Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“Loving Vincent” di Dorota Kobiela e Hugh Welchman

(Polonia/UK, 2017)

“Cosa sono io agli occhi della gran parte della gente? Una nullità, un uomo eccentrico o sgradevole – qualcuno che non ha posizione sociale né potrà averne mai una; in breve l’infimo degli infimi. Ebbene, anche se ciò fosse vero, vorrei sempre che le mie opere mostrassero cosa c’è nel cuore di questo eccentrico, di questo nessuno.”

Così scriveva a Theo, il suo amato fratello, Vincent van Gogh che chiudeva poi tutte le sue lettere con il tenero “Loving Vincent”. Lo scambio epistolare fra i due fratelli, arrivato fino a noi grazie alla perseveranza della vedova di Theo che dalla sua morte le ha cercate, fra l’Olanda e la Francia, conservate gelosamente e poi pubblicate, ci descrive quasi tutto quello che sappiamo su uno dei geni assoluti più incredibili che la civiltà umana ha saputo produrre dai suoi albori.

Eppure van Gogh nella sua vita, soprattutto negli ultimi anni, venne disprezzato umiliato e schifato dalla maggior parte delle persone che lo incrociavano. Solo alcuni, evidentemente con una sensibilità tale da percepire il genio assoluto che avevano accanto, lo amarono e rispettarono. Ma furono davvero troppo pochi. E così, quando il 29 luglio 1890 il pittore olandese spirò a causa delle ferite allo stomaco provocate da un colpo di arma da fuoco nessuno, o quasi, ci trovò nulla di strano, soprattutto per un uomo che sei settimane prima era uscito da un “manicomio” dove era stato ricoverato a causa della depressione che lo aveva portato a tagliarsi via un orecchio.

Fra i pochissimi amici che van Gogh aveva avuto in vita c’era Joseph Roulin (Chris O’Dowd), il responsabile del piccolo ufficio postale del paesino dove il pittore aveva vissuto. E proprio a Roulin nel 1891, un anno dopo la sua morte, la proprietaria della camera dove il grande artista aveva precedentemente risieduto consegna una sua lettera mai spedita. La donna se l’era tenuta sperando di avere in cambio dai parenti del morto la parte di pigione che secondo lei ancora le spettava, ma dopo tanto tempo si è definitivamente arresa.

Roulin così chiede al figlio Armand (Douglas Booth) di consegnare la lettera al destinatario originale Theo van Gogh, e soprattutto di scoprire il motivo del suicidio del grande pittore. Quando il giovane viene a sapere che Theo è morto sei mesi dopo il fratello decide comunque di ripercorrere le ultime settimane di vita del grande pittore. Più incontra le poche persone che avevano amato e rispettato Vincent van Gogh – come il dottor Gachet (Jerome Flynn) e sua figlia Marguerite (Saoirse Ronan) – più il suo gesto sembra incomprensibile, fino a intuire l’amara verità…

Splendida ricostruzione dell’ultima parte della vera vita di un pittore le cui opere hanno battuto quasi tutti i record di vendita nelle aste più esclusive, ma che nel corso della sua esistenza riuscì a vendere – o forse sarebbe più opportuno dire svendere – soltanto uno dei suoi quadri. In solo otto anni van Gogh, che prese in mano il suo primo pennello a 28 anni, cambiò per sempre il modo di vedere e sentire il mondo. Ma a parte l’amato fratello – che lo manteneva pagandogli le spese e soprattutto tele colori e pennelli – e altri pochi, nessuno lo intuì.

Scritta da Dorota Kobiela, Hugh Welchman e Jacek Dehnel questa bellissima pellicola d’animazione è davvero originale ed emozionante, anche perché è di fatto la prima interamente dipinta su tela, ed è stata realizzata rielaborando più di mille dipinti firmati da oltre 100 pittori, provenienti da varie parti del globo, che si sono ispirati alle opere del grande artista olandese.

Dopo averla guardata, le opere dell’immortale Vincent van Gogh saranno incredibilmente ancora più emozionanti.

“Il posto dell’anima” di Riccardo Milani

(Italia, 2003)

C’era una volta una multinazionale titolare di una fabbrica, assai produttiva, nella provincia italiana. Con i suoi circa cinquecento operai, questa fabbrica superava le previsioni di produzione elaborate dai vertici della multinazionale residenti in uno dei dei paesi economicamente più potenti del globo.

