“5 giorni fuori” di Ryan Fleck e Anna Boden

(USA, 2010)

Tratto dal romanzo “It’s Kind of a Funny Story“di Ned Vizzini questo film, scritto e diretto da Ryan Flack e Anna Boden, ci parla di uno dei temi più complicati della nostra società: la grave depressione adolescenziale che può portare al suicidio.

Un tema davvero tosto, ma grazie al romanzo di Vizzini e alla sceneggiatura di Flack e Boden, “5 giorni fuori” ci racconta il ricovero in un reparto psichiatrico del sedicenne Craig (un bravo Keir Gilchrist) colto da terribili istinti suicidi. Prima di saltare da un ponte nel gelido fiume, fortunatamente Craig ha la presenza di spirito di correre al pronto soccorso dove, appunto, viene ricoverato d’urgenza.

Nella settimana che passerà in un ambiente all’inizio molto drammatico, Craig si confronterà con persone tanto diverse da lui, ma con lo stesso istinto di autodistruzione. Il paziente con cui il giovane ragazzo legherà di più è Bobby (Zach Galifianakis) un trentacinquenne con un matrimonio fallito, una figlia piccola e mezza dozzina di tentati sucidi alle spalle. C’è poi Noelle (Emma Roberts) un’adolescente come Craig, che porta sul viso e sulle braccia i tagli che si è autoinflitta per punirsi.

Ma non si scade mai nel banale o nel patetico, la depressione è una vera e propria malattia che se sottovalutata, come le più micidiali, uccide. E così Boden e Fleck ce ne parlano senza falsi sentimentalismi o patetici accenti. Così come si dovrebbero affrontare tutte le malattie, soprattutto quelle che colpiscono i più giovani.

Da vedere.

“Hoppity va in città” di Dave Fleischer

(USA, 1941)

Ma davvero Walt Disney non ha mai dovuto subire la concorrenza di altri artisti geniali del cartone animato? Ovviamente no. Max Fleischer fu un geniale autore di cartoni animati quanto Disney.

Classe 1883, Fleischer nasce a Cracovia, in Polonia, e una volta trasferitosi negli Stati Uniti si appassiona all’animazione. Inventa il rotoscopio grazie al quale fonda col fratello Dave i Fleischer Studios. Fra i numerosi successi animati creati dai due va ricordata su tutti Betty Boop. Nel 1939, sulla scia del successo di “Biancaneve e i sette nani” dello stesso Disney, i Fleischer realizzano il loro primo lungometraggio “I viaggi di Gulliver” che riscuote un buon successo, proprio grazie al quale viene prodotto il secondo film: “Hoppity va in città”.

La pellicola ci racconta la storia di una piccola comunità di insetti che vive nel giardino di una casetta al centro di una grande metropoli in espansione. Il vecchio recinto, che proteggeva il piccolo spazio verde, si è rotto e così i passanti lo invadono sempre più di frequente, calpestando le case dei poveri insetti o gettandoci sopra mozziconi e rifiuti.

La situazione precipita quando Dolcezza, la bella figlia del signor Calabrone, proprietario del negozio di miele, e Hoppity il giovane grillo ottimista – che nel carattere e nel passo dinoccolato ricorda molto il James Stewart del tempo – si dichiarano, facendo esplodere la gelosia del perfido signor Scarafaggio…

Con disegni che sono delle vere e proprie opere d’arte, “Hoppity va in città” possiede ancora chiaramente spunti, soluzioni narrative e visive a cui si sono ispirati quasi tutti gli autori di cortometraggi e lungometraggi di animazione successivi, fino ad arrivare a quelli contemporanei come “Z la formica” o “A Bug’s Life – Megaminimondo”. Il film di Flaischer è un vero e proprio capolavoro d’animazione così come quelli firmati dal genio di Walt Disney.

Ma che cosa è successo dopo? E perché i Fleischer sono scomparsi dal panorama cinematografico?

