Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“10 Cloverfield Lane” di Dan Trachtenberg

(USA, 2016)

Scritto da Josh Campbell, Matthew Stuecken e Damien Chazelle (già sceneggiatore e regista di “Whiplash” e “La La Land”) diretto da Dan Trachtenberg e, soprattutto, prodotto dal nuovo genio di Hollywood J.J.Abrams, “10 Cloverfield Lane” ti inchioda alla poltrona fino all’ultimo fotogramma.

Se da una parte possiede caratteri classici e claustrofobici di un thriller psicologico (tratti che ricordano fin troppo chiaramente la serie “Lost”) dall’altra è una chiaro riferimento al “Cloverfield” diretto da Matt Reeves nel 2008 e sempre prodotto da Abrams.

Michelle (una bravissima Mary Elizabeth Winstead) lascia il suo ragazzo Ben (la cui voce nella versione originale è di Bradley Cooper) e parte con la sua auto verso la Luisiana. Con lo scorrere delle ore arriva il buio e proprio poco dopo il tramonto la ragazza, ascoltando l’ennesimo messaggio del suo ex sulla segreteria del cellulare, ha un grave incidente.

Si risveglia con una notevole, ma ben curata, ferita sulla gamba e allo stesso tempo incatenata al materasso dentro una stanza di cemento senza finestre. Dopo un tempo che sembra infinito la porta rumorosamente si apre ed entra Howard (uno stratosferico John Goodman) che le porta il pranzo.

L’uomo le racconta quello che lei non ricorda: l’ha trovata gravemente ferita sul ciglio della strada e l’ha portata con se visto che il loro Paese è sotto un feroce attacco chimico. Adesso sono al sicuro nel suo bunker. Michelle non crede a una solo parola, ma quando scopre che nel bunker c’è anche Emmet (John Gallagher Jr.) un giovane vicino di casa di Howard che, non solo conferma la storia, ma le racconta anche che ha dovuto combattere con l’uomo per entrarci, la ragazza rimane perplessa. 

Michelle è sempre titubante e, con uno stratagemma, riesce a impadronirsi delle chiavi per uscire. Ma giunta alla porta esterna dal vetro vede…

Davvero un film tosto. Sconsigliato ai deboli di cuore e con un John Goodman in stato di grazia. Se davvero volete fare i superbi vedetevelo la notte, da soli, in una remota casa di campagna…  tzé!

Mary Tyler Moore

Lo scorso 25 gennaio se ne è andata l’attrice americana Mary Tyler Moore.

Classe 1936, (anche se di una signora non si dovrebbe mai dire l’età) Mary Tyler Moore è stata una delle attrici televisive, e non solo, che più hanno influenzato l’immaginario e il costume del secondo Novecento.

Così come Lucille Ball, la Moore ha rinnovato completamente il ruolo dell’attrice comica, che prima di lei – e prima della Ball – era relegato a brave ma “simpatiche” – nella pessima ma fin troppo presente accezione patriarcale – caratteriste. Con un fisico da vera modella, l’attrice nata a Brooklyn, grazie alla sua bravura si impone nel piccolo schermo come ottima attrice ironica, tanto da ottenere più di uno show tutto personale, e dopo aver fatto da spalla per anni a Dick Van Dyke nel suo famosissimo show.

Il “Mary Tyler Moore Show”, che racconta le vicissitudini lavorative e personali di Mary Richards (la stessa Moore) giornalista televisiva, appare regolarmente dal 1970 al 1977, riscuotendo un grande successo e dando luogo a vari spin-off (“Rhoda” su tutti).

Come solo le grandi personalità dello spettacolo sanno fare la Moore, alla fine degli anni Settanta, abbandona la comicità e si cimenta in uno dei ruoli più duri e difficili del cinema drammatico degli anni Ottanta. Presta il suo volto a Beth, la madre gelida e incapace di sentimenti del protagonista del memorabile esordio alla regia di Robert Redford “Gente comune”, premiato con l’Oscar come miglior film. La Moore, candidata come miglior attrice non protagonista, ingiustamente, non vince la statuetta.