E così, anche se ogni tanto qualche operaio si ammalava e in poco tempo moriva di cancro a causa delle esalazioni legate alla scarsa sicurezza e alla prevenzione quasi nulla nello stabilimento per mantenere alti la produzione e i ricavi, tutto il mondo – fatto di centinaia di famiglie, di mogli e di figli bambini o ragazzi – che ruotava intorno ad essa, tirava avanti.

Ma un brutto giorno arrivò la notizia che, nonostante gli sforzi fatti dalle lavoratrici e dai lavoratori, la produttività della fabbrica non era più quella di una volta – proprio come le famigerate “mezze stagioni” – e, col cuore spezzato, i vertici stranieri della multinazionale si videro “costretti” a chiuderla.

A poco servirono le proteste e le barricate messe in campo dagli operai Tonino (Silvio Orlando), Salvatore (Michele Placido) e Mario (Claudio Santamaria) coadiuvati da familiari e simpatizzanti, come Nina (Paola Cortellesi) la compagna di Tonino. O lo sdegno morale altero delle istituzioni. E anche il “viaggio della speranza” fatto nella sede centrale estera della multinazionale servì a molto poco…

A differenza di altre favole in questa – che purtroppo è sempre più una storia “italiana” – alla fine la fatina buona non arriva e lascia i nostri eroi soli e senza lavoro e, soprattutto, davanti ai volti segnati delle vedove dei loro ex colleghi di lavoro morti, secondo gli studi più autorevoli …”nella media”.

Riccardo Milani scrive insieme a Domenico Starnone questa che, anche a distanza di quasi vent’anni, sembra proprio essere una delle poche pellicole italiane eredi dello spirito ironico e al tempo stesso tragico della nostra grande commedia all’italiana.

Quello che oggi colpisce ancora di più è che nel periodo drammatico che stiamo vivendo, in cui il nostro Paese è afflitto da due grandi emergenze: quella sanitaria legata alla quarta ondata del Covid-19 e quella economica, questo film potrebbe essere tranquillamente il servizio di un qualsiasi telegiornale. Perché le risposte dei vertici della multinazionale e delle istituzioni sono molti simili a quelli che oggi stanno fornendo alcuni industriali e imprenditori nonché sedicenti esperti.

Ma vent’anni fa, quale pandemia c’era?

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“Strappare lungo i bordi” di Zerocalcare

(Italia, 2021)

E’ finalmente arrivata su Netflix la serie di animazione ideata, scritta e diretta da Zerocalcare.

“Strappare lungo i bordi”, nelle sue 6 puntante da circa 20 minuti l’una, ci parla di temi al fumettista – anche se ormai chiamarlo solo autore di fumetti è davvero riduttivo – molto cari come il sopravvivere all’amara e cruda adolescenza e, soprattutto, a se stessi.

Purtroppo nella vita non basta “strappare lungo i bordi” la nostra figura dal foglio che il destino ci pone, perché lo strappo fin troppo spesso sconfina con imponderabili conseguenze…

Anche se si tratta di argomenti che abbiamo già affrontato in altre opere di Zerocalcare come “La profezia dell’armadillo” o “Un polpo alla gola”, grazie al suo modo unico e originale di raccontarceli e approfondirli non smettono mai di essere interessanti, divertenti e, naturalmente, anche tristi.

A doppiare l’Armadillo, forma in carne e corazza della coscienza del protagonista, è Valerio Mastandrea che duetta deliziosamente con Zerocalcare, che fino all’ultima parte dell’ultima puntata doppia da solo tutti i personaggi – come nei suoi indimenticabili video che sui social ci hanno aiutato ad affrontare il primo famigerato lockdown – tranne appunto il mammifero corazzato.

Ma, come in ogni fumetto, non è solo la storia centrale ad appassionarci, ma anche i piccoli dettagli sullo sfondo, come le locandine dei film di fantascienza appese sui muri di casa di Zero, fra le quali su tutte: “ROG UAN – NA STORIA DE GUERRA FRA ‘E STELLE” e “L’IMPERO RIATTACCA E MO SO’ CAZZI”.

“Freaks Out” di Gabriele Mainetti

(Italia/Belgio, 2021)

Il 18 settembre del 1938, così come il 16 ottobre del 1943, sono due date ignobili, tragicamente incise a fuoco e sangue nella carne del nostro Paese. La prima è il giorno in cui a Trieste, nella splendida piazza Unità d’Italia, Mussolini annunciò fra fragorosi applausi l’approvazione e l’applicazione delle leggi razziali fasciste. La seconda è il giorno in cui vennero deportati gli ebrei del ghetto di Roma, la più antica comunità della capitale.

