“Il buono, il brutto, il cattivo” di Sergio Leone

(Italia/Spagna/Germania Ovest, 1966)

Con questo indiscusso capolavoro Sergio Leone chiude la sua cosidetta “trilogia del dollaro” che in pochi anni e tre film lo rende uno dei registi più apprezzati al mondo.

Si chiude anche la sua collaborazione con Clint Eastwood che non reciterà più per il regista romano. Ma l’attore-regista e produttore statunitense non nasconderà mai la stima per Leone, tanto da dedicargli pubblicamente e negli anni più di un film.

Dopo il successo di “Per un pugno di dollari” e “Per qualche dollaro in più”, finalmente Leone può disporre di una produzione ricca e, oltre ai mitici duelli, può realizzare così spettacolari scene di massa che rimangono nella storia del cinema.

La vicenda dei tre “dannati” che, nonostante la guerra civile americana che sta dilaniando il Paese e uccidendo migliaia di uomini donne e bambini, cercano un tesoro è più di una metafora.

I nordisti, che fino a quel momento al cinema erano stati sempre rappresentati come i “buoni” e i “liberatori” nella guerra civile, stavolta hanno anche un volto oscuro e brutale che ha la sua definitiva incarnazione nel caporale Wallace (interpretato da uno spietato Mario Brega) aguzzino senza remore.

Per Leone, infatti, non sempre è netta la differenza fra il bene e il male, e il mondo si divide in due categorie di uomini: “Quelli che hanno la pistola carica …e quelli che scavano”.

Ovviamente, negli anni Sessanta, questa teoria non quadrava con le ferree ideologie partitiche che dominavano oltre che la vita politica del nostro Paese – e su questo nulla da eccepire ovviamente – ma anche quella giornalistica.

Così quando questa pietra miliare della cinematografia mondiale uscì nelle nostre sale, molti solerti critici di partito lo attaccarono senza remore, mettendo in dubbio addirittura la sua struttura narrativa e le capacità registiche di Leone.

I posteri, che siamo noi, giudicano ed emettono l’ardua sentenza su quei “poracci” della carta stampata da “salotto” che, soprattutto grazie a conoscenze e ordini di partito, sono stati ritenuti sagaci critici cinematografici per decenni, ma che oggi fanno tristemente e pateticamente sorridere.

Per capire meglio l’atmosfera in cui venne accolto il film di Leone riporto un breve periodo dell’articolo che scrisse su “L’Europeo” il grande e immortale Enzo Biagi – lui sì davvero come Sergio Leone -, giornalista di una levatura e indipendenza morale ancora oggi molto rara:

“Per fare centro tre volte, come è appunto il caso di Sergio Leone, bisogna essere dotati di vero talento. Non si imbroglia la grande platea, è più facile ingannare certi giovanottoni della critica, che abbondano in citazioni e scarseggiano in idee…”.

Ma tornando al film, scritto da Leone insieme a Luciano Vincenzoni, Age, Furio Scarpelli e il non accreditato Sergio Donati, ancora oggi possiamo godere di inquadrature e piani sequenza senza tempo, che continuano a essere citati e copiati in numerosi blockbuster.

Come il “triello” finale, e la sequenza di chiusura con il Biondo-Eastwood che si allontana a cavallo in una valle dai colori surreali.

Un capolavoro immortale.

…Aridatece registi come Sergio Leone e giornalisti come Enzo Biagi!

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“Una giusta causa” di Mimi Leder

(USA, 2018)

Ruth Bader Ginsburg è stata sempre la prima del suo corso alla Facoltà di Legge, sia ad Harward che alla Columbia University. Ma non c’è neanche uno studio legale di New York che intende assumerla come praticante. Il motivo? …Semplice: perché è una donna.

Ruth Bader Ginsburg non è vissuta nell’oscuro Medioevo, o nella Spagna ferocemente bigotta dell’Inquisizione. Ruth Bader Ginsburg è una nostra contemporanea, e terminati gli studi, alla fine degli anni Cinquanta, si è dovuta “accontentare” di una carriera come docente in Legge, nonostante i suoi studi più che eccelsi.

