“Grisbì” di Jacques Becker

(Francia, 1954)

Il maestro François Truffaut ha definito, giustamente, il tema di questo film l’incrocio fra l’amicizia e la vecchiaia.

Infatti, il film di Becker inaugura un lungo filone dedicato alla criminalità, e allo scontro nel suo ambito fra vecchie e nuove generazioni. Tema ripreso anche, per esempio, dalla splendida saga de “Il Padrino” di Coppola.

Max (un grande Jean Gabin che per questa interpretazione vince la Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia del 1954) è un dei boss della mala di Orly, e assieme all’amico fraterno Riton (René Dary) ormai da qualche decennio gestisce i traffici illeciti della città.

I due, con sangue freddo e non poca abilità, hanno segretamente messo a segno il colpo che finalmente gli permetterà di ritirarsi: hanno rapinato un carico di lingotti d’oro all’aeroporto della città.

Nessuno sospetta di loro e Max e Riton aspettano solo che le acque si calmino per rivolgersi al loro ricettatore di fiducia. Ma Riton ha un debole per le ballerine e così incautamente rivela all’avvenente Josy (una giovanissima Jeanne Moreau) il colpo appena fatto. Josy però è una cocainomane e pur di garantirsi la dose racconta tutto a Angelo (un duro Lino Ventura al suo debutto cinematografico).

Per avere il famigerato malloppo (“grisbì” nell’allora gergo della mala francese) Angelo rapisce Riton e ricatta Max. Ma l’amicizia per il vecchio gangster è sacra e così non ci pensa due volte ad accettare la scambio. Ma Angelo, incautamente, considera Max un vecchio arrugginito…

Grande pellicola d’atmosfera che ci parla dello scontro generazionale della mala, appunto, fra quella affermatasi prima della Seconda Guerra Mondiale e quella cresciuta e maturata dopo, che ignora e calpesta i vecchi codici d’onore della prima.

E seguiamo il rapporto incondizionato fra due amici molti simili ma non uguali, perché uno non accetta il passare del tempo e l’invecchiare ed è convinto che frequentando donne sempre più giovani potrà evitarlo, mentre l’altro, serenamente rassegnato, accoglie saggiamente e senza troppi patemi il bianco dei suoi capelli e le rughe sul suo volto.

Da ricorda nel cast anche una giovanissima Delia Scala.

Per la chicca: il termine Grisbì, grazie al film, è stato parte integrante del nostro immaginario collettivo tanto che agli inizi degli anni Ottanta, quando una nota industria alimentare doveva lanciare un nuovo tipo di biscotto farcito al cioccolato, lo scelse proprio per dare l’idea di qualcosa di ricco, raro e ricercato. E gli spot di allora, che scimmiottano la pellicola di Becker, lo dimostrano fin troppo chiaramente.

“Guardato a vista” di Claude Miller

(Francia, 1981)

Nonostante quasi tutta l’azione del film si svolga dentro una stanza, la sceneggiatura di questo bellissimo film è tratta da un romanzo e non da un’opera teatrale, come verrebbe da pensare. Il romanzo è “Stato di fermo” di John Wainwright (1921-1995) prolifico scrittore inglese. L’adattamento cinematografico è scritto da Jean Vautrin e dallo stesso Claude Miller che poi lo dirige, e i dialoghi sono scritti da Michel Audiard, fra i più noti autori di Francia. E ad impersonare i due protagonisti ci sono due monumenti del cinema mondiale come Michel Serrault e Lino Ventura.

E’ la sera di San Silvestro, esattamente le ore 21.00, e Jerome Martinaud (uno stratosferico Serrault) noto e ricco notaio di una facoltosa cittadina della Normandia è convocato al commissariato per l’ennesimo chiarimento sulla sua deposizione. Martinaud, infatti, qualche giorno prima ha rinvenuto nei pressi di un boschetto ai margini della città, il corpo straziato di una bambina che prima è stata strangolata e poi violentata. A condurre l’interrogatorio è l’ispettore Gallien (un altrettanto stratosferico Ventura) che sembra non credere completamente alle dichiarazioni del notaio. E poi, una settimana prima del tragico ritrovamento, lo stesso Martinaud era nei pressi di una spiaggia dove poche ore dopo venne rinvenuto il corpo di un’altra bambina strangolata e poi violentata.

La posizione di Martinaud oscilla sempre più, ma la sua dialettica e le indiscrezioni che concede a Gallien sulla sua vita privata lasciano forti dubbi sulla sua colpevolezza. A cambiare le sorti dell’interrogatorio giunge, nel cuore della notte, Chantal Martinaud (una sempre elegante ma già molto fragile Romy Schneider) moglie del notaio, che fornisce a Gallien una prova che sembra essere quella decisiva sulla colpevolezza del marito. Ma all’alba del nuovo anno…

Strepitoso noir che ci regala la sublime prova di due attori di gran classe davvero immortali. Una splendida pellicola per chi ama davvero il cinema. Onore anche a Glauco Onorato e Manlio De Angelis che doppiano magistralmente rispettivamente Ventura e Serrault nella nostra versione.

“Ascensore per il patibolo” di Louis Malle

(Francia, 1958)

Sono convinto che per celebrare una delle icone della cinematografia mondiale come Jeanne Moreau, la cosa migliore sia di parlare di uno dei film da lei interpretati e resi immortali, come “Ascensore per il patibolo” di Louis Malle.

Al film d’esordio di quello che poi diventerà uno dei registi più rappresentativi del Novecento, oltre alla Moreau, partecipano alcune delle figure che diventeranno fra le più emblematiche del cinema francese come gli attori Maurice Ronet, Charles Denner (che Truffaut sceglierà per impersonare il suo alter ego ne “L’uomo che amava le donne”), Lino Ventura e Jean-Claude Brialy.

Per scrivere la sceneggiatura, tratta dal romanzo omonimo di Noël Calef del 1956, Malle chiama l’amico personale e scrittore Roger Nimier, che a soli 28 anni aveva già pubblicato cinque romanzi fra cui “L’ussaro blu”, per il quale divenne il simbolo del cosiddetto movimento letterario degli “ussari”.

Florence Carala (una splendida e sensuale, come poche, Jeanne Moreau) e Julien Tavernier (Ronet) si amano clandestinamente, visto che Simon Carala (Jean Wall), marito molto più anziano di Florence, è uno degli uomini più potenti e influenti del Paese. Ma l’amore e il desiderio, nonché le consistenti sostanze dello stesso Carala, portano i due amanti a elaborare un piano perfetto per eliminare il terzo e ricco incomodo, senza destare sospetti. Ma quando tutto sembra andare come previsto, Julien rimane bloccato nell’ascensore…

Claustrofobico e disperato noir d’antologia, con sequenze e spunti che hanno fatto la storia del cinema, grazie anche alla colonna sonora originale firmata ed eseguita da Miles Davis, e a una Parigi notturna sullo sfondo indimenticabile.  

Il titolo si riferisce direttamente alla pena di morte che in Francia era prevista per gli assassini. Venne abrogata definitivamente dal Codice Penale francese dal neo Presidente della Repubblica François Mitterrand nell’autunno del 1981.  

Ascensore per il patibolo