Naturalmente, e purtroppo, ce ne sono anche altre di date così infauste e infami per il nostro Paese, ma Mainetti, a distanza di quasi ottant’anni, decide di partire proprio dalla seconda, frutto inesorabile della prima, per raccontarci questa sua nuova storia.

Così ci troviamo a Viterbo nel ’43, dove il circo “Mezzapiotta” di Israel (Giorgio Tirabassi) si esibisce incantando il pubblico con i suoi “mostri”: il forzuto uomo lupo Fulvio (Claudio Santamaria), l’uomo calamita Mario (Giancarlo Martini), l’ammaestratore d’insetti Cencio (Pietro Castellitto) e la donna elettrica Matilde (Aurora Giovinazzo).

Un bombardamento però, oltre ad interrompere lo spettacolo, distrugge il tendone del circo così tutto il gruppo si ritrova senza lavoro. Israel propone di partire per l’America e con 300 lire ciascuno, grazie a degli amici che ha nel ghetto di Roma, riuscirà a farsi fare i documenti falsi per tutti. Ma la sera Israel non torna, e così Fulvio, Mario e Cencio si convincono che il loro ex capo li ha traditi rubandogli i soldi. Solo Matilde è certa che all’uomo che l’ha trovata e cresciuta come una figlia sia successo qualcosa di brutto. Giunti a Roma il gruppo si separa, i primi tre decidono di unirsi al Circo di Berlino diretto dal pianista con sei dita Franz, mentre Matilde va alla ricerca di Israel. Tutti però dovranno fare i conti con la ferocia e la follia del nazifascismo…

Scritto dallo stesso Mainetti, sempre assieme a Nicola Guaglianone come per “Lo chiamavano Jeeg Robot“, questo secondo lungometraggio del regista romano è indubbiamente un gran bel film, che ci racconta di mostri ma soprattutto di mostruosità col suo originale e particolare linguaggio cinematografico.

Davvero emozionante e straziante è la ricostruzione del rastrellamento nel ghetto di Roma durante il quale i protagonisti vi si ritrovano, ricostruito crudelmente così come venne eseguito nella realtà forse per la prima volta nella nostra cinematografia. Se è facile paragonare questa pellicola e il suo linguaggio con quello di “Bastardi senza gloria” di Tarantino, i riferimenti di Mainetti vanno anche più lontano nel tempo, come al maestro Georges Méliès, al circo di Federico Fellini, a “Quel maledetto treno blindato” di Enzo G. Castellari – che ha ispirato guarda un pò proprio “Bastardi senza gloria”- e, soprattutto, a quel bellissimo “Freaks” diretto da Tod Browning nel 1932, dove i veri mostri erano quelli che volevano sfruttare i cosiddetti “fenomeni da baraccone”.

Per quanto riguarda il titolo, nulla mi toglie dalla testa che Mainetti abbia voluto citare una delle canzoni simbolo degli anno Settanta, a lui sempre molto cari, quella “Jack Le Freak” che conquistò tutte le discoteche del mondo e che nel ritornello aveva il famoso “…Freak Out!”. I mostri della canzone degli Chic erano altri rispetto a quelli di Mainetti (i componenti del gruppo vennero cacciati dalla fila per entrare nel leggendario “Studio 54” di Manhattan proprio con quell’epiteto su cui successivamente costruirono volutamente la canzone) che ci ricorda bene quali siano i veri mostri, indipendentemente dal loro aspetto.

Nonostante siano passati così tanti decenni forse noi italiani ancora non abbiamo finito di fare i conti con questa parte buia e dolorosa della nostra storia. Basta pensare che il primo film italiano sulla deportazione degli abitanti del ghetto romano, “L’oro di Roma” di Carlo Lizzani, venne prodotto solo quasi vent’anni dopo i tragici eventi; e che il presidente del cosiddetto “Tribunale della Razza” presso il Dicastero degli Interni, nonché grande sostenitore delle legge razziali, Gaetano Azzariti, dal 1957 al 1961 fu presidente della nostra Corte Costituzionale. Allo stesso Azzariti, nel 1970, il Comune di Napoli dedicò una via che solo nel 2015 venne re-intitolata a Luciana Pacifici, la vittima napoletana più giovane della Shoah.

I veri mostri sono quelli che vogliono colpevolmente dimenticare e, soprattutto, far dimenticare.

