Dalle famosissime strisce del disegnatore Charles Addams (1912-1988, il cui vero nome era Charles “Chas” Samuel Addams) dedicate alla famiglia mostruosa che portava il suo cognome e che a partire dal 1938 apparvero sul “The New Yorker”, sono state tratte numerose opere televisive e cinematografiche, ma quella che preferisco in assoluto è la serie degli anni Sessanta, che è entrata di diritto nell’immaginario di più generazioni.
Con un cast di esperti attori televisivi, che nel corso dei decenni hanno fatto apparizioni in numerosissime altre serialità di successo, la “Famiglia Addams” derideva in maniera gentile ma sagace la grande way of life americana di quegli anni che spesso era arrogante e oppressivamente perbenista.
Rispetto a tutte le successive rivisitazioni in film e cartoni animati che hanno accentuato troppo spesso soprattutto l’aspetto macchiettistico della famiglia di mostri, questa prima serie conserva molto bene lo spirito caustico delle strisce di Addams, soprattutto nella prima stagione.
Per la chicca, e per chi ancora non lo sapesse, l’incorreggibile zio Fester di questa serie è interpretato da un compassato e calvo Jackie Coogan, piccolo protagonista quarant’anni prima de “Il Monello” del maestro Charlie Chaplin. Nei panni di Gomez, invece, c’è il grande caratterista John Astin, che lega per sempre il suo volto, i suoi baffi e il suo sorriso al capofamiglia Addams.
Questa serie di cartoni animati (il cui titolo originale è “Pinky and the Brain”), prodotta da Steven Spielberg, è una fra le più geniali di questi ultimi anni, ed è stata più volte ispiratrice e citata in altrettante serie cartoons di successo.
Mignolo e il Prof sono due cavie da laboratorio frutto di numerosi esperimenti e per questo geneticamente modificati: uno, il Prof, è letteralmente un genio, mentre l’altro, Mignolo, è stupido oltre ogni limite.
Ma il motore delle serie non è questo, è la brama di conquistare il mondo da parte del Prof che ogni sera concepisce un piano diabolico per diventare il signore assoluto della Terra.
Ogni piano è davvero geniale ed efficace, ma fatalmente ogni volta fallisce per un piccolo e trascurabile dettaglio, e più spesso per l’incapacità di Mignolo.
In ogni puntata ci si sbellica di gusto, con battute e citazioni del grande cinema da cinefili d’annata.
Peccato che questa serie, paragonabile in tutto e per tutto agli immensi Simpson, nel nostro Paese sia stata trasmessa dalla Rai la mattina presto, pensandola adatta al target dei bambini che si preparano ad andare a scuola.
Se c’è una serie che rappresenta al meglio la sit-com familiare americana anni Novanta, con tutti i suoi tic, le sue trovate e quella sana dose di buonismo familiare, è proprio Quell’uragano di papà. Andata in onda dal 1990 al 1999, per ben otto stagioni, ha consacrato Tim Allen come uno dei volti più amati della TV a stelle e strisce, tanto che nel ’95 la Pixar gli avrebbe affidato la voce di Buzz Lightyear in Toy Story, ruolo che da noi lo ha reso decisamente più conosciuto della serie stessa.
Il protagonista, Tim Taylor (curiosa coincidenza col nome dell’attore, o forse no), è il conduttore di Tool Time, programma televisivo dedicato al fai da te e al bricolage, materia che negli Stati Uniti gode di un seguito paragonabile a quello dello sport. Sul palco, circondato da trapani, motoseghe e attrezzi vari, Tim è un vero mattatore: sicuro di sé, un po’ fanfarone, sempre pronto a “potenziare” ogni elettrodomestico fino a farlo esplodere letteralmente. Peccato che questa sicurezza da macho si sgretoli non appena varca la soglia di casa, dove ad aspettarlo ci sono la moglie Jill (una bravissima Patricia Richardson) e i tre figli maschi, Brad, Randy e Mark, tutti rigorosamente in piena tempesta adolescenziale.
È proprio questo contrasto il motore comico della serie: da una parte l’uomo forte e sicuro del piccolo schermo, dall’altra il padre di famiglia disorientato, spesso goffo, che non capisce mai fino in fondo cosa vogliono davvero moglie e figli. Un conflitto tra maschile e femminile raccontato con leggerezza ma anche con più di un guizzo di intelligenza, capace in certi episodi di sfiorare quasi il paradosso, con situazioni che oggi definiremmo “surreali” nel senso migliore del termine.