“Hoppity va in città”, che avrebbe dovuto ripagare i debiti che la sua casa di produzione aveva con i finanziatori uscì il 5 dicembre del 1941, 48 ore prima che i giapponesi attaccassero Pearl Harbor cambiando drasticamente la società americana e facendo naufragare il film al botteghino. I Fleischer furono costretti così a svendere la loro casa di produzione alla Paramount, lasciando definitivamente libero il campo al grande Walt Disney.

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“Un uomo a nudo” di Frank Perry e Sidney Pollack

(USA, 1968)

Non credo ci sia un altro personaggio cinematografico degli anni Sessanta che rappresenti meglio il declino e il fallimento del sogno americano, sbocciato durante il New Deal rooseveltiano, del Ned Merrill di questo bel film.

Tratto dal racconto “The Swimmer” di John Cheever, “Un uomo a nudo” si svolge durante una bella giornata estiva in una contea ricca e florida alle porte di New York. La zona è seminata di splendide ville, molte delle quali hanno una lussuosa piscina, nuovo status symbol dell’upper-class americana.

Proprio nei pressi di una di queste arriva, indossando solo un costume, Ned Merrill (un grande Burt Lancaster) apparentemente un uomo di successo e amato da tutti che, col permesso dei padroni di casa, si tuffa per fare un bagno. Una volta uscito Ned ha un’idea: attraversare la contea nuotando nella piscina di ogni villa che lo separa dalla sua ricca magione.

Ma in ogni piscina che attraversa Ned farà i conti con se stesso e il suo passato che drammaticamente lo hanno portato al fallimento lavorativo e umano.

Splendido e bravo come sempre Lancaster che recita con addosso solo un costume, e a 55 anni suonati mostra un fisico perfetto. La produzione fece rigirare a Sidney Pollack due scene, fra cui quella fondamentale dell’ultima piscina.

Davvero un grande Lancaster e davvero un gran bel film.

“Rogue One: A Star Wars Story” di Gareth Edwards

(USA, 2016)

Scritto da Chris Weitz e Tony Gilroy – giovani ma ben rodati sceneggiatori – e diretto da Gareth Edwards, è arrivato caldo caldo nelle sale italiane l’ultimo capitolo della saga più famosa della storia del cinema.

Ultimo sì, ma non in senso cronologico della storia – che al momento rimane “Star Wars: Il risveglio della Forza” – questo “Rogue One” (che è il primo della nuova serie “Star Wars Anthology” che racchiuderà una serie di pellicole parallele a quelle vere e proprie della saga) è ambientato poco prima di “Guerre Stellari” – che poi ha preso il titolo “Una nuova speranza” – e ci racconta come un manipolo di ribelli eroi riesca a rubare i preziosissimi piani della famigerata Morte Nera, dettaglio fondamentale dello stesso primo film, fino a oggi mai affrontato.

Nel cast spiccano Felicity Jones, Forest Whitaker, Mads Mikkelsen (il primo cattivissimo di James Bond/Daniel Craig) e Diego Luna (attore e regista messicano, interprete fra gli altri di film come “Elysium”, “Milk” o “Il Libro della Vita”). E ovviamente lui, il cattivo dei cattivi, colui che una volta era Anakin Skywalker: Lord Darth Vader. E con lui è presente anche un tormentato rapporto padre-figlio, o meglio figlia.

Se “Star Wars: Il risveglio della Forza” era rivolto alle nuove generazioni, questo “Rogue One” è stato pensato, scritto e realizzato per chi nel lontano 1977 rimase “folgorato” – eddaje! – al cinema da “Guerra Stellari”.

Torna tutto, tutto si incastra e ci prepara per andare “Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana”. E poi c’è l’incredibile ricostruzione digitale di Peter Cushing, che come in “Star Wars: Una nuova speranza” interpreta il perfido Tarkin, incredibile visto che Cushing è scomparso nel 1994. E quella di…

Il titolo – che letteralmente sarebbe “canaglia 1” – è riferito a… beh, ve lo andate a vedere al cinema!

