proposta, ma dopo qualche notte insonne chiama Addie per accettare. Ma i due non potranno fare a meno di dover affrontare gli sbagli commessi nelle rispettive esistenze…

Emozionante e struggente pellicola intimista con due protagonisti da Oscar, bravissimi e bellissimi nei panni di due anziani che vogliono solo passare il tempo che rimane loro assieme. Per i cuori più romantici.

NON PER TUTTI I DETECTIVE L’AZIONE E’ IMPORTANTE…

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ANCHE QUANDO TUTTO SEMBRA PERDUTO I VERI DETECTIVE NON MOLLANO MAI…

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“Marzolino Tarantola – La grande corsa” di Bonvì

(Mondadori, 2016)

Il programma di cartoni animati “Supergulp!” (cosi come “Crash Bang Gulp!” prima, “Giumbolo” e “Giumbolando” poi) ha influenzato in maniera profonda le generazioni – compresa la mia – che hanno avuto la fortuna di poterlo vivere e vedere in televisione. Soprattutto fra il 1978 e il 1981 (con l’avvento definitivo del colore in tv) i fumetti che apparivano settimanalmente hanno inciso un lungo solco nell’immaginario dei giovani spettatori. Fra quelli stranieri e quelli italiani, sono apparse figure mitiche e indimenticabili. E proprio di una di queste, creata dal genio dell’immortale Bonvi (Franco Bonvicini) voglio parlare oggi.

Si tratta di una serie creata soprattutto per riempire il palinsesto del programma e di cui Bonvi ha scritto solo due storie complete: “Marzolino Tarantola”. Ispirato al “Saturnino Farandola” di Albert Rabida (e dal quale la Rai fece uno sceneggiato per ragazzi che proprio in quegli anni riscosse un notevole successo e di cui ho parlato qualche tempo fa) “Marzolino Tarantola” prende spunto anche da altri grandi strisce create dal suo autore (come “Sturmtruppen” e “Nick Carter”) oltre che al cinema più classico d’avventura come “La grande corsa” diretto da Blake Edwards nel 1965.

E proprio “Marzolino Tarantola – La grande corsa” è l’unica storia completa pubblicata.  

Marzolino Tarantola è un facoltoso amante dell’avventura e, insieme al suo maggiordomo Alfred e a Enrico (molto somigliante al Patsy di Nick Carter) che con la sua forza bruta fa da solo tutto quello che farebbe un equipaggio di una dozzina di uomini, accetta di partecipare alla gara automobilistica intercontinentale che ha il suo traguardo a Parigi. Ma a ostacolare slealmente Tarantola c’è il perfido professor Moriatry (e non Moriarty! Allora Sherlock Holmes era ancora sotto diritti…) e il suo assistente poco lucido Perfidio…

Un’avventura che ci ricorda quanto grande e importante è la storia dei nostri fumetti che troppo spesso è ingiustamente oscurata da quelli stranieri.   

UN FINE INTUITO PUO’ NASCONDERSI SOTTO OGNI TIPO DI PETTINATURA

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