“El cochecito” di Marco Ferreri

(Spagna, 1960)

L’approdo di Marco Ferreri al mondo del cinema è stato molto difficile e lungo. Dopo alcuni tentativi falliti, Ferreri decide di fare il veterinario e per mantenersi, oltre al mestiere di pubblicitario, vende obiettivi anche fuori dai confini italiani. Così nel 1955 si trova a Madrid per affari e conosce casualmente lo scrittore e sceneggiatore Rafael Azcona.

La coppia, negli anni, diventerà una delle più rilevanti del cinema europeo del secondo Novecento. Esordiranno nel 1958 con “El pisito” seguito l’anno dopo da “Los chicos”. Ma è nel 1960, con la loro terza pellicola “El cochecito” – tratto dal romanzo della stesso Azcona – che acquisteranno, giustamente, fama internazionale a partire dalla Mostra del Cinema di Venezia.

Don Anselmo (José Isbert) passa con molta lentezza le sue giornate. Vedovo ormai da molti anni, vive in un grande appartamento al centro di Madrid, ospite di suo figlio Carlos noto avvocato, di sua moglie Matilde e di sua nipote Yolanda. Alla sua veneranda età gli svaghi sono pochi, così come i soldi che arrivano sempre e solo da Carlos. Gli unici beni che possiede sono i gioielli di sua moglie, promessi ormai a Yolanda per le sue nozze con Alvarito, tuttofare e assistente di Carlos.

Fra i pochi appuntamenti fissi che ha Anselmo c’è quello con Luca, suo coetaneo e come lui vedovo, con il quale condivide le visite alle rispettive mogli al cimitero. Ma un pomeriggio Luca ha una grande novità: per sopperire alla grave disabilità che lo affligge alle gambe, ha comprato una carrozzella – così si chiamavano allora gli ausili per i disabili – a motore. Improvvisamente si rovescia la situazione: Luca è diventato indipendente mentre l’amico lo deve seguire faticosamente con un taxi.

Anselmo rimane affascinato dal nuovo acquisto di Luca che lo introduce nel mondo dei disabili che possiedono le carrozzelle a motore, portandolo anche alle loro corse ufficiali. Anselmo viene conquistato dall’affiatamento che c’è nel gruppo e dalla grande indipendenza che una carrozzella a motore può dare. Così chiede al figlio se può compragliene una. Ma Carlos, dopo averlo deriso, si rifiuta categoricamente. Anselmo non si arrende e inizia a simulare gravi problemi motori che però il figlio intuisce subito essere falsi. Disperato, dopo aver venduto i gioielli di sua moglie, paga l’anticipo e firma un cospicuo mazzetto di cambiali per ottenere finalmente la sua carrozzella.

Ma, scoperto dal figlio e pesantemente umiliato, l’anziano è costretto a restituire il suo prezioso acquisto. Ad Anselmo così non rimane che un’unica drastica e definitiva soluzione…

Cattivissima e pungente pellicola con tutte le caratteristiche della grande commedia all’italiana, colma si satira e ironia così come di tanta amarezza. Ferreri e Azcona affrontano a viso aperto due temi che allora stavano diventando protagonisti, nel bene e nel male, della società: la terza età e la disabilità. Temi che solo nei decenni successivi verranno raccontati col giusto spessore – ma non ancora adeguatamente soprattutto per quanto riguarda la disabilità – dal cinema e poi dalla televisione.

Senza ipocrisie e falsi perbenismi, ma sempre con tanta graffiante ironia, Ferreri ci mostra quello che di solito andava nascosto dietro le tende di casa, ovvero la triste “inutilità” di un anziano che non ha più alcun diritto, nemmeno quello di divertirsi. Tema tanto attuale ancora oggi. Così come è schietto e limpido lo sguardo che il regista milanese fa della disabilità fatta troppo spesso di solitudine, esclusione, derisione o ipocrita compassione.

Intramontabile.