La società americana, e il mondo intero, non sono pronti all’uguagliaza fra i sessi, o meglio: a non essere pronti sono gli uomini americani come quelli del mondo intero.

Numerose leggi (quasi duecento) nonché la stessa Dichiarazione d’Indipendenza redatta nel 1776 (per mano anche del tanto lodato Thomas Jefferson, che fra le varie attività commerciali che conduceva c’era anche quella assai remunerativa di schiavista) lo afferma senza remore.

Agli inizi degli anni Settanta le arriva sul tavolo una strana causa: un uomo del Colorado è accusato da aver frodato il Fisco. Per anni ha assistito sua madre gravemente malata e ha portato in detrazione le spese per l’infermiera. La Legge però è chiara: solo le donne possono assistere un familiare malato, e lui essendo un uomo scapolo non può richiedere alcun rimborso.

Ruth ha quindi fra le mani una palese discriminazione di genere che vede vittima, una volta tanto, un uomo. Ma se la cosa dovesse essere riconosciuta, indirettamente aprirebbe la porta alla messa in discussione delle pesanti discriminazioni secolari ai danni delle donne. Sembra una battaglia impossibile ma…

Bisogna essere sinceri, nonostante la storia – vera – raccontata, le pellicola diretta da Mimi Leder presenta dei limiti.

Limiti che non sono legati certo all’ottima intepretazione di Felicity Jones nei panni della Ginsburg, ma direttamente alla sceneggiatura e alla regia, entrambe non all’altezza.

Non è facile portare sul grande schermo le storie di vere dispute legali, ma ci sono esempi davvero riusciti come “The Social Network” diretto dal bravissimo David Fincher e scritto da Ben Mezrich e Aaron Sorkin (fra i migliori sceneggiatori di Hollywood che non a caso per lo script vince l’Oscar) che se vogliamo narra di una causa molto più banale e legata al momento storico – chi ha partecipato materialmente e intellettulmente alla fondazione di Facebook e ha il diritto di avere il relativo e giusto compenso – che quella davvero epocale della Ginsburg.

Ma, nonostante i limiti, il film della Leder merita di essere visto, perché ci descrive il mondo così come è davvero, e ci ricorda che l’emancipazione delle donne è solo all’inizio.

“Tempesta su Washington” di Otto Preminger

(USA, 1962)

“Advise & Consent” di Allen Drury viene pubblicato nel 1959 e l’anno successivo vince del Premio Pultizer.

L’impatto sulla cultura americana è molto ampio, tanto che durante la campagna per le elezioni presidenziali del 1960 fu scattata una famosa foto che ritraeva i due candidati, Richard Nixon e John Fitzgerald Kennedy, intenti a leggere una copia del libro.

Due anni dopo, il maestro Otto Preminger ne dirige una splendida versione cinematografica – con lo stesso titolo in originale – la cui sceneggiatura è scritta dallo stesso Allen Drury insieme a Wendell Mayes.

Per la prima volta nella storia le macchine da presa di Hollywood entrano nel Senato degli Stati Uniti, e alcune delle scene cruciali vengono girate proprio nella stessa sala dove la Commissione contro le attività “antiamericane”, presieduta dal Senatore Joseph McCarthy, consumava le sue tristemente note sedute.

La scelta non è casuale, infatti, il romanzo di Drury – così come il film di Preminger – ci racconta delle feroci lotte interne che si consumano nel palazzo più importante degli Stati Uniti. Di come per ottenere la maggioranza in una votazione i rappresentati degli elettori siano disposti a tutto.

Ma, soprattutto, ci narra i modi infami del Senatore Fred Van Ackerman (interpretato da George Grizzard) che non disdegna il ricatto, le minacce e la calunnia pur di ottenere voti e consenso, ma che poi finirà isolato e schifato da tutti i suoi colleghi, indipendentemente dallo schieramento politico a cui appartengono.

