“Ai confini della realtà” di John Landis, Steven Spielberg, George Miller e Joe Dante

(USA, 1983)

Un’intera generazione di cineasti americani – e non solo, parliamo anche di scrittori, come il Re Stephen King, tanto per citarne uno – è stata influenzata in maniera determinante da quella che molti, me per primo, considerano una delle serie televisive migliori di sempre: “Ai confini della realtà” creata dal grande Rod Serling nel 1959 e andata in onda per quattro indimenticabili stagioni fino al 1964.

Così, agli inizi degli anni Ottanta, la nuova Hollywood decide di rendergli omaggio riportando e riadattando al cinema tre degli episodi più famosi. A prendere in mano l’idea è John Landis, reduce di gradi successi al botteghino come “Animal House“, “Un lupo mannaro americano a Londra”, “The Blues Brothers” o “Una poltrona per due“.

Nel progetto, sia come regista che come produttore, viene coinvolto anche l’amico Steven Spielberg – che proprio in “The Blue Brothers” aveva fatto un piccolo cameo – che sceglie di dirigere il segmento “Calcia il barattolo”, il cui episodio originale andò in onda nel 1962. Gli altri registi sono Joe Dante che dirige “Un piccolo mostro” – episodio originale della terza stagione e andato in onda nel 1961- e l’australiano George Miller, reduce dal successo dei film della serie “Interceptor” con Mel Gibson, che firma “Incubo a 20.000 piedi” il cui episodio originale passò per la prima volta in televisione nel 1963 e venne diretto da un giovane Richard Donner che poi passerà al cinema dirigendo film come “Superman”, “Arma letale” e, non a caso, il mitico “I Goonies“.

Tutto il film è pregno di citazioni e riferimenti diretti alla serie originale tanto che la voce narrante – che nella serie storica apparteneva allo stesso Serling – è quella di Burgess Meredith (che molti ricorderanno per sempre come l’allenatore sordo in “Rocky”) che fu il protagonista del famosissimo episodio “Tempo di leggere”, andato in onda nel 1959.

Landis dirige il prologo e l’epilogo del film interpretati dall’amico Dan Aykroyd con un cameo di Albert Books, e scrive un nuovo e originale episodio dal titolo “Time Out”. Bill Connor (Vic Morrow) è un uomo di mezz’età deluso e incattivito dalla vita. Così una sera, in un locale seduto assieme a due suoi amici, inizia a sfogarsi col mondo diventando ferocemente razzista e prendendosela con il collega ebreo che secondo lui ha avuto la promozione al suo posto, e poi con tutte le persone di religione ebraica, con quelle di colore e con gli asiatici visto che da giovane ha servito il suo Paese in Corea contro i “musi gialli”.

Ma appena Bill esce dal locale per fumarsi una sigaretta si ritrova nella Parigi occupata dalle truppe naziste nei panni di un ebreo braccato. Quando i tedeschi lo colpiscono a morte Bill si risveglia fra le mani di feroci membri del Ku Klux Klan che lo vogliono impiccare solo perché è di colore. L’uomo riesce a fuggire ma si ritrova in una foresta del Vietnam nei panni di un vietcong, inseguito dalle truppe americane. Colpito a morte si ritrova in loop nella Parigi occupata. Il suo ultimo contatto col mondo al quale apparteneva sarà da un treno piombato, diretto ai campi di sterminio nazisti, dal quale vedrà i suoi amici cercarlo fuori dal locale.

In “Calcia il barattolo” Mr. Bloom (Scatman Crothers) propone agli altri ospiti della casa di riposo in cui vive di giocare con un barattolo nel cuore della notte. Ma solo quelli che avranno il coraggio di mettersi in gioco accettando al tempo stesso la loro età potranno davvero divertirsi…

“Un piccolo mostro” ci racconta la storia dell’insegnante Helen Foley (Kathleen Quinlan) che durante il viaggio verso la città in cui comincerà una nuova esistenza incappa nel piccolo Anthony, che la porterà a casa sua dove scoprirà un terribile segreto. Nel cast, nei panni di zio Walt, appare Kevin McCarthy, protagonista di un altro episodio storico della serie originale: “Lunga vita a Walter Jameson”, andato in onda nel marzo del 1960.

