“Wendell & Wild” di Henry Selick

(USA, 2022)

Dopo oltre dieci anni torna Henry Selick con un delizioso film d’animazione in stop motion. Dopo “Coraline e la porta magica” del 2009 e lo splendido “Nightmare Before Christmas” del 1996, Selick firma un’altra pellicola gotica e indimenticabile.

“Ognuno ha i propri demoni, e i miei si chiamano Wendell e Wild…” ci dice all’inizio Kat, la giovane protagonista del film, messa alla prova dalla vita… e dalla morte.

Solo pochi anni prima, infatti, Kat viveva felice e serena assieme ai suoi genitori Delroy e Wilma Elliot, possessori di un’artigianale fabbrica di birra a Rust Bank, una piccola ma florida città nella provincia americana.

Un brutto giorno però, proprio dopo aver rifiutato per l’ennesima volta di cedere la loro attività alla famelica Klaxon Korp, sul ponte che attraversa il grande fiume di Rust Bank il fuoristrada su cui viaggiano gli Elliot sbanda e precipita nelle gelide acque. A salvarsi è solo Kat che, annichilita dai terribili quanto ingiustificati sensi di colpa, diventa in pochi mesi una ragazza ribelle e contro ogni regola, finendo poi in un carcere minorile.

Alcuni anni dopo Kat, ormai adolescente, viene mandata presso la scuola cattolica femminile di Rust Bank, guidata dall’avido sacerdote padre Bests. Abituata ad ambienti molto più ostili, Kat rimane sorpresa dal clima sereno che si respira nella scuola, dove alcune ragazze hanno formato un gruppo la cui leader è Siobhan Klaxon, figlia dei proprietari della Klaxon Korp.

Ma la Rust Bank che Kat ritrova è praticamente una città fantasma, abbandonata da tutti e di proprietà ormai di Lane e Irmagard Klaxon, titolari della Klaxon Korp, che hanno intenzione di radere tutto al suolo per costruire uno dei loro costosissimi e assai remunerativi carceri di massima sicurezza. Anche la fabbrica di birra dei suoi genitori è andata quasi completamente distrutta in un incendio, poco dopo la morte di Delroy e Wilma.

Intanto, negli inferi, Buffalo Belzer manda avanti, come fa da tempo immemore, il suo luna park per torturare la anime dei peccatori defunti che vengono vessati su giostre, montagne russe e case degli orrori sistemate sulla sua gigantesca pancia. I suoi due figli, Wendell e Wild, vorrebbero aprire un luna park tutto loro, ma il padre li costringe a compiere lavori umili, come spargergli la crema sulla testa per far ricrescere i capelli, non avendo la minima intenzione di lasciarli andare visto che tutti i suoi altri figli, una volta raggiunta la superficie, non sono mai più tornati.

Ma Wendell e Wild non si arrendono, e così appaiono in sogno a Kat promettendole che se lei li invocherà, loro potranno far resuscitare i suoi genitori, ma…

Tratto dai personaggi creati dallo stesso Selick assieme a Clay McLeod Chapman nel loro omonimo libro, “Wendell & Wild” – la cui sceneggiatura è firmata da Selick e Jordan Peele – è un nuovo gioiello dell’animazione, con scene e sequenze fantastiche, in tutti i sensi.

La particolare pettinatura di Lane Klaxon non può non far tornare alla mente quella dell’ex Presidente Donald Trump…

“Enola Holmes 2” di Harry Bradbeer

(UK/USA, 2022)

I danni morali e materiali del patriarcato pesano come tossici macigni sulla storia, anche contemporanea, della civiltà umana e sulla salute del nostro pianeta. Indipendentemente da quello che ancora pateticamente – ma allo stesso tempo anche ferocemente – qualcuno oggi cerca di sostenere, dalla cultura alla politica, il modello di società patriarcale è un pericoloso e radioattivo fallimento.

Se grazie ad esso un gruppo sempre più sparuto di persone sta diventando inesorabilmente più ricco mentre un gruppo sempre più ampio si sta tragicamente impoverendo, i sostenitori del patriarcato non possono negare che il nostro vecchio e debole pianeta è gravemente malato soprattutto a causa del modello che loro persistono a difendere a spada tratta. Certo, in realtà si può negare tutto, soprattutto a voce. Io, per esempio, mi ricordo molto bene quando ero piccolo, negli anni Settanta, che noti e integerrimi statisti italici affermavano indignati, anche in sedi ufficiali come quella di un tribunale, che: “…La mafia non esiste!”.

Ma, guarda caso, anche la mafia è un terribile e sanguinario esempio di patriarcato, cioè di prevaricazione con la forza fisica e mentale di un piccolo gruppo di persone su un altro molto più numeroso. E questo può valere naturalmente per nazioni o continenti.

Nel nostro Paese il percorso per le eque pari opportunità – che coinvolgono non solo la differenza di genere legata al sesso, ma anche quelle legate alle debolezze materiali e morali dei diversi individui – è ancora molto lungo.

