“Philomena” di Stephen Frears

(UK/USA/Francia, 2013)

Stephen Frears (già regista di pellicole come Lady Henderson presenta, The Queen – La regina, Le relazioni pericolose, Rischiose abitudini e My Beautiful Laundrette che nel 1985 lanciò Daniel Day Lewis) dirige questo splendido film in cui ripercorre la vera storia di Philomena Lee che, dopo 50 anni, finalmente riesce a ritrovare suo figlio.

Giovane e ingenua adolescente, alla fine degli anni Cinquanta nell’allora bigotta e cattolicissima Irlanda – del tutto simile all’allora nostra Italia – Philomena rimane incinta e viene cacciata di casa dal padre. Come futura ragazza madre perde ogni dignità o diritto e non può fare altro che rinchiudersi in un convento per far nascere il figlio. Il piccolo, che può vedere al massimo un’ora al giorno, all’età di tre anni viene dato in adozione, senza che lei possa fare nulla per impedirlo. È una delle sequenze più dolorose del film: l’inquadratura della finestra da cui Philomena osserva l’auto che porta via il bambino resterà impressa a lungo, perché Frears sceglie la sobrietà anziché il ricatto emotivo, e proprio per questo colpisce ancora più nel segno.

Nonostante qualche anno dopo si sposi e si ricostruisca una nuova famiglia, nei cinquant’anni successivi per Philomena non passa giorno che non pensi al suo primo figlio o che non cerchi di ritrovarlo, ma senza successo: nel convento i documenti relativi all’adozione sono andati “ufficialmente” perduti. È qui che il film mostra il suo lato più amaro, quello di un’istituzione religiosa che invece di offrire consolazione ha preferito nascondere, occultare, punire.

Le cose prendono una piega inaspettata quando sua figlia la mette in contatto con Martin Sixsmith, giornalista in cerca di una nuova storia dopo essere stato allontanato dal proprio incarico di portavoce del governo. Inizialmente scettico, quasi infastidito dall’idea di dover raccontare un “caso umano” che considera di poco valore giornalistico, Sixsmith alla fine si lascia coinvolgere sempre di più nella ricerca, fino a diventarne parte integrante. Il rapporto tra i due è probabilmente il cuore pulsante del film: da un lato la fede semplice e quasi disarmante di Philomena, capace di perdonare anche chi le ha fatto più male; dall’altro il cinismo e l’ateismo dichiarato di Sixsmith, che non riesce a comprendere come lei possa ancora credere in un Dio rappresentato da donne e uomini così spietati. Ne nasce un confronto continuo, mai retorico, che alterna momenti di leggerezza quasi comica a momenti di autentica commozione.

L’epilogo struggente della storia, come sempre, non lo racconto – epilogo che la dice lunga sullo spirito cristiano e su chi lo possiede veramente – perché questo film va visto e basta. Soprattutto pensando che ciò che racconta è accaduto realmente, e che dietro ogni scena c’è il peso di una vicenda vera, documentata, che ha scosso l’opinione pubblica britannica quando è venuta alla luce.

Grandissima Judi Dench (già Oscar nel 1999 per Shakespeare in Love), ed è incredibile pensare che sia la stessa attrice che solo l’anno prima impersonava M nella saga di 007. Qui la Dench, invece, mette da parte ogni rigidità e regalità per calarsi in una donna semplice, quasi popolana, con un accento e una cadenza irlandese perfettamente calibrati: uno dei suoi ruoli più commoventi e sfaccettati, capace di far ridere e piangere nello stesso respiro. Al suo fianco Steve Coogan, qui non solo attore ma anche co-sceneggiatore e produttore, offre una prova sorprendentemente misurata, lontana dai toni della commedia con cui è più noto, che riesce a restituire con onestà l’evoluzione del suo personaggio, che da giornalista opportunista si trasforma in un uomo realmente toccato dalla vicenda che sta raccontando.

La sceneggiatura, come detto, è firmata dallo stesso Steve Coogan assieme a Jeff Pope, ed è tratta dal libro The Lost Child of Philomena Lee di Martin Sixsmith, pubblicato per la prima volta nel 2009 e da cui il film prende ispirazione diretta, con Sixsmith impersonato appunto da Coogan. Il montaggio alterna con equilibrio il presente del viaggio investigativo al passato dei flashback, senza mai risultare didascalico, mentre la fotografia sceglie toni tenui e quasi dimessi, lontani da ogni estetismo, per restituire il senso di quotidianità e di verità che pervade l’intera opera.

Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2013, dove vinse il Premio per la miglior sceneggiatura, Philomena ottenne poi quattro candidature agli Oscar, tra cui miglior film e miglior attrice protagonista per Dench. Un film che, pur affrontando temi durissimi come l’ipocrisia religiosa e il dolore di una maternità negata, riesce a non scadere mai nel patetismo, mantenendo un tono garbato, a tratti persino ironico, che rende la visione ancora più preziosa.

Un’opera che parla di perdono, di fede autentica contrapposta a quella di facciata, e che lascia allo spettatore una domanda tutt’altro che scontata: chi, tra i protagonisti della storia, possiede davvero lo spirito cristiano che tanto viene predicato?

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