Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“L’uovo alla Kok” di Aldo Buzzi

(Adelphi, 1979/2002)

Aldo Buzzi (1910-2009) è stata una delle figure più rilevanti della cultura italiana del secondo Novecento. Laureatosi in Architettura al Politecnico di Milano, Buzzi approda al cinema come collaboratore del futuro cognato Alberto Lattuada, e per gli anni successivi collabora con altri futuri grandi registi come Luigi Comencini o Luigi Zampa. Ma lo scrivere, per Buzzi, è l’arte preferita e così, col passare degli anni, ci si dedica con sempre più impegno.

Nel 1979 pubblica il suo libro di ricette “L’uovo alla Kok”, titolo scelto prendendo spunto dai vari errori e refusi che gli capita di leggere fra le carte e le liste dei ristoranti e delle trattorie che frequenta.

Oltre alle deliziose ricette che descrive – la Tiella e quelle dei dolci sono le mie preferite – Buzzi ci regala aforismi e aneddoti strepitosi come “Mangiare è umano, digerire è divino” o “Il mondo purtroppo è di chi ha torto”. E ci confessa che :”Lo scrittore che non parla mai di mangiare, di appetito, di fame, di cibo, di cuochi, di pranzi mi ispira diffidenza, come se mancasse di qualcosa di essenziale”.

Ma Buzzi ci parla, soprattutto, di cosa rappresenta il cibo nella nostra società e profetizza (nel 1979) come la nostra cucina prima o poi si accorgerà di essere superiore anche a quella francese.

Da leggere con gli e la bocca e quindi: buona lettura e …buon appetito!

“Scusate se esisto!” di Riccardo Milani

(Italia, 2015)

Che il nostro sia un Paese maschilista è un dato di fatto. Ma di commedie divertenti che ne parlano così schiettamente ce ne sono poche. Questa di Riccardo Milani è quindi una piacevole eccezione.

Serena Bruno (una brava Paola Cortellesi) a causa del suo cognome viene scambiata spesso per un uomo. E così, molto probabilmente, il suo lavoro viene selezionato per il risanamento di uno dei quartieri più degradati di Roma: il Corviale. Ma tutti si aspettano un uomo con cui confrontarsi…

Ispirata a una storia vera – …guarda un pò – questa deliziosa commedia degli equivoci parla chiaro e diretto della considerazione che le donne hanno sul lavoro nel nostro Paese e sulla loro battaglia quotidiana e impari contro il famigerato patriarcato.

Risate agrodolci quindi…

“Topkapi – La luce del giorno” di Eric Ambler

(Club degli Editori, 1964)

Eric Ambler è stato uno dei maggiori autori di spy-story del Novecento, tanto da essere considerato un maestro anche dallo stesso Ian Fleming.

Classe 1909, Ambler nasce a Londra dove, finiti gli studi, inizia la sua carriera di autore di pubblicità. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Ambler entra nell’Esercito britannico servendo le truppe cinematografiche e spesso scrivendo sceneggiature direttamente nei luoghi di guerra.

Con la fine del conflitto e lo scoppio della Guerra Fredda, Ambler passa definitivamente alla carriera cinematografica, ma continua a scrivere, e con i suoi romanzi eleva definitivamente lo spionaggio a genere nobile della narrartiva mondiale.

Nel 1962 pubblica “Topkapi – La luce del giorno” riscuotendo un nuovo successo planetario (dopo lo strepitoso “La maschera di Dimitros”, che arriverà a ispirare quasi sessant’anni dopo Christopher McQuarrie per la sceneggiatura dello splendido “I soliti sospetti“).

Arthur Abdel Simpson è un apolide, figlio di un’egiziana e di un inglese, che ha perso la cittadinanza britannica e quella egiziana a causa delle sue numerose truffe, molte delle quali non riuscite.

Vive ad Atene, dove sbarca il lunario facendo il ruffiano o rifilando patacche a turisti sprovveduti. Fino a quando non incontra Harper, uno strano europeo, che lo trascina in una losca e misteriosa “operazione” a Istanbul. Ma…

Strepitoso affresco dei vizi e dei lazzi dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo che spesso sono costretti a campare dei desideri – immorali o illegali… – dei popoli mitteleuropei. Ambler ci racconta la povertà e l’avidità umana con uno stile da narratore di gran classe.