Se arrivati a questo punto di questo post c’è ancora qualcuno che è convinto che il contrario di “patriarcato” sia il “femminismo” inteso come spostare semplicemente il “potere” dagli uomini alle donne, lo invito con il massimo rispetto e la più sincera cortesia a smettere di leggerlo, per buona pace di tutti, sopratutto della mia. Visto poi che drammaticamente non sono poche, nel nostro Paese, le donne che assecondano e aderiscono totalmente al patriarcato.

Se preferite rimanere chiusi nelle vostre idee obsolete e un tantino ristrette – invece di volere una equilibrata e paritaria collaborazione dei due sessi, che è uno dei cardini del femminismo – buon per voi. Altrimenti, se desiderate sforzarvi un tantino, potete iniziare a leggere, anche in ordine sparso, i libri dei maestri Gianni Rodari e Roald Dahl.

Poi, se proprio non amate leggere, cosa che spiegherebbe di molto la vostra propensione al patriarcato, allora potete rivolgervi al cinema o alla televisione, e vedervi un film avvincente e divertente come questo. Ma occhio, è uno di quelli che fra un colpo di scena e l’altro, fra una battuta e l’altra …un pochino vi fanno pensare. Siete stati avvertiti.

Ispirandosi alla serie di romanzi che a partire dal 2006 ha pubblicato Nancy Springer la cui protagonista è la giovane Enola Holmes, sorella minore di Mycroft e Sherlock Holmes, Harry Bradbeer ha scritto il soggetto e il sempre bravo Jack Thorne la sceneggiatura di questo “Enola Holmes 2”, seguito dell’altrettanto piacevole e intrigante “Enola Holmes” del 2020.

Nell’austera e patriarcale (…eh lo so, ma era davvero così!) Londra vittoriana, la giovane Enola Holmes (Millie Bobby Brown), dopo aver risolto brillantemente il caso della scomparsa del giovane Lord Tewkesbury (Louis Partridge) decide di aprire una sua agenzia investigativa. Ma tutti i clienti, una volta accertatisi con sdegno che lei è “solo” una giovane donna, finiscono per chiederle di intercedere per loro col fratello maggiore Sherlock.

Proprio mentre Enola, rassegnata, sta abbandonando il locale che aveva affittato per la sua agenzia, si presenta alla sua porta una ragazzina che, offrendole alcuni penny in cambio, le chiede di ritrovare la sua sorellastra Sarah Chapman (Hannah Dodd), nonché sua collega nella fabbrica di fiammiferi grazie alla quale riescono miseramente a sopravvivere, scomparsa da qualche giorno.

Enola non ci pensa due volte e accetta il caso, iniziando a investigare proprio nella fabbrica di fiammiferi Lyon, intanto suo fratello maggiore Sherlock Holmes (Henry Cavill) è sotto scacco del misterioso e inafferrabile Moriarty…

Nella parte di Eudoria, la madre di Enola, Sherlock e Mycroft Holmes c’è la bravissima Helena Bonham Carter.

Fra le migliori opere liberamente tratte dagli scritti frutto del genio di Arthur Conan Doyle.

“Gli spostati” di John Huston

(USA, 1961)

Come regalo di San Valentino alla sua compagna Marilyn Monroe, il drammaturgo Arthur Miller scrive la sceneggiatura di un film modellato su di lei, che si distacca dai ruoli classici di prorompente ingenua, avvicinandosi invece alla vera anima tormentata dell’icona di sensualità e bellezza più famosa del cinema.

Per affiancare la Monroe vengono chiamate due altre grandi icone cinematografiche dell’epoca come Clark Gable e Montgomery Clift. Anche nei ruoli secondari la produzione sceglie due ottimi caratteristi del calibro di star come Eli Wallach e Thelma Ritter. La macchina da presa è affidata al maestro John Huston che dirige il cast – non senza problemi soprattutto a causa degli infiniti ritardi della protagonista sul set – in maniera superba.

Approdiamo a Reno, la città del Nevada famosa per i suoi casinò e la rapidità con cui si ottengono i divorzi, dove l’avvenente ma irrisolta Roslyn Tabor (la Monroe) è arrivata apposta per separarsi da suo marito Raymond (Kevin McCarthy). La donna ha preso in affitto una camera dalla signora Isabelle (una bravissima Thelma Ritter), anche lei giunta molti anni prima a Reno per divorziare.

Per brindare alla nuova libertà Roslyn e Isabelle si siedono al tavolo di un casinò dove incontrano Guido (Eli Wallach) il meccanico che la mattina stessa ha rimorchiato l’auto ammaccata della donna. L’uomo presenta alle due il suo amico Gay Langland (Clark Gable), uno degli ultimi veri cowboy del Paese, con il quale decidono di passare qualche ora nella casa che il meccanico possiede fuori città.

