“Tron” di Steven Lisberger

(USA, 1982)

Scritto da Bonnie MacBride insieme allo stesso Steven Lisberger, “Tron” è il primo film nella storia della Disney che si avvale dell’uso della computer grafica. Ma di primati ne contiene anche altri, è il primo film che ipotizza infatti – forse allora con un po’ di ingenuità – quanto i computer sarebbero divenuti indispensabili nelle nostre vite quotidiane.

Quando uscì nelle nostre sale, molti lo videro semplicemente come film di fantascienza, visto che agli inizi degli Ottanta, in Italia, era impensabile che un conto in banca o un’assicurazione fossero gestiti da un programma per computer.

L’avventura di Kevin Flynn (Jeff Bridges), primo creativo nella storia, ad essere “risucchiato” nella vita virtuale di un enorme database, possiede ancora il suo fascino. Così come la contraddizione del titolo “Tron” (che il regista e sceneggiatore ha dichiarato provenire dalla contrazione della parola “ElecTRONnics”) che non si riferisce al protagonista, Flynn appunto, ma al programma che sconfiggerà il perfido Master Control Program creato dall’infingardo e subdolo Ed Dillinger (David Warner, fra i più cattivi di sempre).

Altra grande contraddizione del film è che nel mondo virtuale creato col computer, i personaggi che in esso si muovono, filmati in bianco e nero, sono stati ricolorati a mano, uno per uno e fotogramma per fotogramma, per dare l’effetto allora incredibile – e ancora oggi affascinante – delle linee luminose dei loro costumi.

Per la chicca: come consulente della Disney venne chiamato un giovane e sconosciuto Tim Burton.

“Il caso Drabble” di Don Siegel

(UK, 1974)

Ci sono molti critici (…ma d’altronde se non criticano loro?) convinti che questo del maestro Don Siegel sia uno dei suoi film minori. Certo, non parliamo di “Contratto per uccidere”, “Chi ucciderà Charley Varrick?” o “Fuga da Alcatraz”, ma non scherziamo: stiamo parlando comunque  di un maestro del cinema thriller – e non solo – che nel suo genere ha davvero – ancora oggi – pochi rivali.

Il maggiore John Tarrant (un glaciale e implacabile Michael Caine) ha lasciato l’Esercito di Sua Maestà per entrare nei Servizi Segreti, nell’unità Anti Guerriglia. Se la sua carriera sembra promettere bene, il suo matrimonio ne ha risentito così tanto da naufragare, infatti la sua ex moglie vive in un’altra casa con il loro unico bambino.

Mentre Tarrant tenta di infiltrarsi in un gruppo terroristico affiliato all’Ira, suo figlio viene rapito. A casa della sua ex moglie arriva una telefonata di un tale signor Drabble (letteralmente infangare) che in cambio dell’incolumità di suo figlio chiede a Tarrant una partita di diamanti acquistati segretamente dal capo della sua unità Cedric Harper (un molto ironicamente “british” Donald Pleasence) solo qualche giorno prima.

Ovviamente il Governo di Sua Maestà non può trattare coi terroristi e così il riscatto non verrà pagato. Ma il punto è anche un altro: come facevano a sapere i rapitori delle pietre preziose? Uno strano giro di contingenze porta a far cadere i sospetti proprio su Tarrant. Ma un agente del Servizio Segreto è addestrato ad affrontare ogni situazione di petto, e così…

Ottimo thriller con ottimi interpreti fra cui spiccano anche Delphine Seyrig e il sempre cattivo John Vernon.

Per la chicca: nelle sequenze iniziali appare in un piccolissimo ruolo un giovanissimo John Rhys-Davies che qualche anno dopo vestirà i panni di Sallah l’amico fidato del Prof. Henry Jones Jr, e soprattutto quelli di Gimli il Nano nella Trilogia de “Il Signore degli Anelli”.

