
(USA, 2004)
La memoria, spesso, è traditrice. Conserva quello che vorremmo dimenticare e dimentica quello che vorremmo conservare. Seleziona, distorce, abbellisce, deforma. Eppure è tutto ciò che siamo: senza i ricordi che ci portiamo addosso, chi saremmo? Gusci vuoti, probabilmente. O forse persone finalmente libere.
“Eternal Sunshine of the Spotless Mind” è un film che si interroga su questo con una profondità e una grazia visiva rare, e lo fa senza mai dare risposte facili, lasciandoti a fare i conti con la domanda per molto tempo dopo che i titoli di coda sono finiti.
Partiamo dall’Oscar. Quello alla migliore sceneggiatura del 2005, assegnato a Charlie Kaufman, Pierre Bismuth e allo stesso Michel Gondry, è uno di quei riconoscimenti che la parola “meritatissimo” rende appena a sufficienza. Kaufman è uno di quei rari sceneggiatori capaci di costruire architetture narrative che sembrano impossibili sulla carta ma sullo schermo funzionano con una logica interna perfetta, quasi matematica. La storia di Joel Barish e Clementine Kruczynski, che decidono di cancellarsi reciprocamente dalla memoria attraverso una procedura medica, è insieme fantascienza intima e romanzo sentimentale, thriller psicologico e commedia malinconica. Tenere tutto questo insieme senza che nulla crolli è un miracolo di scrittura.
Gondry, dal canto suo, trasforma una sceneggiatura già straordinaria in un’esperienza visiva che non assomiglia a niente di quello che si era visto prima. La sua regia è artigianale nel senso più nobile del termine: costruisce il mondo dei ricordi di Joel con effetti pratici, con trucchi di luce e di prospettiva, con quella sensibilità visionaria che appartiene ai grandi illustratori prima ancora che ai registi. I ricordi che svaniscono, i contorni che si sfumano, le stanze che collassano mentre Joel cerca disperatamente di aggrapparsi agli ultimi frammenti di Clementine: sono sequenze che hanno la forza visiva dei sogni più vividi, quelli che al mattino cerchi di trattenere sapendo già che non ci riuscirai.
Jim Carrey è Joel, e bisogna dire una cosa scomoda: la sua è una delle migliori interpretazioni maschili degli anni Duemila, e l’Academy lo ha ignorato con la stessa inspiegabile cecità con cui aveva già ignorato la sua prova nello splendido “The Truman Show“. Carrey si svuota di tutto l’armamentario comico che lo ha reso famoso e mette in scena un uomo timido, introverso, incapace di riempire i silenzi, che impara ad amare davvero solo quando sta per perdere tutto. È un lavoro che si compie nei dettagli, negli sguardi, in quella capacità rarissima di sembrare davvero presente, davvero vulnerabile, davvero vivo.
Kate Winslet, nei panni di Clementine, costruisce invece un personaggio che è esattamente il contrario: esplosivo, imprevedibile, capace di riempire qualsiasi stanza con la sua sola presenza. I capelli che cambiano colore di scena in scena non sono solo un vezzo stilistico ma una chiave di lettura del personaggio: Clementine non riesce a essere una cosa sola, non riesce a stare ferma, cambia continuamente perché fermarsi significherebbe fare i conti con sé stessa. Winslet ricevette la candidatura all’Oscar che Carrey non ebbe mai, anche se il film nel suo insieme avrebbe meritato di vincere tutto.
Intorno a loro, un cast che non spreca un secondo: Tom Wilkinson nella parte del medico che amministra cancellazioni di ricordi con la banalità di un dentista, Elijah Wood in un personaggio che ha il privilegio di conoscere Clementine nel modo più sbagliato possibile, Mark Ruffalo con quella sua capacità di sembrare sempre disordinatamente umano, e una Kirsten Dunst che ruba le scene che le spettano con una leggerezza che fa male.
Ma la domanda che il film lascia sospesa nell’aria, quella che ti segue fuori dalla sala e non ti molla per giorni, non riguarda la trama. Riguarda qualcosa di più profondo e universale: cosa faremmo, davvero, se potessimo cancellare una persona che ci ha fatto soffrire? Siamo sicuri di volerlo? E cosa rimarrebbe di noi senza il dolore che ci ha formati, senza gli errori che ci hanno insegnato qualcosa?
Gondry non risponde. Fa di meglio: fa sì che la domanda valga la pena di essere posta.
Dunque, alla fine, non si può non tornare sul titolo italiano. “Se mi lasci ti cancello”. Quattro parole che riducono uno dei film più sofisticati, malinconici e visionari degli anni Duemila a qualcosa che sembra uno slogan da maglietta da spiaggia. Il titolo originale – che si può tradurre alla meno peggio in “La luce eterna della mente immacolata” è un verso di Alexander Pope, una citazione letteraria che evoca l’idea di una mente finalmente libera dal ricordo dell’amato. Ha una dignità, una risonanza, una profondità che il film si merita. La traduzione italiana suona invece come una battuta da commedia romantica di terza categoria, il tipo di film che va in televisione il sabato pomeriggio tra uno spot e l’altro.
C’è da chiedersi se chi ha preso quella decisione avesse visto il film. O se avesse aperto, almeno una volta nella vita, un dizionario della lingua italiana.
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