“Incubo a 20.000 piedi” ha come protagonista l’esperto programmatore di computer John Valentine (John Lithgow) che ha il terrore di volare ma che per lavoro è costretto a farlo. Cercando in ogni modo di calmarsi si mette a guardare fuori dal finestrino e scorge un essere mostruoso intento a sabotare i motori dell’aereo su cui sta volando.

Tutti e quattro gli episodi e le loro atmosfere mantengono fede allo spirito dell’opera originale di Serling e a rivederli oggi, anche a distanza di quasi quarant’anni, si prova sempre un certo gusto e piacere. Ma, purtroppo, durante la lavorazione del film si consumò un terribile e mortale incidente che influì sulla sua riuscita globale. Durante le riprese della scena finale dell’episodio “Time Out” l’elicottero che inseguiva Bill Connor nei panni di un vietcong con in braccio due piccoli vietnamiti rovinò al suolo investendo e uccidendo sul colpo Vic Morrow – padre dell’attrice Jennifer Jason Leigh – e i due attori bambini che erano con lui.

Sull’elicottero viaggiava Landis che dirigeva la scena, dando indicazioni al pilota. L’incidente, stabilirono gli inquirenti, venne causato dai numerosi fuochi d’artificio usati per riprodurre un bombardamento nella giungla, fuochi che abbagliarono il pilota facendogli perdere il controllo del mezzo.

Il processo durò circa dieci anni e ridimensionò inesorabilmente la carriera e il prestigio di Landis che molti considerarono colposamente e soprattutto moralmente responsabile in gran parte dell’accaduto. Spielberg troncò l’amicizia con lui e poi produsse da solo una serie televisiva chiaramente ispirata a quella di Serling – di cui però non possedeva i diritti – dal titolo “Storie incredibili” che andò in onda quasi in contemporanea alla nuova serie “Ai confini della realtà” prodotta dalla CBS e andata in onda dal 1985 al 1989.

Dal giorno dell’incidente e dopo l’esito dell’inchiesta, Hollywood cambiò drasticamente le normative per girare scene anche lontanamente pericolose per artisti e tecnici.

“Animal House” di John Landis

(USA, 1978)

Il 28 luglio del 1978 esce nelle sale cinematografiche americane “National Lampoon’s Animal House” che da noi viene distribuito semplicemente come “Animal House”.

Scritto da Douglas Kenney, Chris Miller e Harold Ramis (attore, regista e autore di numerosi script di commedie campioni d’incasso negli anni Ottanta e Novanta come “Ghostbusters – Acchiappa fantasmi”, “Ricomincio da capo” e “Terapie e pallottole”) e diretto dal giovane promettente John Landis, con un budget non particolarmente ricco per l’epoca (poco più di 3 milioni di dollari) il film sbanca al botteghino guadagnandone in totale oltre 140, e soprattutto consacra definitivamente a icona della nuova generazione di comici made in USA il grande e indimenticabile John Belushi.

A distanza di quarant’anni ancora fanno tendenza alcune scene, molti dialoghi – anche se nella nostra versione vennero censurati o riadattati per consentire la visione ai maggiori di 14 anni e non di 18 – e le espressioni facciali del diabolico John “Bluto” Blutarsky.

E, come in ogni altra commedia di Landis, c’è anche una grande critica a quella parte conservatrice e reazionaria della ricca società americana che vedrà il proprio simbolo ed eroe nel futuro Presidente Ronald Reagan.

Ma in “Animal House” c’è soprattutto tanta voglia di ridere e di divertirsi, di andare ai Toga Party e di non pensare allo studio e ai lati più noiosi della vita. Siamo alla fine degli anni Settanta, e ancora il sogno della rivoluzione e della fantasia al potere sembra possibile.

Nel 1962 due giovani matricole dell’Università di Faber cercano di entrare nelle confraternite più prestigiose dell’ateneo. Ma riescono solo a farsi accettare dalla “Delta Tau Chi”, la più balorda e incasinata di tutte…

Il resto è storia del cinema, come il discorso di Bluto “sui tedeschi che bombardarono Pearl Harbour”, il Toga Party, il cavallo ucciso da un colpo a salve nello studio del Preside, fino alla mitica parata finale.

La pellicola ospita quasi tutta la generazione di giovani attori che nel decennio successivo esploderà a Hollywood: da Kevin Bacon a Karen Allen, da Tom Hulce (poi premio Oscar come miglior attore protagonista nei panni di Mozart nello splendido “Amadeus” di Milos Forman) a Tim Matheson.

