“Pieno sole” di Antoine Guilloppé

(2012, Ippocampo Editore)

Classificare questo volume come un semplice libro per ragazzi è davvero troppo limitativo.

Con questa breve storia ambientata nella madre Africa, Antoine Guilloppé ci dona una vera e propria opera d’arte che non ci si stanca mai di rileggere, scoprendo ogni volta un dettaglio o un particolare nascosto.

Indispensabile in ogni libreria che si rispetti.

“Il curioso caso di Benjamin Button” di Francis Scott Fitzgerald

(Feltrinelli, 2013)

Ho acquistato e letto questo breve racconto del grande Francis Scott Fitzgerald perché sono innamorato del film “Il curioso caso di Benjamin Button” che David Fincher ha realizzato nel 2008.

Non sono poche le differenze fra le due opere, sia al livello strutturale che per molti altri particolari secondari, come per esempio l’adattamento cinematografico slitta temporalmente di più di mezzo secolo rispetto al racconto.

E’ inutile che mi chiedete quale preferisca, dopo averlo letto, amo anche questo racconto, che è un atto d’amore per chi è diverso, zeppo di ironia e satira per chi ne ha ottusamente paura o disagio, e al tempo stesso è una bellissima riflessione sul tempo che passa e sulla voglia di vivere che accompagna pochi eletti fino alla morte.

Da leggere.

“Eloisa” di Dario Fo

(Corriere della Sera, 2007)

Nell’iniziativa che ha lanciato qualche anno fa il Corriere della Sera “I corti di carta”, spicca questo delizioso racconto d’amore di Dario Fo, ambientato nella Parigi che vede la costruzione della sua Notre Dame, in cui la giovane Eloisa si innamora perdutamente del suo precettore Abelardo, ma che alla fine sarà preda delle grette tradizioni che umiliavano e bistrattavano il suo sesso in quegli anni oscuri.

Con l’arguzia e l’ironia del Nobel per la Letteratura Dario Fo, ripercorriamo la vita e riviviamo i sentimenti di una donna che ne rappresenta tantissime altre alle quali, per secoli e millenni, in troppo pochi hanno dato la voce.

“Eloisa” è un’altra delle dimostrazioni di come il formato racconto sia funzionale e fondamentale nell’ambito della letteratura di un paese, ma che da noi invece viene continuamente trascurato e bistrattato …proprio come la povera Eloisa!

“Solitaire Station” di Lucius Shepard

(Delos Books, 1992)

Non sono un amante della letteratura di fantascienza in generale (a parte il frutto di geni come Philp K. Dick e Rod Serling) ma questo romanzo di Lucius Shepard, che è scomparso lo scorso 18 marzo, mi ha davvero entusiasmato.

Solitaire Station è una grande stazione dalla quale partono e arrivano le navi per l’esplorazione del cosmo al fine di trovare un pianeta vivibile. Ma la mancanza di risultati abbatte il morale nella stazione, che si incupisce pericolosamente.

A farne le spese è soprattutto Bill Stamey, un disabile mentale al quale la compagnia che gestisce la stazione ha inserito nel cervello un microchip per “educarlo” e tenerlo sotto controllo, e che viene eletto suo malgrado a valvola di sfogo.

Dietro a questa meschina intolleranza c’è l’ombra della Magnificenza, una feroce setta classista che ormai ha ramificazioni in molte parti dello spazio conosciuto.

A difendere Stamey, che ormai tutti chiamano in maniera dispregiativa Barnacle Bill (protagonista fannullone e scansafatiche impersonato da Wallace Beery del film del 1941 “Vecchio squalo” di Richard Thorpe) c’è solo John, il capo della sicurezza della stazione, che non potrà evitare di scontrarsi alla fine, sanguinosamente, direttamente contro la Magnificenza.

Grande storia e grande ambientazione, nella più coinvolgente tradizione fantascientifica americana.

L’anniversario totale di William Shakespeare

I pochi documenti ufficiali sulla vita e sulla morte del Bardo di Stratford upon Avon ci dicono che nacque e morì lo stesso giorno: il 23 aprile, con una differenza di 52 anni.

Oggi quindi si festeggia il 450° anniversario della nascita di William Shakespeare – al tempo stesso, ma con molta meno enfasi, il 398° anniversario della sua morte – l’autore più rappresentato in tutto l’occidente e non solo.

Se è vero che sulle sue opere è stato scritto tantissimo – “tutto” sarà impossibile scriverlo anche fra altri 450 anni! – sulla sua vita, invece, ci sono moltissimi punti e periodi oscuri.

L’unico documento autografo del Bardo a tutt’oggi riconosciuto, che non sia un’opera letteraria o teatrale, è il suo testamento nel quale lascia alla moglie il “secondo miglior letto” della casa, e che per stile e sintassi non ha davvero nulla a che vedere con le sue opere.

La teoria che in questi ultimi decenni ha preso piede è che in realtà Shakespeare, la cui carriera di attore invece è ampiamente documentata, sia stato una sorta di prestanome di un autore che volontariamente si sia voluto nascondere.