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“Stanlio & Ollio” di Jon S. Baird

(UK/Canada/USA, 2019)

L’attore e comico A.J. Marriot pubblica nel 1993 il libro “Laurel & Hardy. The British Tours” dedicato alla prima grande coppia comica della storia del cinema. Nel corso degli anni poi Marriot pubblicherà altri volumi dedicati ai grandi artisti come Charlie Chaplin e agli stessi Laurel e Hardy. Ma il suo primo libro parla della fine della carriera artistica del duo avvenuta durante un tour teatrale in Gran Bretagna, nella prima metà degli anni Cinquanta. E dal libro Jeff Pope – fra gli autori dello script dello splendido “Philomena“, sempre con Steve Coogan – scrive la sceneggiatura di questo ottimo adattamento.

Hollywood 1937: le star indiscusse del botteghino sono “Stanlio & Ollio” che con i loro film fanno ridere mezzo mondo. Nel 1932 con l’irresistibile mediometraggio “La scala musicale” Stan Laurel (Steve Coogan) e Oliver Hardy (un bravissimo quanto irriconoscibile John C. Reilly) hanno vinto l’Oscar, e da allora ogni pellicola che arriva nelle sale è un successo clamoroso, anche al di là dell’oceano.

Ma Laurel è in grande conflitto con Hal Roach (Danny Huston), il produttore che per primo li ha messi a recitare insieme. Gli enormi guadagni che provengono dalle loro pellicole, infatti, vanno a finire quasi tutti nelle tasche del produttore – al quale lo stesso Laurel rinfaccia l’amicizia commerciale con Mussolini che il quel momento sta usando armi chimiche nella guerra d’invasione dell’Etiopia – mentre ai due arriva solo un compenso fisso. Per l’artista inglese – al quale Roach rinfaccia la vita sempre al limite fra alcol e donne che spesso lo costringe a intervenire economicamente per sedare uno scandalo – è giunto il momento di cambiare.

Laurel, oltre che interprete, è anche lo sceneggiatore regista e montatore non accreditato di tutte le pellicole del duo, ed esige un riconoscimento economico ma anche artistico adeguato. Così è pronto a firmare un nuovo e generoso contratto con la Fox, a patto però che firmi anche Hardy, naturalmente. Ma l’attore americano, posseduto dal demone del gioco d’azzardo e anche lui amante delle donne e quindi sempre alla ricerca di soldi, possiede un carattere più arrendevole e al momento della scelta azzardata preferisce il sicuro rimanendo con Roach e girando “Zenobia – Ollio sposo mattacchione” e “tradendo” Laurel recitando accanto a Harry Langdon.

16 anni dopo, nel 1953, la stella di “Stanlio & Ollio” a Hollywood è ormai tramontata. I produttori preferisco la nuova coppia Abbott & Costello (da noi tradotti “Gianni & Pinotto”) e così ai due grandi artisti non rimane che accettare una turné teatrale in Gran Bretagna prima di partecipare a un nuovo e comico adattamento cinematografico della storia di Robin Hood, prodotto da Harold J. Miffin. Nonostante i problemi fisici – Laurel per l’alcolismo è gravemente diabetico mentre Hardy per la sua obesità e la sua dieta incontrollata ha seri problemi cardiaci e di ipertensione – e l’età ormai avanzata i due affrontano con la loro grande arte sempre al massimo il palcoscenico.

I primi spettacoli però non riscuotono successo e così i due sono costretti a farsi pubblicità partecipando a trasmissioni radiofoniche, inaugurando attività commerciali o facendo gli special guest a piccoli eventi locali. Mentre lentamente il pubblico riempie per loro i teatri di tutto il Regno Unito, Laurel scopre che Miffin non ha alcuna intenzione di produrre il film. Intanto vengono raggiunti a Londra dalle rispettive consorti: Lucille Hardy (Shirley Henderson, già Mirtilla Malcontenta nella saga cinematografica di Harry Potter) e Ida Kitaeva Laurel (Nina Arianda). I rapporti fra le due consorti non sono sereni così come non lo sono quelli fra Laurel e Hardy che da anni sopiscono l’uno un rancore per l’altro.