Per non parlare di John Vernon, grande caratterista hollywoodiano con la faccia da cattivo (che l’anno precedente aveva vestito i panni del marito di Sophia Loren in “Una giornata particolare” di Ettore Scola, e ancora prima quelli del perfido Maynard Boyle nello strepitoso  “Chi ucciderà Charley Varrick?” di Don Siegel) che qui impersona in ferreo Preside Dean V. Wormer.

Un vero e proprio cult planetario, che ha il suo pari solo nel mitico “The Blues Brothers“.

Ancora oggi inarrivabile.

“L’Ombra dello Scorpione” di Mick Garris

(USA, 1994)

Attenzione, qui parliamo di uno dei migliori adattamenti di un’opera di Stephen King, e vista la mole del romanzo, la trasposizione non poteva che diventare una miniserie in quattro lunghe puntate per la televisione, scritta dalla stesso Re.

Nonostante le apparenti difficoltà produttive – girare in una deserta New York piena di morti per le strade, per non parlare di intere città in fiamme – oltre a essere più che credibile, questa fiction rimane profondamente fedele al romanzo, portandoci al nocciolo dell’eterna dicotomia fra il bene e il male (erano anni che sognavo di scriverlo in un post!).

Anche a vent’anni di distanza “L’Ombra dello Scorpione” rimane una bella e inquietante mini serie da vedere e godere tutta, con un grande Gary Sinise.

E ora passiamo alla serie chicche: nel ruolo del tutto secondario del buontempone Ted Weizak che arriva felice da Mamma Abigail e successivamente accoglie a Boulder il ritorno di Stu e Tom c’è nientepopodimeno che lo stesso Stephen King.

Ma non basta, a vestire i panni di due piccoli, meschini e sanguinari soldati di Randall Flagg ci sono i registi John Landis e Sam Raimi.

E per gli amanti del basket, infine, c’è pure un cameo del grande recordman del NBA Kareem Abdul-Jabbar nei panni di un santone che annuncia la fine imminente dell’umanità e che, morto da ore, batte vergognosamente gli occhi sullo sfondo di una scena: un fallo tecnico da espulsione!

“The Blues Brothers – I fratelli Blues” di John Landis

(USA, 1980)

Su questo capolavoro inossidabile che va dal musical alla commedia surreale è stato detto tanto. Ma mai abbastanza!

Oltre a incoronare definitivamente John  Belushi icona immortale di una generazione, questa pellicola diretta da Landis concilia quella stessa nuova generazione con un genere musicale che allora sembrava adatto solo alle precedenti epoche.

Oltre ai grandi interpreti, la grande musica e alcune spettacolari sequenze, il film è scritto davvero alla grande (la sceneggiatura è firmata da Dan Aykroyd e lo stesso John Landis), e anche per questo rimane immortale come i suoi due protagonisti  “Joilet” Jake ed Elwood Blues.

Grande piccolo cameo di Steven Spielberg nei panni dell’impiegato che alla fine emette la benedetta fattura per salvare l’orfanotrofio e di Frank Oz che, all’inizio, riconsegna gli effetti personali a Jake prima che questo esca dal penitenziario.

Immortale.

“Una poltrona per due” di John Landis

(USA, 1983)

Louis Winthorpe III (Dan Aykroyd) è l’aristocratica giovane promessa manageriale della potentissima agenzia finanziaria Duke & Duke, in mano ai fratelli Mortimer (Don Ameche) e Randolph (Ralph Bellamy) Duke.

Randolph, oltre ad amare la finanza e – come il fratello – i soldi che questa produce, è un patito di studi sociologici. Per questo sfida il fratello con una scommessa: le contingenze ambientali incidono in maniera determinante sul comportamento umano, qualsiasi uomo onesto, messo in condizioni critiche può diventare un criminale, e viceversa.

Per un dollaro come posta Mortimer accetta, e quando il ladruncolo Billy Ray Valentine (uno strepitoso Eddie Murphy) gli capita fra i piedi…

John Landis firma una memorabile commedia a incastro – che consacra al grande successo internazionale Eddy Murphy e l’esplosiva Jamie Lee Curtis (nel ruolo della prostituta Ophelia) – che si vede e rivede cento volte senza stancarsi mai.

E poi, a riguardandola oggi, si legge ancora meglio quella graffiante critica all’America “edonista” e “reaganiana” protagonista del decennio.