Nel corso del tempo, poi, la Moore sceglierà con cura i suoi impegni in televisione e al cinema, fino alla serie “Hot in Cleveland” nella quale apparirà fino al 2013.

Se il suo aspetto da top model, forse, l’ha portata davanti alle telecamere, la sua grande bravura e il suo ironico – e più raramente drammatico – talento ce l’hanno tenuta davanti per oltre cinquant’anni, senza mai usare la sua bellezza come punto di forza.

E’ grazie anche a figure come la sua che il ruolo sociale e culturale delle donne ha fatto un importante passo in avanti verso la vera emancipazione, allontanandosi dall’oscuro baratro del becero maschilismo.

“Toto Le Héros – Un eroe di fine millennio” di Jaco van Dormael

(Belgio/Francia/Germania, 1991)

“Cosa sarà che fa morire a vent’anni anche se vivi fino a cento?” cantano Lucio Dalla e Francesco De Gregori nella loro splendida canzone “Cosa sarà“, ma soprattutto: cosa porta a sprecare la propria esistenza?

L’opera prima del regista belga Jaco van Dormael, autore fra i più visionari degli ultimi decenni, ce lo racconta attraverso la storia del suo protagonista Thomas detto Toto, da sempre convito di essere stato scambiato nella culla poche ore dopo essere nato.

Questa funesta idea lo accompagnerà per sempre, condizionando la sua vita e, soprattutto, quella di chi gli è accanto. Ma alla fine…

Con una linea narrativa destrutturata in numerosi flashback concatenati, “Toto le Heros” è un gran bel film che ci porta a riflettere su come e con chi decidere di condividere la nostra esistenza. Davvero una splendida pellicola, che ci lascia con numerosi spunti su cui riflettere e confrontarci.

Per concludere, non voglio parlare del titolo in italiano con l’inspiegabile aggiunta “Un eroe di fine millennio” che non c’entra una notissima mazza, ma desidero parlare invece del fatto che al momento il film è introvabile nella nostra lingua. Distribuito dalla Rai, oggi è fuori catalogo, è disponibile solo in altre versioni. Se volete vederlo in italiano, invece, non vi rimane altro che studiare attentamente i canali Rai.

Vincitore, fra gli altri numerosi premi, della Caméra d’Or al Festrival di Cannes come miglior opera prima.

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“5 giorni fuori” di Ryan Fleck e Anna Boden

(USA, 2010)

Tratto dal romanzo “It’s Kind of a Funny Story“di Ned Vizzini questo film, scritto e diretto da Ryan Flack e Anna Boden, ci parla di uno dei temi più complicati della nostra società: la grave depressione adolescenziale che può portare al suicidio.

Un tema davvero tosto, ma grazie al romanzo di Vizzini e alla sceneggiatura di Flack e Boden, “5 giorni fuori” ci racconta il ricovero in un reparto psichiatrico del sedicenne Craig (un bravo Keir Gilchrist) colto da terribili istinti suicidi. Prima di saltare da un ponte nel gelido fiume, fortunatamente Craig ha la presenza di spirito di correre al pronto soccorso dove, appunto, viene ricoverato d’urgenza.

Nella settimana che passerà in un ambiente all’inizio molto drammatico, Craig si confronterà con persone tanto diverse da lui, ma con lo stesso istinto di autodistruzione. Il paziente con cui il giovane ragazzo legherà di più è Bobby (Zach Galifianakis) un trentacinquenne con un matrimonio fallito, una figlia piccola e mezza dozzina di tentati sucidi alle spalle. C’è poi Noelle (Emma Roberts) un’adolescente come Craig, che porta sul viso e sulle braccia i tagli che si è autoinflitta per punirsi.

Ma non si scade mai nel banale o nel patetico, la depressione è una vera e propria malattia che se sottovalutata, come le più micidiali, uccide. E così Boden e Fleck ce ne parlano senza falsi sentimentalismi o patetici accenti. Così come si dovrebbero affrontare tutte le malattie, soprattutto quelle che colpiscono i più giovani.