Ma gli ultimi spettacoli interpretati dai due – alla fine della turné Hardy sarà costretto definitivamente ad abbandonare la scene per le gravi patologie che lo affiggono – saranno anche l’occasione per restaurare un rapporto che, come tutti i veri rapporti profondi, è fatto di alti e bassi, di risate e urla ma soprattutto di amore e rispetto soprattutto dell’uno per l’immensa arte e dedizione dell’altro.

Bella e crepuscolare pellicola dedicata a due dei più grandi pilastri della comicità planetaria che pubblico e – soprattutto… – produttori dimenticarono con troppa fretta, ma che le generazioni successive – come la mia – amano incondizionatamente. Non è un caso quindi se Blake Edwards, maestro indiscusso della commedia americana degli anni Sessanta e Settanta, dedichi proprio a “Mr Laurel e Mr Hardy” il suo spassoso “La grande corsa” uscito nelle sale americane proprio l’anno della scomparsa di Laurel, Hardy era morto nel 1957.

Come molti altri grandi comici, Laurel & Hardy hanno avuto una vita colma di successi sì, ma anche di tristezza e solitudine, soprattutto nella seconda parte della loro carriera. Due geni come loro si sono visti sbattere in faccia tante porte dopo che molti li consideravano obsoleti, nonostante sul grande schermo o in televisione imperversassero attori che erano molto spesso solo una loro pallida e mediocre imitazione.

Non si può non fare un triste paragone con Totò, al secolo Antonio De Curtis, snobbato dal nostro cinema più chic e intellettuale – ad eccezione non a caso del genio assoluto di Pier Paolo Pasolini – e per questo costretto a partecipare anche a pellicole davvero scadenti, deriso e schifato dalla critica a lui contemporanea, ma la cui arte immortale continua a divertire le nuove generazioni.

Da vedere.

“Lo straccione” di Carl Reiner

(USA, 1979)

“The Saturday Night Live” – che molti chiamano solo SNL – è ormai da cinquant’anni la fucina delle nuove generazioni di comici, autori e registi della commedia made in USA, e non solo. Da lì sono partiti artisti che hanno conquistato il pubblico di tutto il mondo come John Belushi o Robin Williams, solo per citarne due.

Sotto i riflettori degli studi dove si registrava lo show si sono allacciate amicizie e sodalizi artistici memorabili. Così il giovane comico Steve Martin assieme all’autore Carl Gottlieb (che poco prima, con Peter Benchley, aveva scritto per l’amico Steven Spielberg la sceneggiatura de “Lo squalo”) buttano giù il soggetto per una commedia satirica e surreale in pieno stile SNL.

La sceneggiatura viene scritta insieme a Michael Elias e a dirigere il film viene chiamato Carl Reiner (padre di Rob Reiner), maestro indiscusso della commedia americana sia dietro che davanti la macchina da presa. Steven Soderbergh, tanto per fare un esempio, lo vuole nel cast di “Ocean’s Eleven – Fate il vostro gioco” accanto a George Clooney, Brad Pitt e Julia Roberts.

Navin Johnson (Steve Martin) è uno dei numerosi figli di un’indigente famiglia afroamericana che vive nei pressi delle paludi della Luisiana. Rispetto ai suoi genitori, alle sue sorelle e ai suoi fratelli però Navin si sente sempre in difficoltà e inadatto. Infatti, è l’unico della famiglia a non riuscire a tenere il tempo quando tutti gli altri cantano e ballano. Affranto si ritira nel suo letto dove la madre gli rivela di essere stato …adottato. La notte stessa, ascoltando casualmente la radio sente dello swing e finalmente i suoi piedi riescono a tenere il tempo. Folgorato dalla novità Navin ha un’illuminazione: andare a cercare la fortuna a St. Louis, la città da dove era trasmessa la musica.