Da leggere.

Per la chicca: nel 1964 Jules Dassin gira la versione cinematografica “Topkapi”, con un grandioso Peter Ustinov (che davvero sembra essere uscito dalla penna di Ambler), Melina Mercuri e Maximilian Schell. Un adattamento molto visionario e psichedelico, figlio dei “magnifici” anni Sessanta, che oggi risulta forse un pò datato (tranne che per Ustinov, ovviamente).

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“Il grande Lebowsky” di Joel Coen

(USA/UK, 1998)

Questa, per me, è l’opera cinematografica più grande di Joel ed Ethan Coen.

E’ il film più riuscito e geniale. Con un cast strepitoso a partire da Jeff Bridges che ingiustamente non vincerà l’Oscar per la sua magistrale interpretazione, a John Goodman il cui personaggio è ispirato – dicono alcuni rumors – al regista John Milius, a Steve Buscemi, all’algida Julianne Moore e all’allora poco conosciuto Philip Seymour Hoffman nei panni di Brandt, giovane lacchè del ricco e omonimo magnate Lebowski.

Le vicende cui è protagonista il Drugo hanno fatto storia nel cinema e nella cultura contemporanea. Il tutto con lo sfondo di un’America dei primi anni Novanta alle prese con la prima e allora “innocente” invasione del Kuwait da parte delle truppe di Saddam Hussein.

Un’America estrema quindi, molto simile a quella di oggi, che è fin troppo ben rappresentata da Walter (un grandioso Goodman appunto) razzista e reazionario dalla pistola facile, ma che ha nel bowling la sua religione. Il tutto narrato da un affascinante, elegante e pulito Straniero che ha i baffi e la voce calda di Sam Elliot.

Grandioso cameo di John Turturro che lecca una palla da bowling, così come sono fantastici i trip che si fa il Drugo…

Copiato di continuo, è un film indispensabile in ogni cineteca degna di questo nome.

“Il tempo si è fermato” di John Farrow

(USA, 1948)

Qui parliamo di uno degli esempi più riusciti di noir americano anni Quaranta.

La vicenda in cui viene coinvolto, suo malgrado, George Stroud (un bravissimo Ray Milland) si intreccia con quella del perfido e ambiguo magnate dell’editoria Earl Janoth (un Charles Laughton d’annata) che ricorda tanto – forse pure troppo – il famoso William Randolph Hearst, re dell’editoria scandalistica di quegli anni e ispiratore anche del Charles Foster Kane dell’assoluto “Quarto potere” di Orson Welles.

Stroud è il responsabile della rivista dedicata alla criminologia che fa parte dell’impero editoriale “Janoth”, fondato e guidato senza il minimo scrupolo dal perfido e glaciale Earl Janoth.

La mattina dell’ultimo giorno di lavoro prima di una vacanza che a casa moglie e figlio aspettano da cinque anni, Stroud viene convocato dallo stesso Janoth. Le ferie devono essere nuovamente rimandate: il giornale diretto da Stroud deve indagare su un nuovo caso.

Quando George si rifiuta di cedere Janoth lo licenzia. Prima di tornare a casa dalla moglie, George Stroud decide di bere un sorso in un affollato locale. Lì viene raggiunto da Pauline York (Rita Johnson), un’appariscente modella, anche lei in conflitto con Janoth. La bella donna ha un piano per vendicarsi…

Tratto dal romanzo di Kenneth Fearing e sceneggiato da Jonathan Latimer, “Il tempo si è fermato” è strutturato come il meccanismo perfetto di un orologio di alta precisione – non a caso il titolo originale è “The Big Clock” – condito da piani sequenza alquanto arditi per l’epoca grazie alla regia di John Farrow (papà di Mia), un meccanismo successivamente molto copiato (“Senza via di scampo” con Kevin Costner e diretto da Roger Donaldson nel 1987, solo per dirne uno).

