“La città perduta” di Jean-Pierre Jeunet e Marc Caro

(Francia/Spagna/Germania, 1994)

La coppia Jeunet & Caro ha segnato visivamente il cinema francese degli anni Novanta che vede nel film “Delicatessen” del 1991 il loro più grande successo al botteghino.

Grazie proprio a tali incassi i due cineasti scrivono e dirigono questo ambizioso “La città perduta” – il cui titoli originale è invece “La città dei bambini perduti” – che grazie ad una coproduzione internazionale esce nelle sale nel 1994.

In una città del nord che si affaccia su un mare scuro e sporco, vive un gruppo di orfani comandati crudelmente da Octpus, una coppia di anziane gemelle siamesi, che li sfrutta costringendoli a piccoli furti, proprio come accade in “Oliver Twist” del maestro Dickens.

In città arriva un gruppo di artisti girovaghi composto dall’uomo forzuto One (Ron Perlman, attore feticcio di Guillermo Del Toro che poi gli farà impersonare Hellboy), il piccolo Dunrée che passa con il piattino delle offerte e un ex acrobata (Ticky Holgado) che fa da presentatore.

Dopo uno spettacolo, mentre i bambini di Octopus ripuliscono i pochi spettatori, l’ex acrobata accortosi dei furti viene pugnalato a morte da Peeler (Rufus) incaricato della “protezione” dei piccoli ladri.

One e Dunrée, senza più una guida, tornano disperati nel loro camion casa, dove però il bambino viene rapito dalla setta dei Ciclopi, comandata da Gabriel Marie (Serge Merlin). I Ciclopi sono un gruppo di uomini che hanno perso l’uso della vista e fornisco bambini a Krank, un clone che invecchiando rapidamente non riesce più a sognare. E così usa i sogni dei bambini per ringiovanire. E’ coadiuvato da alcuni fratelli cloni (Dominique Pinon) che in cambio dei piccoli, fornisce alla setta occhi artificiali.

Con l’aiuto della piccola Miette (Judith Vittet) capobanda del gruppo di Octopus, One cercherà di ritrovare il piccolo Dunrée…

Già da questa breve sinossi si capisce che la sceneggiatura del film è troppo complicata e contorta (e non ho parlato di Irwin, un cervello parlante che in originale è doppiato da Jean-Louis Trintignat e nella nostra versione dal grande Oreste Lionello), cosa che di fatto ha decretato il flop del film ai botteghini francesi, e forse anche la separazione artistica dei due registi, che dopo questa pellicola non hanno più lavorato assieme.  

Nonostante ciò “La città perduta” merita di essere visto (in Italia non è uscito al cinema, ma solo in dvd) perché possiede una potenza visionaria molto particolare. Fra la regia e le scenografia – curate anche dallo stesso Caro – viviamo sensazioni profonde, repentine e alcune volte persino indimenticabili. Non a caso molte sequenze, negli anni successivi, sono state più volte copiate o citate, anche in spot pubblicitari e video musicali, e dal film è stato creato un videogioco.

E poi, per i più romantici, c’è quasi tutto il cast (tranne Audrey Tautou e Matthieu Kassovitz) del capolavoro “Il favoloso mondo di Amélie” che Jeunet dirigerà qualche anno dopo.

Nel dvd è presente una corposa sezione degli extra con le filmografie/biografie dei registi e di Perlman, uno sfizioso “Dietro le quinte” con immagini esclusive dal set, il “Making of” con interviste ai registi e ad alcuni attori, un’intervista a J.P. Gaultier che cura i costumi, un commento audio dello stesso Jeunet, il trailer e il teaser cinematografici.  

“Le avventure di Laura Storm” di Leo Chiosso e Camillo Mastrocinque

(Italia, 1965/66)

Questa serie poliziesca, con un forte accento di commedia, nasce come risposta a quella molto bogartiana de “Il tentente Sheridan” con Ubaldo Lay. Ma, nonostante ciò, a distanza di cinquant’anni possiede ancora elementi particolari e innovativi che quella con Lay non ha.

Ideata da Leo Chiosso – uno dei più famosi parolieri del nostro Novecento – e Camillo Mastrocinque – uno dei maestri della grande commedia all’italiana – questa serie è andata in onda in otto puntate dal 1965 al 1966.

Laura Perrucchetti (una affascinante quanto brava Lauretta Masiero) lavora come giornalista presso il giornale “L’Eco della Notte” usando lo pseudonimo di Laura Storm per firmare i suoi articoli, incentrati sempre sulla moda e la mondanità. Ma Laura è una donna molto particolare: ama le arti marziali, è indipendente, fuma e ha una relazione fatta di alti e bassi col suo direttore Carlo Steni (Aldo Giuffrè). Lei vorrebbe dedicarsi alla cronaca nera, ma Steni si oppone, fino a quando la Storm non è implicata direttamente in un misterioso delitto.

