“Harold e Maude” di Hal Ashby

(USA, 1971)

Nel 1971, Hal Ashby realizza uno dei film più straordinari e anticonvenzionali della storia del cinema americano: “Harold e Maude”, scritto da Colin Higgins – che quasi dieci anni dopo scriverà e dirigerà l’ottima e graffiante commedia “Dalle 9 alle 5 orario continuato” – questo film rappresenta un’opera che sfida ogni convenzione narrativa e sociale, trasformando quello che potrebbe sembrare un incontro impossibile in una delle storie d’amore più autentiche e liberatorie mai portate sul grande schermo.

Harold Chasen, interpretato con sublime malinconia da Bud Cort, è un giovane ventenne ossessionato dalla morte, figlio di una madre ricca e nevrotica (una brava Vivian Pickles) che vive in una opulenta villa isolata dal mondo. Il ragazzo trova il suo unico divertimento nel frequentare funerali di sconosciuti e simulare suicidi sempre più elaborati, nel tentativo disperato di attirare l’attenzione di una figura materna emotivamente assente. La sua esistenza cambia radicalmente quando, durante uno dei suoi abituali funerali di sconosciuti, incontra Maude Chardin.

Maude, interpretata dalla straordinaria Ruth Gordon – grande attrice e drammaturga americana del Novecento che, per esempio, assieme al marito Garson Kanin ha scritto la commedia originale e la sceneggiatura cinematografica de “La costola di Adamo” con la coppia Katharine Hepburn e Spencer Tracy e diretta da George Cukor nel 1940 – in quella che resta una delle interpretazioni più memorabili del cinema degli anni Settanta, è una settantanovenne vitale, anticonformista e profondamente libera. Dove Harold è attratto dalla morte, lei celebra la vita con un’energia travolgente. Dove lui si rifugia nella solitudine, lei abbraccia ogni esperienza con curiosità insaziabile.

La genialità di Colin Higgins risiede nel rovesciamento completo delle aspettative. Non assistiamo a una storia d’amore convenzionale, ma a un incontro tra due anime complementari che si riconoscono al di là di ogni convenzione sociale. Harold, immerso in una depressione che lo porta a cercare la morte, trova in Maude non un’amante nel senso tradizionale, ma una guida spirituale che gli insegna la complicatissima arte di vivere.

Il rapporto tra i due protagonisti è costruito con una delicatezza straordinaria. Ashby evita ogni facile sentimentalismo, mantenendo sempre un equilibrio perfetto tra commedia e dramma, tra provocazione e tenerezza. La loro è una relazione che trascende l’età, il genere, le convenzioni sociali: è l’incontro tra due visioni del mondo opposte che si completano a vicenda.

Maude rappresenta tutto ciò che la società americana dei primi anni Settanta rifiutava: è anziana in un mondo che celebra la giovinezza, è anticonformista in un’epoca di rigide convenzioni, è libera in una società che cerca di controllare ogni aspetto dell’esistenza individuale. La sua filosofia di vita, fatta di piccoli furti poetici, di gesti spontanei e di un’ironia costante nei confronti dell’autorità – e in una scena a farne le spese è un giovane Tom Skerritt -, diventa per Harold una vera e propria scuola di liberazione.

La regia di Ashby è magistrale nella sua apparente semplicità. Il regista costruisce un ritmo narrativo che segue i tempi dell’innamoramento graduale, permettendo ai personaggi di svilupparsi naturalmente e senza forzature. La sua macchina da presa osserva i protagonisti con discrezione, catturando i piccoli gesti e gli sguardi che costruiscono la loro intimità crescente.

Particolarmente efficace è l’uso degli spazi: la villa di Harold, fredda e museale, si contrappone al mondo colorato e vitale di Maude, sempre in movimento, sempre pronta a scoprire qualcosa di nuovo. Quando i due sono insieme, lo spazio stesso sembra trasformarsi, acquisendo una dimensione poetica che riflette la loro connessione spirituale.

Elemento fondamentale del film è la sublime colonna sonora di Cat Stevens, che non si limita ad accompagnare la narrazione ma ne diventa parte integrante. Canzoni come “If You Want to Sing Out, Sing Out” e “Peace Train” non sono semplici inserti musicali, ma veri e propri commenti poetici che amplificano il significato delle scene. La sensibilità musicale di Stevens si fonde perfettamente con la visione di Ashby, creando un’atmosfera unica che bilancia perfettamente malinconia e speranza.