Nonostante la differenza anagrafica, fra Roslyn e Gay scatta la scintilla, anche se l’uomo le confessa di essere stato già sposato e avere una figlia pressapoco della sua età. Gay, per sbarcare il lunario e non avere un padrone, periodicamente assieme a Guido sale sui monti per catturare i pochi esemplari di cavalli mustang rimasti a piede libero. Per farlo però ha bisogno di un altro cowboy e lo trova in Perce (Montgomery Clift) un giovane sconsolato che vive partecipando ai rodei in giro per il Paese.

Il gruppo così parte per i monti dove Guido afferma di aver avvistato dal suo vecchio aereo una mandria di almeno quindici mustang. Poco prima di andare a caccia Roslyn scopre che i cavalli che verranno catturati saranno destinati al macello per diventare alimenti per altri animali. La cosa la sconvolge e chiede agli altri di abbandonare l’impresa. Ma Gay non accetta ordini da nessuno e così assieme a Guido e a Perce comincia a catturare i cavalli che in realtà sono solo sei…

Indimenticabile pellicola che anticipa di molto il declino del leggendario West, aprendo il filone del western crepuscolare, come lo sono tutti i personaggi di questo film, e forse proprio per questo alla fine alcuni di loro riusciranno a salvarsi. Oltre alla splendida e visibilmente sofferente Monroe (alla sua ultima pellicola che uscirà nelle sale) Huston non a caso le affianca Gable e Clift, due stelle di prima grandezza che in quel momento però stanno vivendo un momento artistico – e personale – di grande difficoltà.

Se il primo non può più competere col fascino e con la prestanza fisica e scenica del leggendario Rhett Butler che aveva interpretato oltre vent’anni prima (e proprio il rifiuto di avvalersi di una controfigura per girare le scene più pericolose e faticose, oltre al suo incontenibile tabagismo, per molti fu alla base dell’infarto che lo stroncò dodici giorni dopo aver terminato le riprese); il secondo è reduce dal grave incidente automobilistico che nel 1956 gli ha deturpato il volto (fra i primi soccorritori ci furono Elizabeth Taylor assieme allo stesso Kevin McCarthy), facendogli perdere la sensibilità di quasi tutta la parte destra. Ma non solo, Clift deve convivere con l’umiliante dissimulazione della sua omosessualità per poter continuare a lavorare nella Hollywood di quegli anni ipocrita e bacchettona.

Il maestro Huston riesce a far trasparire questi dolori interni personali degli attori davanti alla macchina da presa creando un’alchimia unica che bilancia alla perfezione i due personaggi attorno a Roslyin. Ma anche il machismo di Gay non è più quello di Ringo/John Wayne in “Ombre rosse”. Così come i mustang, che qualche decennio prima a centinaia popolavano liberi e indomabili le montagne del Nevada, anche i cowboy ormai stanno vivendo i loro crepuscolo esteriore e interiore non potendosi opporre alla società americana che così rapidamente sta cambiando.

Anche a distanza di molti decenni sono palesi però i difetti della sceneggiatura troppo verbosa di Arthur Miller (famosissimo autore di teatro che io però personalmente non amo troppo reputandolo inesorabilmente legato al suo tempo e non riuscendo, soprattutto, a tollerare e separare dalla sua arte la sua meschina vicenda di padre, alla pari di quella di Pablo Neruda) salvata però dal grande Huston che riesce ad alleggerirla grazie anche a delle sequenze con panoramiche ancora oggi avvincenti e memorabili, raccontando superbamente la storia apparentemente “banale” di coloro che vivono ai margini: i disadattati del titolo originale.

Con i suoi pregi e i suoi difetti, una pietra miliare della storia del cinema.

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“Avvenne domani” di Renè Clair

(USA, 1944)

L’irlandese Lord Dunsany (1878-1957) – il cui vero nome era Edward John Moreton Drax Plunkett, Barone di Dunsay – è stato uno scrittore e drammaturgo noto per le sue opere fantastiche, che molti paragonano al suo contemporaneo e giustamente più famoso Herbert George Wells.

Il suo atto unico “Jest of Haha Laha” suscita l’interessa del mondo del cinema tanto che anche Frank Capra pensa di adattarlo, ma alla fine arriva sul tavolo di Renè Clair che assieme a Dudley Nichols (autore di script di film come “Ombre rosse” o “Il traditore” diretti dal grande John Ford) scrive la sceneggiatura di quello che diverrà uno dei film più famosi del regista francese realizzati sul suolo americano.

L’opera di Dunsany, come molte del maestro H.G. Wells, pone un quesito ancestrale nella storia dell’essere umano: davvero, potendo, vorremmo conoscere il nostro futuro?

Siamo agli inizi degli anni Quaranta, pronti ad assistere ai festeggiamenti per le nozze d’oro che gli anziani Larry (Dick Powell) e Sylvia (Linda Darnell) vogliono condividere assieme a tutti i loro discendenti. Ma Larry non può fare a meno di raccontare come “incredibilmente” loro due si sono conosciuti qualche decennio prima… quando Lawrence “Larry” Stevens, scapolo impenitente, è solo un modesto scrittore di necrologi per il giornale locale.