Destino simile a quello che toccò al vero Joseph McCarthy, le cui accuse e insinuazioni provocarono non pochi suicidi (soprattutto a Hollywood) fra cui anche quello del Senatore Lester C. Hunt, avvenuto il 19 giugno del 1954 e riconducibile a una frase pronunciata pubblicamente dallo stesso McCarthy. Il Senato aprì un’inchiesta alla fine della quale McCarthy venne ufficialmente “censurato”, cosa che segnò la fine della sua carriera politica.

McCarthy morì il 2 maggio del 1957 a 48 anni, ufficialmente a causa di un arresto cardiaco, ma le cronache del tempo parlano di un’epatite legata all’alcolismo, conseguenza diretta del suo isolamento politico e personale (condizione che lui stesso aveva imposto a decine e decine di artisti sinistrorsi).

Ma torniamo al film.

Il Presidente degli Stati Uniti ha gravi problemi di salute, problemi che solo il suo staff ristretto conosce, e per questo decide di nominare a Segretario di Stato Robert Leffingwell (Henry Fonda) che considera l’unico in grado di prendere le redini – soprattutto in politica estera – che lui presto dovrà cedere.

Spetta a leader del partito di maggioranza Bob Munson (Walter Pidgeon) trovare i voti necessari alla nomina nella Commissione presieduta dal giovane Senatore Brigham Anderson.

L’ostacolo più grande è il rappresentante dell’opposizione, il Senatore veterano – visto che la sua prima elezione è avvenuta oltre quarant’anni prima – Seabright Colby (un gradissimo Charles Laughton) che trova Leffingwell troppo vicino all’ ideologia comunista per sedere su uno scranno così importante per il Paese.

Durante i lavori della Commissione esce fuori la testimonianza Herbert Gelman (Burgess Meredith) che afferma di aver partecipato ad alcune riunioni clandestine di una cellula comunista insieme a Leffingwell. Nel successivo interrogatorio lo stesso Leffingwell smonta con fermezza le accuse di Gelman che sembrano essere dettate solo dalla sua instabilità mentale.

Intanto, il Presidente della Commissione Anderson inizia a ricevere delle telefonate minatorie che vorrebbero fargli chiudere l’inchiesta per dare il nullaosta alla nomina proposta dal Presidente.

Lo stallo che si crea nella commissione porta Van Ackerman, la vera mente spregiudicata dietro il ricatto ai danni di Anderson, ad alzare il tiro e a inviare alla moglie del Presidente della Commissione foto e lettere che testimonierebbero una passata relazione omosessuale del marito. Devastato, Anderson si suicida nel suo studio. Ma…

Preminger, con un cast stellare, ci racconta una storia inventata – come sottolineano i titoli di testa – ma drammaticamente vera e attuale, inserendo nel cast uno dei simboli delle vittime del cosiddetto maccartismo: Burgess Meredith, che nel decennio successivo acquisterà fama mondiale interpretando Mickey Goldmill, il vecchio e non udente allenatore di pugilato del primo “Rocky”.

Lo stesso Meredith, infatti, finì alla fine degli anni Quaranta nella lista nera della Commissione contro la attività “antiamericane” e sedette come accusato nella stessa aula.

Nel 1949 fece in tempo però a realizzare il suo primo e unico film come regista: “L’uomo della Torre Eiffel” in cui – …guarda il caso… – Charles Laughton interpreta il commissario Maigret.

E, a proposito di Laughton, questa splendida pellicola deve essere ricordata anche perché fu l’ultima da lui interpretata, stroncato da un tumore pochi mesi dopo la fine delle riprese, mentre si preparava a interpretare Moustache in “Irma la dolce” di Billy Wilder, parte che poi venne affidata a Lou Jacobi.

Considerando i tempi e la morale di quando uscì nelle sale, anche “House of Cards” oggi sembra una serie per ragazzi.

Immortale.

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“After Life” di Ricky Gervais

(UK, 2019)

Il dolore è una brutta bestia. Sia quello fisico che quello morale tendono a svuotarci e a lasciarci senza speranza.

Così Tony (un sempre bravo e “fastidioso” Ricky Gervais) devastato dalla morte della moglie non intende più vivere. E prima di togliersi la vita decide di dire a tutti quelli che incontra cosa pensa di loro e delle loro schifose e miserabili esistenze.