Per veri amatori: astenersi perditempo.

“Scusate se esisto!” di Riccardo Milani

(Italia, 2015)

Che il nostro sia un Paese maschilista è un dato di fatto. Ma di commedie divertenti che ne parlano così schiettamente ce ne sono poche. Questa di Riccardo Milani è quindi una piacevole eccezione.

Serena Bruno (una brava Paola Cortellesi) a causa del suo cognome viene scambiata spesso per un uomo. E così, molto probabilmente, il suo lavoro viene selezionato per il risanamento di uno dei quartieri più degradati di Roma: il Corviale. Ma tutti si aspettano un uomo con cui confrontarsi…

Ispirata a una storia vera – …guarda un pò – questa deliziosa commedia degli equivoci parla chiaro e diretto della considerazione che le donne hanno sul lavoro nel nostro Paese e sulla loro battaglia quotidiana e impari contro il famigerato patriarcato.

Risate agrodolci quindi…

“Il grande Lebowsky” di Joel Coen

(USA/UK, 1998)

Questa, per me, è l’opera cinematografica più grande di Joel ed Ethan Coen.

E’ il film più riuscito e geniale. Con un cast strepitoso a partire da Jeff Bridges che ingiustamente non vincerà l’Oscar per la sua magistrale interpretazione, a John Goodman il cui personaggio è ispirato – dicono alcuni rumors – al regista John Milius, a Steve Buscemi, all’algida Julianne Moore e all’allora poco conosciuto Philip Seymour Hoffman nei panni di Brandt, giovane lacchè del ricco e omonimo magnate Lebowski.

Le vicende cui è protagonista il Drugo hanno fatto storia nel cinema e nella cultura contemporanea. Il tutto con lo sfondo di un’America dei primi anni Novanta alle prese con la prima e allora “innocente” invasione del Kuwait da parte delle truppe di Saddam Hussein.

Un’America estrema quindi, molto simile a quella di oggi, che è fin troppo ben rappresentata da Walter (un grandioso Goodman appunto) razzista e reazionario dalla pistola facile, ma che ha nel bowling la sua religione. Il tutto narrato da un affascinante, elegante e pulito Straniero che ha i baffi e la voce calda di Sam Elliot.

Grandioso cameo di John Turturro che lecca una palla da bowling, così come sono fantastici i trip che si fa il Drugo…

Copiato di continuo, è un film indispensabile in ogni cineteca degna di questo nome.

“Il tempo si è fermato” di John Farrow

(USA, 1948)

Qui parliamo di uno degli esempi più riusciti di noir americano anni Quaranta.

La vicenda in cui viene coinvolto, suo malgrado, George Stroud (un bravissimo Ray Milland) si intreccia con quella del perfido e ambiguo magnate dell’editoria Earl Janoth (un Charles Laughton d’annata) che ricorda tanto – forse pure troppo – il famoso William Randolph Hearst, re dell’editoria scandalistica di quegli anni e ispiratore anche del Charles Foster Kane dell’assoluto “Quarto potere” di Orson Welles.

Stroud è il responsabile della rivista dedicata alla criminologia che fa parte dell’impero editoriale “Janoth”, fondato e guidato senza il minimo scrupolo dal perfido e glaciale Earl Janoth.

La mattina dell’ultimo giorno di lavoro prima di una vacanza che a casa moglie e figlio aspettano da cinque anni, Stroud viene convocato dallo stesso Janoth. Le ferie devono essere nuovamente rimandate: il giornale diretto da Stroud deve indagare su un nuovo caso.