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“Roseanna” di Maj Sjöwall e Per Wahlöö

(Sellerio, 1965/2005)

Con questo romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1965, esordisce l’investigatore più famoso della Scandinavia (e non solo) Martin Beck. Maj Sjöwall e Per Wahlöö riescono a creare un antieroe classico e malinconico, spietato nella caccia al colpevole, ma allo stesso tempo umano e comprensivo.

Nelle acque torbide e fangose di una chiusa lungo il Göta Canal, a Motala, viene ritrovato il corpo di una giovane donna. La ragazza è stata prima brutalmente violentata, strangolata, svestita e poi gettata nelle acque del canale. Sull’assassino così come sull’identità della vittima è buio totale.

Anche il reparto speciale della Polizia di Stoccolma non sembra venirne a capo, fino a quando arriva dagli Stati Uniti la denuncia di una ragazza scomparsa alcuni mesi prima. Si tratta di Roseanne MacGraw, che era partita per un viaggio solitario in Europa all’inizio dell’estate.

Beck e i suoi collaboratori riescono a ricostruire i movimenti della donna che è stata uccisa sul battello per turisti “Diana” nei primi giorni di luglio. Il “Diana” risale un lungo tratto del grande canale, e la traversata dura alcuni giorni.

E’ una delle attrazioni turistiche più note della zona. La compagnia fornisce il nome dei turisti imbarcati alla partenza, ma quelli occasionali – che salgono e scendono a una delle numerose fermate lungo il canale – sono praticamente inrintracciabili. Le cose cambiano quando a Beck viene in mente di chiedere alle persone che erano a bordo insieme alla McGraw le foto e i filmini in super 8 girati durante le vacanze…

Nonostante il mezzo secolo superato, questo giallo non perde un colpo. E nonostante gli strumenti di investigazione della Polizia siano oggi fantascientifici, per come è ben scritto questo romanzo, non disturba affatto che il mezzo più sofisticato per comunicare di Beck sia il buon vecchio telefono fisso.

Da antologia la ricostruzione delle ultime ore di vita della vittima attraverso i filmini dei turisti.

“Delitto in piazza” di Paolo Levi

(Rizzoli, 1976)

Paolo Levi, lo stesso autore che ci aveva già regalato le amarezze di provincia di “Ritratto di provincia in rosso”, torna nel 1976 con un romanzo che è molte cose insieme: un giallo che funziona, una commedia dei costumi che punge, e soprattutto uno specchio deformante – ma non troppo – della società italiana di quegli anni.

Il protagonista è Mario Aldara, e già qui Levi gioca la sua prima carta vincente. Niente commissari dalla mascella quadrata, niente detective dall’intuito soprannaturale. Mario è un impiegato ministeriale di quelli che si perdono nei corridoi della burocrazia, uno scapolo indurito che ha trasformato la delusione amorosa dei vent’anni in una corazza di routine e anonimato. Uno di noi, insomma. Uno qualunque.

Poi arriva Patrizia. Giovane, bella, con un passato che definire “burrascoso” è probabilmente un eufemismo. E qui Levi orchestra una trasformazione che è insieme comica e malinconica: in pochi mesi, questa ragazza stravolge la vita di Mario. Lo convince a cambiare casa e non in un appartamentino qualsiasi, ma un bel nido con vista su una piazza storica di Roma. E non si ferma qui: lo spinge a fare carriera, a essere qualcuno.

Ma la vera genialata narrativa arriva quando Patrizia, con quella disinvoltura che solo certi personaggi estremi sanno avere, inizia a raccontare ai vicini che il suo Mario, quell’impiegato così grigio e insignificante, in realtà lavora nei Servizi Segreti. È una bugia innocente? Una fantasia? Un desiderio di dare importanza a un uomo che proprio non ne ha? Poco importa. Quel che conta è che questa menzogna diventa il motore della trama.