Chi conosce La vita secondo Jim con Jim Belushi troverà molte affinità strutturali: stesso schema, stessa dinamica marito impacciato/moglie con i piedi per terra. Ma Quell’uragano di papà arriva prima di dieci anni buoni e, a mio parere, mantiene un ritmo comico superiore, meno prevedibile, più fresco. Del resto la serie nasce direttamente dal materiale di stand-up comedy dello stesso Tim Allen, e si sente: le battute sul rapporto uomo-macchina, uomo-attrezzo e uomo-famiglia hanno quella genuinità che solo chi le ha vissute (o inventate) sul palco sa restituire.
Una chicca che vale la pena ricordare: nelle prime stagioni, il ruolo della valletta di Tool Time è affidato a una giovanissima Pamela Anderson, all’epoca ancora lontana dall’immagine patinata che l’avrebbe resa celebre negli anni successivi. Vederla in quei panni, acqua e sapone, fa uno strano effetto a chi la ricorda solo per Baywatch.
Al di là della nostalgia anni Novanta, quello che colpisce rivedendo oggi la serie è quanto fosse, per l’epoca, sorprendentemente lucida nel trattare il tema delle disparità di genere. Senza fare la morale, senza toni pedagogici, Quell’uragano di papà mette costantemente in scena uno scontro (e un confronto) tra un modello di mascolinità un po’ datato e una femminilità che invece avanza, si afferma, spesso vince. Il tutto condito da un’ironia mai cattiva, capace di far ridere ancora oggi, a ben oltre trent’anni dal debutto.
Certo, alcuni episodi risentono inevitabilmente del tempo passato, con quella patina un po’ ingenua tipica delle sit-com pre-2000, ma nel complesso resta una serie solidissima, capace di intrattenere e divertire senza tempo. Se non l’avete mai vista, recuperatela: scoprirete che dietro Buzz Lightyear si nascondeva già un ottimo attore comico.
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Questa divertente sit-com nasce come spin-off di “Mary Tyler Moore”, altra serie famosissima negli States agli inizi degli anni Settanta, nella quale Rhoda (sempre interpretata da Valerie Harper) aveva il ruolo di amica della protagonista, contraltare delle vicende amorose e lavorative della bella e fin troppo perfetta Mary Richards.
Ma il successo di Rhoda, intelligente e spiritosa ma schiacciata dalla figura materna e per questo spesso sfortunata con gli uomini, convince i produttori a dedicarle una serie tutta sua.
Da Minneapolis Rhoda Morgenstern torna a New York per fare la vetrinista. Lì il suo contraltare sarà la sorella minore Brenda (Julie Kavner). Le vicende di Rhoda sono indubbiamente molto più divertenti e spesso cattive di quelle della serie da cui nasce, e ancora oggi godibilissime.
Non è un caso quindi che uno dei creatori della serie, James L. Brooks, sia anche uno dei produttori e coautori, insieme a Matt Groening, de “I Simpson”, e che Julie Kavner sia l’attrice che da oltre vent’anni dona la voce a Marge Simpson.
Oltre al grande e inarrivabile Sherman Hemsley – che veste i panni dello scorbutico George Jefferson – e a un cast di tutto rispetto, il successo di questa sit-com è legato all’idea motore: un figlio del ghetto nero di Harlem diventa ricco e si trasferisce nella Manhattan bene, cosa che per gli anni Settanta era quasi fantascienza.
E le parole della sigla di testa lo riassumono bene:
“Well we’re Movin’ on Up! (Movin’ on Up!)
To the east side! (Movin’ on Up!)
To a dee-luxe apartment in the sky…
We’re movin’ on up! (Movin’ on Up!)
To the east side! (Movin’ on Up!)
We’ve finally got a piece of the pie!”
Per non parlare poi del gretto razzismo di George verso i bianchi, e soprattutto contro le coppie miste, come quella che abita sopra di lui (moglie di colore – interpretata da Roxie Roker madre di Lenny Kravitz – e marito bianco, che diventeranno poi i suoi consuoceri).
Fra le puntate che preferisco c’è quella in cui un pubblicitario senza scrupoli convince George a finanziare una campagna pubblicitaria per le sue lavanderie sulla base – ovviamente del tutto fittizia – che lui sia un pronipote diretto del presidente Thomas Jefferson.