Piccola e irresistibile parte anche per Elsa Lanchester, moglie nella vita di Laughton, che con la sua battuta fulminante chiude il film, tagliata purtroppo nella vecchia versione italiana.

Un gioiellino, ancora oggi, perfettamente funzionante.

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“Tsumiki no ie” di Kunio Kato

(Giappone, 2008)

Ci sono molti modi per raccontare uno stato d’animo o un particolare momento della vita. Non tutti sono uguali e, soprattutto, non tutti sanno essere poetici ed emozionanti come questo cortometraggio animato giapponese “Tsumiki no ie”, noto anche con il titolo francese “La Maison en Petits Cubes”, che è stato diretto da Kunio Katō nel 2008.

Un anziano vive in una piccola casa cubica in mezzo al mare. Il piccolo locale è solo l’ultimo di una lunga serie, il primo dei quali è alla base dell’alta colonna di cubi che dal fondo arriva fino al pelo dell’acqua, che costantemente sale.

Fenomeno che costringe l’anziano periodicamente a costruire un nuovo piccolo cubo, sul tetto di quello che ormai è allagato. Proprio quando l’uomo finisce di costruire la nuova casa, la sua vecchia e preziosa pipa si inabissa nella botola del pavimento che collega verticalmente i locali. L’anziano sarà costretto a immergersi nelle sue vecchie case – e nei suoi numerosi ricordi – per ritrovarla…

Il cineasta giapponese ci regala 12 minuti di malinconica e silenziosa poesia, in uno stile grafico che sembra appartenere più agli autori francesi che nipponici, ma che si vede provenire dalla grande tradizione di animazione del Sol Levante.

Da vedere.

“A 30 milioni di km dalla Terra” di Nathan Juran

(USA, 1957)

Negli anni Cinquanta Roma è stata il set di numerose e famose pellicole come “Guardie e ladri” e “I soliti ignoti” di Mario Monicelli, o “Poveri ma belli” di Dino Risi. Ma nello stesso periodo – proprio nel 1957, anno in cui Risi girava il primo film con Maurizio Arena e Renato Salvatori – una troupe statunitense girava nella Capitale gli esterni di un film di fantascienza che sarebbe diventato di vero e proprio cult nei decenni successivi.

L’idea di realizzare un film di fantascienza ambientato a Roma venne nei primi anni Cinquanta al geniale Ray Harryhausen, giovane esperto di effetti speciali. Ma il costo fece slittare di parecchio la realizzazione del film che poi, scritto da Christopher Knopf e Robert Creighton Williams, venne diretto dall’ottimo artigiano della MDP, di origini austriache, Nathan Juran.

Al rientro dalla prima e segretissima spedizione spaziale su Venere, il razzo cosmico guidato dal colonnello Robert Calder (William Hopper) naufraga nel mare, vicino alle coste della Sicilia. Unico sopravvissuto all’impatto è proprio Calder che, una volta ripresosi, comunica al Pentagono la sua posizione. La priorità, per il militare, è ritrovare il campione biologico che la spedizione ha prelevato su Venere.

Ma lo strano cilindro con dentro un uovo in gelatina viene ritrovato sulla spiaggia da un ragazzino del posto che lo vende al Dottor Leonardo (Frank Puglia), un famoso etologo del Giardino Zoologico di Roma, in vacanza studio nel luogo. Poche ore dopo l’uovo gelatinoso si schiude per far uscire una piccola e minacciosa lucertola che cammina sulle zampe posteriori. Respirando l’ossigeno terrestre la creatura comincia a ingigantirsi fino a costringere i militari, che nel frattempo hanno localizzato Leonardo, a tramortirla con l’elettricità. La creatura extraterrestre viene così portata nel Giardino Zoologico di Roma per essere studiata ma, a causa di un banale incidente, riesce a liberarsi per poi fuggire e seminare terrore e distruzione nella Città Eterna…

Al di là della storia, che comunque ha il suo fascino – e ricorda in tinte horror quella di “E.T. L’Extraterrestre” di Spielberg – la bellezza di “A 30 milioni di km dalla Terra” sta negli effetti speciali concepiti, creati e filmati a “passo uno” dal grande Ray Harryhausen, che realizzava tutto senza l’aiuto di nessun collaboratore. Fra le scene memorabili devono essere ricordate la battaglia fra la creatura extraterrestre e un elefante che dal Giardino Zoologico, passando davanti alla Galleria Borghese, per via Cristoforo Colombo, arriva fino a Castel Sant’Angelo – con una spettacolare distruzione di Ponte Sant’Angelo – e che trova il suo l’epilogo finale sul Colosseo: davvero strepitoso!

