“Heavy Metal” di Gerald Potterton

(Canada, 1981)

Questo lungometraggio animato è considerato, giustamente, il vero e proprio cult che consacra definitivamente il genere fantasy fra i grandi del cinema.

A produrlo è il Canada che in quegli anni, anche attraverso la sua televisione innovativa e molto giovane, è una vera e propria fucina di nuovi talenti che poi diverranno famosi anche a Hollywood.

Fra i produttori c’è Ivan Reitman, che poi dirigerà blockbuster planetari come i primi due “Ghostbusters”, “Dave – Presidente per un giorno” e “I gemelli”.

Poi ci sono le voci di attori come John Candy e Eugene Levy che stavano diventando volti noti in numerose commedie di successo.

Ma “Heavy Metal” non deve essere ricordato solo per questo, la sua innovazione concettuale e stilistica è davvero un’apripista per il filone fantasy e per il cinema in generale.

Sulla scia del film “Fritz il gatto”, primo cartone animato di successo con una visione per soli adulti, e ispirandosi a una famosa serie di fumetti americana, Gerald Potterton realizza un film pieno zeppo di “Sesso, droga e Rock’n’Roll”, citando la locandina del film.

Nei sette episodi che lo compongono, il cui fil rouge è la malvagità del Loc-Nar una pietra vivente verde e luminosa che sembra proprio essere l’essenza pura del male, assistiamo alle atrocità che questa ha fatto commettere ad esseri viventi di ogni specie, in ogni luogo e in ogni tempo…

Ancora oggi molto spesso citato e scopiazzato – fra tutti la splendida serie d’animazione “LOVE DEATH + ROBOTS” di David Fincher e Tim Miller – “Heavy Metal” è un film da vedere.

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“The Secret of Kells” di Tomm Moore

(2009, Irlanda/Francia/Belgio)

L’irlandese Tomm Moore è considerato, non a torto, uno dei maestri dell’animazione mondiale. Nato a Newry nel 1977, Moore ha saputo costruire nel corso degli anni una poetica visiva del tutto personale, capace di attingere a piene mani dalla tradizione celtica e dalla cultura folklorica irlandese senza mai scivolare nella semplice illustrazione pittoresca. Il suo nome è legato a una trilogia ideale dedicata all’Irlanda e alle sue leggende: dopo “The Secret of Kells” è arrivata “La canzone del mare” (2014), anch’essa candidata all’Oscar come miglior film d’animazione, e poi “Wolfwalkers – Il popolo dei lupi” (2020), che ha completato questo percorso straordinario. Tre film, tre candidature alla statuetta più ambita, tre capolavori capaci di tenere testa alle produzioni dei grandi studi americani e giapponesi con budget enormemente inferiori e con un’autenticità narrativa davvero rara.

“The Secret of Kells” nasce come coproduzione tra Irlanda, Francia e Belgio, e deve parte della sua origine proprio al Cartoon Saloon, lo studio di animazione fondato dallo stesso Moore a Kilkenny, città che si trova a pochi chilometri dall’abbazia da cui il film prende il nome. Un dato geografico che non è affatto casuale: il Libro di Kells, il manoscritto miniato del IX secolo considerato uno dei capolavori assoluti dell’arte medievale europea, è ancora oggi conservato al Trinity College di Dublino ed è ammirato ogni anno da centinaia di migliaia di turisti. Moore sceglie questo straordinario oggetto storico come fulcro della sua storia, trasformandolo in un simbolo potentissimo della resistenza della bellezza contro la violenza e l’oscurità.

La storia ci porta nell’Irlanda del IX secolo, in un’epoca in cui le razzie vichinghe seminano terrore lungo le coste e nell’entroterra. L’abate Cellach governa la comunità dell’abbazia di Kells con pugno fermo e mente pragmatica: sa che i barbari del Nord non si fermeranno, e così concentra ogni energia e ogni risorsa disponibile nel completamento delle mura difensive che dovrebbero proteggere il suo popolo. Per lui, l’abbazia è prima di tutto una fortezza, e la salvezza della comunità dipende dalla rapidità con cui queste mura verranno ultimate.