Il suo sogno è quello di fare lo scoop dell’anno e poter diventare una firma da prima pagina. Una sera, insieme ad alcuni colleghi, assiste allo spettacolo dell’”incredibile Oscar” (Jack Oakie) un illusionista che assieme alla sua giovane e avvenente nipote Sylvia (Linda Darnell) afferma di poter leggere il futuro.

Tornati in redazione i colleghi lo prendono costantemente in giro perché Larry continua a sognare di poter conoscere il futuro per scrivere un pezzo memorabile e diventare un giornalista famoso. Sentendolo parlare, il vecchio archivista Pop Benson (John Philliber) memoria storica della testata fin dai tempi lontani della sua fondazione, gli chiede a quattrocchi se è davvero disposto a conoscere il futuro e così, senza che gli altri se ne accorgano, gli consegna un copia del giornale …del giorno dopo.

Larry non prende troppo sul serio Pop e afferra distratto il foglio che l’anziano gli pone, ascoltando distrattamente gli avvertimenti che poi gli sussurra sul pericolo mentale e fisico di conoscere il proprio futuro. Solo rientrato nella sua camera in affitto Larry legge attentamente il giornale e scopre che in prima pagina c’è un suo articolo dedicato alla rapina che la mattina successiva verrà commessa al teatro dell’Opera…

Deliziosa commedia fantastica che con garbo e ironia ci parla di uno dei desideri più profondi e al tempo stesso più pericolosi che, almeno una volta nella vita, ogni essere umano ha espresso. Copiata e citata innumerevoli volte, questa pellicola è stata anche di ispirazione di altri capolavori cinematografici, come l’immortale “Ritorno al futuro” di Robert Zemeckis, tanto per citarne solo uno.

Da vedere, anche se si è letto prima …il finale!

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“Wolfwalkers – Il popolo dei lupi” di Tomm Moore e Ross Stewart

(Irlanda/Lussemburgo/Francia, 2020)

L’artista Tomm Moore, dopo i bellissimi lungometraggi animati “La canzone del mare” e “The Secret of Kells“, torna a raccontarci una storia fantastica la cui protagonista è una bambina schiacciata dagli adulti e soprattutto dal ruolo che questi le vogliono incatenare addosso.

Siamo nell’oscuro, selvaggio e superstizioso periodo dell’inizio della colonizzazione nel Nuovo Mondo. I coloni inglesi, nella tragica tradizione del loro spirito imperialistico, hanno messo mani e piedi sul nuovo e ricco continente, tutto da sfruttare e conquistare.

Il duro e implacabile Lord Protector gestisce con fermezza la giustizia e la vita pubblica nella città che è sorta al limite di un enorme bosco. Ed è proprio questo sconfinato intreccio di tronchi, rami, rocce e corsi d’acqua che più di ogni altra cosa terrorizza gli abitanti. Perché ogni volta che qualcuno tenta di tagliare gli alberi per ampliare i campi e le coltivazioni, un famelico branco di lupi attacca senza pietà.

Per questo Lord Protector ha incaricato il cacciatore Bill Goodfellowe di sterminarli tutti. Bill, anche lui giunto da poco dal vecchio continente, vive con la sua piccola figlia Robyn. Nel loro paese natale i due andavano solitamente a caccia insieme, ma nel nuovo mondo, sotto le bigotte e ferocemente patriarcali regole di Lord Protector, una bambina deve solo pensare a curare la casa e servire e riverire prima il padre e poi il marito che il Signore, sempre che si comporti secondo i ferrei dettami che indicano i libri sacri, le concederà.

Ma Robyn, per il suo carattere e la sua storia, proprio non riesce ad adeguarsi alle nuove e severe regole che la costringono a occuparsi solo di cucina e pulizia, dovendo sempre abbassare lo sguardo quando un uomo le rivolge la parola. Così un giorno, senza permesso, segue il padre nel bosco. Lì incontra un giovane lupo che scopre essere in realtà Mebh, una giovane donna come lei, che però è una Wolfwalker: un essere umano la cui anima, ogni volta che dorme, prende il corpo di un lupo.

Mebh, assieme a sua madre Moll anche lei una Wolfwalker, è alla guida del branco di lupi che terrorizza la città. Mentre Mebh tenta di liberare Robyn da una trappola per lupi che suo padre ha sistemato nel bosco, involontariamente la morde ad un braccio, cosa che cambierà la storia di tutti…

La sceneggiatura, scritta da Will Collin, è tratta da un soggetto degli stessi Tomm Moore e Joss Stewart, che realizzano un film d’animazione davvero di ottimo livello. Con disegni che creano atmosfere magiche e indimenticabili, viviamo la storia di una bambina che, fortunatamente, riesce a liberarsi della gabbia che la società di allora, oscurantista e vergognosamente maschilista, le imponeva.