Nel film “Anonymous” di Ronald Emmerich, scritto da John Orloff, si ripercorre la tesi elaborata per la prima volta nel 1920 dallo scrittore britannico J. Thomas Looney, nella quale l’autore di tutte le opere firmate da Shakespeare sia Edward de Vere, conte di Oxford, e uno dei numerosi figli illegittimi di Elisabetta I.

Un’altra ipotesi vede invece come autore delle opere del Bardo nientemeno che Christopher Marlowe, drammaturgo poeta e traduttore inglese del tempo. A solleticare gli studiosi sono le numerose incongruenze fra la vita e le opere del genio di Stratford upon Avon.

Tanto per fare un esempio, in “Romeo e Giulietta” ci sono numerose descrizioni della vita e della città di Verona che solo un testimone oculare avrebbe potuto riportare, mentre i documenti storici ci dicono che Shakespeare nel corso della sua vita non ha mai lasciato l’Inghilterra. Marlowe e de Vere invece si.

Alla fine del Cinquecento non era così semplice scrivere di una città così lontana senza esserci stato, le cartine geografiche erano approssimative e di difficilissima reperibilità, per non parlare delle immagini.

C’è ancora una terza teoria che vede Shakespeare prima attore e poi impresario, e proprio in questo ruolo il Bardo avrebbe raccolto comprando (e forse alcune volte anche rubacchiando) opere di autori contemporanei per avere materiale per la sua compagnia, e alle quali poi ha inserito il suo nome per praticità.

Di certo William Shakespeare è stato uno dei pochissimi attori e impresari della sua epoca a morire ricco.

Ma di chi sia stato realmente l’autore delle opere immortali come “Amleto”, “Otello” o “Romeo e Giulietta” in fin dei conti ce ne fregiamo della grossa.

Forse non sarà stato proprio il Bardo, ma quello che è certo è che alla fine del Cinquecento e nei primi anni del Seicento la cultura elisabettiana ha permesso la fioritura di opere così straordinarie ed eterne, e se Shakespeare è stato l’inventore della figura del “ghost writer”: chissenefrega!

…Questo non è il problema…

La magia immortale di Gabriel Garcia Marquez

Ieri si è spento il grande Gabriel Garcia Marquez.

Sono ore ormai che tutte le testate del mondo ne ripercorrono la vita, la carriera giornalistica e soprattutto le opere letterarie.

Ci sono giornalisti molto chic che per farlo hanno redatto un simpatico riassuntino  – usando vocaboli e atmosfere ricercate da spot pubblicitario – di “Cent’anni di solitudine”, “Cronaca di una morte annunciata” o “L’amore ai tempi del colera”, tanto per dimostrare che loro Marquez lo hanno letto (…forse).

Ma l’opera immortale e la figura di Marquez certo non possono essere sfiorate da tanta superficialità.

In questo triste giorno solo una cosa ci può “salvare”: leggere e/o rileggere le sue opere.

Io parto senza esitazione da “Cent’anni di solitudine”: le emozioni che provai la prima volta che lo lessi ancora mi accompagnano tutte le volte che ripenso a Remedios la bella o al suo incipit che, ha ammesso Marquez in varie interviste, è stata la parte più difficile da scrivere.  

E soprattutto non vedo l’ora essere nuovamente sedotto dall’ironia, dall’amore e dalla magia che sprizzano da ogni sua pagina.

Buon viaggio e grazie di tutti i sogni G.G. Marquez, ovunque tu sia diretto.

“Doctor Sleep” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2014)

Esatto! Sono fissato di Stephen King e leggo tutti i suoi libri appena escono: e allora?!

Prima di iniziare questa sua ultima fatica non sono riuscito ad evitare di sbirciare alcune aspre critiche sull’attesissimo seguito di “Shining”.

Ognuno la pensa come vuole e ha tutto il diritto pure di esternarlo, ma dite quello che vi pare: il Re è sempre il Re.

Gli anni passano e le persone maturano (e come ho già detto parlando del Re, maturare non vuol dire sempre invecchiare) e Stephen King è uno scrittore che rimane fedele a se stesso, ai suoi lettori e, soprattutto, ai suoi mostri interiori.

Chi pensa di leggere le stesse cose che King scriveva trent’anni fa – alcolista e al limite della tossicodipendenza per sua stessa ammissione: nel suo splendido “On Writing – Autobiografia di un mestiere” racconta come, proprio a causa di alcol e anfetamine di cui faceva abbondantemente uso in quegli anni, abbia sol un vago ricordo della genesi del suo “Cujo”  – sbaglia completamente.

“Doctor Sleep” è un romanzo che parla di mostri, ma soprattutto di dipendenze autodistruttive e di come, raramente, ci si può salvare da queste.

Di come la vita di una persona possa essere influenzata drammaticamente dal comportamento autodistruttivo dei suoi genitori, ma anche di come la stessa persona possa salvarsi, o almeno tentare onestamente di farlo.

Come capita sempre dopo aver letto un libro del Re, appena terminato “Doctor Sleep”, ci si rende conto che i mostri più famelici e letali sono quelli dentro di noi.

W il Re!

