“So dove vado” di Michael Powell

(UK, 1945)

Joan Webster sa sempre quello che vuole.

Lo sa da quando era bambina, lo sa da adulta, e lo sa così bene e con tale determinazione da non aver mai avuto motivo di dubitarne. È il tipo di persona che fa piani e li esegue, che vede un obiettivo e lo raggiunge, che non spreca tempo in incertezze perché l’incertezza è roba per chi non ha le idee chiare. E Joan le idee le ha chiarissime: sposerà Sir Robert Bellinger, ricco industriale, su Kiloran un’isola delle Ebridi affittata appositamente per l’occasione. Tutto è già deciso. Tutto è già organizzato. Manca solo il viaggio.

Poi arriva la burrasca…

Il maltempo la blocca a Mull, piccola isola di transito da cui partono i battelli per Kiloran, e qui il film comincia davvero. Perché Joan, abituata a controllare ogni variabile della propria esistenza, si trova improvvisamente in balia di qualcosa che non si può né comprare né pianificare: il capriccio della natura, la lentezza della vita di provincia, e — soprattutto — un certo Torquil MacNeil. L’ufficiale della RAF in licenza — interpretato con elegante malinconia da Roger Livesey — è nominalmente il signore di Kiloran, quella stessa isola che lei sta cercando di raggiungere per sposare un altro uomo. Il destino, si sa, ama le coincidenze con una certa insistenza.

Neanche a farlo apposta, tra i due nasce qualcosa. Non subito, non in maniera banale. Powell è troppo intelligente per i colpi di fulmine da cartolina. Quello tra Joan e Torquil è un avvicinamento fatto di resistenze, di orgoglio, di una donna che non vuole ammettere di stare cambiando idea perché cambiare idea significherebbe ammettere che la sua mappa del mondo era sbagliata. E c’è anche una maledizione di mezzo, quella che pesa sul casato dei MacNeil e su chiunque ami un signore di Kiloran — elemento fiabesco che Powell gestisce con tocco leggero, senza mai scivolare nel melodramma, ma lasciandogli quel tanto di peso simbolico che serve.

Quello che rende questo film davvero notevole, però, va cercato in quello che non viene detto esplicitamente. Siamo nel 1945. La guerra è appena finita, o sta finendo. E Powell — maestro inglese che con Emeric Pressburger aveva già firmato capolavori come “Duello a Berlino” e avrebbe di lì a poco realizzato “Narciso Nero”, “Scarpette rosse” e lo strepitoso “L’occhio che uccide” — sceglie di raccontare quel momento storico non attraverso l’epica dei vincitori, non con fanfare e bandiere, ma attraverso i dettagli quotidiani: i disagi, le privazioni, i piccoli intoppi materiali che ancora attraversano la vita delle persone normali. La guerra entra nel film quasi di soppiatto, nei discorsi brevi, nelle uniformi, nel fatto che Torquil sia in licenza e non in congedo: la pace non è ancora davvero arrivata, la vita normale non si è ancora riassestata.

È una scelta narrativa bellissima e coraggiosa: in un momento in cui il cinema britannico avrebbe potuto — e in parte lo fece — celebrare retoricamente la vittoria, Powell preferisce raccontare quanto le persone fossero stanche e quanto il ritorno alla normalità fosse ancora un cantiere aperto. E lo fa attraverso una storia d’amore tra una donna abituata a controllare tutto e un uomo che ha imparato, suo malgrado, ad accettare di non controllare niente.

Le Ebridi, fotografate in un bianco e nero di straordinaria bellezza, diventano il paesaggio perfetto per questa storia: aspre, splendide, impermeabili ai programmi altrui. Come la vita, del resto. Come l’amore, soprattutto.

“So dove vado” è un film che merita di essere recuperato, visto e rivisto. È cinema britannico al suo meglio: discreto nei mezzi, profondo nei fini, e capace di commuovere senza mai alzare la voce.

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