“Tre fratelli” di Francesco Rosi

(Italia/Francia, 1980)

Liberamente ispirato al racconto “Il terzo figlio” di Andrej Platonovič Platonov e scritto dallo stesso Rosi assieme a Tonino Guerra, “Tre fratelli” ci racconta in maniera davvero splendida e dolorosa l’Italia nel duro passaggio fra gli anni Settanta e Ottanta.

Nella profonda e meravigliosa campagna pugliese l’anziano Donato Giuranna (Charles Vanel) lascia la sua masseria per raggiungere il paese più vicino dove, dall’ufficio postale, manda tre telegrammi ai suoi tre figli per avvisarli che la loro madre è appena morta.

Il primo arriva a Napoli dove, in un carcere minorile, come maestro lavora Rocco Giuranna (Vittorio Mezzogiorno). Il secondo viene recapitato a Roma, nella quale vive e svolge la sua attività di magistrato Raffaele Giuranna (un bravissimo Philippe Noiret doppiato in maniera sublime da Paolo Bonacelli). Il terzo raggiunge Torino dove Nicola Giuranna (Michele Placido) è un attivista sindacale nonché operaio in una grande fabbrica di automobili.

I tre, ricevuta la notizia, partono subito per la loro casa d’origine lasciando, chi i propri ragazzi come Rocco, chi moglie (Andréa Ferréol) e figlio adolescente come Raffaele, e chi un matrimonio naufragato come Nicola, che ha rotto con la moglie (Maddalena Crippa) e porta con sé la piccola figlia Marta.

Il triste ritorno nella grande masseria, dove sono nati e cresciuti, diventa l’occasione per un nuovo e profondo confronto fra i tre fratelli che hanno preso strade molto diverse. Se Rocco ha dedicato la sua vita agli altri, Raffaele e Nicola rappresentano invece i due lati che si scontrano più violentemente in quegli anni nella nostra società. Se il primo è un giudice che, sapendo di poter essere ammazzato in qualsiasi momento, accetta di presiedere un processo contro alcuni terroristi, il secondo da operaio e attivista, ne appoggia non i mezzi ma certo gli ideali.

Sullo sfondo la piccola Marta osserva sia la vita contadina, che per lei nata e cresciuta in città è un “gioco” da fare nella vecchia casa paterna, sia l’inconsolabile dolore del nonno Donato a cui rimangono solo gli umili ma al tempo stesso splendidi ricordi del suo lungo matrimonio.

L’incontro-scontro fra i tre fratelli rappresenta in maniera efficace e tagliente tutta la nostra società che proprio in quegli anni stava cambiando pelle, anche con drammatiche conseguenze, abbandonando definitivamente la sua anima contadina per quella industriale e cittadina.

Se alla fine Nicola è quello che si preoccupa meno delle nuove generazioni, Raffaele invece, nonostante le armi dei terroristi ancora falcino i suoi colleghi, si preoccupa per l’avvenire proprio delle giovani generazioni, come profetizzando che la fine delle ideologie porterà inesorabilmente a una generazione “televisiva”. 

Rocco, che ha rinunciato ad avere una propria famiglia per dedicarsi totalmente ai ragazzi più sbandati, compie un sogno che ancora oggi commuove dove i ragazzi del riformatorio dove lavora ripuliscono la loro città spazzando prima e bruciando poi tutte le armi e le siringhe che la insozzano, il tutto sulle note della splendida “Je’ so pazzo” di Pino Daniele.       

Questa bellissima pellicola vince 5 David di Donatello, tra cui miglior regista e la miglior sceneggiatura (ad oggi lo stesso Rosi è il cineasta che ha vinto più David nella categoria miglior regista con ben 5 statuette) e riceve la candidatura come miglior film straniero agli Oscar del 1982.

Per la chicca: nei panni di un terrorista che tormenta in un incubo Raffaele c’è un giovane e allora sconosciuto Sergio Castellitto.

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“Il colpevole – The Guilty” di Gustav Möller

(Danimarca, 2019)

Asger Holm (Jakob Cedergren) è un uomo convinto di sapere esattamente qual è la differenza fra il bene e il male, e forse anche per questo ha scelto nella vita di fare il poliziotto. Ma è anche un uomo arrogante e scontroso, che considera i suoi errori molto meno rilevanti di quelli degli altri. E proprio per questo è stato sospeso dal ruolo attivo su strada e “relegato” come operatore del centralino per le emergenze della città di Copenaghen.

