“La felicità è dietro l’angolo” di Étienne Chatiliez

(Francia, 1995)

Immaginate di possedere una fabbrica di water e accessori connessi. Di avere una moglie e una figlia egoiste e bizzose che vi mangiano l’anima a colazione. Di trascinarvi attraverso ogni giornata con lo stesso entusiasmo con cui si affronta la coda all’ufficio postale. E poi, un giorno, di scoprire che da qualche parte, a circa cinquecento chilometri, esiste un’altra versione di voi stessi — con un altro nome, un’altra donna e altre due figlie — che vi aspetta come una vita di riserva tenuta in caldo da un destino evidentemente più benevolo e certamente più fantasioso di voi.

Benvenuti nel mondo di Étienne Chatiliez. Dove la commedia nasce sempre dall’unica fonte davvero inesauribile: la realtà che supera qualunque invenzione.

“La felicità è dietro l’angolo” è esattamente questo tipo di film. E lo è con una eleganza, un ritmo e una malizia tutta transalpina che fanno ancora piacere, oltre trent’anni dopo.

La storia, in due righe: Francis Bergeade è un imprenditore della provincia francese, proprietario di una fabbrica di water e relativi accessori — dettaglio non casuale, perché Chatiliez ha sempre avuto un gusto per le metafore visibili — con una moglie e una figlia in procinto di sposarsi che lo opprimono, una vita che lo soffoca, una quotidianità in cui la felicità, appunto, è sempre altrove. Un giorno, per una serie di coincidenze che il film costruisce con la precisione di un orologiaio svizzero con un senso dell’umorismo partenopeo, quest’uomo scopre di avere un’altra identità. Un altro nome. Una moglie nel Sud della Francia. Due figlie che non sapeva di avere. E soprattutto: una vita completamente diversa che lo aspetta, già pronta, come un vestito su misura che qualcun altro ha tenuto perfettamente stirato in guardaroba per lui.

Quello che Chatiliez fa con questo materiale è notevole. Non cade nella tentazione della farsa pura, né scivola nel melodramma sentimentale. Mantiene un equilibrio raro: tutto è credibile quanto basta, tutto è assurdo quanto serve. È commedia borghese nel senso più nobile, quella in cui il riso nasce non dalla gag costruita a tavolino ma dalla riconoscibilità dolorosa delle situazioni.

E poi c’è lui. Michel Serrault.

Bisognerebbe spendere più tempo a parlare di Michel Serrault, attore che il grande pubblico italiano ha conosciuto soprattutto attraverso “Il vizietto” ma che era, in realtà, qualcosa di molto più sfaccettato e imprevedibile. In questo film Serrault è magnifico perché rinuncia a qualunque virtuosismo. Non c’è niente di esibito, niente di calcolato. Interpreta Francis come un uomo che per decenni ha smesso di aspettarsi qualcosa dalla vita, e che improvvisamente si trova a fare i conti con la scoperta — quasi infantile — che forse esistere può ancora valere qualcosa. La scena in cui arriva per la prima volta nella tenuta nel Midi e comincia a capire cosa potrebbe essere la sua nuova esistenza è un piccolo capolavoro di economia espressiva. Serrault non dice quasi nulla. Non deve.

Accanto a lui Sabine Azéma, nel ruolo di Nicole — la moglie oppressiva — che avrebbe potuto essere il classico ruolo della megera e invece risulta, guardandola bene, persino comprensibile nella sua frustrazione. E poi Carmen Maura, nei panni della moglie “ritrovata”, che costruisce un personaggio con un calore genuino e una sensualità discreta insoliti.

La regia di Chatiliez è quella di un artigiano consapevole dei propri mezzi. Niente fronzoli, niente compiacenze autoriali. Le inquadrature servono la storia, la fotografia valorizza i paesaggi del Sud della Francia senza trasformarli in cartolina, il ritmo è quello giusto: né troppo veloce da non lasciar respirare i personaggi, né troppo lento da perdere la leggerezza della commedia.

Il film ha un difetto, se proprio vogliamo trovarne uno: il finale è forse troppo consolatorio, troppo ordinato, troppo disposto a chiudere tutti i conti in pareggio. La vita vera, si sa, è raramente così generosa. Ma in fondo è anche questa una scelta: Chatiliez non vuole fare cinema sul cinismo del reale, vuole fare cinema sulla possibilità — improbabile, testarda, ostinata — che le cose vadano bene. Che la fuga funzioni. Che sia lecito ricominciare.

E in un certo senso, questo è il tema vero del film. Non la bigamia, non l’identità rubata, non la commedia degli equivoci. Il tema vero è che forse, ogni tanto, la felicità non è poi così lontana. Forse è davvero dietro l’angolo. Forse basta avere il coraggio — o la fortuna, che spesso gli assomiglia molto — di girarsi per scorgerla.

Michel Serrault lo sapeva. E ce lo ha dimostrato con la sola forza di uno sguardo.

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