Tutte le volte però che tenta di uccidersi, la sua cagna – un regalo che lui stesso fece alla moglie qualche anno prima – glielo impedisce. Così Tony è imprigionato in un’esistenza che non vuole ma di cui non riesce a disfarsi.

Anche se lui non lo riesce a vederlo però, al mondo ci sono persone a cui sta a cuore e che fanno di tutto pur di aiutarlo. Come suo cognato, il fratello di sua moglie, che è il direttore del piccolo giornale locale gratuito per cui lo stesso Tony lavora…

Gervais, che scrive e dirige la serie coprodotta da Netflix, ci porta per mano in un piccolo viaggio nel dolore della mancanza, nel mondo dei “sopravvissuti” che sono schiacciati dal senso di colpa per essere ancora vivi.

E fra un cattiveria e l’altra ci mostra come, grazie anche alle piccole cose, si può sopravvivere anche emotivamente.

Pochi giorni fa lo stesso Gervais ha annunciato l’avvio della seconda serie.

“Grisbì” di Jacques Becker

(Francia, 1954)

Il maestro François Truffaut ha definito, giustamente, il tema di questo film l’incrocio fra l’amicizia e la vecchiaia.

Infatti, il film di Becker inaugura un lungo filone dedicato alla criminalità, e allo scontro nel suo ambito fra vecchie e nuove generazioni. Tema ripreso anche, per esempio, dalla splendida saga de “Il Padrino” di Coppola.

Max (un grande Jean Gabin che per questa interpretazione vince la Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia del 1954) è un dei boss della mala di Orly, e assieme all’amico fraterno Riton (René Dary) ormai da qualche decennio gestisce i traffici illeciti della città.

I due, con sangue freddo e non poca abilità, hanno segretamente messo a segno il colpo che finalmente gli permetterà di ritirarsi: hanno rapinato un carico di lingotti d’oro all’aeroporto della città.

Nessuno sospetta di loro e Max e Riton aspettano solo che le acque si calmino per rivolgersi al loro ricettatore di fiducia. Ma Riton ha un debole per le ballerine e così incautamente rivela all’avvenente Josy (una giovanissima Jeanne Moreau) il colpo appena fatto. Josy però è una cocainomane e pur di garantirsi la dose racconta tutto a Angelo (un duro Lino Ventura al suo debutto cinematografico).

Per avere il famigerato malloppo (“grisbì” nell’allora gergo della mala francese) Angelo rapisce Riton e ricatta Max. Ma l’amicizia per il vecchio gangster è sacra e così non ci pensa due volte ad accettare la scambio. Ma Angelo, incautamente, considera Max un vecchio arrugginito…

Grande pellicola d’atmosfera che ci parla dello scontro generazionale della mala, appunto, fra quella affermatasi prima della Seconda Guerra Mondiale e quella cresciuta e maturata dopo, che ignora e calpesta i vecchi codici d’onore della prima.

E seguiamo il rapporto incondizionato fra due amici molti simili ma non uguali, perché uno non accetta il passare del tempo e l’invecchiare ed è convinto che frequentando donne sempre più giovani potrà evitarlo, mentre l’altro, serenamente rassegnato, accoglie saggiamente e senza troppi patemi il bianco dei suoi capelli e le rughe sul suo volto.

Da ricorda nel cast anche una giovanissima Delia Scala.

Per la chicca: il termine Grisbì, grazie al film, è stato parte integrante del nostro immaginario collettivo tanto che agli inizi degli anni Ottanta, quando una nota industria alimentare doveva lanciare un nuovo tipo di biscotto farcito al cioccolato, lo scelse proprio per dare l’idea di qualcosa di ricco, raro e ricercato. E gli spot di allora, che scimmiottano la pellicola di Becker, lo dimostrano fin troppo chiaramente.

“Roma” di Alfonso Cuarón

(Messico, 2018)

L’acqua è l’elemento ancestrale in cui è nata la vita.