Eccolo quindi, il povero Mario, catapultato una sera a casa dei Norchia, i vicini del piano di sopra. E qui il romanzo vira decisamente verso il gotico contemporaneo. La signora Norchia porta con sé un dolore che la divora dall’interno: sua sorella Ada è scomparsa da due anni senza lasciare traccia. Ma non è questo il dettaglio inquietante, o meglio, non è solo questo. Il punto è che il “fantasma” di Ada, quando i Norchia sono fuori casa, continua a visitare l’appartamento. Di notte. In silenzio.

Mario, suo malgrado, si ritrova risucchiato in un’indagine che non ha mai chiesto di condurre. E Levi, con mano sapiente, usa questa premessa apparentemente bizzarra per scavare nelle miserie umane che si annidano dietro le persiane delle case borghesi. Il mistero della scomparsa di Ada diventa il pretesto per esplorare ipocrisie, segreti di famiglia, tradimenti piccoli e grandi, quella quotidiana vigliaccheria che è il vero tessuto connettivo della nostra società.

L’ironia è l’arma che Levi maneggia con maggiore maestria. Non è mai cattiva, ma è spietata. Scanzonata, certo, ma mai indulgente. I personaggi sono descritti con quella precisione chirurgica che ti fa ridere e poi, un attimo dopo, ti fa sentire in colpa per aver riso. Perché riconosci quegli stessi difetti, quelle stesse miserie, in te stesso, nei tuoi vicini, nei tuoi cari.

Il romanzo si muove con un ritmo che non tradisce mai. Non è frenetico, è piuttosto un crescendo di tensione psicologica, dove ogni piccolo dettaglio, ogni conversazione apparentemente innocua, aggiunge un tassello al puzzle. E quando il quadro finale si compone, quello che emerge non è solo la soluzione di un mistero, ma un affresco amaro e tremendamente riconoscibile dell’Italia degli anni Settanta.

Per la chicca: nel 1980, la RAI decide di trasformare “Delitto in piazza” in uno sceneggiato televisivo in tre puntate. A interpretare Mario Aldara viene chiamato Luigi La Monaca, una delle voci più belle e riconoscibili del nostro cinema e della nostra televisione. E la sceneggiatura? La firma lo stesso Paolo Levi, che così si assicura che la trasposizione rimanga fedele alla sua visione.

“Delitto in piazza” è uno di quei gialli che ti riconciliano con il genere italiano. Non cerca di scimmiottare modelli stranieri, non si vergogna delle sue radici mediterranee, non ha paura di mescolare leggerezza e profondità. È un libro che si legge con piacere, che ti strappa qualche sorriso amaro, che ti lascia con quella sensazione di aver spiato attraverso il buco della serratura della porta accanto, e di non essere rimasto particolarmente entusiasta di ciò che hai visto.

Perché alla fine, il gioco di Levi è proprio questo: farci specchiare nelle miserie altrui per riconoscere le nostre. E riesce a farlo con quella grazia, quella leggerezza, che solo la grande letteratura di genere sa avere.

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“California Suite” di Herbert Ross

(USA, 1978)

In alcune lussuose suite di un grande albergo di Beverly Hills si consumano le più basse, dure ma anche divertenti miserie umane di alcuni suoi ospiti. Neil Simon firma la sceneggiatura di questo ennesimo adattamento di una sua opera teatrale diretto da un grande artigiano della macchina da presa come Herbert Ross.

Hannah (una splendida, in tutti i sensi, Jane Fonda) e il suo ex marito Bill (Alan Alda) si incontrano dopo quasi dieci anni dal divorzio, per discutere l’affidamento dell’ultimo anno da minorenne della loro unica figlia Jenny (Dana Plato).

