
(Germania, 1992)
Ci sono esordi che sussurrano e altri che bussano alla porta senza troppe cerimonie. Quello di Katja von Garnier appartiene decisamente alla seconda categoria. Era il 1992, la futura regista era ancora una studentessa alla Filmakademie Baden-Württemberg, e già in questo mediometraggio si respira un’urgenza, un’energia irriverente, che pochi anni dopo l’avrebbe consacrata con Abgeschminkt! (la versione lungometraggio, praticamente sorella maggiore di questo lavoro) e poi, molto più tardi, con Hollywood e Blood: The Last Vampire.
Frenzy e Maischa sono due amiche berlinesi, e sono soprattutto due donne che hanno deciso di affrontare il problema del principe azzurro con il pragmatismo di chi non crede più alle favole ma non ha ancora smesso di desiderarle. La domanda che il film pone, con leggerezza ma senza banalità, è quella che ogni donna (e naturalmente ogni uomo) si è fatta almeno una volta: dove si trova un compagno o una compagna decente, e soprattutto, come si fa a riconoscerlo o riconoscerla prima che sia troppo tardi? Von Garnier non offre risposte facili, e fa bene, perché il bello di Donne senza trucco è proprio la sua onestà nel mostrare quanto sia ridicolo, imprevedibile e spesso controproducente il rituale della conquista quando si cerca di improvvisarlo secondo regole prestabilite.
Il titolo originale, Abgeschminkt!, è più tagliente della traduzione italiana: significa letteralmente “struccate”, ma nell’uso colloquiale tedesco porta con sé anche il senso di “senza fronzoli”, “a viso scoperto”. Ed è proprio questo lo spirito del film: due donne che si mettono a nudo, non tanto nel corpo quanto nelle proprie contraddizioni, nella propria goffaggine, nella propria voglia di trovare l’amore anche quando i luoghi in cui lo cercano — un locale sbagliato, un incontro casuale, una serata partita nel modo peggiore — sembrano cospirare contro di loro.
Ciò che rende questo mediometraggio interessante, ben oltre la sua durata contenuta, è la totale appartenenza femminile del progetto: scritto, diretto e interpretato da donne, in un’epoca e in un contesto — quello della scuola di cinema tedesca dei primi anni Novanta — in cui questo non era affatto la norma. Von Garnier non fa dello sguardo femminile un manifesto ideologico gridato: lo fa semplicemente esistere, con naturalezza, lasciando che siano le situazioni comiche e gli imprevisti romantici a raccontare qualcosa di più vero sulla condizione delle donne che cercano l’amore alla fine del Novecento, ben prima che i social e le app di incontri rendessero tutto più veloce ma, paradossalmente, ancora più complicato.
C’è anche un secondo livello di lettura, che riguarda proprio la casualità come motore narrativo. Frenzy e Maischa sbagliano quasi tutto nella loro ricerca: sbagliano posto, sbagliano approccio, sbagliano probabilmente anche uomini. Eppure il film sembra suggerire, con un’ironia gentile, che sia proprio nell’errore, nel momento sbagliato e nel posto sbagliato, che si aprono le possibilità più interessanti. Non è un caso che von Garnier costruirà buona parte della sua poetica successiva attorno a questa idea: personaggi femminili che non seguono un percorso lineare verso la felicità, ma che la incontrano di traverso, quasi per sbaglio, proprio quando hanno smesso di pianificarla a tavolino.
I 55 minuti scorrono via veloci, sorretti da un ritmo brillante e da un umorismo che non scade mai nella caricatura. Le due protagoniste sono credibili proprio perché imperfette: non sono l’archetipo della donna sicura di sé né quello della donna disperata in cerca di un marito, ma qualcosa di più sfumato e più vero, un misto di autoironia e di fragilità che il pubblico femminile dell’epoca (e non solo) ha riconosciuto immediatamente come proprio.
Resta, alla fine della visione, la sensazione di aver assistito a un piccolo esperimento riuscito: un film che, con mezzi contenuti e una scrittura agile, riesce a raccontare qualcosa di universale — la ricerca dell’amore, con tutte le sue goffaggini e le sue piccole sconfitte quotidiane — filtrandolo attraverso uno sguardo femminile libero, scanzonato e mai compiaciuto. Un esordio che già lascia intuire, con chiarezza, la strada che Katja von Garnier avrebbe poi percorso.
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