Con pochi dollari in tasca e tanta voglia di farcela Navin parte alla ricerca di se stesso e soprattutto della sua realizzazione che, grazie alle sue doti di inventore realizzerà, ma…

Esilarante commedia sopra le righe con un grande Steve Martin, al suo primo ruolo da protagonista, che con tagliente ironia si sberleffa del grande “sogno americano”. Nel cast, oltre a Bernadette Peters, alcuni dei caratteristi più famosi del periodo come M. Emmet Walsh, Bill Macy e Jackie Mason, oltre a un delizioso cameo della stesso Carl Reiner nei panni di se stesso.

Non è facile far ridere, ed è ancora più difficile fare un film che a distanza di oltre quarant’anni continui a farlo, come questo.

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“Zero Gravity” di Woody Allen

(La Nave di Teseo, 2022)

Dopo l’esilarante e al tempo stesso amara autobiografia “A proposito di niente”, il genio newyorkese Woody Allen torna a scrivere un libro. Questa volta si tratta di una raccolta di diciannove racconti, alcuni già comparsi sul “New Yorker”, altri invece inediti.

Tutti sempre divertenti e a volte malinconici che ci narrano di una società e una cultura che, quantomeno, lascia molto a desiderare. Cosa che ci ricorda l’intramontabile frase del grande Groucho Marx – sempre molto amato da Allen – che più o meno diceva così: “Non voglio far parte di un club che accetti tra i suoi soci uno come me”. Ecco, Woody Allen, con questi racconti sembra dirci che mal sopporta la cultura contemporanea, anche se volente o nolente lui stesso vi fa parte ed è considerato – giustamente! – una delle punte di diamante più rilevanti.

Se proprio devo scegliere, costretto davanti al plotone d’esecuzione, dico “Crescere a Manhattan”, bello e struggente che sfiora molti – se non tutti – argomenti e ambientazioni preferiti da sempre da Allen e narrati in numerose delle sue pellicole, a partire dalla città che non dorme mai: New York.

Arrivati all’ultima pagina, come capita solo coi grandi libri, ci intristiamo diventando nostro malgrado orfani di pagine e parole che ci hanno riempito l’anima e il cuore, facendoci ridere, sorridere a volte diventare malinconici.

Anche se Dio è morto, Marx (…Karl) è morto, tu Woody resisti e scrivi ancora …mi raccomando!

D’altronde, come diceva sempre il grande Marx (stavolta ancora Groucho): “All’infuori del cane, il libro è il migliore amico dell’uomo. Dentro il cane è troppo scuro per leggere”.

“Avvocata Woo” di Ji-Won Moon

(Corea del Sud, 2022)

La cinematografia della Corea del Sud è ormai, da alcuni decenni, fra le più produttive e originali del Pianeta. Non sono pochi, infatti, i film realizzati a Seul che poi vengono rifatti in Occidente o che collezionano riconoscimenti prestigiosi in ambito internazionale. Negli ultimi tempi anche la televisione coreana realizza serie che spopolano in molti altri Paesi, come il vero e proprio fenomeno planetario di “Squid Game”.

Con questa serie “Avvocata Woo” la televisione coreana, in collaborazione con Netflix, sposta l’asticella ancora più su, raccontandoci la storia di Woo Young-woo (la bravissima Eun-bin Park) una giovane avvocata con il QI di 164 e migliore del suo corso universitario, assunta come “novellina” nello studio Hanbada, uno dei più prestigiosi di Seul.

Ma nonostante la sua preparazione, il suo acume e la sua incredibile memoria, sono molti quelli che provano disagio a lavorare con lei, così come sono pochi i clienti che non rimangono titubanti stringendole la mano. Perché Woo Young-woo, dalla nascita, vive nello spettro autistico.

Ha proferito le sue prime parole a cinque anni citando a memoria il libro di giurisprudenza del padre, che le ha fatto conoscere e amare il Diritto parlandogliene come se fosse una favola della buonanotte fin da piccola. Ricorda tutti i libri che ha letto da quando è nata ma questo, per molta parte del mondo, non basta.