“Uomini che odiano le donne” di Stieg Larsson

(Marsilio, 2005)

Il giornalista svedese Stieg Larsson, classe 1954, è morto di un inaspettato infarto il 9 novembre del 2004. Fino a quel giorno, oltre ai numerosi articoli per varie testate, aveva pubblicato solo alcuni saggi sulla democrazia e sui movimenti di estrema destra nel suo paese natale.

Larsson era da anni uno dei massimi esperti dei rigurgiti neofascisti e neonazisti nel nord Europa, tanto da diventare, fra le altre cose, consulente di Scotland Yard per i reati e i delitti commessi in tale ambito.

Negli ultimi anni della sua vita aveva approfondito anche il terrificante mondo della tratta delle ragazze – soprattutto di provenienza dai paesi dell’ex blocco sovietico – nel ricco settentrione europeo.

Da queste sue ricerche Larsson aveva preso spunto per scrivere un romanzo incalzante e dallo stile asciutto (tipico di un giornalista d’inchiesta), che in breve tempo si sviluppò in una trilogia, con una protagonista fuori da ogni schema precedente, dal nome di Lisbeth Salander.

A fargli da contraltare è il giornalista Mikael Blomkvist, davvero tanto simile per storia personale e professionale al suo inventore.

Poche settimane prima di quel fatidico 9 novembre 2004 Larsson aveva inviato i suoi manoscritti a una casa editrice…

La storia ci dice come è andata: di fatto Lisbeth Salander è ormai un’icona nell’immaginario mondiale, solo fino a marzo del 2010 la trilogia del Millenium, ha venduto 27 milioni di copie in oltre 40 paesi, diventando l’emblema della grande tradizione giallo noir scandinava.

Anche il cinema si è appassionato a Larsson, prima in Svezia e poi pure Hollywood hanno realizzato l’adattamento cinematografico dei suoi romanzi.  

…E magari Stieg non ha neanche mai visto la bozza della copertina del suo “Uomini che odiano le donne”.

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“Lezioni Americane – Sei proposte per il prossimo millennio” di Italo Calvino

(Garzanti, 1988)

Il 19 settembre del 1985, oltre che imberbe, ero troppo depresso per il rientro a scuola e certamente la notizia dell’improvvisa morte di Italo Calvino mi è passata fra le orecchie senza rendermi davvero conto di quello che significava per la nostra cultura e per quella mondiale tutta.

Avevo letto alcuni suoi scritti durante l’infanzia (come “Il Barone rampante“; “Il visconte dimezzato” e “Marcovaldo“) che mi avevano appassionato e fatto venire voglia di scrivere. Alle scuole medie la prof mi aveva dato da leggere “Il sentiero dei nidi di ragno” per l’estate. Ne ero rimasto profondamente colpito, ma anche inquietato e impressionato.

Ma l’incontro definitivo e cosciente con Calvino arrivò solo qualche anno dopo, all’Università, al mio primo esame che prevedeva il suo “Lezioni americane” in programma. Catartico è dire poco…

Il libro raccoglie le sei lezioni – l’ultima purtroppo largamente incompleta – che avrebbe dovuto tenere all’Università di Harvard nell’ambito delle prestigiose “Poetry Lectures” (intitolate al dantista e storico dell’arte americano Charles Eliot Norton) nell’autunno del 1985.

In pratica sono i criteri fondamentali per chi vuole scrivere, e al contempo stesso, i diritti di chi vuole leggere.

Sono lo specchio della nostra grande cultura del Novecento che ha segnato quella mondiale, ma che non sembra avere avuto poi tanti veri eredi.

Sulla grandezza e l’immortalità di Calvino non sono certo io che scopro niente: il suo racconto “Furto in una pasticceria”, che appartiene alla raccolta “Ultimo viene il corvo”, ha ispirato “I soliti ignoti” di Mario Monicelli, tanto per fare un esempio…

Da leggere a cadenza regolare.

La mia copia, come si vede nella fotografia, è un tantino consumata: ma guai a chi me la tocca!

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“Il richiamo del cuculo” di Robert Galbraith alias J. K. Rowling

(Salani, 2013)

Alla sua uscita questo bel giallo, esordio dello sconosciuto Robert Galbraith, ha venduto poco più di mille copie.

E il numero sarebbe cresciuto al massimo di un paio d’unità se qualcuno non avesse reso pubblica la vera identità del suo autore: J.K. Rowling, la geniale creatrice di Harry Potter. 

Da quel momento il libro è diventato un best seller. L’episodio la dice lunga su quanto purtroppo, e troppo spesso, la qualità non è direttamente proporzionale alle vendite.

Lo dico soprattutto perché “Il richiamo del cuculo” è davvero un ottimo giallo con un protagonista strepitoso, Cormoran Strike ottimamente costruito, tanto interessante quanto irrisolto nell’animo e che rimane impresso nella mente anche terminata l’ultima pagina.

Senza conoscere la vera identità dell’autore, già dalle prime pagine, emergono subito le sue grandi doti narrative tipiche di uno scrittore di razza: ma nessun “geniale” critico le ha notate.

Senza marketing o apparizioni televisive queste cose davvero non contano?