Tornato nelle nostre sale, dove rimarrà solo fino a domani, “Nausicaa della Valle del Vento” è forse l’unico vero e proprio manga – nell’accezione classica – del geniale maestro dell’animazione che è Hayao Miyazaki, ispirato direttamente dalle sue strisce omonime, pubblicate all’inizio degli anni Ottanta.
Se l’ombra dell’olocausto atomico è presente in molte delle opere del maestro giapponese (per lui che è nato nel 1941 il bombardamento nucleare di Hiroshima e Nagasaki è molto più di un semplice ricordo), “Nausicaa della Valle del Tempo” parte proprio 1000 anni dopo una disastrosa guerra planetaria.
Gli esseri umani sopravvissuti sono costretti a vivere ai margini del grande e incontenibile Mar Marcio, una sorta di foresta fluviale dominata da insetti di ogni dimensione, alcuni dei quali grandi come edifici.
Le piante del Mar Marcio emettono spore ed esalazioni velenose letali per gli esseri umani che, stolti, pensano di poter risolvere le cose ancora una volta con la violenza…
Grande manifesto ambientalista, venne presentato e supportato dal WWF alla sua uscita.
Anche se ufficialmente lo Studio Ghibli nasce solo nel 1985, “Nausicaa della Valle del Vento” è considerata la sua prima grande opera, frutto del genio e della collaborazione di Miyazaki con l’altro grande animatore nipponico Isao Takahata (regista del recente “Storia della principessa splendente”).
Che aspettate? Vi rimane solo fino a domani per vederlo sul grande schermo!
E’ passato fugacemente per le sale italiane “Quando c’era Marnie” di Hiromasa Yonebayashi (già regista di “Arietty – Il mondo segreto sotto il pavimento” e stretto collaboratore del maestro Miyazaki), prodotto dallo Studio Ghibli che ha già annunciato – sob! – la momentanea chiusura a causa del flop commerciale de “La storia della principessa splendente” e del ritiro dello stesso Miyazaki.
Tratto dall’omonimo libro della scrittrice britannica Joan Gale Robinson, edito nel 1967, e fra i 50 libri che più hanno influenzato l’opera di Hayao Miyazaki, “Quando c’era Marnie” ci racconta la difficile adolescenza della tredicenne Anna, rimasta orfana a tre anni e per questo adottata.
Sulla sua strada incontrerà, tra sogno e realtà, una coetanea con un fascino e una dolcezza particolari, a cui si sentirà profondamente legata…
Un’opera delicata e struggente che, come tutti i film dello studio Ghibli, merita senz’altro di essere vista.
Dal mitico Studio Ghibli di Hayao Miyazaki arriva questo splendido e crepuscolare “La storia della principessa splendente” diretto Isao Takahata, amico e collega di Miyazaki già dai tempi di “Lupin III”.
Se la storia di Gemma di Bambù è affascinante già di per se stessa, con le immagini di Takahata – che a tutti gli effetti sono una vera e propria opera d’arte – e la loro fantastica animazione, parliamo di 137 minuti struggenti e indimenticabili.
La gioia di vivere e di scoprire il mondo “nonostante tutto” caratterizza le opere del maestro Miyazaki, mentre una languida ma irresistibile tristezza segna invece quelle di Takahata, come nel bellissimo “La tomba per le lucciole” dedicato all’immane tragedia di Hiroshima.
Sono un grande estimatore di Miyazaki, ma soprattutto sono un folle fan delle serie “Le avventure di Lupin III” quello dalla giacca verde, serie firmate proprio dallo stesso Miyazaki, e quindi questo film, che racchiude due miei miti personali, non può che essere speciale per me.
Il 15 dicembre 1979 arriva nelle sale giapponesi “Il castello di Cagliostro” secondo lungometraggio dedicato a Lupin III e primo diretto da un allora semi-sconosciuto Hayao Miyazaki. Una pellicola che, pur rimanendo ancorata al mondo del celebre ladro gentiluomo creato da Monkey Punch, anticipa molti dei temi e delle atmosfere che caratterizzeranno il futuro maestro dello Studio Ghibli.
La vicenda si apre con Lupin e Jigen intenti a fuggire dopo un furto, scoprendo che il bottino è composto da banconote false prodotte nella misteriosa contea di Cagliostro. Decisi a indagare, i due si ritrovano coinvolti in una trama ben più pericolosa: salvare la giovane Clarisse dalle grinfie del malvagio Conte di Cagliostro, che vuole costringerla a un matrimonio per ottenere un antico segreto legato a un tesoro nascosto.
Fin dalle prime sequenze, Miyazaki ci trasporta in un universo che mescola il brivido dell’avventura con una delicatezza narrativa che raramente si trova in opere dello stesso genere. Pur mantenendo l’ironia e l’audacia tipiche di Lupin III, il regista dà al personaggio un’inedita sfumatura romantica e cavalleresca, rendendolo più vicino a un eroe della tradizione epica che a un semplice furfante.
E poi ci sono i paesaggi: il castello, sospeso tra sogno e minaccia, le distese verdi che sembrano uscite da una cartolina dell’Europa di un altro tempo, i cieli vasti e azzurri che già preannunciano lo stile che consacrerà Miyazaki come maestro dell’animazione mondiale. Ogni fotogramma è un’opera d’arte, carica di dettagli che trasmettono una bellezza senza tempo.