A fare l’eroe, un po’ troppo ingessato per la verità, è William Hopper, famoso per interpretare il detective Paul Drake, braccio destro del Perry Mason televisivo impersonato da Raymond Burr; nonché figlio della “famigerata” Hedda Hopper, penna “armata” e feroce del maccartismo più intransigente che flagellò Hollywood a partire dalla fine degli anni Quaranta.

Per capire bene l’impronta che Ray Harryhausen ha lasciato nel cinema bastano due piccoli esempi: nel 2013 il grande Guillermo Del Toro dedica il suo “Pacific Rim” alla “memoria dei maestri dei mostri Ray Harryhausen e Ishiro Honda” (papà del primo e inarrivabile “Godzilla” e regista di “Latitudine Zero“). E per finire, nello splendido “Monsters & Co.” di Pete Docter il ristorante di sushi, alla  moda e molto esclusivo, in cui Sulley riesce a prenotare per Mike e Celia si chiama, guarda il caso, “Harryhausen’s”.

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“Ernest & Celestine” di Stéphane Aubier, Vincent Patar e Benjamin Renner

(Fra/Bel, 2012)

Ernest e Celestine sono i protagonisti dei libri per bambini scritti e disegnati dall’autrice belga Gabrielle Vincent. Dai vari volumi Daniel Pennac ha realizzato la sceneggiatura di questa dolce e delicata pellicola d’animazione.

Ernest è un orso solitario che vive di piccoli espedienti e la sera si rifugia nel suo nascondiglio segreto e isolato. Gli altri orsi a malapena lo tollerano visto che lui cammina sul filo sottile che divide il “permesso” e il “vietato” dalle ferree e dure leggi che regolano il mondo degli Orsi.

Nel sottosuolo, invece, si sviluppa il mondo dei Topi, che fin da piccoli vengono educati ad aver paura degli Orsi. Ma i roditori hanno bisogno dei loro inquilini superiori, visto che con i denti che i piccoli orsi perdono e lasciano la notte sotto il cuscino, rimpiazzano i propri. Grazie ai loro sforzi e ai loro denti, infatti, i Topi hanno costruito una città immensa, piena di macchinari e importanti strumenti per la vita quotidiana.

La piccola Celestine è fra i giovani topi che la notte deve salire in superficie e trovare i dentini degli orsi. Durante una spedizione notturna Celestine si imbatte casualmente in Ernest, incontro che finirà per cambiare per sempre i due mondi…

Davvero una piccola pellicola garbata e gradevole, che nella nostra versione ha le voci di Claudio Bisio e Alba Rohrwarcher, adatta ai bambini come ai grandi.

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“Willow” di Ron Howard

(USA, 1989)

Sono molti gli elementi che rendono questo film un vero e proprio cult.

Il primo è la storia scritta da George Lucas e sceneggiata da Bob Dolman che, col passare degli anni, diventa sempre più affascinante e coinvolgente. Altro rilevante elemento è il suo profondo legame con mondo fantasy creato da J.J.R. Tolkien dal quale attinge ispirandosi – e non certo copiando –  e al quale poi, dopo un decennio, ridarà molto.

E’ indiscutibile, infatti, che la storia del “piccolo” nelwyn – di statura ma non certo di cuore –  Willow Ufgood (interpretato da Warwick Davis) richiami alla mente quella di Frodo Baggins che, suo malgrado, viene coinvolto nella lotta atroce e violenta fra il bene e il male. E fin dall’inizio: il villaggio nelwyn dal quale Willow parte e alla fine della storia ritornerà, come ambiente sembra proprio la Contea descritta da Tolkien.