Da vedere.

“Myra Breckinridge” di Gore Vidal

(Fazi, 2007)

La nostra editoria è piena di presunti scrittori tormentati che, per grazia celeste, dividono le loro vite complicate – soprattutto dal punto di vista sessuale – con noi, elevando i nostri spiriti ma soprattutto scandalizzandoci.

Così almeno crede chi decide di pubblicarli e portali in libreria. Ma quasi tutti – e metto quasi per educazione… – provocano solo tanta noia e non certo scandalo, visto che poi sono troppo spesso semplicemente incolori autocelebrazioni (o celebrazioni dei propri sogni più repressi, quasi sempre frutto di un’adolescenza solitaria e pedicellosa).

Tutti questi superflui volumi sbiadiscono e trovano il loro vero destino, che è nella carta riciclata, – anche se generalmente io i libri li conservo con cura, ma a volte possono pure servire per pubblicare altre cose più utili e piacevoli… – mettendoli anche solo a pochi metri di distanza dai grandi romanzi che hanno davvero cambiato la storia e la cultura planetaria, come questo “Myra Breckinridge” del maestro Gore Vidal, pubblicato nel 1968 e vietato negli Stati Uniti fino a metà degli anni Settanta.

Col suo stile sublime, Vidal ci porta nel diario intimo di Myra, vedova di Myron e decisa a prendersi metà del patrimonio di Buck, ex attore western mediocre e zio del marito, nonché titolare di un piccola ma redditizia Accademia per aspiranti attori a Hollywood.

Ma (occhio che anticipo la trama, ma stavolta non si può farne a meno e poi la trovereste sulla quarta di copertina ben in evidenza) Myra in realtà è Myron che, grazie a un chirurgo danese ha cambiato sesso, e attraverso le sue esperienze è conscia di poter manipolare gli uomini e le donne…

Per la sua dichiarata omosessualità Vidal fu censurato fino dagli anni Cinquanta e la cosa che più infervorava i suoi beceri persecutori era la sua sconfinata cultura e ironia, nonché la massima serenità che aveva con la propria sessualità. Vidal non si piegò mai, anzi, con questo libro picchia duro proprio contro i fondamenti più beceri del maschilismo e del patriarcato più ottusi.

A oltre mezzo secolo dalla sua prima pubblicazione “Myra Breckinridge” scandalizza davvero come pochi. E allora è opportuno chiedersi: perché un libro del genere in Italia è da anni fuori catalogo e reperibile solo nel reparto dell’ usato (di ebook non ne parliamo proprio, lì si che sarebbe davvero uno scandalo…)?

Non sarà perché altrimenti molto di quello che lo circonderebbe si scioglierebbe come pallida neve al sole? …Ma no, queste cose da noi non si fanno e non si pensano nemmeno!

Nel 1970 Michael Sarne dirige “Il caso Myra Breckinridge”, adattamento cinematografico nel del tutto riuscito, con un cast però di tutto rispetto che include Raquel Welch, John Huston e Mae West.

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“Hoppity va in città” di Dave Fleischer

(USA, 1941)

Ma davvero Walt Disney non ha mai dovuto subire la concorrenza di altri artisti geniali del cartone animato? Ovviamente no. Max Fleischer fu un geniale autore di cartoni animati quanto Disney.

Classe 1883, Fleischer nasce a Cracovia, in Polonia, e una volta trasferitosi negli Stati Uniti si appassiona all’animazione. Inventa il rotoscopio grazie al quale fonda col fratello Dave i Fleischer Studios. Fra i numerosi successi animati creati dai due va ricordata su tutti Betty Boop. Nel 1939, sulla scia del successo di “Biancaneve e i sette nani” dello stesso Disney, i Fleischer realizzano il loro primo lungometraggio “I viaggi di Gulliver” che riscuote un buon successo, proprio grazie al quale viene prodotto il secondo film: “Hoppity va in città”.

