“The Tracker” di Rolf de Heer

(Australia, 2002)

Un paesaggio dipinto, immobile, quasi sospeso. E poi, dentro quella tela, quattro uomini in marcia. Tre poliziotti a cavallo e una guida aborigena a piedi, davanti a tutti, che legge la terra come altri leggono un libro. Inseguono un fuggitivo accusato di un omicidio che forse ha commesso, o forse no. Da questa immagine, semplice e già carica di tutto quello che verrà, comincia uno dei film più scomodi e necessari del cinema australiano degli anni Duemila.

Siamo nel 1922, nell’entroterra che brucia sotto un sole bianco e feroce. Rolf de Heer — che firma sia la regia che la sceneggiatura — non costruisce un western nel senso classico del termine, ma qualcosa che gli somiglia e insieme lo smonta dall’interno. I quattro protagonisti non hanno nemmeno un nome proprio: sono il Fanatico, il Seguace, il Veterano e l’Inseguitore. Sono funzioni prima che persone, archetipi prima che caratteri. E proprio in questa scelta sta il primo, grande atto di coraggio del film: raccontare la colonizzazione non come episodio isolato, ma come meccanismo, come ruolo che chiunque, allora, avrebbe potuto interpretare.

Al centro di tutto c’è David Gulpilil, e bisognerebbe fermarsi solo su di lui per capire perché questo film resti nella memoria. Gulpilil non recita l’Inseguitore: lo abita con un controllo che sfiora la stregoneria. Ogni suo sguardo trattiene un disprezzo sottile, mai esibito, verso gli uomini che sembra servire ma che in realtà sta guidando dritti verso il proprio destino. È un’interpretazione fatta di sottrazione, di pause, di un’intelligenza che si nasconde sotto l’apparente sottomissione. Sarà il primo dei tre incontri tra Gulpilil e de Heer — dopo questo arriveranno “10 Canoe” del 2006 e “Charlie’s Country” del 2013 — e già qui si capisce quanto quella collaborazione fosse destinata a durare.

Di fronte a lui, Gary Sweet costruisce il Fanatico con una ferocia che fa male a guardarla, perché non è la ferocia urlata del cattivo da fiction. È quella più insidiosa di chi crede sinceramente di stare facendo la cosa giusta, di chi nasconde la violenza più brutale dentro un linguaggio di pietà cristiana e di ordine. Sweet non semplifica mai il personaggio in macchietta razzista: lo rende credibile, e proprio per questo doppiamente inquietante.

La scelta formale più audace, però, riguarda la violenza. De Heer non la mostra mai direttamente nei momenti più estremi: la sospende, la trasfigura in una serie di quadri dipinti da Peter Coad, che irrompono sullo schermo nei punti più brutali del racconto. Non è un pudore di facciata. È un modo per dire che certi orrori — i massacri, le esecuzioni sommarie, lo sterminio sistematico delle popolazioni aborigene — hanno bisogno di un’altra grammatica per essere raccontati, perché la rappresentazione realistica rischia di addomesticarli, di renderli solo spettacolo. Quei dipinti restano addosso più di qualsiasi inquadratura esplicita.

E poi c’è la musica. Le canzoni scritte da de Heer stesso, composte da Graham Tardif e cantate dalla voce roca e ferita di Archie Roach, accompagnano il film come un coro greco che commenta dall’esterno quello che i personaggi non possono o non vogliono dire. Non illustrano l’azione: la giudicano. Danno al film quella dimensione di ballata popolare, di racconto tramandato, che lo allontana dal semplice intrattenimento e lo porta verso qualcosa di più simile al rito.

“The Tracker” arriva in un momento preciso della storia culturale australiana, quando il paese stava finalmente trovando il coraggio di guardare in faccia il proprio passato coloniale senza più nasconderlo dietro l’epica della frontiera. De Heer lo fa senza concedere consolazioni facili, senza eroi puri né redenzioni a buon mercato. Il potere resta dove era, e chi lo detiene continua, in fondo, a deciderne le regole. Ma nello sguardo dell’Inseguitore, in quella pazienza che è anche strategia, il film lascia intravedere un’altra possibilità: quella di chi sa aspettare il proprio momento.

Novanta minuti scarsi, eppure densi come pochi. Un film che non alza mai la voce e che, proprio per questo, resta impresso più a lungo di tanti che gridano.

Da vedere. Magari proprio quando si pensa di aver già capito tutto sulla storia delle colonizzazioni.

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