“I 7 navigatori dello spazio” di Pavel Klushantsev

(URSS, 1962)

Nel 1962, mentre l’Occidente era impegnato a costruire la sua mitologia spaziale, dall’Unione Sovietica arrivava qualcosa di completamente diverso. Pavel Klushantsev, un regista che non aveva bisogno di effetti speciali hollywoodiani per raccontare il cosmo, realizzava “I 7 navigatori dello spazio”, un film che anticipava di anni quello che avremmo visto in Tarkovskij e persino in Lucas. Ma nessuno se ne accorse. O meglio, nessuno a Ovest se ne accorse subito.

Klushantsev era un visionario nel senso più puro del termine. Non raccontava lo spazio come un parco giochi per cowboy interstellari, ma lo mostrava per quello che era: un abisso silenzioso, indifferente all’essere umano, dove la sopravvivenza dipendeva dalla precisione scientifica e dalla lucidità mentale. I suoi sette cosmonauti non sono supereroi, sono professionisti che devono confrontarsi con un ambiente ostile dove ogni errore si paga con la vita. E questa serietà, questa assenza di spettacolarizzazione gratuita, rendeva il film più inquietante di qualsiasi mostro alieno.

La trama è una sorta di rilettura e sequel di “Sojux 111 Terrore su Venere” di Kurt Maetzig del 1960 in cui ci sono: una missione verso Venere, sei esseri umani e un robot chiusi in varie navi spaziali e l’inevitabile confronto con l’ignoto. Ma è nel come Klushantsev racconta questa storia che emerge il suo genio. Ogni inquadratura è studiata per restituire la vastità dello spazio, il senso di isolamento, la fragilità della presenza umana in quell’immensità nera. Le sequenze in assenza di gravità, realizzate con tecniche artigianali che anticipavano di anni quelle di Stanley Kubrick in “2001: Odissea nello spazio”, hanno ancora oggi una forza visiva sconvolgente. I movimenti lenti, la cura maniacale per i dettagli scientifici, l’attenzione alla verosimiglianza tecnica e l’intuizione di come potrà essere utile all’essere umano l’intelligenza artificiale: tutto contribuisce a creare un senso di realismo che nessun film di fantascienza dell’epoca poteva vantare.

E poi c’è la questione del silenzio. Klushantsev capiva che nello spazio non ci sono esplosioni rumorose, non ci sono suoni. Il vuoto è muto, in maniera assordante. E questa consapevolezza permea tutto il film, creando un’atmosfera claustrofobica e alienante che ti entra sotto la pelle e contrasta con i rumori violenti sul pianeta.

L’influenza di questo film sul cinema successivo è stata enorme, anche se raramente riconosciuta. Tarkovskij aveva visto “I 7 navigatori dello spazio” prima di girare “Solaris“, e si vede. Quella ricerca della dimensione metafisica attraverso la precisione scientifica, quel modo di usare lo spazio come specchio dell’interiorità umana, nascevano anche dalle visioni di Klushantsev. E George Lucas, che pure ha sempre citato altri maestri, non poteva non aver visto le sequenze spaziali girate dal regista sovietico, con quelle inquadrature che anticipavano di una decade e più i mezzi e i combattimenti di “Guerre Stellari“.

Ma quello che rende questo film ancora oggi sorprendente è la sua capacità di parlare dell’uomo attraverso lo spazio. Klushantsev non solo era interessato agli alieni o alle civiltà perdute, voleva anche di capire cosa succede all’essere umano quando si confronta con qualcosa che eccede completamente la sua comprensione. I sette navigatori sono soli con le loro paure, con le loro debolezze, con la consapevolezza che potrebbero non tornare mai più a casa. E in questo senso, il film diventa un’esplorazione psicologica prima ancora che scientifica.

La tecnica con cui Klushantsev costruiva le sue immagini era frutto di ingegno e necessità. Senza budget hollywoodiani, senza computer grafica, doveva inventarsi tutto. Specchi, proiezioni, miniature costruite con una precisione maniacale, riprese subacquee per simulare l’assenza di gravità. Ogni soluzione tecnica nasceva da una visione precisa di come lo spazio dovesse apparire sullo schermo. E il risultato è un film che, ben oltre sessant’anni dopo, mantiene intatta la sua forza visiva.

