
(ITA/FRA, 1967)
C’è una categoria di film che il tempo ha trattato con imperdonabile ingratitudine. Pellicole che avrebbero meritato un posto stabile nel pantheon della memoria collettiva e che invece sono scivolate nell’ombra, relegate a una citazione fugace nei manuali di storia del cinema, quando va bene. “L’immorale” di Pietro Germi, uscito nel 1967, appartiene a questa categoria. Ed è un torto che bisogna riparare.
Ingiustamente fra i meno celebrati della filmografia del grande cineasta genovese — lo stesso che aveva già firmato capolavori immortali come “Divorzio all’italiana” e “Sedotta e abbandonata” — questo film è invece uno dei suoi lavori più riusciti, e soprattutto dei più straordinariamente contemporanei. Germi aveva il raro dono di scavare nel costume italiano con il bisturi della commedia, senza mai perdere di vista la verità umana che pulsava sotto la superficie grottesca. E qui lo fa con una precisione e una tenerezza che ancora oggi lasciano il segno.
Al centro di tutto c’è Sergio Masini, violinista romano che ama la famiglia, le donne e i bambini. Per questo di famiglie ne ha costruite due. Con la moglie Giulia ha tre figli; con Adele, la sua compagna extraconiugale, ne ha altri due. La gestione di un simile equilibrio acrobatico richiede risorse logistiche non indifferenti: decine di gettoni telefonici al giorno — il cellulare, in quegli anni, era esclusivo appannaggio delle volanti della Polizia — e una dose industriale di pazienza da parte delle due donne coinvolte, in particolare Adele, che è serenamente consapevole dell’esistenza della famiglia ufficiale del suo uomo e che, con una lucidità quasi filosofica, ha scelto di conviverci.
A interpretare Sergio c’è un Ugo Tognazzi semplicemente stratosferico. Non si tratta di un giudizio a posteriori, colorato dalla nostalgia: lo testimonia il David di Donatello che Tognazzi vinse proprio per questa interpretazione, fra le più complesse e sfumate della sua carriera. Tognazzi costruisce un personaggio che sarebbe stato facilissimo rendere odioso o caricaturale, e invece lo trasforma in qualcosa di raramente visto sullo schermo: un bugiardo per necessità, un bigamo per amore. Sergio non mente per egoismo o per viltà, ma perché le sue donne le ama davvero, così come ama profondamente ogni sua figlia o figlio, e al pensiero di rinunciarvi non riesce nemmeno a respirare. Si ammazza di lavoro — tournée estenuanti, serate nei night club più squallidi — per garantire a tutti il massimo benessere. C’è in lui qualcosa di commovente, proprio mentre è intento a ordire le sue quotidiane piccole architetture di menzogne.
I problemi cominciano quando nella vita di Sergio fa irruzione la ventenne Marisa, interpretata da una giovane e prorompente Stefania Sandrelli che porta sullo schermo tutta la sua vitalità incontenibile. Marisa si innamora di lui e lo vorrebbe esclusivamente per sé. Sergio, naturalmente, non ha la minima intenzione di cedere. La storia sembra destinata a naufragare, ma quando l’uomo scopre che Marisa è rimasta incinta e che è tornata dai suoi genitori per abortire clandestinamente, qualcosa in lui si ribella. La raggiunge per riportarla a Roma e cominciare a costruire il suo terzo nucleo familiare. Come nelle migliori commedie — e come puntualmente accade nella vita reale — il destino ha però in serbo qualcosa di imprevisto…
La scena che forse più di ogni altra rivela la grandezza del personaggio di Sergio — e la profondità dello sguardo di Germi — è quella in cui il protagonista racconta tutta la sua storia a un prete. Quando il sacerdote, con ingenua buona fede, gli parla di “divorzio” come possibile soluzione, Sergio si scandalizza quasi fisicamente. E lo fa non per ipocrisia, ma perché lui le sue famiglie non vuole distruggerle: le vuole tutte. Il divorzio, in quegli anni ancora legalmente lontano dall’Italia, rappresenterebbe per lui non una liberazione ma una mutilazione. È un momento di comicità perfetta che contiene, come sempre nel grande cinema, un fondo di verità assoluta.
La sceneggiatura, firmata dallo stesso Germi insieme a Tullio Pinelli, Alfredo Giannetti e Carlo Bernari, è un modello di scrittura cinematografica: ogni scena serve, ogni battuta porta avanti il ritratto di un’Italia che si dibatteva fra modernità e arretratezza, fra desiderio di libertà e gabbie culturali ancora solidissime. Anche se il divorzio e il diritto all’aborto sono stati conquistati da decenni nel nostro Paese — e che qualcuno abbia ancora l’ignoranza di discuterne la legittimità è cosa che lascia attoniti — il film di Germi non ha perso un grammo della sua attualità. Parla di amore, di responsabilità, di ipocrisie sociali, di quella distanza abissale che separa le leggi dagli esseri umani che dovrebbero regolare.
Per la chicca: alcune voci dell’epoca, mai confermate ufficialmente, affermarono che il personaggio di Sergio Masini fu ispirato alla vera vita privata del grande Vittorio De Sica. Che fosse vero o meno, l’idea aggiunge un ulteriore livello di fascino a questo piccolo, meraviglioso film che aspetta ancora di essere riscoperto dal grande pubblico che si merita.
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