Per il suo modo di interagire con gli altri lei sarà sempre e comunque una disabile della quale magari si può avere pena, ma di cui certo non ci si può fidare, soprattutto nel mondo duro e tagliente come quello degli avvocati. Inoltre Woo Young-woo deve fare i conti anche col resto della società patriarcale per gran parte della quale lei ha due grandi e insormontabili limiti: oltre ad avere una “fin troppo evidente” disabilità …è pure una donna.

Ma Woo Young-woo è abituata a essere guardata con gli occhi superficiali e compassionevoli, e così porta l’ingiusto e vergognoso fardello che gli altri miseramente le caricano sulle spalle, triste sì, ma mai rassegnata…

Bellissima serie dalle caratteristiche del classico Courtroom Drama che ci parla soprattutto della vita e delle relazioni fra gli essere umani che troppo spesso sanno essere spietati, meschini e ipocriti.

Nel nostro Paese, purtroppo, la disabilità nel mondo delle fiction resta ancora un tabù. Sono troppo pochi e spesso non perfettamente riusciti i film o le serie che l’affrontano senza ipocrisie o amorevole e odiosa compassione. Ma per fortuna esistono altre cinematografie o televisioni come quella coreana, appunto. Prima o poi arriveremo anche noi a realizzare una serie così, forse più poi …che prima.

Da vedere.

“Mezzogiorno e mezzo di fuoco” di Mel Brooks

(USA, 1974)

Agli inizi degli anni Settanta Andrew Bergman (newyorkese classe 1945) scrive la sua prima sceneggiatura “Blazing Saddles” (“Selle fiammeggianti”) che inaspettatamente la Warner Bros acquista. Lo stesso Bergman (che qualche anno dopo scriverà lo script dell’esilarante “Una strana coppia di suoceri” diretto da Arthur Hiller nel 1979) ne rimane stupito visto che la sua storia parla in maniera assai ironica e tagliente del “mitico” Far West e ha come protagonista uno sceriffo nientepopodimeno che …afroamericano.

La casa di produzione vorrebbe affidare la regia a Orson Welles e il ruolo da protagonista a James Earl Jones (che poi, fra le altre cose, presterà la voce a Dart Fener nei primi mitici episodi della saga di Guerre Stellari, nonché a Mufasa nel lungometraggio animato “Il re leone” della Disney) ma il progetto non riesce a decollare.

La Warner propone così la sceneggiatura al regista e autore di due commedie cinematografiche non convenzionali che hanno riscosso un certo successo: Mel Brooks, che chiama ad ampliare lo script, oltre che lo stesso Bergman, anche Norman Steinberg e Alan Uger. Inoltre, chiede alla produzione di inserire nel team un giovane e irriverente comico che sta riscuotendo un discreto successo in molti locali off: Richard Pryor.

La miscela è davvero esplosiva e il risultato è tanto divertente quanto fuori gli schemi. Brooks inizia così a selezionare il cast e, visto che la Warner reputa Pryor inaffidabile, assegna il ruolo del protagonista Bart a Cleavon Little, noto interprete di Broadway e vincitore del Tony Award come miglior attore protagonista di un musical nel 1970, primo attore afroamericano a vincerlo nella storia.

I problemi più seri arrivano per il ruolo di Waco Kid per il quale nessun attore interpellato è disponibile visti soprattutto i toni, gli argomenti affrontati e le battute volutamente razziste. Così Brooks si rivolge all’autore e interprete – col quale ha iniziato a scrivere quello che sarà il suo film successivo ovvero “Frankenstein Junior” – Gene Wilder, nonostante la sua giovane età rispetto al personaggio descritto originariamente nella sceneggiatura.