La mattina seguente, infatti, assieme al suo collega di pattuglia affronterà la commissione degli Affari Interni per l’udienza finale di un drammatico evento di cui lui è stato protagonista e, se tutto andrà come nei piani, tornerà al servizio attivo.

Ma, negli ultimi dieci minuti del suo ultimo turno, inizierà a fare i conti con se stesso.

Perché Asger risponderà alla chiamata di una donna che, sconvolta e in lacrime, gli fa capire di essere stata rapita. Dopo aver avvisato chi di dovere, Asger decide comunque che è il caso di intervenire anche “fuori” dalle regole e dai protocolli della Polizia. Ma imparerà alla fine, anche sulla propria pelle, che il mondo non è tutto bianco o nero, ma pieno di milioni di sfumature di grigio…   

Indimenticabile e originale pellicola danese girata tutta in interni fra due stanze e ispirata a un video su Youtube con la vera registrazione di una donna che riesce a far capire all’operatore del numero di emergenza di essere stata rapita.

L’ottima sceneggiatura, che riesce a inchiodarci davanti allo schermo fino all’ultimo fotogramma nonostante l’ambientazione fissa e cupa, è stata scritta dallo stesso Gustav Moller assieme a Emil Nygaard Albertsen. Una sorta di rivisitazione in chiave crime noir de “La voce umana” di Jean Cocteau.

Da questo film è stato realizzato il remake “The Guilty” con Jake Gyllenhaal come protagonista.  

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“Welcome Venice” di Andrea Segre

(Italia, 2021)

Già nel 1979 Francesco Guccini cantava – su un testo di Gian Piero Alloisio – che: “…Venezia è anche un sogno, di quelli che puoi comperare” anticipando un tema che per una delle città più belle e famose del mondo è diventato ormai focale, e che si può riassumere in una domanda senza dubbio provocatoria: ma Venezia è diventata una città fantasma che la sera si spegne e la mattina si riaccende per i turisti?

Così entriamo nella vita di tre fratelli: Toni (Roberto Citran), Pietro (Paolo Pierobon) e Alvise (Andrea Pennacchi) tutti nati e cresciuti alla Giudecca, una delle isole più famose di Venezia.

Toni, il maggiore, è quello che ha seguito la tradizione di famiglia facendo il pescatore di moeche, i granchi verdi che in fase di muta diventano un piatto tipico lagunare. Assieme a lui lavora Pietro, che dopo un passato burrascoso fatto anche di un periodo di detenzione per furto – durante il quale si è ammalata la moglie che poco dopo è morta lasciando sola lo loro unica figlia – è tornato alle sue origini ritrovando l’equilibrio. E proprio lui vive nella vecchia casa di famiglia sull’isola, da dove parte nel cuore della notte per andare a pescare.

Alvise, invece, ha lasciato la Giudecca per vivere a Mestre, come hanno fatto quasi tutti, e insieme alla figlia gestisce alcuni B&B per turisti. Fra i tre è senza dubbio lui quello che fa la vita più agiata e comoda, nonostante la pandemia che ha ridotto drasticamente i turisti.

Per aumentare i suoi introiti Alvise propone ai suoi due fratelli di trasformare la vecchia casa in una struttura ricettiva di lusso, visto anche il posto barca. Quando Toni perisce a causa di un incidente durante la pesca, Alvise liquida la parte della casa di Toni a Elisa (Ottavia Piccolo) la sua vedova, e cerca in ogni modo di forzare Pietro ad accettare la sua offerta…    

Scritta dallo stesso Segre assieme a Marco Pettenello, questa pellicola ci racconta di come inesorabilmente Venezia stia diventando un negozio di souvenir a cielo aperto, dove se è vero che Alvise incarna l’arroganza e la brama di ricchezza, è anche vero che quando vacilla davanti alla fermezza del fratello, tutta la sua famiglia, per paura di perdere gli “sghei”, lo intima ad andare fino in fondo. E così Venezia può rappresentare tutto il nostro Paese, che per comodità, avidità e grettezza sembra non avere altra risorsa che quella di essere un museo a cielo aperto…

Amaro.   

“Dune” di Denis Villeneuve

(USA/India/Ungheria/Canada/Norvegia, 2021)

Ottimo adattamento dell’immortale ciclo di fantascienza scritto da Frank Herbert a partire dal 1965. Grazie al genio dello scrittore americano, alle capacità visive di Villeneuve e alla sceneggiatura firmata da Eric Roth, Jon Spaihts e dallo stesso Villeneuve, riviviamo l’inizio dell’ascesa di Paul Atreides.