Le melodie del cantautore britannico accompagnano i momenti di trasformazione di Harold, sottolineando il suo graduale risveglio alla vita. La musica diventa il linguaggio attraverso cui i due protagonisti comunicano le loro emozioni più profonde, trasformando ogni sequenza in una piccola sinfonia di sentimenti.

“Harold e Maude” è molto di più di una semplice storia d’amore: è un manifesto di liberazione individuale, una critica feroce alla società conformista americana e un inno alla possibilità di rinascita in ogni momento dell’esistenza. Il film affronta temi universali come la solitudine, la ricerca di un senso, la ribellione contro le convenzioni sociali, ma lo fa con una leggerezza e un’ironia che rendono il messaggio ancora più potente.

La figura di Maude, in particolare, anticipa molte delle istanze femministe esplose in quegli anni e di cui la stessa Gordon fu paladina nella vita reale. È una donna che ha vissuto la sua vita secondo le proprie regole, che non si è mai sottomessa alle aspettative sociali, che ha mantenuto la sua indipendenza e la sua joie de vivre fino alla fine.

Il finale del film, che che sempre non svelo, rappresenta uno dei momenti più coraggiosi e poetici della storia del cinema. Ashby e Higgins scelgono di non tradire la coerenza dei loro personaggi, mantenendo fede alla visione profonda che ha animato tutta la narrazione e regalando allo spettatore un epilogo che è insieme struggente e liberatorio.

A più di cinquant’anni dalla sua uscita, “Harold e Maude” conserva intatta tutta la sua forza rivoluzionaria. È un film che continua a parlare a ogni generazione, ricordandoci che non è mai troppo tardi per iniziare a vivere veramente e che l’amore, nelle sue forme più autentiche, può superare qualsiasi barriera.

Un capolavoro assoluto che, attraverso la storia di due outsider che si incontrano e si riconoscono, ci ricorda che la vera rivoluzione inizia sempre dal coraggio di essere autenticamente se stessi.

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“F.B.I. e la banda degli angeli” di Steve Carver

(USA, 1974)

Questo film scollacciato è stato prodotto dal grande Roger Corman, la mente più geniale del cinema indipendente americano (basta ricordare che agli inizi degli anni Sessanta si scelse come assistente il giovane e sconosciuto Francis Ford Coppola).

Scritto da William Norton e Frances Doel, “F.B.I. e la banda degli angeli”, con graffiante ironia, denuncia la situazione della donna nella società contemporanea, umiliata e sfruttata dall’uomo che la vede sempre e solo come un oggetto sessuale.

Anche se la sceneggiatura possiede qualche incongruenza, e il regista Steve Carver non disdegna di mostrare generosamente le protagoniste in abiti succinti o spesso senza neanche quelli (all’epoca fece un certo scalpore il nudo integrale di Angie Dickinson) in questa pellicola non c’è una figura maschile positiva (fra quelli più ridicolizzati ci sono anche gli agenti del F.B.I.) cosa che ne fa di fatto un film a suo modo femminista . Tutti gli uomini, in un modo o nell’altro, vogliono approfittarsi delle tre protagoniste, la piacente madre (la Dickinson, appunto) e le sue due figlie adolescenti.

Come spesso accade nella storia del cinema, soprattutto coi film di serie B, per raccontare uno storia scomoda o di protesta senza incappare nella censura, si cambia periodo storico e si usa un genere molto commerciale come, in questo caso, il gangster movie e lo scollacciato.

Così ci troviamo nel sud degli Stati Uniti durante il periodo della Grande Depressione (che economicamente ricorda molto l’epoca in cui venne realizzato il film) Wilma McClatchie (la Dickinson) è rimasta vedova con due figlie adolescenti a carico, senza nulla per mantenerle. La più piccola è stata promessa in sposa ad una famiglia che abita nella stessa cittadina. Il futuro della giovane è quello però di fare la sguattera e “sfornare” figli.

Ma proprio davanti all’altare Wilma non ci sta, non vuole che sua figlia faccia la sua stessa vita e così se la porta via prima del “sì”. Le tre donne scappano col cognato, che di mestiere fa il contrabbandiere di whisky. Inizia così la nuova vita – criminale – di Wilma che prende in mano le redini degli affari del cognato, morto sotto i colpi degli agenti del F.B.I..

Sulla sua strada Wilma incontrerà vari uomini che tentano sempre di servirsi di lei, fra cui Il rapinatore Fred Diller (Tom Skerritt) e il truffatore William J. Baxter (William Shatner).

Una pellicola con dei limiti evidenti, ma la mano del grande Corman si vede, soprattutto nella colonna sonora da “vecchie comiche” e nelle scene in cui Wilma a sparare è più brava degli uomini.

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