Quando George si rifiuta di cedere Janoth lo licenzia. Prima di tornare a casa dalla moglie, George Stroud decide di bere un sorso in un affollato locale. Lì viene raggiunto da Pauline York (Rita Johnson), un’appariscente modella, anche lei in conflitto con Janoth. La bella donna ha un piano per vendicarsi…

Tratto dal romanzo di Kenneth Fearing e sceneggiato da Jonathan Latimer, “Il tempo si è fermato” è strutturato come il meccanismo perfetto di un orologio di alta precisione – non a caso il titolo originale è “The Big Clock” – condito da piani sequenza alquanto arditi per l’epoca grazie alla regia di John Farrow (papà di Mia), un meccanismo successivamente molto copiato (“Senza via di scampo” con Kevin Costner e diretto da Roger Donaldson nel 1987, solo per dirne uno).

Piccola e irresistibile parte anche per Elsa Lanchester, moglie nella vita di Laughton, che con la sua battuta fulminante chiude il film, tagliata purtroppo nella vecchia versione italiana.

Un gioiellino, ancora oggi, perfettamente funzionante.

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“Tsumiki no ie” di Kunio Kato

(Giappone, 2008)

Ci sono molti modi per raccontare uno stato d’animo o un particolare momento della vita. Non tutti sono uguali e, soprattutto, non tutti sanno essere poetici ed emozionanti come questo cortometraggio animato giapponese “Tsumiki no ie”, noto anche con il titolo francese “La Maison en Petits Cubes”, che è stato diretto da Kunio Katō nel 2008.

Un anziano vive in una piccola casa cubica in mezzo al mare. Il piccolo locale è solo l’ultimo di una lunga serie, il primo dei quali è alla base dell’alta colonna di cubi che dal fondo arriva fino al pelo dell’acqua, che costantemente sale.

Fenomeno che costringe l’anziano periodicamente a costruire un nuovo piccolo cubo, sul tetto di quello che ormai è allagato. Proprio quando l’uomo finisce di costruire la nuova casa, la sua vecchia e preziosa pipa si inabissa nella botola del pavimento che collega verticalmente i locali. L’anziano sarà costretto a immergersi nelle sue vecchie case – e nei suoi numerosi ricordi – per ritrovarla…

Il cineasta giapponese ci regala 12 minuti di malinconica e silenziosa poesia, in uno stile grafico che sembra appartenere più agli autori francesi che nipponici, ma che si vede provenire dalla grande tradizione di animazione del Sol Levante.

Da vedere.

“A 30 milioni di km dalla Terra” di Nathan Juran

(USA, 1957)

Negli anni Cinquanta Roma è stata il set di numerose e famose pellicole come “Guardie e ladri” e “I soliti ignoti” di Mario Monicelli, o “Poveri ma belli” di Dino Risi. Ma nello stesso periodo – proprio nel 1957, anno in cui Risi girava il primo film con Maurizio Arena e Renato Salvatori – una troupe statunitense girava nella Capitale gli esterni di un film di fantascienza che sarebbe diventato di vero e proprio cult nei decenni successivi.

L’idea di realizzare un film di fantascienza ambientato a Roma venne nei primi anni Cinquanta al geniale Ray Harryhausen, giovane esperto di effetti speciali. Ma il costo fece slittare di parecchio la realizzazione del film che poi, scritto da Christopher Knopf e Robert Creighton Williams, venne diretto dall’ottimo artigiano della MDP, di origini austriache, Nathan Juran.

Al rientro dalla prima e segretissima spedizione spaziale su Venere, il razzo cosmico guidato dal colonnello Robert Calder (William Hopper) naufraga nel mare, vicino alle coste della Sicilia. Unico sopravvissuto all’impatto è proprio Calder che, una volta ripresosi, comunica al Pentagono la sua posizione. La priorità, per il militare, è ritrovare il campione biologico che la spedizione ha prelevato su Venere.