Siamo nel 10191 e la galassia è nelle mani dell’imperatore che, non avendo un erede maschio ma solo una figlia femmina che non ha ancora preso marito, è ben attento a gestire e arginare le grandi case nobili che regnano sui pianteti, soprattutto su quelli che portano alti profitti come Arrakis detto Dune, dalle cui sabbie si estrae la “spezia”, la sostanza più preziosa dell’universo.

Così l’imperatore toglie Dune agli Harkonnen, che da numerosi decenni con mano decisa e violenta gestiscono l’estrazione della spezia intascando enormi introiti, per darla alla casata degli Atreides, il cui patriarca è il conte Leto (Oscar Isaac) che dalla sua concubina Jessica (Rebecca Ferguson) ha avuto il figlio Paul (Timothée Chalamet).

Ma i “doni” inaspettati e apparentamenti inspiegabili spesso nascondono terribili trappole e così la casata Atreides rischia di soccombere nella morsa dell’imperatore, ma il giovane Paul…

Con un cast stellare fra cui spiccano anche Charlotte Rampling, Josh Brolin, Stellan Skarsgård, Javier Bardem e Jason Momoa, questa pellicola rimane fedele all’opera di Herbert che attraverso la fantascienza affrontava temi caldi e sempre attuali come lo sfruttamento dei poveri da parte dei ricchi, l’inquinamento, e la giustizia sociale.

Si tratta del primo film di una trilogia dedicata all’opera di Herbert, le cui prime due pellicole sono basate sul romanzo “Dune” mentre la terza su “Messia di Dune”, pubblicato da Herbert nel 1969.

“Bliss” di Mike Cahill

(USA, 2021)

A chi non è mai capitato di chiedersi la storia e le vicende che hanno portato un essere umano a diventare un senzatetto? 

Sospendiamo per un attimo il giudizio su tutti quegli ottusi che vorrebbero eliminarli dalla faccia della Terra, o quantomeno nasconderli dalla vista della “brava gente”, e che certo nel loro assai angusto cervello – infinitamente più piccolo di una scatola di cartone nella quale molti clochard passano le notti più fredde –  la domanda non se la sono mai posta, o su quelli che per mero interesse personale cavalcano l’egoismo, l’ignoranza e la paure altrui. 

Sicuramente fra i motivi principali di una “scelta” di vita così assoluta, c’è la grave indigenza che scaturisce dalla perdita del lavoro, dall’alcolismo o dalla tossicodipendenza – quest’ultimi sempre più di frequente effetti del primo – e quindi della propria dignità. 

Così il regista visionario Mark Cahill ci racconta la storia di Greg Wittle (un bravo Owen Wilson) che dopo aver visto naufragare il proprio matrimonio – che ha di fatto sancito la fine di ogni rapporto non solo con la propria moglie, ma anche con il figlio Arthur – viene licenziato. 

Turbato e disperato per come si è sviluppato l’incontro col suo (ex) capo Bjorn e rifugiatosi in un pub per bere, Greg incontra Isabel (Salma Hayek) una donna misteriosa e sibillina che sembra conoscerlo nel profondo.

Grazie a delle preziose pietre colorate che una volta ingerite donano poteri incredibili, Isabel mostra a Greg tutti i limiti del mondo, fatto di innumerevoli tendopoli e baraccopoli nascoste sotto i cavalcavia, che fino a quel momento lui stesso credeva reale. La donna, sempre grazie a pietre colorate, mostra a Greg inoltre il vero universo perfetto ed edulcorato dove non esistono senzatetto, difficoltà economiche o ingiustizie.  

Greg è completamente rapito da questa nuova realtà, dove però riesce a raggiungerlo il “fantasma” di Emily (Nesta Cooper) sua figlia, l’unica che cerca in ogni modo di non perderlo. Greg, così, sarà costretto a dover scegliere fra i due mondi: uno fatto di dolore, delusione e sofferenza, l’altro fatto di calma e beatitudine, termine che in inglese si traduce appunto con “bliss”.

Una soggettiva davvero emotivamente efficace di una persona che cade nel baratro della dipendenza e che per sopravvivere perde il contatto con la cruda realtà. Scritto e diretto da Cahill, questo film oltre ad avere un grande impatto visivo ha anche il pregio di farci riflettere.