“L’ombra delle spie” di Dominic Cooke

(UK/USA, 2020)

C’è un genere di cinema che continua a resistere, anno dopo anno, a ogni moda passeggera: quello che racconta la Guerra Fredda attraverso lo sguardo di un uomo comune, catapultato per caso in una storia più grande di lui. L’ombra delle spie (il cui titolo originale è The Courier), diretto nel 2020 da Dominic Cooke, appartiene esattamente a questa tradizione, e lo fa con un mestiere solido, quasi vecchio stile, che non cerca scorciatoie né trovate spettacolari.

La vicenda, tratta da una storia realmente accaduta, racconta di Greville Wynne, un modesto venditore inglese, uomo tutt’altro che eroico, reclutato quasi per caso dai servizi segreti britannici e da quelli americani per fare da tramite con un alto ufficiale dell’intelligence militare sovietica intenzionato a passare informazioni cruciali all’Occidente, alle soglie della crisi dei missili di Cuba. Un commesso viaggiatore qualunque, insomma, trasformato in un ingranaggio silenzioso capace di incidere sul destino del mondo intero, in un’epoca in cui bastava un errore di calcolo per far precipitare l’umanità in una guerra nucleare.

A dare corpo e anima a Wynne c’è un magnifico Benedict Cumberbatch, che qui si conferma tra gli interpreti più versatili del panorama britannico contemporaneo. Dopo essersi già misurato con il mondo dello spionaggio in La talpa di Tomas Alfredson del 2011, l’attore restituisce a questo personaggio una fisicità e una progressione emotiva di rara efficacia: parte come un uomo meschino, goffo, quasi comico nel suo tentativo di sembrare disinvolto in un mondo che non gli appartiene, e arriva, nell’ultimo atto, a una trasformazione fisica e interiore che pesa come un macigno sullo spettatore. È lì, nella parte più dura e dolorosa del film, che Cumberbatch dà davvero la misura del suo talento, senza mai scivolare nel compiacimento attoriale.

Accanto a lui, Merab Ninidze costruisce un Oleg Penkovsky di grande dignità, un uomo che tradisce la propria patria per amore dei propri figli e del mondo che vorrebbe lasciare loro, mentre Rachel Brosnahan e Jessie Buckley, pur relegate a ruoli meno centrali nell’economia della sceneggiatura, riescono comunque a imprimere carattere alle rispettive figure femminili, entrambe schiacciate dalle logiche spietate dell’intelligence.

Il film di Cooke non inventa nulla dal punto di vista della struttura narrativa, e proprio in questo sta, in fondo, la sua onestà. Si inserisce senza problemi nel solco già tracciato da opere come Il ponte delle spie di Steven Spielberg o The Imitation Game di Morten Tyldum, condividendone l’ambientazione storica, il ritmo compassato e la fiducia nel racconto classico più che nella sperimentazione formale. Non è un film che vuole sorprendere con virtuosismi di regia: la fotografia di Sean Bobbitt restituisce con eleganza le atmosfere fumose e i toni ambrati di una Londra e di una Mosca degli anni Sessanta, mentre le musiche di Abel Korzeniowski accompagnano senza mai sovrastare l’azione, in un equilibrio complessivo che privilegia sempre il personaggio rispetto allo spettacolo.

Ciò che rende L’ombra delle spie un film che merita attenzione, al di là del genere e delle sue convenzioni, è il modo in cui riesce a raccontare l’amicizia che nasce tra due uomini appartenenti a mondi opposti, costretti dalla storia a fidarsi l’uno dell’altro pur sapendo che quella fiducia potrebbe costare loro la vita. Non c’è retorica anti-sovietica né trionfalismo occidentale: c’è piuttosto la constatazione amara che, dietro le grandi contrapposizioni ideologiche, ci sono sempre persone che pagano un prezzo altissimo, spesso in silenzio e senza alcun riconoscimento pubblico.

Se un limite si può indicare, è forse quello di una prima parte fin troppo distesa, che indugia sui rituali dello spionaggio con un passo che rischia di far percepire il film più lento di quanto in realtà sia. Ma è un compromesso che si accetta volentieri, perché prepara con cura il terreno per un secondo tempo che cresce progressivamente in tensione emotiva, fino a un finale capace di lasciare il segno.

Un film di genere, dunque, ma di livello alto, che non punta a stravolgere le regole della spy story storica quanto piuttosto a onorarla nel migliore dei modi, affidandosi a un cast in grande forma e a una storia vera che, per quanto poco nota al grande pubblico, meritava di essere raccontata con questa dignità. Da vedere, magari accompagnandolo con qualche lettura sulla vera vicenda di Greville Wynne e Oleg Penkovsky, per apprezzarne ancora meglio la portata storica.

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