
(Italia, 1965)
Quando Marco Vicario gira “Sette uomini d’oro” nel 1965, nessuno immagina che quel film diventerà per molto tempo il più costoso e il più esportato della storia del cinema italiano. Un doppio primato che ancora oggi stupisce, perché ci dice qualcosa di importante: il nostro cinema, quando voleva, sapeva competere con chiunque. E non solo competere: vincere. Perché questo non è un film che prova a imitare Hollywood, è un film che dimostra che anche noi sapevamo fare cinema di genere, e pure molto bene.
La storia è quella classica del colpo impossibile, la rapina perfetta che richiede pianificazione millimetrica, nervi d’acciaio e una squadra di specialisti ognuno con le proprie competenze. Sette uomini, appunto, che decidono di svaligiare la banca più protetta della Svizzera. E quando dico “classica” non intendo banale, perché Vicario prende gli archetipi del genere e li plasma con una precisione da orologiaio svizzero, tanto per restare in tema.
La sceneggiatura funziona come un meccanismo perfetto, ogni scena è calibrata per servire il disegno complessivo, ogni personaggio ha il suo momento, la sua funzione narrativa precisa. Non ci sono fronzoli, non ci sono divagazioni. È cinema che va dritto al punto con l’eleganza di chi sa esattamente cosa vuole raccontare e come farlo. E in questo c’è tutta la maestria della nostra grande tradizione cinematografica, quella capacità di costruire narrazioni solide che reggono il confronto con qualsiasi produzione internazionale.
Philippe Leroy porta sullo schermo il suo fascino freddo, quella capacità di essere contemporaneamente affascinante e distante che lo renderà uno dei volti più riconoscibili del cinema italiano degli anni Sessanta e Settanta. Rossana Podestà, con la sua bellezza classica, non è lì solo per decorare ma ha un ruolo preciso nell’economia narrativa. E poi c’è Gastone Moschin, bravissimo come sempre, uno di quei caratteristi straordinari che il nostro cinema sapeva valorizzare, gente che con uno sguardo o un gesto ti costruiva personaggi memorabili.
Il cast è ricco di attori che all’epoca non erano ancora troppo famosi ma che Vicario sceglie con intelligenza, puntando sulla loro capacità interpretativa piuttosto che sul nome. È una dimostrazione di fiducia nel mestiere, nella convinzione che un buon attore, anche se non ancora celebre, può portare sullo schermo verità e credibilità. E questo approccio funziona perfettamente, perché ogni membro della banda ha una personalità propria, è riconoscibile, ha le sue motivazioni.
Vicario gira tra l’Italia e la Svizzera, ma qui incontra un problema che oggi ci farebbe sorridere se non fosse sintomatico di una certa mentalità: in Svizzera era vietato anche solo riprendere gli esterni degli istituti di credito. La paranoia bancaria elvetica costringe la produzione a soluzioni creative, a trovare modi alternativi per raccontare visivamente quello che aveva progettato. E il film non ne soffre, anzi: i limiti spesso obbligano a soluzioni più interessanti, più inventive.
Ma c’è un altro scotto che “Sette uomini d’oro” deve pagare, ed è quello della morale dei tempi. Siamo nel 1965, e in Italia come nel resto del mondo occidentale, il cinema deve ancora sottostare a certi codici non scritti ma ferrei: il crimine non può pagare. Non è ammesso che i criminali la facciano franca, non è accettabile che il pubblico esca dalla sala identificandosi con chi ha violato la legge senza subire conseguenze. Così Vicario deve inventarsi un finale che in qualche modo ristabilisca l’ordine morale, che dica allo spettatore: guarda, è stato divertente, ma alla fine la giustizia trionfa.
È un compromesso che forse toglie qualcosa alla perfezione del meccanismo narrativo, ma che non intacca la sostanza di un film straordinario. Perché quello che conta davvero è il viaggio, non la destinazione. Sono novanta minuti di tensione crescente, di pianificazione meticolosa, di esecuzione impeccabile. È la gioia di vedere professionisti al lavoro, sia davanti che dietro la macchina da presa.
Vicario dirige con sicurezza, costruendo sequenze che ancora oggi funzionano perfettamente. La preparazione del colpo, i sopralluoghi, gli imprevisti, la tensione durante l’esecuzione: tutto è dosato con sapienza, senza mai cadere nel didascalico. È cinema che rispetta l’intelligenza di chi guarda, che sa creare suspense senza trucchi facili.
La fotografia cattura quella Svizzera ordinata e imperturbabile che diventa il contraltare perfetto al caos organizzato della rapina. I paesaggi alpini, le strade pulite, l’architettura rigorosa: tutto contribuisce a creare un’atmosfera dove il crimine sembra ancora più audace, ancora più impossibile. E quando finalmente la rapina si compie, quando vediamo il piano in azione, c’è una soddisfazione quasi fisica nel vedere la precisione con cui ogni elemento si incastra.
Quello che rende “Sette uomini d’oro” ancora oggi godibile, nonostante gli oltre sessant’anni trascorsi, è proprio questa sua capacità di essere cinema di genere fatto benissimo, senza pretese artistiche ma con una maestria tecnica e narrativa che molti film più pretenziosi non hanno. È l’ennesima dimostrazione che il cinema italiano sapeva fare tutto: dai kolossal agli spaghetti western, dal neorealismo alle commedie, dai thriller ai film d’azione.
“Sette uomini d’oro” è un pezzo di storia del cinema italiano che merita di essere riscoperto, rivisto, celebrato. Perché ci ricorda che una volta sapevamo competere con chiunque, che il nostro cinema era rispettato e esportato in tutto il mondo per la sua capacità di raccontare storie popolari con maestria e intelligenza.
E questa, forse, è la lezione più importante che ci lascia: che il cinema di genere, quando è fatto bene, non è cinema di serie B. È semplicemente cinema, punto. Cinema che intrattiene, che emoziona, che ti tiene incollato alla poltrona. E se riesce a farlo anche a distanza di sessant’anni, allora vuol dire che qualcosa di davvero speciale c’era, e c’è ancora.
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