Non è un caso, quindi, che il branco di lupi è comandato, con rispetto e saggezza, da due donne che fanno da contraltare al meschino e ottuso Lord Protector, simbolo infame del più spietato patriarcato.

Come le altre pellicole di Moore, anche questa è da vedere e godere fino all’ultimo fotogramma. Fra i numerosi premi che vince in tutto il mondo “Wolfwalkers – Il popolo dei lupi” riceve anche una candidatura all’Oscar come miglior film d’animazione.

“Hitchcock-Truffaut” di Kent Jones

(Francia/USA, 2015)

Nel 1962, dopo una fitta corrispondenza, Alfred Hitchcock accetta l’intervista propostagli dal giovane critico e cineasta francese Francois Truffaut.

Il regista inglese, reduce dal successo planetario del suo superbo “Psyco” che di fatto ha cambiato il modo di fare e vedere il cinema, è curioso dell’interesse di Truffaut – che ha al suo attivo, allora, solo tre film – uno dei rappresentati di spicco della Nouvelle Vague che dalla Francia, e dalle scrivanie della rivista “Cahiers du cinéma” fondata da André Bazin nel 1951, sta rivoluzionando il modo di pensare al cinema e, soprattutto, sta riscoprendo e rivalutando i “vecchi” maestri.

Negli Stati Uniti Hitchcock è considerato soprattutto un grande intrattenitore e, oltre al cinema, la sua fama è legata alle serie televisive che cura e presenta. Ma Truffaut vuole intervistare e conoscere alla radice la tecnica e la genialità di quello che lui – assieme ai cineasti della Nouvelle Vague – considera un vero e proprio maestro assoluto, e comprendere meglio anche il ruolo focale di Alma Reville, compagna di lavoro di Hitchcock dagli inizi e poi divenuta sua compagna di vita, che molti considerano geniale come il marito, soprattutto in sede di montaggio.

I due si vedranno in un ufficio degli studi dell’Universal per una settimana coadiuvati da Helen Scott che tradurrà dal francese all’inglese e viceversa. Finita la settimana e l’intervista fra i due grandi cineasti nascerà una profonda amicizia fatta di stima e affetto che proseguirà fino alla morte di Hitchcock avvenuta nel 1980. Per questo, nel corso degli anni, i due si scambieranno regolarmente lettere e telegrammi con opinioni e consigli sulle rispettive opere.

Sistemando il materiale scaturito da quella incredibile settimana, nel 1966 Truffaut pubblica il libro “Il cinema secondo Hitchcock” che diventa di fatto una pietra miliare e un testo fondamentale della letteratura cinematografica, indispensabile anche per chi semplicemente ama il cinema, e non solo quello del maestro inglese. Testo che con gli anni diventa un vero e proprio manuale per tutte le generazioni di cineasti.

A documentare quell’intervista ci sono le fotografie in bianco e nero scattate da Philippe Halsman e la registrazione audio. Questo ottimo documentario, scritto dallo stesso Kent Jones assieme a Serge Toubiana, la ripercorre con l’aggiunta di immagini di archivio e interviste a vari cineasti come Martin Scorsese, David Fincher, Peter Bogdanovich e Paul Schrader che raccontano l’impatto del libro nella loro carriera.

A pochi mesi dalla sua morte, a Hitchcock venne assegnato un prestigioso premio televisivo – sì, sì: televisivo e non …cinematografico, che rappresenta tristemente il suo unico vero riconoscimento pubblico ricevuto in vita – e per consegnarlo venne chiamato lo stesso Truffaut che disse: “…Voi qui lo chiamate semplicemente Hitch, ma noi in Francia invece lo chiamiamo …Monsieur Alfred Hitchcock!”.

Da vedere.

“Un colpo di fortuna” di Preston Sturges

(USA, 1940)

Preston Sturges (1898-1959) è stato il primo grande sceneggiatore e regista di Hollywood. Ha firmato script di pellicole deliziose e allo stesso tempo graffianti, colme di satira verso la parte più opulenta e viziata della società, e non solo quella americana.

Dopo il suo folgorante esordio dietro la macchina da presa con “Il grande McGinty” (sempre del 1940 e frutto di un accordo economico molto favorevole alla casa di produzione, che lo rese però di fatto assai libero e con poche ingerenze) Sturges scrive e dirige questa deliziosa commedia dedicata al successo e ai suoi lati più oscuri e ridicoli, tratta dal suo script “A Cup o Coffee” che poi prenderà il titolo originale “Christmas in July”.