Ma “Willow” non ha solo “preso” da Tolkien: le immagini girate da Howard ispireranno in maniera sensibile Peter Jackson quando porterà sullo schermo la trilogia dell’Anello. La casa di Bilbo e la Contea hanno tanto in comune con la casa e il villaggio di Willow.

I vasti e svariati paesaggi attraverso i quali Willow passa lungo il suo viaggio, sono tanto simili a quelli che userà Jackson nei suoi film (non è un caso che la pellicola di Howard è stata girata fra il Galles e la Nuova Zelanda).

Così come i combattimenti hanno molto in comune fra i film, soprattutto quello fra Gandalf e Saruman ne “La Compagnia dell’Anello” ha azioni incredibilmente simili a quello finale di “Willow” fra Raziel e la perfida regina Bavmorda. Ripeto, non parliamo di plagio o furba copia: ma di pura e semplice ispirazione.

Ron Howard non ha mai nascosto che per tutta la durata delle riprese ha avuto accanto, come mentore e riferimento, lo stesso George Lucas. E sempre grazie alle geniali intuizioni di Lucas, di fatto “Willow” è il primo film nella storia in cui appare il morphing grazie alla computer grafica, allora solo agli albori. Anzi, è proprio durante la realizzazione del film che viene coniato il termine.

Il fascino della pellicola è anche in questo, effetti speciali a metà fra il passato e il futuro. La scena in cui Willow trasforma Raziel ha fatto storia. Da lì sono partiti i presupposti per poi realizzare film come “The Abyss” o “Terminator 2 – Il Giorno del Giudizio”  di James Cameron, o “Jurassic Park” di Steven Spielberg. Ma allo stesso tempo in “Willow” ci sono effetti realizzati alla “vecchia” maniera, con pupazzi e fondali finti.

Ma anche non volendo considerare tutto ciò, “Willow” è semplicemente un film delizioso come solo George Lucas sapeva scrivere, e ho usato il passato perché adesso ha deciso di occuparsi di altro …sob.  

“Altruisti si diventa” di Rob Burnett

(USA, 2016)

Mi è già capitato di parlare di come la disabilità nel nostro Paese sia raccontata nei libri e al cinema troppo spesso con molta ipocrisia e falso perbenismo. Il disabile deve esprimere “tenerezza” (come chiedeva il casting per un film sul tema diretto da uno dei nostri registi più famosi) o paradossalmente il fascino del “diverso” (come hanno narrato libri famosi per un’estate e poi “scomparsi” assieme ai loro autori).

E mi è già capitato anche di dire come questo non accade nel mondo anglosassone e soprattutto negli Stati Uniti. Così come in questo piccolo ma bel film indipendente americano che racconta come il sogno più grande di Trevor sia: pisciare in piedi.

Ho scritto pisciare e non urinare volutamente, perché un ragazzo di diciotto anni, quindici dei quali passati su una sedia a rotelle per una grave forma di distrofia muscolare, non sogna di urinare in piedi: sogna di pisciare in piedi!

Il protagonista del film in realtà non è Trevor (interpretato da un bravissimo Craig Roberts) ma Ben (un altrettanto bravo Paul Rudd) un ex scrittore, che per pagare i conti segue un corso per diventare assistente domiciliare di disabili. Ottenuto il diploma, il suo primo cliente sarà il complicato Trevor, insieme al quale visiterà il buco più profondo del mondo e quello più buio che ognuno di loro due ha dentro se stesso.

Tratto dal romanzo “The Revised Fundamentals of Caregiving” di Jonathan Evison il film – scritto dallo stesso Rob Burnett – in originale si intitola ”The Fundamentals of Caring”, un gran bel titolo a differenza di quello che gli hanno affibbiato in italiano che, diciamoci la verità, non c’entra una nota mazza ferrata col senso del film.

Per la chicca: in un ruolo secondario, ma per la trama alquanto rilevante, appare la popstar Selena Gomez che si dimostra brava anche nel recitare.