Nel cast fisso appaiono anche Oreste Lionello e Stefano Sibaldi. E Andrea Camilleri, così come nelle “Inchieste del Commissario Maigret” con Cervi, è il delegato della produzione. Ma al di là dei casi gialli specifici, che spesso sono molto semplici, ciò che ancora colpisce è la modernità della figura della protagonista, che spesso le dà di santa ragione a maschi bruti e prepotenti. Si può solo immaginare la reazione indignata di molti ben pensanti che vedendola in tv sbuffarono furenti. La RAI la trasmise in seconda serata. Non ci scordiamo che noi, fino a non troppi anni fa, eravamo il Paese del delitto d’onore, dove la Legge concellava le condanne per stupro se l’aguzzino accettava di sposare la sua vittima. E’ importante ricordare pure che nel 1965 non c’era ancora il divorzio, e l’aborto era vergognosamente ancora illegale.

Nei dialoghi si respira l’aria di quella rivoluzione sociale che sta per arrivare (ma che poi cambierà molto poco rispetto a quello che aveva promesso) grazie alla quale le donne finalmente pretenderanno i loro diritti. Davvero un documento sulla nostra società che stava cambiando. Da vedere, ovviamente solo su Youtube, visto che è introvabile altrove.

Per la chicca: la sigla finale, scritta da Chiosso e Dorelli, allora compagno della Masiero, è cantata da un giovane Fausto Leali.

“Il Vizietto” di Edouard Molinaro

IL Vizietto Loc

(Italia/Francia, 1978)

Sono passati quasi quarant’anni dalla sua uscita nelle sale cinematografiche, e da allora sono stati girati innumerevoli film sull’omosessualità, ma questa pellicola di Edouard Molinaro rimane davvero tanto attuale.

Sia per la straordinaria bravura dei suoi protagonisti Ugo Tognazzi e Michel Serrault, sia per la sua sceneggiatura fresca, ironica e tagliente, con battute straordinarie.

Nel 1973 debutta al Palais-Royal – edificio seicentesco e storico di Parigi ospitante il Consiglio di Stato e il Consiglio Costituzionale, oltre che un teatro della Comédie-Française – la commedia/farsa “La cage aux folles” (che letteralmente sarebbe “La gabbia delle matte”) scritta dall’attore Jean Poiret, che la interpreta accanto a Michel Serrault.

Il successo è strepitoso e le repliche si protraggono per cinque anni. In Italia furoreggiano le Sorelle Bandiera, battezzate e portate in televisione da Renzo Arbore, e così alcuni produttori pensano di adattare la commedia per il grande schermo.

Michel Serrault mantiene la sua parte di Albin/Zazà, mentre il ruolo che era di Jean Poiret viene affidato a Ugo Tognazzi. La sceneggiatura viene scritta dallo stesso Poiret assieme a Molinaro, Marcello Danon e Francis Veber (che poi firmerà altre sceneggiature di grandi incassi come “La capra” e “La cena dei cretini”).

Il successo al cinema è clamoroso e pochi mesi dopo l’uscita nelle sale viene messo in cantiere il primo sequel (che non è minimamente all’altezza del primo, così come sarà mediocre il terzo episodio “Matrimonio col Vizietto” del 1985).

La coppia Serrault-Tognazzi si dimostra come una delle migliori del cinema comico, e nella nostra versione non può non essere ricordato insieme a loro Oreste Lionello che doppia straordinariamente Serrault.

Nel rivederlo oggi, io che bambino lo vidi al cinema divertendomi per quegli uomini stranamente vestiti da donna, comprendo adesso il grande rispetto che Tognazzi e Serrault misero nel portare sullo schermo i vizi, le debolezze ma anche l’infinita tolleranza e il coraggio degli omosessuali di allora.

I veri ridicoli nel film sono i bigottoni degli Charrier, il cui capofamiglia è interpretato da uno strepitoso Michel Galabru – scomparso solo poche settimane fa -, ma soprattutto i due giovani che vogliono sposarsi e che sono disposti a calpestare i sentimenti dei genitori – questo vale soprattutto per Laurent che deride e critica aspramente il padre per il suo stile di vita – pur di realizzare il loro sogno d’amore.

A tal proposito, è giusto ricordare come lo stesso Tognazzi, all’uscita del film in Italia, protestò per il titolo scelto “Il Vizietto”, che sembrava riferirsi con accezione negativa all’omosessualità dei protagonisti.

E anche se ufficialmente il vizietto è quello di Renato che una volta ogni vent’anni viene colto dalla voglia di avere un rapporto sessuale con una donna, il titolo del film divenne nel nostro Paese il termine becero e stereotipato per riferirsi ad un omosessuale.

Immortale, e  non solo per i numerosi premi vinti come il Golden Globe, il David di Donatello, il Cèsar e le due candidature all’Oscar come Miglior Regia e Miglior Sceneggiatura Non Originale.

Il Vizietto

“Gigolò per caso” di John Turturro

Gigolo per caso Loc

(USA, 2013)

Questa elegante e ironica commedia, scritta diretta e interpretata da John Turturro, vanta un cast stellare: Woody Allen, Sharon Stone, Liev Schreiber, Vanessa Paradis e Sofia Vergara.

Parlare con classe ed eleganza di prostituzione non è facile, ma farlo con ironia lo è ancora di più.

Certo, se il “curruttore” del protagonista – il buon Fioravante/Turturro – ha la faccia di Woody Allen (e la voce, merita di essere ricordato, di un bravissimo Leo Gullotta che davvero non ci fa mancare troppo quella dell’indimenticabile Oreste Lionello) la strada è in discesa, ma comunque merito a Turturro che firma una sofisticata commedia dedicata all’amor profano, con sottili e delicati accenni a quello platonico.