New York, Jimmy MacDonald (Dick Powell) lavora come contabile presso la Baxter Ltd, una grande azienda che produce numerosi prodotti fra cui anche il caffè. Nello stesso edificio lavora Betty Casey (Ellen Drew) sua storica vicina di casa nell’allora molto povero West End, e sua fidanzata. Ma i soldi sono pochi e non bastano per metter su famiglia e così Jimmy sogna di vincere il lauto premio di 25.000 dollari che ha messo in palio la Maxford Ltd per trovare il nuovo slogan della campagna pubblicitaria per promuovere il suo caffè. Concorso a cui hanno partecipato oltre due milioni di persone e che tiene col fiato sospeso tutto il Paese.

Mentre la giuria della Maxford non riesce a mettersi d’accordo per premiare lo slogan migliore, tre colleghi di Jimmy, sentendo del suo sogno e della sua partecipazione al concorso, per burlarlo, preparano un finto telegramma che lo proclama vincitore.

Ma Jimmy, preso dall’euforia, non dà il tempo ai tre di confessare l’inganno e, dopo aver chiamato Betty, sale sulla sua scrivania e annuncia a tutti, compresi il capoufficio e il signor Baxter in persona, la sua clamorosa vittoria. Il suo successo, a cascata, ne trascina altri. Infatti Baxter lo promuove seduta stante nuovo responsabile della pubblicità della ditta.

Anche quando, ingenuamente, Jimmy si presenta da Maxford per ritirare l’assegno, questi contento che finalmente il concorso abbia un vincitore, va poco per il sottile e gli consegna la lauta somma. Denaro col quale Jimmy e Betty corrono subito a fare i regali a tutti gli abitanti della loro strada. Ma…

Deliziosa e immortale commedia che ci racconta molto bene le dinamiche del successo e di come questo possa influenzare nel bene e nel male anche gli altri. Con battute indimenticabili Sturges dirige un film che non possiede neanche un fotogramma privo di potenza narrativa e ironia, senza esclusione di colpi. Lui che venne davvero “travolto” dal successo e che nella seconda parte della sua carriera, finito il suo periodo d’oro, non riuscì più a rialzarsi.

Raccontano le cronache dell’epoca che proprio a partire dal successo di questo film Sturges divenne uno degli artisti più pagati di Hollywood tanto che la Rolls Royce realizzò appositamente per lui un’automobile. Le stesse cronache poi, nel decennio successivo, lo vedevano elemosinare una bevuta fra i bistrot di Parigi, città nella quale si era trasferito tentando di riprendersi artisticamente.

Fra le migliori commedie americane, e non solo, degli anni Quaranta.

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“La donna, il sesso e il superuomo” di Sergio Spina

(Italia/Francia, 1967)

Negli ultimi decenni la produzione cinematografica nel nostro Paese si è concentrata soprattutto sui generi della commedia e del thriller.

Ma negli anni Sessanta, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, il cinema italiano rappresentava una delle eccellenze più attive e produttive del pianeta producendo non solo i capolavori immortali di grandi artisti come Rossellini, Fellini, Visconti, Antonioni o Monicelli. Così, oltre al mostro sacro della commedia all’italiana, venivano realizzate pellicole che toccavano tutti i generi, anche quelli meno usuali.

Questo “La donna, il sesso e il superuomo” è uno degli esempi più originali e particolari. Scritta dal giornalista Furio Colombo, Ottavio Jemma e lo stesso Sergio Spina (che qualche anno dopo diventerà il regista del programma televisivo “Mixer”), attraverso il genere della fantascienza, questa pellicola è una fotografia molto particolare della nostra società di allora.

Richard Werner (Richard Harrison) è un uomo di bell’aspetto e con un fisico invidiabile. Vive godendosi i piaceri della propria esistenza assieme alla sua compagna, la fotomodella Deborah Sandor (Judi West). Un giorno però viene rapito da alcuni uomini che lo portano in un laboratorio segreto.

Lì fa la conoscenza del perfido e glaciale Karl Maria von Beethoven (un cattivissimo Adolfo Celi) proprietario della “Fantabulous”, una multinazionale che grazie all’aiuto del professor Krohne (Gustavo D’Arpe) ha creato un super cervellone elettronico il quale, attraverso ad un transistor – che goduria riscrivere un termine ormai così arcaico! – impiantato alla base del cervello di un essere umano, oltre a controllarlo, lo rende un vero e proprio super eroe invincibile.

Non ci mette tanto Werner a capire che lui è stato rapito per diventare il 17esimo esperimento umano, visto che i primi sedici sono morti durante l’intervento e che: “…ci vuole un mediocre per fare un superuomo”. Nonostante le proteste e i tentativi di fuga, a Werner viene impiantato il transistor e così diventa “Fantabulous” il nuovo e moderno supereroe capace di conquistare tutti i mercati globali.