Diana Barrie (una strepitosa Maggie Smith, che vincerà l’Oscar come miglior attrice non protagonista, il secondo nella sua lunghissima carriera) arriva a Los Angeles per partecipare alla notte degli Oscar, è la favorita per la statuetta come miglior attrice non protagonista (il fato è sempre il fato…). Ad accompagnarla c’è suo marito Sidney Cochran (un forse ancora più bravo Michael Caine) ex attore e ora antiquario, con il quale ha un lungo e problematico rapporto personale. Nonostante tutto Sidney sarà l’unico capace di raccogliere i pezzi di Diana sconfitta alla cerimonia…

Marvin (un irresistibile, come sempre, Walter Matthau) arriva a Beverly Hills per la prima comunione del figlio di suo fratello Harry (Herb Edelman). Marvin non viaggia mai in aereo assieme alla moglie Millie (una grande Elaine May) per paura di rendere con un solo incidente i loro figli orfani. Così lei lo raggiungerà il giorno dopo, qualche ora prima della cerimonia. La sera i due fratelli la passano ricordando i bei vecchi tempi e quando Marvin torna alticcio nella sua suite ci trova una sorpresa di Harry: una escort (che allora si chiamavano squillo). Il problema arriva la mattina dopo quando Marvin si sveglia accanto alla ragazza, ancora totalmente ubriaca, mentre alla porta bussa Millie…

I medici Gump (Richard Pryor) e Panama (Bill Cosby), colleghi di ospedale a Chicago, con le rispettive consorti, stanno passando gli ultimi giorni di una vacanza fatta insieme. I numerosi piccoli incidenti avvenuti nel corso delle ferie hanno fatto venire a galla la grande competizione fra i due dottori che esplode incontenibile quando la prenotazione della suite dei coniugi Gump non risulta. Mentre i Panama si godono la loro splendida suite, i Gump devono passare la notte in una piccola e allagata camera di servizio…

I vari episodi non sono così nettamente divisi, ma temporalmente incastrati uno dentro l’altro. L’ordine è quello dal più drammatico a quello più comico. Tutti gli attori dimostrano indiscutibilmente la loro bravura recitando un testo che non perde smalto col passare degli anni.

D’altronde Neil Simon …è sempre luI!

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“Senza indizio” di Thom Eberhardt

(UK, 1988)

Sul mitico Sherlock Holmes ne sono stati girati tanti di film, ma pochi hanno saputo prendere spunto dagli scritti dal grande Arthur Conan Doyle per aggiungere qualcosa di veramente nuovo. Fra questi spiccano “Piramide di paura” (che ipotizza un incontro fra Holmes e Watson al college) e questo “Senza indizio” che, con un colpo di genio, cambia le carte in tavola.

Il vero talentuoso e superbo detective, infatti, è il dottor John Watson (interpretato da un bravissimo Ben Kingsley) che, per non precludersi l’ingresso in un famoso studio medico londinese molto conservatore ma al tempo stesso amando le indagini, scrive i resoconti di queste inventandosi il fittizio investigatore Sherlock Holmes.

Quando la possibilità di entrare nel prestigioso studio medico sfuma e, soprattutto, i suoi racconti cominciano ad avere un certo successo, Watson assume Reginald Kincaid (uno strepitoso Michael Caine) attore squattrinato e ubriacone, per impersonare il suo Sherlock Holmes.

La farsa tiene a tal punto che ormai tutti ci credono e Watson è prigioniero della sua stessa menzogna. Frustrato, si accinge a denunciare al mondo la verità, ma l’ombra del malvagio Professor Moriarty (che ha il viso di Paul Freeman, già perfido archeologo ne “I predatori dell’arca perduta” di Spielberg) cala pericolosamente su Londra e sulle finanze di Sua Maestà…

Divertentissima commedia con un cast eccezionale (solo fra Caine e Kingsley in totale fanno tre premi Oscar), che proviene quasi tutto dalla grande tradizione teatrale britannica (a eccezione del bravo Jeffrey Jones che veste i panni impacciati dell’ispettore Lestrade) e con un Michael Caine davvero in stato di grazia.

Con un’ottima sceneggiatura (scritta da Gary Murphy e Larry Strawther su soggetto di Peter Benchley) “Senza indizio” è per gli amanti del segugio di Baker Street, e non solo.

