“Secretary” di Steven Shainberg

(USA, 2002)

C’è una scena, nei primi minuti di Secretary, in cui la protagonista Lee Holloway apre con cura un piccolo astuccio metallico e usa il suo contenuto per farsi del male. Nessun urlo, nessun dramma. Solo silenzio e sollievo. Shainberg la riprende come se fosse la cosa più normale del mondo — e per Lee, in effetti, lo è. Se riuscite a reggere quella scena senza smettere di guardare, questo film vi prenderà per mano e non vi lascerà più andare fino ai titoli di coda.

Lee Holloway — interpretata da una Maggie Gyllenhaal in stato di grazia — è una giovane donna che porta addosso la sua complessità come si porta un vestito inadeguato alla stagione: con disagio evidente ma senza riuscire a toglierselo. Il suo rapporto con il mondo è mediato da un dolore che lei gestisce nel modo più solitario possibile: infliggendosi piccole ferite su parti di pelle che nessuno vede. Non è la ricerca di attenzione, non è teatralità. È un meccanismo privato e brutale attraverso cui Lee riesce a mantenere in ordine un interno che altrimenti andrebbe in frantumi. Shainberg ha la delicatezza — e il coraggio — di mostrare questo senza giudicare, senza il didascalismo di certi film che usano il dolore come decorazione drammatica.

Lee esce da un periodo passato in una clinica con qualcosa che somiglia a una fragile serenità ritrovata. Deve rimettersi in moto, trovare un lavoro, riprendere contatto con una quotidianità che non ha mai imparato del tutto a frequentare. Risponde a un annuncio per una posizione da segretaria e finisce nell’ufficio del signor Grey, avvocato di provincia con un’eleganza distaccata e qualcosa di torbido e controllato nello sguardo. James Spader lo abita con quella sua aria di chi sa esattamente cosa vuole e si rifiuta di scusarsene: glaciale quanto basta, inquietante senza esagerare, capace di trasmettere con una sola alzata di sopracciglio una quantità di sottotesto che molti attori non raggiungono in un’intera scena. Anche Grey porta addosso il peso di qualcosa che non sa gestire. Anche lui, a modo suo, è una creatura che non sta bene nella norma, non appartiene al “gruppo”.

Quello che si instaura tra i due è il tipo di relazione che il cinema tratta solitamente con toni cupi, patologici, da cronaca nera. Shainberg sceglie invece di farne una storia d’amore. Bizzarra, asimmetrica, carica di dinamiche di potere esplicite e dichiarate, eppure inequivocabilmente una storia d’amore. E questa è la scelta che rende il film memorabile e scomodo insieme: rifiutarsi di condannare. Non perché voglia normalizzare o proporre modelli, ma perché ha la lucidità di capire che per alcuni esseri umani certi percorsi — anche i più tortuosi — possono essere autenticamente liberatori.

Perché il cuore del film è proprio questo: Lee, attraverso il rapporto con Grey, smette lentamente di usare il dolore come valvola di sfogo. Trova un’altra via, che nessun manuale di psicologia consiglierebbe, ma che per lei funziona. Si vede, finalmente, con occhi diversi. Non come il problema da risolvere, non come la figlia difficile, non come la ragazza che ha bisogno di cure: ma come una persona con i propri desideri, le proprie necessità, la propria forma specifica di stare al mondo. È una trasformazione silenziosa e credibile, e Gyllenhaal la costruisce con una intelligenza acuta da attrice consumata, nonostante la sua giovane età.

La regia di Shainberg ha il merito di non indugiare dove sarebbe facile indugiare e di non semplificare dove sarebbe comodo semplificare. La macchina da presa osserva senza compiacenza, la messa in scena ha un’ironia sottile e mai aggressiva che alleggerisce senza banalizzare. Il film sa essere divertente nei momenti giusti, sa essere toccante senza ricorrere alla musica lacrimosa, e riesce nella difficile impresa di mantenere un tono coerente lungo tutto il suo percorso, anche quando il materiale narrativo spingerebbe in direzioni opposte.

Non è un film che consiglierei a chiunque. Ma è un film che, alle persone giuste e nel momento giusto, può arrivare addosso con una precisione sorprendente. Perché parla di qualcosa di universale con strumenti che universali non sembrano: parla di quanto sia difficile, per certi esseri umani, trovare la propria forma fisica ed emozionale nel mondo, e di quanto quella forma possa non somigliare a nessuna delle versioni approvate dalla società.

Da vedere. Possibilmente senza troppe aspettative, ma con la disponibilità a lasciarsi sorprendere dal luogo dove finirà per portarvi.

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