Ma Beethoven e Krohne non hanno calcolato due cose: la prima è che Fantabulous ogni volta che vede Deborah torna ad essere Werner mandando in tilt il cervellone elettronico. E la seconda è l’interesse, molto particolare, di tutte le potenze economiche e militari del mondo che, scoperto “Fantabulos”, lo vorrebbero dalla loro parte per riportare l’ordine in un mondo dove ci sono troppi “cervelli pensanti”, cosa che le rende disposte a pagare qualsiasi cifra e usare qualsiasi mezzo.
Per questo il fascino di Deborah e soprattutto l’incontenibile attrazione sessuale che emana agli occhi del suo fidanzato complicano i piani un po’ di tutti…

Pellicola girata nello stile più psichedelico e caotico degli anni Sessanta, con numerosi inserti di fumetti e immagini reali, accompagnati da dialoghi e scene appositamente sopra le righe – con toni che appariranno anche nello strepitoso “VIP, mio fratello superuomo” di Bruno Bozzetto – che di fatto aprono le porte a quel ’68 che tanto prometteva e così poco ha mantenuto.

Ma il messaggio contro il più feroce capitalismo e militarismo è ben chiaro ed efficace, grazie anche a un bravissimo – come sempre – Celi che richiama per il cognome e soprattutto per la sua folta chioma bianca a quell’Herbert von Karajan che molti in quegli anni accostavano – giustamente o ingiustamente la storia non lo ha detto ancora con certezza – ai “nostalgici” del III Reich.

Come la nostra cultura di allora purtroppo pure questo film, anche se così originale, sconta un approccio grezzo e rozzo alle diversità, tanto da usare più di una volta l’abominevole termine “mongoloide” come insulto a chi non appare così sveglio e lesto. Ma d’altronde, che ci piaccia o no, noi eravamo anche – ma certamente non solo – così. Il che aiuta a spiegare alcune determinanti svolte della storia recente e anche di quella recentissima del nostro Paese.

“Il coltello nell’acqua” di Roman Polanski

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(Polonia, 1962)

Nel 1962 viene presentato alla Mostra del Cinema di Venezia il lungometraggio d’esordio di un giovane regista polacco che riscuote subito un clamoroso successo, tanto da portare notorietà internazionale al suo autore ed essere il primo film polacco nella storia ad ottenere una candidatura all’Oscar come migliore pellicola straniera, Oscar che poi sarà vinto da “8 e 1/2” di Fellini.

Il giovane cineasta, che non ha ancora compiuto trent’anni, è Roman Polanski che assieme a Jakub Oldberg e Jerzy Skolimowski ha scritto la sceneggiatura e poi diretto lo straordinario “Il coltello nell’acqua”.

Andrea (Leon Niemczyk) e Cristina (Jolanta Umecka) – Andrzej e Krystina nella versione originale – viaggiano sulla loro auto nella zona dei laghi masuri, nella parte nord orientale della Polonia. I due si stanno dirigendo presso il molo dove è ormeggiata “Christine”, la loro barca a vela, sulla quale passeranno le successive ventiquattro ore.

Poco prima di arrivare però incappavano in un giovane vagabondo (Zygmunt Malanowicz) che alla fine Andrea decide di caricare prima sulla macchina e poi anche sulla barca. Se il ragazzo e Cristina hanno più o meno la stessa età, Andrea fa parte della generazione precedente e così, davanti agli occhi di sua moglie, nell’uomo inesorabilmente scaturisce una competizione di virilità e forza col nuovo venuto.

L’unica cosa che possiede il ragazzo è un grande coltello a serramanico che tiene sempre in tasca. Fra una prova di forza e l’altra, la situazione precipita quando Andrea, più o meno involontariamente, fa cadere in acqua il coltello. Scoppia una colluttazione fra i due e alla fine anche il giovane cade dalla barca. Nel tempo in cui Cristina e Andrea fanno virare l’imbarcazione il loro passeggero però scompare fra i flutti. La cosa fa esplodere le ire di Cristina, visto che il ragazzo proprio salendo in barca aveva sottolineato di non saper nuotare…

Bellissima e immortale pellicola che, compiuti i sessant’anni è ancora graffiante e coinvolgente fino all’ultimo fotogramma. Con una regia davvero aggressiva, Polanski ci racconta una storia che sembra molto banale, ma che in realtà è la metafora della società del suo Paese di quegli anni. Anni in cui si era formata una generazione “borghese” che poco spazio lasciava a quella successiva, che comunque alla fine non si sarebbe discostata tanto moralmente e materialmente da quella precedente.

Una metafora senza speranza raccontata con delle immagini e delle inquadrature spesso claustrofobiche anche se girate al centro di un immenso bacino d’acqua. Anche l’orizzonte ci provoca ansia e disagio, così come le scene in cui la barca “taglia” le acque del lago.

Ma di metafore il film è pieno a partire da quella del coltello, chiaro simbolo fallico, a cui fa da contraltare la barca col nome della donna …da comandare e conquistare. Come molta, se non tutta, la cinematografia di Polanski, anche questo suo esordio è un’opera profondamente carnale, che scuote e spiazza ancora oggi.