Certo, per gli standard contemporanei, “I 7 navigatori dello spazio” può sembrare lento, didascalico in alcuni passaggi, troppo legato alla retorica scientifica sovietica dell’epoca. Ma è proprio in questa lentezza, in questa volontà di spiegare e mostrare piuttosto che semplicemente intrattenere, che si nasconde la sua grandezza. Klushantsev credeva nel valore educativo del cinema, nella possibilità di usare le immagini per aprire le menti verso nuovi orizzonti. E ci è riuscito.

Riscoprire questo film oggi significa fare i conti con un pezzo di storia del cinema che è stato troppo a lungo dimenticato. Pavel Klushantsev merita di stare accanto ai grandi maestri della fantascienza, e forse merita anche qualcosa di più: il riconoscimento di essere stato fra i primi a capire che lo spazio non era semplicemente un’ambientazione esotica, ma una dimensione dove l’umanità poteva confrontarsi con le sue domande più profonde. I sette navigatori viaggiavano verso altri pianeti, ma in realtà stavano esplorando i confini della condizione umana. E questo, alla fine, è ciò che rende il suo cinema immortale.

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“Solaris” di Andrej Tarkovskij

(URSS, 1972)

Nel 1972, Andrej Tarkovskij firma quello che probabilmente è il suo capolavoro più inquietante e filosoficamente denso: “Solaris”. Tratto dall’omonimo romanzo di Stanisław Lem, il film rappresenta non solo uno degli apici assoluti della fantascienza cinematografica mondiale, ma anche una meditazione profondissima sulla natura della memoria, del dolore e di cosa significhi essere veramente umani.

La storia si svolge su una stazione spaziale che orbita attorno a Solaris, un pianeta ricoperto da un oceano intelligente e senziente. Lo psicologo Kris Kelvin viene inviato per valutare la situazione della missione scientifica, ormai ridotta a pochi membri in preda a un evidente deterioramento psicologico. Ma quello che Kelvin scopre va ben oltre ogni immaginazione: l’oceano di Solaris ha la capacità di materializzare i ricordi più profondi e dolorosi degli esseri umani, trasformandoli in presenze fisiche che abitano la stazione.

Quello che colpisce immediatamente di “Solaris” è il suo rifiuto categorico di ogni convenzione del genere fantascientifico. Tarkovskij non è interessato alla tecnologia, alle astronavi scintillanti o alle battaglie spaziali. Il regista russo utilizza la fantascienza come strumento per scavare negli abissi dell’animo umano, trasformando quello che nelle mani di altri sarebbe stato un semplice thriller spaziale in un’opera di straordinaria profondità esistenziale.

La sequenza iniziale, ambientata sulla Terra, dura quasi quaranta minuti ed è di una lentezza ipnotica. Tarkovskij ci mostra la natura terrestre con un’attenzione quasi documentaristica: l’acqua che scorre, le piante che ondeggiano, la pioggia che cade. È come se il regista volesse imprimere nella nostra memoria l’essenza stessa della vita organica prima di trasportarci nello spazio inorganico e artificiale della stazione. Un contrasto che diventerà centrale nello sviluppo tematico dell’opera.

Donatas Banionis, nel ruolo di Kelvin, offre un’interpretazione di straordinaria intensità trattenuta. Il suo personaggio è un uomo razionale, uno scienziato abituato a fidarsi della logica, che si trova improvvisamente davanti l’impossibile: la materializzazione di Hari, sua moglie morta suicida anni prima. Banionis riesce magnificamente a trasmettere lo sconvolgimento di chi vede crollare tutte le proprie certezze, la lotta tra ragione e sentimento, tra sapere che quella presenza è solo una copia creata dall’oceano e sentire che è comunque lei, con i suoi gesti, il suo sguardo, la sua voce.