E anche se l’abbiamo abbandonata per vivere sulla terra ferma, l’acqua ha ancora un ruolo primordiale nelle nostre esistenze. Nel liquido amniotico cresce il nostro feto fino a divenire un neonato. E una volta abbandonato il ventre materno, l’acqua continua ad avere un ruolo determinate: senza di lei moriremo in poche ore.

Partendo dall’acqua e tornando nell’acqua Alfonso Cuarón – che scrive e dirige il film, nonché ne cura la fotografia – ci racconta la storia della giovane Cleo (una bravissima Yalitza Aparicio) che lavora a servizio di un’agiata famiglia a Città del Messico nel 1970.

Così come al ridosso in quegli anni l’intero Occidente è scosso da moti rivoluzionari (che a guardare oggi la nostra società hanno lasciato la stessa eredità di una scritta sulla sabbia) e terribili atti reazionari, anche la famiglia dove lavora, e la stessa Cleo, sono travolte dagli eventi.

In una splendida scena (girata con un piano sequenza unico che rimarrà nella storia del cinema) che richiama per certi versi quella finale di “Interiors” di Woody Allen del 1978, scopriamo che la persona più forte, più limpida e pura è proprio Cleo, figlia del popolo, che grazie alla sua natura sincera salva la famiglia aristocratica e intellettuale che la mantiene.

Con una regia sublime e una fotografia in bianco e nero che difficilmente si dimentica “Roma” è di fatto una dei film più belli degli ultimi anni.

Fra le decine di premi vinti in tutto il mondo ci sono: il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia, il David di Donatello come miglior film straniero, l’Oscar come migliore fotografia, miglior film e miglior film straniero, e il Golden Globe in queste due ultime categorie.

Per la chicca: il titolo del film fa riferimento al quartiere di Città del Messico “Colonia Roma”, fondato agli inizi del Novecento, e divenuto nel corso di pochi decenni quello preferito dalla famiglie benestanti.

“Potter Potted – L’esperienza potteriana non autorizzata in una parodia di Dan e Jeff” di Daniel Clarkson e Jefferson Turner

(UK, dal 2007)

Tutto nasce ovviamente dal genio planetario della grande J. K. Rowling.

All’uscita del “Principe Mezzosangue”, il sesto libro della mitica serie su Harry Potter, una delle grandi librerie di Londra ebbe la strepitosa idea di ingaggiare due attori per intrattenere le persone in attesa nelle lunghe file.

Alla base c’era un recap, una sorta di sintesi recitata dei libri precedenti, fatta in pochi minuti. Con il passaparola il piccolo spettacolo iniziò ad avere sempre più successo fra le file davanti alle librerie.

Con il passare degli anni e l’uscita dell’ultimo capitolo della saga, “Potter Potted” da pochi minuti arriva a superare l’ora. Nel 2007 approda in teatro e col passare del tempo, e girando in tutto il mondo, riscuote un enorme successo e vince numerosi premi.

Finalmente questo particolare, atipico e divertentete spettacolo teatrale è approdato anche nei nostri teatri, regalandoci oltre settanta minuti di esilerante parodia sul fantastico mondo di Harry Potter.

Davide Nebbia e Mario Finulli sono i bravissimi interpreti della nostra versione, fatta per amanti del mondo di Hogwarts, e non solo.

“Il corridoio della paura” di Samuel Fuller

(USA, 1963)

Questo è uno degli esempi più riusciti e immortali del cinema indipendente americano, realizzato da uno dei maestri indiscussi del genere come Samuel Fuller, autore che ancora oggi i più grandi cineasti omaggiano e citano.

Girato a bassissimo costo e tutto in interni, “Il corridoio della paura” ci trascina in un viaggio allucinante nella mente umana e nei suoi più oscuri antri. E, come molti altri B movie dell’epoca, proprio grazie alla sua produzione indipendente e alla sua storia apparentemente banale, ci grida – tipico di Fuller – alcune denunce sociali.

La prima, quella più evidente, è il totale abbandono e la segregazione del tutto simile a quella carceraria delle persone con problemi psichici: sia di quelle pericolose per se stesse e per gli altri e, soprattutto, di quelle completamente innocue.