Per il ruolo del perfido e cattivo Hedley Lamarr, Brooks vorrebbe il regista e attore Carl Reiner (padre di Rob Reiner) che però è indisponibile, così “ripiega” su Harvey Korman, allora noto caratterista soprattutto della televisione. Per il personaggio di Lili von Shtupp, dichiaratamente ispirato a Marlene Dietrich, il regista deve trovare un’attrice avvenente, che sappia imitare la diva tedesca e al tempo stesso sappia far ridere. Così fa un provino a una giovane artista di Broadway reduce da una candidatura all’Oscar come migliore attrice non protagonista per il film “Paper Moon – Luna di carta”: Madeline Kahn, che riceverà una seconda candidatura all’Oscar proprio per questa nuova interpretazione.

Il resto del cast verrà composto da grandi caratteristi che poi lavoreranno molto spesso con Brooks come Dom DeLuise e Liam Dunn, nonché da Slim Pickens – nel ruolo di Taggart – unico vero, navigato e storico attore di film Western con un passato di clown da rodeo. Da ricordare anche due altri ottimi caratteristi: John Hillerman che poi diverrà famoso nel ruolo di Higgins nella serie “Magnum P.I.” e David Huddleston che, fra le numerose piccole parti, impersonerà anche il capitano McBride nell’inarrivabile “I 2 superpiedi quasi piatti” di Enzo Barboni.

Il resto è …storia del cinema. La pellicola sbanca al botteghino è diventa una pietra miliare non solo della comicità. Le numerose e strepitose gag segnano l’immaginario collettivo a partire da quella della cena nel vecchio e leggendario West a base di caffè, fagioli e …peti, passando per il discorso di insediamento di Bart o per il caotico e sui generis finale. Ma soprattutto “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” punta il dito senza false ipocrisie e senza pietà sulla tragica piaga del razzismo negli Stati Uniti, prendendo ferocemente in giro uno dei “sacri” – e troppo spesso reazionari – elementi fondanti il Paese: il leggendario Western.

Intramontabile, da rivedere a intervalli regolari.

Per la chicca: Hedy Lamarr, nata in Austria e naturalizzata negli Stati Uniti nonché prima attrice nella storia del cinema ad apparire completamente nuda davanti alla macchina da presa nel film “Estasi” del 1933 (ma anche studentessa di Ingegneria a Vienna e inventrice assieme al compositore George Antheil di un sistema di guida a distanza per siluri, realizzato per contrastare l’espansione di Hitler e dell’Asse di Ferro, che è oggi alla base della tecnologia delle reti wireless) fece causa alla Warner per la gag surreale di cui era protagonista il cattivo Hedley Lamarr che tutti chiamavano erroneamente “Hedy” scambiandolo con l’attrice. Su richiesta dello stesso Brooks la casa di produzione pagò quanto richiesto senza ricorrere all’ufficio legale.

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“MOR – Storia per le mie madri” di Sara Garagnani

(ADD Editore, 2022)

E’ indiscutibile che la famiglia è spesso uno dei pilastri della società, ma è doveroso riconoscere allo stesso tempo come questa possa essere, fin troppo spesso, il focolaio di dolori e traumi profondi. Al di là della mera definizione di famiglia, che ormai fortunatamente è andata ben oltre a quella arcaica e oppressivamente limitante dettata da dogmi e condizionamenti religiosi, l’ambiente in cui cresciamo e impariamo a convivere con noi stessi ci segnerà in maniera indelebile nel bene come nel male.

Già dal titolo è chiaro che la Garagnani ci racconta la storia delle donne delle sua famiglia, donne con le quali è cresciuta o con le quali sono cresciute le donne con cui lei ha vissuto. Il racconto di questo bel graphic novel è al tempo stesso struggente, drammatico e crudo. Inizia dall’infanzia di sua madre Annette, cresciuta assieme al fratello gemello Christer sotto l’ombra della madre Inger, una donna tanto avvenente quanto dura e preda sovente di terribili crisi d’ira, soprattuto quando il marito era assente.