Ma lo strano cilindro con dentro un uovo in gelatina viene ritrovato sulla spiaggia da un ragazzino del posto che lo vende al Dottor Leonardo (Frank Puglia), un famoso etologo del Giardino Zoologico di Roma, in vacanza studio nel luogo. Poche ore dopo l’uovo gelatinoso si schiude per far uscire una piccola e minacciosa lucertola che cammina sulle zampe posteriori. Respirando l’ossigeno terrestre la creatura comincia a ingigantirsi fino a costringere i militari, che nel frattempo hanno localizzato Leonardo, a tramortirla con l’elettricità. La creatura extraterrestre viene così portata nel Giardino Zoologico di Roma per essere studiata ma, a causa di un banale incidente, riesce a liberarsi per poi fuggire e seminare terrore e distruzione nella Città Eterna…

Al di là della storia, che comunque ha il suo fascino – e ricorda in tinte horror quella di “E.T. L’Extraterrestre” di Spielberg – la bellezza di “A 30 milioni di km dalla Terra” sta negli effetti speciali concepiti, creati e filmati a “passo uno” dal grande Ray Harryhausen, che realizzava tutto senza l’aiuto di nessun collaboratore. Fra le scene memorabili devono essere ricordate la battaglia fra la creatura extraterrestre e un elefante che dal Giardino Zoologico, passando davanti alla Galleria Borghese, per via Cristoforo Colombo, arriva fino a Castel Sant’Angelo – con una spettacolare distruzione di Ponte Sant’Angelo – e che trova il suo l’epilogo finale sul Colosseo: davvero strepitoso!

A fare l’eroe, un po’ troppo ingessato per la verità, è William Hopper, famoso per interpretare il detective Paul Drake, braccio destro del Perry Mason televisivo impersonato da Raymond Burr; nonché figlio della “famigerata” Hedda Hopper, penna “armata” e feroce del maccartismo più intransigente che flagellò Hollywood a partire dalla fine degli anni Quaranta.

Per capire bene l’impronta che Ray Harryhausen ha lasciato nel cinema bastano due piccoli esempi: nel 2013 il grande Guillermo Del Toro dedica il suo “Pacific Rim” alla “memoria dei maestri dei mostri Ray Harryhausen e Ishiro Honda” (papà del primo e inarrivabile “Godzilla” e regista di “Latitudine Zero“). E per finire, nello splendido “Monsters & Co.” di Pete Docter il ristorante di sushi, alla  moda e molto esclusivo, in cui Sulley riesce a prenotare per Mike e Celia si chiama, guarda il caso, “Harryhausen’s”.

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“Ernest & Celestine” di Stéphane Aubier, Vincent Patar e Benjamin Renner

(Fra/Bel, 2012)

Ernest e Celestine sono i protagonisti dei libri per bambini scritti e disegnati dall’autrice belga Gabrielle Vincent. Dai vari volumi Daniel Pennac ha realizzato la sceneggiatura di questa dolce e delicata pellicola d’animazione.

Ernest è un orso solitario che vive di piccoli espedienti e la sera si rifugia nel suo nascondiglio segreto e isolato. Gli altri orsi a malapena lo tollerano visto che lui cammina sul filo sottile che divide il “permesso” e il “vietato” dalle ferree e dure leggi che regolano il mondo degli Orsi.

Nel sottosuolo, invece, si sviluppa il mondo dei Topi, che fin da piccoli vengono educati ad aver paura degli Orsi. Ma i roditori hanno bisogno dei loro inquilini superiori, visto che con i denti che i piccoli orsi perdono e lasciano la notte sotto il cuscino, rimpiazzano i propri. Grazie ai loro sforzi e ai loro denti, infatti, i Topi hanno costruito una città immensa, piena di macchinari e importanti strumenti per la vita quotidiana.

La piccola Celestine è fra i giovani topi che la notte deve salire in superficie e trovare i dentini degli orsi. Durante una spedizione notturna Celestine si imbatte casualmente in Ernest, incontro che finirà per cambiare per sempre i due mondi…

Davvero una piccola pellicola garbata e gradevole, che nella nostra versione ha le voci di Claudio Bisio e Alba Rohrwarcher, adatta ai bambini come ai grandi.

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