La pellicola ci racconta la storia di una piccola comunità di insetti che vive nel giardino di una casetta al centro di una grande metropoli in espansione. Il vecchio recinto, che proteggeva il piccolo spazio verde, si è rotto e così i passanti lo invadono sempre più di frequente, calpestando le case dei poveri insetti o gettandoci sopra mozziconi e rifiuti.

La situazione precipita quando Dolcezza, la bella figlia del signor Calabrone, proprietario del negozio di miele, e Hoppity il giovane grillo ottimista – che nel carattere e nel passo dinoccolato ricorda molto il James Stewart del tempo – si dichiarano, facendo esplodere la gelosia del perfido signor Scarafaggio…

Con disegni che sono delle vere e proprie opere d’arte, “Hoppity va in città” possiede ancora chiaramente spunti, soluzioni narrative e visive a cui si sono ispirati quasi tutti gli autori di cortometraggi e lungometraggi di animazione successivi, fino ad arrivare a quelli contemporanei come “Z la formica” o “A Bug’s Life – Megaminimondo”. Il film di Flaischer è un vero e proprio capolavoro d’animazione così come quelli firmati dal genio di Walt Disney.

Ma che cosa è successo dopo? E perché i Fleischer sono scomparsi dal panorama cinematografico?

“Hoppity va in città”, che avrebbe dovuto ripagare i debiti che la sua casa di produzione aveva con i finanziatori uscì il 5 dicembre del 1941, 48 ore prima che i giapponesi attaccassero Pearl Harbor cambiando drasticamente la società americana e facendo naufragare il film al botteghino. I Fleischer furono costretti così a svendere la loro casa di produzione alla Paramount, lasciando definitivamente libero il campo al grande Walt Disney.

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“Guardiani dell’Essere” di Eckhart Tolle e Patrick McDonnell

(L’Età dell’Acquario, 2011)

Eckhart Tolle (pseudonimo di Ulrich Leonard Tolle, nato in Germania nel 1948) ha passato la prima parte della sua vita in cerca di se stesso e, come accade a pochi privilegiati, sull’orlo del baratro si è trovato. E’ autore di testi dedicati alla conoscenza di se stessi e soprattutto del proprio Essere. Patrick McDonnell è l’artista autore, tra gli altri, del fumetto “Mutts” che viene pubblicato oggi su oltre 700 quotidiani nel mondo.

Questo piccolo ma bellissimo volume è l’incontro dei due: McDonnell immortala col suo pennello alcune brevi massime di Tolle. Ed è dedicato ai Guardiani dell’Essere che sono i nostri piccoli animali domestici.  Un esempio: “Ho vissuto con molti maestri Zen, ed erano tutti gatti” ci spiega Tolle.

Chi non possiede o non ha posseduto mai un cane o un gatto forse non può comprendere a pieno il ruolo che questi hanno o possono avere nella nostra esistenza.

D’altronde gli animali, e questo è indiscutibile, non hanno le sovrastrutture mentali che purtroppo possiediamo noi, e nascono vivono e muoiono semplicemente sapendo solo di Essere. Qualcuno vuole confutare il fatto che sono troppo spesso loro la parte più “umana” e sensibile della nostra società?

…E allora si compri manuali per il self-coaching e per il riordino.

“Un uomo a nudo” di Frank Perry e Sidney Pollack

(USA, 1968)

Non credo ci sia un altro personaggio cinematografico degli anni Sessanta che rappresenti meglio il declino e il fallimento del sogno americano, sbocciato durante il New Deal rooseveltiano, del Ned Merrill di questo bel film.

Tratto dal racconto “The Swimmer” di John Cheever, “Un uomo a nudo” si svolge durante una bella giornata estiva in una contea ricca e florida alle porte di New York. La zona è seminata di splendide ville, molte delle quali hanno una lussuosa piscina, nuovo status symbol dell’upper-class americana.

Proprio nei pressi di una di queste arriva, indossando solo un costume, Ned Merrill (un grande Burt Lancaster) apparentemente un uomo di successo e amato da tutti che, col permesso dei padroni di casa, si tuffa per fare un bagno. Una volta uscito Ned ha un’idea: attraversare la contea nuotando nella piscina di ogni villa che lo separa dalla sua ricca magione.