“Rugantino” di Garinei e Giovannini

(Italia, dal 1962)

Il 15 dicembre del 1962 debutta al teatro Sistina di Roma “Rugantino”, commedia musicale ideata da Pietro Garinei e Sandro Giovannini, e scritta insieme a Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa e Luigi Magni, con le musiche affidate al maestro Armando Trovajoli.

L’idea è quella di ispirarsi alla maschera romana di Rugantino, il classico giovane figlio della strada e senza famiglia, forte a parole ma debole nei fatti, che compie le sue gesta nella Roma papalina (epoca così cara al grande Magni), e di farne una commedia amara nella migliore tradizione di quelle che splendono in quegli anni al cinema. L’alchimia fra testi, musiche e interpretazioni è straordinaria, e il successo è clamoroso.

Rugantino è il protagonista perfetto per una commedia all’italiana, e i nostri due più grandi produttori teatrali scelgono un attore come Nino Manfredi per impersonarlo. La bella Rosetta viene affidata alla splendida Lea Massari (che, nessuno si offenda, rimane la più bella fino ad oggi), quello di Mastro Titta a un colosso comico come Aldo Fabrizi, Eusebia a un’altra grande attrice comica come Bice Valori, mentre quello di Bojetto, il figlio di Titta, a Carlo delle Piane.

Tutti volti, appunto, della nostra grande commedia cinematografica. In più ci sono le musiche immortali del maestro Trovajoli che crea canzoni come “Roma nun fa la stupida stasera”, “Ciumachella de Trestevere” e “Tirolallero” che ancora oggi canticchiamo.

“Rugantino” oltre ad essere rappresentato in tutti i grandi teatri d’Italia, viene esportato all’estero: in Canada, a Broadway, e poi in un lungo tour in America latina (a Buenos Aires Manfredi ha tutto il tempo di partecipare alla riprese del film “Il Gaucho” proprio nei momenti di pausa).

Nel 1978 viene prodotta una seconda edizione con Enrico Montesano come protagonista accanto ad Alida Chelli in quelli di Rosetta, mentre Fabrizi e la Valori mantengono i loro ruoli. Anche stavolta il successo è enorme.

Vent’anni dopo a vestire i panni dei protagonisti, nella terza edizione, saranno Valerio Mastandrea e Sabrina Ferilli. In tutto “Rugantino” viene messo in scena in sette edizioni nell’arco di oltre cinquant’anni (Enrico Brignano al momento ne è l’ultimo protagonista in quella del 2013) a dimostrare la grandezza di una commedia che, come la città in cui è ambientata, sembra eterna.

“Mars Attacks!” di Tim Burton

(USA, 1996)

Nello stesso anno in cui in tutti i cinema – o quasi – del mondo sbanca “Indipendence Day” di Emmerich, Tim Burton realizza il suo film più visionario dedicato ai famigerati Marziani (con la M maiuscola!).

La dinamica dell’attacco della Terra da parte dei perfidi abitanti di Marte non è così importante, quello che affascina è l’impatto visivo e la sconfinata ironia che caratterizzano ogni scena, se non ogni fotogramma.

Così se oggi “Indipendence Day” appare obsoleto e superato da numerosi suoi successori, “Mars Attacks!” no, è lucido e graffiante come vent’anni fa.

Con un cast stellare fra cui spiccano Jack Nicholson (in un doppio ruolo), Rod Steiger, Pierce Brosnan, Denny DeVito, Annette Bening, Natalie Portman, Sarah Jessica Parker, Jack Black, Luka Haas e Silvia Sidney, Burton da strepitosamente vita a tutti gli incubi e le paranoie americane anni Cinquanta e Sessanta.

Intramontabile come “La Guerra dei Mondi” di Orson Welles.

“L’impareggiabile Godfrey” di Gregory La Cava

(USA, 1936)

Questo è uno degli esempi più riusciti di sophisticated comedy della storia del cinema. E’ una pellicola che, nonostante i lunghi e segnanti decenni che la seguirono, graffia ancora oggi.