Natalya Bondarchuk, nei panni di Hari, costruisce uno dei personaggi più strazianti della storia del cinema. La sua è una donna che prende gradualmente coscienza della propria natura artificiale, che scopre di essere una fotocopia di ricordi altrui, eppure sviluppa una propria soggettività e una propria sofferenza. Le scene in cui Hari cerca di comprendere cosa sia, cosa significhi la sua esistenza, sono di una potenza emotiva devastante.

Dal punto di vista visivo, “Solaris” è un capolavoro assoluto. La fotografia di Vadim Yusov crea un contrasto stridente tra la natura lussureggiante della Terra e gli ambienti claustrofobici e decadenti della stazione spaziale. Quest’ultima non è il lucido ambiente high-tech della fantascienza americana, ma un luogo logorato, sporco, quasi organico nella sua decomposizione. Tarkovskij ci mostra un futuro che invecchia, che si deteriora, che porta su di sé i segni del tempo esattamente come gli esseri umani che lo abitano.

Ma è forse nella concezione del tempo che “Solaris” raggiunge la sua massima radicalità. Tarkovskij rifiuta completamente il montaggio convenzionale, preferendo lunghissimi piani sequenza che costringono lo spettatore a immergersi completamente nell’esperienza sensoriale ed emotiva dei personaggi. Non c’è fretta, non c’è compiacimento narrativo. Ogni inquadratura dura il tempo necessario perché l’emozione si sedimenti, perché il pensiero maturi, perché la riflessione prenda forma.

La celebre sequenza del viaggio in auto attraverso un’autostrada urbana notturna – che nella realtà è un’arteria di Tokyo – che dura diversi minuti senza dialoghi, è un esempio perfetto di questa concezione dilatata del tempo cinematografico. Apparentemente immotivata dalla trama, serve in realtà a creare uno stato ipnotico nello spettatore, a prepararlo emotivamente all’esperienza che sta per vivere.

Ciò che rende “Solaris” un’opera ancora oggi inquietante è la sua capacità di porre domande fondamentali senza mai fornire risposte definitive. L’oceano di Solaris diventa metafora di tutto ciò che non possiamo comprendere, di quella parte della realtà che sfugge alla nostra razionalità. I tentativi degli scienziati di comunicare con esso, di studiarlo, di capirlo, falliscono miseramente. L’oceano risponde, ma in un modo che non possono decifrare, rispecchiando i loro fantasmi interiori invece di rivelarsi per quello che è. È una riflessione inquietante sui limiti della conoscenza umana e sull’impossibilità di una vera e profonda comunicazione.

Dal punto di vista della colonna sonora, “Solaris” utilizza sia musiche di Bach che composizioni elettroniche contemporanee, creando un contrasto tra la spiritualità della musica classica e l’alienazione dei suoni sintetici. Questo dualismo sonoro riflette perfettamente il tema centrale del film: il conflitto tra umanità e tecnologia, tra memoria e presente, tra Terra e spazio.

Il finale, che naturalmente non anticipo, è di una bellezza e di un’ambiguità strazianti. Tarkovskij chiude il cerchio narrativo in un modo che lascia lo spettatore sospeso tra diverse interpretazioni possibili, confermando ancora una volta il rifiuto per ogni facile consolazione o risoluzione definitiva.

A oltre cinquant’anni dalla sua realizzazione, “Solaris” conserva intatta la sua capacità di interrogare, commuovere e inquietare. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla superficialità, il film di Tarkovskij ci ricorda che il vero cinema può essere anche meditazione, riflessione e poesia visiva. Un capolavoro assoluto con cui ogni cinefilo dovrebbe confrontarsi almeno una volta nella vita, sapendo che quello che troverà non sarà un semplice film, ma un’esperienza esistenziale che continuerà a risuonare nella mente e nel cuore per molto tempo terminata la visione.

Per la chicca: nel 2002, dallo stesso romanzo di Lem, Steven Soderbergh scrive e dirige un nuovo adattamento realizzato negli Stati Uniti, con George Clooney come protagonista.

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