Memorabili anche i duetti con la moglie Louise (Isabel Sanford) la cameriera Florence (Marla Gibbs) l’unica di fatto che riesce a zittirlo.
Come per altre serie, noi possiamo godere al meglio dei Jefferson grazie alla grande tradizione dei nostri doppiatori: in questo caso un applauso a Enzo Garinei e all’indimenticabile Isa Di Marzio.
O meglio, i Pritchett formano una famiglia allargata, particolare, che qualcuno chiamerebbe “moderna”.
Jay Pritchett (Ed O’Neill), il capo famiglia, in seconde nozze si è sposato l’avvenente colombiana Gloria (Sofia Vergara), che ha portato con sé suo figlio adolescente Manny (Rico Rodriguez).
Gloria ha più o meno la stessa età di Claire (Julie Bowen), la figlia maggiore di Jay, che è spostata con l’ingenuo Phil Dunphy (Ty Burrell). La coppia ha tre figli adolescenti: Haley (Sarah Huland), Alex (Ariel Winter) e Luke (Nolan Gould).
Infine c’è Mitchell (Jesse Tyler Ferguson), secondo genito di Jay e gay dichiarato, che convive con Cameron (Eric Stonestreet) e con il quale ha adottato la piccola Lily (Aubrey Anderson-Emmons).
Ti sembra complicato? …Sempre meno dei veri rapporti con i propri familiari!
Vincitrice di numerosi premi fra cui vari Golden Globe e Emmy Awards, “Modern Family” è una delle migliori serie degli ultimi anni, con una comicità cattiva e senza esclusioni di colpi per nessuno.
Nel 1984 usciva nelle sale “La rivincita dei Nerds”, diretto da Jeff Kanew, che riconosceva definitivamente un ruolo ufficiale nella società – …nel bene e nel male – al secchione con il fisico da lanciatore di coriandoli.
Con l’avvento dei PC e dell’alta tecnologia a domicilio i Nerd hanno acquistato sempre più spazio, diventando – loro malgrado – bersaglio ancora più ambito dei loro coetanei, soprattutto per quel che riguarda l’amore e il sesso.
Ideata da Chuck Lorre (già creatore di “Dharma & Greg”) e Bill Prady (anche lui sceneggiatore di vari episodi “Dharma & Greg”) “The Big Bang Theory” è una sit-com pura (ogni episodio dura 22 minuti e si svolge quasi sempre negli stessi ambienti interni) che mette a confronto una coppia di fisici teorici, ricercatori all’Università di Pasadena e Nerd D.O.P., con la loro nuova vicina: un’avvenente e verace ragazzotta del Nebraska arrivata in California per fare l’attrice.
Col passare delle stagioni le dinamiche cambiano, ma le battute esilaranti e le situazioni goffe e imbarazzanti restano sempre di prim’ordine. Merito anche degli attori, tutti bravissimi, e soprattutto del giovane Jim Parsons che impersona l’inarrivabile Sheldon Cooper, personaggio per il quale ha già vinto un Emmy e un Golden Globes USA.
Dico solo che mi sono già comprato alcune delle fantastiche e nerdissime T-Shirt che Sheldon sfoggia in ogni puntata.
Chi nella vita almeno in un’occasione non è stato un Nerd si installi gli aggiornamenti dei software da solo…
Non credo esista un programma che abbia rivoluzionato la televisione come la serie ideata da Matt Groening nel lontanissimo 1989. Tanto di cappello ai produttori che allora gli credettero e che continuano a farlo ancora oggi.
Sull’immenso Homer Simpson c’è poco da aggiungere, visto che ormai è parte integrante dell’immaginario collettivo dell’intero Occidente, e non solo.
Anche in quest’occasione non si può fare a meno di ricordare che se il successo del personaggio in USA è dovuto anche al doppiatore Dan Castellaneta, qui da noi lo stesso merito va attribuito all’indimenticabile Tonino Accolla.
La stessa cosa vale per Bart, Lisa (che nessuno mi toglie dalla testa essere una fra le ispiratrici del personaggio di Hermione Granger) e Marge (che recentemente ha posato alla grande per il paginone centrare di Playboy) su cui si possono scrivere pagine e pagine, ma il succo è sempre lo stesso: passano gli anni ma la famiglia di Springfield non invecchia di un giorno!