Poi, con grande coraggio, Fuller – che produce, scrive e dirige il film – lancia un urlo contro il razzismo (siamo nel 1963, è giusto ricordarlo) raccontandoci la storia di Trent, un paziente internato nel manicomio – allora si chiamavano ancora tristemente così – dove si fa rinchiudere il protagonista Johnny Barrett.

Trent è un uomo di colore nato nel profondo sud degli Stati Uniti. Dotato a scuola, grazie a numerose borse di studio riesce ad arrivare all’Università e diventare il primo studente di colore in un campus che da secoli era riservato ai bianchi.

Questo lo trasforma in un simbolo della lotta al razzismo, ma l’enorme pressione a cui è sottoposto e, soprattutto, il viscido e subdolo razzismo dei suoi professori e dei suoi compagni di studio dopo pochi anni lo fanno crollare. E così, nei momenti in cui non è catatonico, è convinto di essere uno dei membri più feroci del Ku Klux Klan, sempre a caccia di “negri” da linciare o impiccare.

L’ultima denuncia Fuller la lancia, con il plot principale, contro quel giornalismo spregiudicato e disposto a tutto pur di fare uno scoop. Johnny Barrett (Peter Breck) è un giovane e promettente redattore del giornale più venduto della città. La sua voglia di affermarsi e vincere il Premio Pulitzer lo porta a farsi internare nel manicomio cittadino per scoprire l’identità dell’assassino di un paziente.

Barrett ha l’appoggio del suo direttore, mentre la sua procace fidanzata Cathy (Costance Towers) nota spogliarellista, è totalmente contraria. Barrett, infatti, deve fingersi disturbato di mente e il piano è quello di far passare Cathy come sua sorella e lui come incestuoso fratello.

Alla fine Cathy cede, e per amore asseconda il piano, così Johnny viene internato nell’ospedale psichiatrico, dove l’unico momento di incontro con gli altri pazienti è nel corridoio. Il giornalista inizia le sue indagini che lo porteranno a trovare il colpevole, ma quanto gli costerà diventare famoso…?

Davvero una pietra miliare del cinema mondiale.

Fuller si ispirò alla vera inchiesta fatta dalla giornalista del “New York World” diretto da Pulitzer, Nellie Bly, che nel 1887 si fece rinchiudere sotto mentite spoglie in un manicomio di New York dove passò dieci terrificanti giorni ai termini dei quali scrisse un reportage che fece scoppiare un enorme scandalo politico e sanitario.

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“Cat Ballou” di Elliot Silverstein

(USA, 1965)

Scritto da Walter Newman e Frank. P. Pierson (che poi vincerà l’Oscar come migliore sceneggiatore per lo script di “Quel pomeriggio di un giorno da cani” diretto da Sidney Lumet), anche se tratto dal romanzo di Roy Chanslor, “Cat Ballou” ha però un tono ben diverso dal libro, molto più ironico e scanzonato, e davvero innovativo.

Infatti Catherine Ballou (interpretata da una bravissima e luminosa Jane Fonda) – la “Cat Ballou” del titolo – è una protagonista davvero insolita per un film western. Nonostante la formale educazione ricevuta in un collegio di suore, quando lo spietato bounty killer Silvernoose (Lee Marvin) le uccide davanti agli occhi il padre, lei non esita a chiedere a Kid Shelleen (sempre Lee Marvin nel suo secondo ruolo), che aveva assoldato per difenderlo, di farle giustizia sommaria.

Fra le grandi novità che introduce il film c’è quella impensabile fino a poco tempo prima: tutti gli uomini che portano stivali, speroni e lunghe pistole non sembrano essere all’altezza degli eventi. A partire dallo stesso Shelleen una volta mito del selvaggio West e ormai ridotto a un misero alcolista che non si rende conto neanche di quando gli calano le braghe. Per non parlare dei due cowboy Clay e Jed, pavidi truffatori che dissimulano uno strano e ambiguo reciproco rapporto, gli unici, a parte l’indiano Jackson-Due Orsi (continuamente vessato per il colore della sua pelle) disposti ad aiutarla…

Insomma, una commedia molto particolare grottesca e divertente ambientata nel West – “mostro sacro” della cultura nordamericana – antesignana delle lotte sociali che in quegli anni avevano appena acceso le polveri, e avevano nel loro centro la lotta al razzismo e l’emancipazione della donna.