Ma “Il castello di Cagliostro” non si limita a stupire visivamente. Il film porta con sé una riflessione sull’avidità, sulla corruzione del potere e sull’importanza di proteggere ciò che è puro e innocente. Clarisse, inizialmente vittima inerme, diventa simbolo di speranza e riscatto, incarnando quella figura femminile forte e resiliente che ritroveremo in molti dei lavori futuri di Miyazaki.
All’epoca della sua uscita, la pellicola non fu un grande successo commerciale, ma col tempo è diventata un vero cult, apprezzata tanto dai fan di Lupin quanto dagli estimatori del cinema d’animazione. Una tappa obbligatoria per chi vuole scoprire le origini di uno dei più grandi registi del nostro tempo.
Per chi ama le storie ricche di avventura, ironia e poesia, questa è una piccola meraviglia capace di conquistare spettatori di ogni età, mostrando che anche dietro al più imprevedibile dei ladri può nascondersi un cuore grande.
Per non parlare poi dell’inarrivabile Fiat 500 del mago del furto… un film d’animazione che col passare degli anni non perde un colpo.
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Una strega tredicenne che fa la fattorina per pagarsi l’affitto. Detto così sembra pochissimo. Eppure “Kiki – Consegne a domicilio” è uno dei film più belli che Hayao Miyazaki abbia mai realizzato — e considerando la concorrenza, non è un’affermazione da prendere alla leggera.
Era il 1989 e in Italia Hayao Miyazaki era ancora un nome per pochi, legato soprattutto alle serie televisive “Le avventure di Lupin III“, “Heidi” e “Il fiuto di Sherlock Holmes“, mentre in Giappone il maestro creatore di Totoro usciva con un film su una ragazzina, una scopa e un gatto nero — e cambiava per sempre il modo di raccontare l’adolescenza al cinema.
“Kiki“ arriva un anno dopo “Il mio vicino Totoro” e due anni prima di “Porco Rosso“, e si inserisce nel periodo d’oro dello Studio Ghibli in cui Miyazaki sembrava capace di toccare ogni storia e trasformarla in qualcosa di straordinario. La fonte letteraria è il romanzo di Eiko Kadono, pubblicato in Giappone nel 1985. E’ la storia di una giovane strega che, seguendo un’antica tradizione, lascia la casa dei genitori per trascorrere un anno da sola in una città sconosciuta, imparando a cavarsela con le proprie forze e con la sua unica dote speciale: il volo su scopa.
Ma ridurre “Kiki” a una storia di magia e di formazione sarebbe come dire che “La bella e la bestia” è solo un racconto di animali parlanti. Miyazaki prende lo spunto della Kadono e lo trasforma in qualcosa di più profondo e universale: un film sull’identità, sulla crisi creativa, sulla solitudine di chi si ritrova a costruirsi da zero in un ambiente estraneo. Kiki non è una protagonista infallibile e trionfante; è una ragazza che a tratti si sente inadeguata, che perde temporaneamente il suo potere di volare proprio quando la pressione emotiva si fa insostenibile. È, in parole povere, una storia sull’essere adolescenti e sul delicato equilibrio tra ciò che siamo e ciò che gli altri si aspettano da noi.
La città immaginaria in cui Kiki approda — ispirata a Stoccolma e a Lisbona, con qualche tocco di Parigi — è uno di quei luoghi miyazakiani che vorresti abitare: stradine acciottolate che scendono verso il mare, forni profumati di pane caldo, tetti da cui si vede il tramonto. Un’Europa sognata e reinventata, filtrata da uno sguardo straniero e quindi ancora più bella, liberata dal grigio del quotidiano e restituita alla sua luce più gentile.
E poi c’è Jiji, il gatto nero di Kiki, compagno fedele e voce della coscienza pratica della protagonista: uno dei personaggi animali più riusciti dell’intera filmografia ghibliana, capace di strappare sorrisi senza mai scivolare nella macchietta.
Come in ogni pellicola del grande regista, però, non è solo la trama che conta. Miyazaki è anzitutto un pittore, e ogni sua inquadratura è studiata con una cura che sfida qualsiasi paragone nel cinema d’animazione. Le atmosfere di “Kiki” sono sublimi: la luce del pomeriggio che filtra tra le tegole, le nuvole che corrono veloci sotto la scopa di una ragazzina in volo, il verde intenso delle colline fuori città. C’è una poesia silenziosa in certe sequenze — Kiki che guarda il mare dalla finestra, o che cammina da sola sotto la pioggia — che vale più di mille dialoghi.
Vale anche la pena ricordare che “Kiki” fu il film che sancì definitivamente il sodalizio tra Miyazaki e la Disney per la distribuzione occidentale, aprendo la strada a tutto ciò che sarebbe venuto dopo. Un film importante non solo artisticamente ma anche storicamente, nel racconto della traiettoria internazionale dello Studio Ghibli.
Da vedere, come ogni altro frutto dell’ingegno del maestro giapponese. E se lo avete già visto, questa è l’occasione perfetta per riscoprire quanto fosse bravo e quanto lo sia ancora.
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