I continui abusi emotivi e morali – e probabilmente anche fisici – portano i due piccoli bambini a crescere in un mondo il cui lato oscuro diventa sempre più ingombrante. Raggiunta la maggiore età Annette abbandona la casa della madre, che dopo aver lasciato il marito frequenta altri uomini alcuni dei quali assai ambigui, e dalla Svezia si trasferisce in Italia dove incontra Agostino col quale decide di creare una famiglia.

Inizia così la seconda parte della vita di Annette che diventa la madre di Sara. Ma quell’enorme vuoto nero è sempre più difficile da arginare, viste poi le frequenti ingerenze di Inger nella vita della neomamma. Se Inger, per sopravvivere al suo di vuoto, replica “l’educazione” ricevuta sulla figlia, Annette tenta in ogni modo di lasciare lontano Sara dalle dinamiche tragiche della sua infanzia. Ma il prezzo sarà, purtroppo, altissimo…

La Garagnani ci ricorda come il ruolo della madre, in una società inesorabilmente patriarcale, è schiacciato e oppresso visto che lo stesso ruolo deve essere sempre e comunque complementare a quello degli uomini, mariti o figli che siano. Che si tratti dell’Italia – dove negli anni dell’infanzia di Annette erano ancora in vigore tragicamente il “matrimonio riparatore” e il “delitto d’onore” – o della più “progredita” Svezia, le donne dovevano sempre e comunque adeguarsi, stritolate da arcaici dogmi culturali e religiosi. Tema che il maestro Ingmar Bergman ci ha raccontato in maniera sublime in molti dei suoi film, fra cui spiccano “Fanny & Alexander” o “Con le migliori intenzioni”, da lui scritto e diretto da Bille August nel 1992.

Quello che Garagnani ci sottolinea in maniera molto efficace è poi l’assordante silenzio di molti degli uomini della sua vita, a partire dal nonno, il padre di Annette.

Da leggere.

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“Anno 2118: Progetto X” di William Castle

(USA, 1968)

Tratto dal romanzo “The Artificial Man” (1965) firmato da Leslie Purnell Davies (1914-1988) – scrittore britannico che molti paragonano al grande Philip K. Dick per il suo stile e soprattutto per l’ambientazioni e le atmosfere claustrofobiche e ossessivamente oniriche, e autore dell’ottimo “Psicospettro” – e scritto da Edmund Morris, questo “Anno 2118: progetto X” è un piccolo gioiellino incastonato nel grande cinema di fantascienza degli anni Sessanta.

Anno 2118 (…naturalmente), il globo è diviso in due grandi blocchi geopolitici: l’Occidente e l’Australasia. Entrambi hanno lo stesso grande problema: le risorse. Il sovrappopolamento del pianeta, infatti, sta consumando inesorabilmente tutte le fonti e le riserve di alimenti ed energia. Per capire se l’Australasia stia preparando qualche drastica e nascosta contromisura viene inviato l’agente segreto Hagan Arnold (Christopher George) che però al suo rientro, prima di cadere in uno stato di incoscienza, è riuscito solo a inviare un inquietante quanto criptico messaggio: “…l’Occidente verrà distrutto fra quattordici giorni!”.

Lo Stato Maggiore dell’Occidente, rappresentato dal colonnello Holt (Harold Gould), come da protocollo mette in sospensione criogenica Arnold e affida al dottor Crowther (Henry Jones) il compito di risvegliarlo e soprattutto di fargli ricordare il motivo del suo terrificante messaggio, perché la memoria di Arnold è stata oscurata da un farmaco “antitortura” che lui stesso ha assunto quando, scoperto, è caduto nelle mani delle Forze Armate dell’Australasia.

Viene così ripercorsa la vita di Arnold e Crower assieme al suo staff si concentra sulla laurea in storia che lo stesso agente ha ottenuto qualche anno prima scrivendo la tesi sugli anni Sessanta del Novecento. Per sbloccare la memoria dell’uomo, dopo averlo riportato cosciente, lo si trasferisce in un edificio apposta ricostruito come una classica fattoria degli anni Sessanta con la speranza che il periodo tanto studiato e amato da Arnold possa sbloccargli la memoria, ma…

I limiti economici della produzione ricordano quelli della mitica serie televisiva contemporanea “Star Trek” – nata come di serie B e che spesso adattava le sceneggiature ai set disponibili per mantenere i costi bassi – e non a caso il cast è composto da attori che poi diverranno molto noti in televisione in ruoli da caratteristi come Harold Gould e Henry Jones.