Paragonabile solo a “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” diretto dal grande Mel Brooks quasi un decennio dopo, e alle ancora più recenti pellicole simili dei fratelli Coen.

Jane Fonda, che con questo film viene consacrata a star di primo livello, già palesa quello che sarà il suo cinema: fatto di donne che devono lottare quotidianamente contro l’arroganza, l’ingerenza e la prepotenza degli uomini.

Da ricordare anche l’interpretazione di Lee Marvin, che non a caso vince l’Oscar come miglior attore protagonista, spesso simbolo di uomini e personaggi duri e tosti, che invece qui ci regala un ubriacone patetico e rassegnato, che fa da contraltare allo spietato e piatto Silvernoose.

Questa pellicola è stata anche l’ultima interpretata da Nat King Cole, stroncato da un cancro ai polmoni – le cui prime avvisaglie emersero proprio sul set – molti mesi prima che il film approdasse nelle sale.

Cole è stato il prima artista di colore ad avere un programma alla radio e successivamente alla televisione tutto suo, anche se poi le feroci polemiche razziali di impavidi benpensanti portarono altrettanti pavidi sponsor al ritiro dei loro finanziamenti.

Sempre in prima linea contro il razzismo, anche nel mondo dello spettacolo, ne subì le dirette conseguenze nel 1956 quando venne pestato a sangue a Birmingham, in Alabama, da un gruppo di ameni membri del “White Citizens’ Council” poco dopo aver iniziato il suo concerto. Evento che viene ricordato anche nel recente e splendido “Green Book” di Peter Farrelly.

Artista fra i più quotati in quel periodo negli USA e nel mondo, Nat King Cole ebbe difficoltà ad ottenere la parte di Sunrise Kid – uno dei due cantastorie del film – e vediamo se qualcuno ne indovina il motivo? …Il colore della sua pelle, esatto! La produzione, infatti, era propensa a “non turbare troppo” la morale degli spettatori con un cowboy di colore che suona e canta nel vecchio West (…poveri noi!).

Fortunatamente, sia il regista che il cast artistico – così dicono le cronache dell’epoca – ebbero la meglio.

 

“Il ciclo del progresso” di Rayka Zehtabchi

(USA, 2018)

Netflix, insieme agli studenti di un campus di Los Angeles, produce questo piccolo ma al tempo stesso grandissimo documentario.

Siamo a circa sessanta chilometri da Nuova Delhi, e grazie al contributo fattivo degli studenti americani viene impiantata una piccola fabbrica a basso costo per assorbenti femminili. Nella grande India solo il 10% delle donne usa normalmente assorbenti, il resto usa panni o stracci, molti dei quali raccolti in strada o nei rifiuti.

Così come la pillola anticoncezionale, la libera diffusione degli assorbenti segna un punto importante nell’emancipazione sociale della donna. Seguiamo, infatti, le interviste a giovani ragazze che, non avevado mai visto un assorbente in vita loro, all’arrivo delle prime mestruazioni hanno dovuto abbandonare gli studi.

La nuova fabbrica, completamente gestita da donne, produce assorbenti a basso costo compatibili con le tasche di tutte, e permette alle sue lavoranti di ottenere indipendenza e rispetto da parte di padri, fratelli e mariti.

Come dice l’ingegnere inventore dei macchinari per la produzione degli assorbenti: “Non è la tigre, l’elefante o il leone l’animale più forte creato da Dio, ma la donna”.

23 minuti di grande amore, speranza e dignità. Alla faccia di quegli uomini piccoli piccoli che hanno il terrore che tutte le donne finalmente ne prendano atto.

Fra i numerosi premi vinti da questo corto – che in originale è “Period. End Of Sentence” – c’è anche l’Oscar come Miglior Cortometraggio Documentario 2019.