Dal primo all’ultimo fotogramma si vedono solo i tre protagonisti, perché per rendere ancora più opprimente e schiacciante il racconto, Polanski sceglie di non usare neanche una comparsa sullo sfondo, ma solo i tre attori principali. Nella versione originale a doppiare Malanowicz, non accreditato, è lo stesso Polanski.

Pietra miliare della cinematografia mondiale.

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“Matrimonio in quattro” di Ernst Lubitsch

(USA, 1924)

Ernst Lubitsch (1892-1947) è considerato giustamente il padre fondatore della sophisticated comedy hollywoodiana che toccherà il suo apice negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, e che definirà il genere commedia nei decenni successivi. Nato a Berlino e figlio di un sarto, Lubitsch già adolescente si innamora del palcoscenico e decide di fare l’attore comico. Nel 1912 approda al cinema come apprendista e dall’anno successivo recita ruoli in alcune commedie di successo che iniziano a dargli una certa popolarità.

Intanto comincia a scrivere delle sceneggiature e nel 1918 esordisce dietro la macchina da presa col film “Gli occhi della mummia” che, a dispetto del genere per cui verrà ricordato nella storia del cinema, è un dramma. E’ nel 1919 che Lubitsch acquista notorietà internazionale con la commedia graffiante e ironica “La principessa delle ostriche”, dove interpreta anche una piccola parte.

All’inizio degli anni Venti si reca negli Stati Uniti per promuovere il suo film “Das Weib des Pharao”. Hollywood non si lascia scappare uno dei registi più sofisticati mitteleuropei e così viene assunto per dirigere due film: “Rosita” con Mary Pickford – allora star di prima grandezza – nel 1923 e “Un matrimonio in quattro” l’anno successivo.

Ed è soprattutto con quest’ultimo che Lubitsch pone la basi della grande sophisticated comedy americana. Grazie alla sua strepitosa regia – che ancora oggi viene studiata nelle scuole di cinema di tutto il mondo – Lubitsch crea un’atmosfera leggera ma la tempo stesso colma di allusioni, soprattutto sessuali, metafore e satira pungente che porta lo spettatore a seguire i protagonisti fino all’ultimo fotogramma, nonostante la totale assenza del sonoro che verrà collaudato solo tre anni dopo.

I passaggi e i movimenti seguono gli attori che si muovono nelle scenografie come se la macchina da presa fosse la partecipante ad uno dei classici e opulenti balli che in quegli anni si tenevano nell’Europa più altolocata. Lubitsch diventa quindi il più grande narratore di quell’idea decadente del vecchio continente che sogna e immagina il pubblico americano.

Così se Eric von Stroheim, negli stessi anni, racconta agli Stati Uniti in maniera più lucida e cruda la decadenza morale dell’Europa che inesorabilmente sta andando verso la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale, Lubitsch la descrive con i toni classici della commedia colmi di ironia e satira.

Non è un caso quindi che la pellicola si svolga a Vienna, e non solo per rispettare l’opera originale.
Il Dottor Josef Stock (Adolphe Menjou) è stanco del suo matrimonio con Mizzi (Marie Prevost) e cerca in ogni modo di trovare una scusa per poter divorziare. Quando Charlotte Braun (Florence Vidor) le presenta suo marito il Dottor Franz Braun (Monte Blue) Mizzi se ne invaghisce subito e tenta in ogni modo di sedurlo. Ma Franz è perdutamente innamorato di Charlotte, anche se…

La sceneggiatura è scritta da Paul Bern ed è tratta dalla commedia teatrale – che ricorda in toni molto più leggeri “Girotondo” di Arthur Schnitzler – “Soltanto un sogno” di Lothar Schmidt (1862-1931) con una classica e intricata trama a base di equivoci e malintesi amorosi tipica dell’operetta, che però il regista tedesco riesce a trasformare superbamente in una pellicola divertente e graffiante che castiga i vizi e le ipocrisie dell’alta borghesia, non solo quella austriaca. Lubitsch girerà nel 1931 un’ottima versione sonora, sempre tratta dall’opera di Schmidt, con Maurice Chevalier come protagonista e come aiuto regista un giovane, e non accreditato, George Cukor.

Per comprendere al meglio l’impatto di Lubitsch nel cinema contemporaneo e la sua eredità in quello a lui successivo, basta rileggere ciò che uno dei suoi giovani assistenti, che molti considerano giustamente il suo erede, disse di lui in varie interviste.

Nel bellissimo “Conversazioni con Billy Wilder” di Cameron Crowe, per esempio, è lo stesso Wilder a raccontarci come Lubitsch fosse un regista quasi maniacale e che per ogni scena studiasse le soluzioni migliori e più incisive anche per i particolari meno rilevanti, sempre per rendere ogni fotogramma ricco di ironia e allusioni. Per questo lo stesso Wilder, divenuto sceneggiatore e regista, per risolvere problemi di scrittura o dubbi dietro la macchina da presa si chiedeva sibillino: “…Come la farebbe Lubitsch?”

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