Ma oltre all’ambientazione e al cast, così come “Star Trek”, questo film possiede una sceneggiatura davvero originale, non senza qualche pecca, ma colma di colpi di scena e che ci parla di problemi fin troppo contemporanei e attuali. Ingiustamente dimenticato e sottovalutato.

Per la chicca: nei panni di Sen Chiu, il perfido leader dell’Australasia, c’è Keye Luke attore americano di origini cinesi, divenuto famoso negli anni Trenta e Quaranta per aver interpretato il ruolo del “figlio numero uno” in numerosi film il cui protagonista era il detective Charlie Chan, nonché il Maestro Po nella serie televisiva “Kung Fu”. Proprio per quest’ultima interpretazione George Lucas lo considerò fino all’ultimo per il ruolo di Obi Wan Kenobi in “Guerre stellari: Una nuova speranza” ruolo che poi, ci racconta la storia, andò ad Alec Guinness.

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“Zucchero amaro” di Daniel Kraus

(Bompiani, 2022)

Jody è un ragazzino che ha avuto un’infanzia difficile così come lo è l’adolescenza appena cominciata. Nel suo mondo gli adulti sono soprattutto prepotenti, arroganti ed egoisti. Tutti tranne sua madre e Robbie. Da quando il padre li ha abbandonati, infatti, Jody e sua madre hanno sempre vissuto da soli fino al giorno in cui la donna ha smesso di alzarsi dal letto per guardare ininterrottamente la televisione, tanto da avere ormai il corpo pieno di piaghe da decubito.

Nel momento in cui i soldi hanno iniziato a finire la madre di Jody ha fatto richiesta per l’affido di Midget, una bambina che, nonostante la tenera età, era già passata in numerose case famiglia o fra le mani di pessimi genitori affidatari. I soldi che lo Stato passa loro per la piccola permettono a Jody e a sua madre di tirare avanti. Così il piccolo è diventato improvvisamente il fratello maggiore di una ragazzina che non parla con nessuno, se non con gli insetti che incontra.

L’altro adulto per il quale Jody ha un certo rispetto è Robbie, un uomo alle soglie dei trent’anni che vive in fondo a Yellow Street, in una casa ormai diventata una catapecchia. I suoi genitori, circa dieci anni prima, lo hanno abbandonato e lui è rimasto solo, riuscendo a sopravvivere spacciando o facendo piccoli lavoretti che nessun altro vuole fare. Eppure da adolescente Robbie era la promessa dei “Knights”, la squadra di football del liceo locale. Nel gruppo c’è anche Dag, una coetanea di Jody che vive invece in un quartiere molto chic della città. Anche lei però, nonostante il benessere e l’opulenza, è stata vittima dei suoi genitori.

Halloween si avvicina all’orizzonte e i quattro decidono di approfittarne per vendicarsi della cittadina e della società che fisicamente e moralmente li ha presi sempre a calci in bocca. Ma dal male può nascere solo il male, come loro stessi incarnano…

Pubblicato per la prima volta nel 2019 col titolo originale “Blood Sugar”, questo “Zucchero amaro” è un romanzo che ricorda stile e argomenti degli scritti più famosi dello scozzese Irvine Welsh che raccontano in maniera dura e cruda coloro che vivono ai margini, che sono stati masticati e poi sputati dalla società.

Yellow Street, infatti, potrebbe far parte tranquillamente di Leith, il sobborgo di Edimburgo nel quale Welsh è nato e cresciuto, e dove ha ambientato i suoi romanzi più famosi. Anche se “Zucchero amaro” non tocca le vette degli scritti di Welsh merita comunque di essere letto.