Ma in ogni piscina che attraversa Ned farà i conti con se stesso e il suo passato che drammaticamente lo hanno portato al fallimento lavorativo e umano.

Splendido e bravo come sempre Lancaster che recita con addosso solo un costume, e a 55 anni suonati mostra un fisico perfetto. La produzione fece rigirare a Sidney Pollack due scene, fra cui quella fondamentale dell’ultima piscina.

Davvero un grande Lancaster e davvero un gran bel film.

“La via del male” di Robert Galbraith/J.K. Rowling

(Salani, 2016)

Parliamo del terzo capitolo delle investigazioni del detective privato Cormoran Strike, nato dalla penna della geniale J.K. Rowling che usa lo pseudonimo di Robert Galbarith così come ha fatto per la prima fondante inchiesta “Il richiamo del cuculo” (2013) e per la seconda “Il baco da seta” (2014).

Strike è un reduce della guerra in Iraq, dove ha perso la parte inferiore di una gamba. Figlio di una famosissima rockstar e di una ex groupie, ha un fisico massiccio e possente da classica Terza Ala. Questa volta Cormoran deve affrontate il male che arriva proprio dal suo passato militare. Accanto a lui c’è sempre la sua segretaria “temporanea” Robin Ellacott, e anche lei dovrà vedersela coi mostri del suo passato…

Con una scena finale d’applauso, “La via del male” ci racconta soprattutto di una delle più infami piaghe della nostra società: la violenza sulle donne. Violenza di tutti i tipi: fisica, mentale e morale.

Inutile aggiungere che la Rowling/Gilbraith scrive in maniera divina e scorrevole, ma occhio che in questo romanzo giustamente …picchia duro.

Questa inchiesta di Strike è seguita dalle successive “Bianco letale” (2019) e “Sangue inquieto” (2021).

“Rogue One: A Star Wars Story” di Gareth Edwards

(USA, 2016)

Scritto da Chris Weitz e Tony Gilroy – giovani ma ben rodati sceneggiatori – e diretto da Gareth Edwards, è arrivato caldo caldo nelle sale italiane l’ultimo capitolo della saga più famosa della storia del cinema.

Ultimo sì, ma non in senso cronologico della storia – che al momento rimane “Star Wars: Il risveglio della Forza” – questo “Rogue One” (che è il primo della nuova serie “Star Wars Anthology” che racchiuderà una serie di pellicole parallele a quelle vere e proprie della saga) è ambientato poco prima di “Guerre Stellari” – che poi ha preso il titolo “Una nuova speranza” – e ci racconta come un manipolo di ribelli eroi riesca a rubare i preziosissimi piani della famigerata Morte Nera, dettaglio fondamentale dello stesso primo film, fino a oggi mai affrontato.

Nel cast spiccano Felicity Jones, Forest Whitaker, Mads Mikkelsen (il primo cattivissimo di James Bond/Daniel Craig) e Diego Luna (attore e regista messicano, interprete fra gli altri di film come “Elysium”, “Milk” o “Il Libro della Vita”). E ovviamente lui, il cattivo dei cattivi, colui che una volta era Anakin Skywalker: Lord Darth Vader. E con lui è presente anche un tormentato rapporto padre-figlio, o meglio figlia.

Se “Star Wars: Il risveglio della Forza” era rivolto alle nuove generazioni, questo “Rogue One” è stato pensato, scritto e realizzato per chi nel lontano 1977 rimase “folgorato” – eddaje! – al cinema da “Guerra Stellari”.

Torna tutto, tutto si incastra e ci prepara per andare “Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana”. E poi c’è l’incredibile ricostruzione digitale di Peter Cushing, che come in “Star Wars: Una nuova speranza” interpreta il perfido Tarkin, incredibile visto che Cushing è scomparso nel 1994. E quella di…

Il titolo – che letteralmente sarebbe “canaglia 1” – è riferito a… beh, ve lo andate a vedere al cinema!

Per veri amatori: astenersi perditempo.