“L’uomo che amava le donne” di François Truffaut

(Francia, 1977)

C’è un tipo di seduttore che il cinema ha raccontato mille volte, e quasi sempre in maniera troppo superficiale: quello bello, sicuro di sé, vincente per definizione. François Truffaut, nel 1977, decide invece di raccontarci un Don Giovanni imperfetto, quasi goffo, e proprio per questo definitivo. Il suo nome è Bertrand Morane, e il film che racconta la sua vera essenza — L’uomo che amava le donne — resta una delle opere più intime e sorprendenti dell’intera filmografia del regista di spicco della Nouvelle Vague.

Bertrand, interpretato da un magnifico Charles Denner, non possiede nessuna delle armi classiche del rubacuori cinematografico. Non è bello, non è ricco, non ha il physique du rôle del latin lover. Eppure le donne lo amano, e lui le ama a sua volta, con una dedizione totale che dura una notte, forse due, mai di più. Non è calcolo, non è vanità: è una vocazione autentica, quasi religiosa, verso l’universo femminile in ogni sua forma e sfumatura.

Con il tempo, però, in Bertrand cresce un timore sottile: quello di perdere, nella nebbia della memoria, il volto e il ricordo di ognuna delle donne che ha amato. Da questa paura nasce l’idea di scrivere un libro, un’autobiografia sincera e disordinata che intitola provvisoriamente Lo stallone. Il manoscritto viene accettato da una casa editrice, che affida a Geneviève — una intensa Brigitte Fossey — il compito di affiancare l’autore nella revisione finale del testo. Ed è qui che Truffaut compie la sua mossa più elegante: anche Geneviève, inevitabilmente, finirà per condividere il letto di Bertrand, e proprio grazie a quell’intimità riuscirà a comprendere fino in fondo l’uomo che ha davanti. Sarà lei stessa, alla fine, a proporre il titolo definitivo del libro — L’uomo che amava le donne appunto — che Bertrand accoglierà con gioia, poco prima di incontrare il proprio destino.

Non è difficile scorgere, dietro la storia di Bertrand, qualcosa di profondamente autobiografico nello sguardo di Truffaut. Il regista, notoriamente affascinato dall’universo femminile quanto il suo protagonista, sembra qui mettere in scena una confessione personale travestita da commedia agrodolce. E il pensiero corre, quasi inevitabilmente, alla scena del funerale di Bertrand, che il destino — beffardo e crudele — trasformerà pochi anni dopo in una sorta di premonizione: la morte prematura dello stesso Truffaut, avvenuta nel 1984, renderà quella sequenza cinematografica quasi profetica, capace di anticipare un lutto che il cinema francese, e non solo quello, avrebbe pianto troppo presto.

A differenza del mito classico del Don Giovanni, però, Bertrand-Truffaut non insegue la conquista per il gusto della lista, per il trofeo da esibire agli amici. Le sue donne non sono nomi da spuntare, ma persone che desidera davvero, ciascuna a modo suo, senza mai fermarsi troppo a lungo su nessuna, ma anche senza mai trattarne una come semplice tappa. Il suo vero dramma, la sua unica autentica sofferenza, è la consapevolezza dolorosa di non poterle amare tutte: un’impossibilità che pesa su di lui più di qualsiasi rifiuto.

Truffaut costruisce il film con quella leggerezza apparente che è tipica della migliore commedia francese, alternando ironia e malinconia con un equilibrio raffinatissimo. Ogni donna che attraversa la vita di Bertrand diventa un piccolo ritratto a sé, un frammento di umanità che il regista osserva con curiosità affettuosa, mai con voyeurismo o giudizio. È un cinema che crede ancora nella possibilità di raccontare il desiderio maschile senza cinismo, restituendogli una dimensione quasi struggente, fatta di gratitudine più che di conquista.

Charles Denner regala a Bertrand una fragilità che si intuisce sotto la scorza dell’uomo disinvolto: nei suoi occhi c’è sempre qualcosa di malinconico, come se sapesse, fin dall’inizio, che il tempo a disposizione per amare non sarà mai sufficiente. Ed è proprio questa consapevolezza silenziosa, più che la sequenza delle conquiste, a rendere il personaggio memorabile e, in fondo, commovente.

L’uomo che amava le donne è un film che parla d’amore senza mai scadere nella retorica sentimentale, e che parla di morte senza mai perdere la sua leggerezza di fondo. È il ritratto di un uomo che ha fatto della propria fragilità un metodo di vita, trasformando ogni incontro in un piccolo, irripetibile atto d’amore.

Un capolavoro indiscusso, il mio film preferito del maestro François Truffaut.

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