C’è una New York splendida, fatta di lusso e grattacieli, e c’è una New York fatta di rifiuti e senzatetto, che però cercano di arrivare al giorno dopo mantenendo la propria dignità. Fra questi c’è il distinto Godfrey (William Powell nella sua interpretazione più famosa), uno straccione con modi particolarmente eleganti.

E proprio lui viene scelto una sera da Cornelia Bullock (una fascinosa Gail Patrick) ricca rampolla di una opulenta famiglia cittadina, che gli offre – con disprezzo e alterigia – cinque dollari per seguirlo e impersonare un “rifiuto” davanti alla giuria della caccia al tesoro alla quale sta partecipando. Godfrey declina seccamente e per allontanare la ragazza, che diventa sempre più arrogante e insistente, la fa involontariamente cadere su un mucchio di cenere. Cornelia furente si allontana, mentre sua sorella Irene (Carole Lombard) che ha assistito alla scena si avvicina per scusarsi con lui.

La cortesia di Irene colpisce il senza tetto che si offre di seguirla gratis per farle vincere la caccia al tesoro. Irene così, per la prima volta, batte sua sorella e per ricompensa offre allo “straccione” il posto di cameriere in casa Bullock.

Nonostante la famiglia per la quale inizia a lavorare sia una delle più eccentriche, folli e viziate della città, Godfrey se la cava benissimo, anzi sembra essere nato in un ambiente così lussuoso…

Cattivissima commedia di costume che punta il dito sulla ricchezza sfrenata, i suoi vizi più bassi e ottusi, e sull’umanità e la dignità che troppo spesso solo coloro che sono ai margini sembrano avere. Tratta dal romanzo di Eric Hatch, la sceneggiatura di questo gioiellino è scritta da La Cava assieme a Morry Ryskind e allo stesso Hatch.

Nel 1957 è stato realizzato un remake omonimo con David Niven nella parte di Godfrey, ma nulla a che vedere con l’originale.

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“Così parlò Bellavista” di Luciano De Crescenzo

(Italia, 1984)

Sulla scia del successo dell’omonimo romanzo, pubblicato la prima volta nel 1977 – e prima del clamoroso successo che otterrà come ospite quasi fisso in “Quelli della notte” di Renzo Arbore – Luciano De Crescenzo dirige e interpreta questa sua prima pellicola cinematografica.

Non era facile riportare sullo schermo la verace napoletanità del suo scritto, davvero coinvolgente, e sotto alcuni punti di vista anche molto romantico. Ma grazie alla mano dell’amico Riccardo Pazzaglia (diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia e già consumato regista e sceneggiatore) De Crescenzo ci riesce, e anche molto bene.

Le avventure del professore (in pensione) Gennaro Bellavista in una Napoli caotica ma ancora dal grande cuore sono davvero appassionanti. Così come quelle della sua corte fatta di personaggi al limite, che si compattano per schierarsi contro il milanese Dott. Cazzaniga (un bravissimo Renato Scarpa) giunto a Napoli come Capo del Personale dello stabilimento dell’Alfa Romeo di Pomigliano d’Arco…

Grazie anche a un cast che viene quasi tutto dal grande teatro napoletano di Eduardo De Filippo (su tutti forse Marina Confalone che vince il David di Donatello come miglior attrice non protagonista) il successo al botteghino è clamoroso tanto da portare De Crescenzo, l’anno successivo, a girare una sorta di seguito con “Il mistero di Bellavista”.

Al suo esordio dietro la MDP De Crescenzo ci regala così una pellicola con gli ultimi bagliori della grande commedia all’italiana che fu, e dipinge un affresco di Napoli pieno di amore ma anche di tristezza. E’ la vecchia Napoli che sta scomparendo per lasciare il posto a quella nuova fatta, anche, di criminalità organizzata e disoccupazione, che costringe i suoi giovani a emigrare per poter condurre una vita dignitosa.

E ricordatevi, come dice Bellavista a Cazzaniga: “Siamo tutti meridionali di qualcuno…”!