Suo nipote dodicenne Brendan ha però altri occhi e un’altra anima. Cresciuto all’interno dell’abbazia, curioso e intraprendente, Brendan sogna mondi che vanno ben oltre le mura che lo circondano. Quando nell’abbazia arriva il vecchio fratello Aidan, sopravvissuto alle distruzioni e portatore del grande Libro di Kells ancora incompleto, per Brendan si apre un universo nuovo. Aidan è l’ultimo custode di un sapere antico e prezioso, e riconosce subito nel ragazzo il talento e la sensibilità necessari per portare a termine l’opera. Così Brendan lascia gli studi pratici di carpentiere per diventare miniatore, apprendendo i segreti dell’arte dell’illustrazione sacra.

Ma Cellach non può permettersi distrazioni, e la tensione tra lo zio-abate e il nipote diventa il cuore emotivo del film: da un lato la necessità pratica della sopravvivenza immediata, dall’altro il valore assoluto e duraturo della cultura e della bellezza. Moore non sceglie, non condanna nessuno dei due: Cellach non è cattivo né spietato, è un uomo che ama il suo popolo e cerca di proteggerlo con i mezzi che conosce. Brendan non è un ribelle, è un bambino che segue la sua vocazione. È questo equilibrio morale, unito alla bellezza visiva del film, a rendere “The Secret of Kells” un’opera che si rivolge agli adulti non meno che ai bambini.

Lo stile visivo del film è qualcosa di assolutamente unico nel panorama dell’animazione contemporanea. Moore e i suoi collaboratori si sono ispirati direttamente all’estetica dei manoscritti medievali celtici: linee sinuose e geometriche, motivi ornamentali che richiamano le spirali e i nodi tipici dell’arte insulare, fondali quasi piatti che ricordano la bidimensionalità della miniatura medievale. Le sequenze ambientate nella foresta — dove Brendan incontra la volpe fatata Aisling, spirito del bosco che diventa la sua guida e amica — sono tra le cose più belle che si possano vedere nel cinema d’animazione degli ultimi vent’anni. Colori accesi e al tempo stesso armoniosi, movimenti fluidi, una fotografia che sembra davvero uscita dalle pagine di un antico codice.

La foresta e i suoi segreti, il passato celtico che sopravvive ai bordi del mondo cristiano, la minaccia oscura dei vichinghi resa con immagini di rara intensità simbolica: Moore costruisce un film che è insieme storia d’avventura, racconto di formazione e riflessione profonda sul senso dell’arte e della memoria culturale. Il Libro di Kells non è solo un oggetto bello: è la testimonianza che anche nelle epoche più buie e violente l’umanità ha trovato la forza di creare qualcosa di eterno.

“The Secret of Kells” è una pellicola imperdibile, un gioiello dell’animazione europea che meriterebbe una distribuzione italiana all’altezza della sua importanza. Purtroppo, al momento, non è disponibile una versione doppiata nella nostra lingua, il che ne limita la fruizione al grande pubblico. Un’occasione mancata, speriamo solo provvisoria, per un film che ogni amante del cinema d’animazione — e non solo — dovrebbe poter vedere.

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“Visite a domicilio” di Howard Zieff

(USA, 1978)

La riforma della Sanità, da pubblica a privata, negli Stati Uniti fu introdotta dal Presidente Nixon alla fine degli anni Sessanta, ma i suoi i veri effetti il popolo americano li percepì definitivamente a partire dalla metà del decennio successivo.

Il fatto di avere una Sanità a pagamento, attraverso le assicurazioni (e quindi, volenti o nolenti, dividere i pazienti in quelli che se la possono permettere e in quelli che non se la posso permettere) è un problema che ha investito recentemente anche la presidenza Obama.

Nel 1978, anno in cui uscì questa deliziosa commedia, per noi italiani era – fortunatamente – impensabile concepire una Sanità totalmente a pagamento e basata sulle assicurazioni, e così il motore trainante del film apparve forse troppo remoto, e in molti si concentrarono esclusivamente su i suoi due grandi protagonisti e i loro dialoghi, piuttosto che su tutto l’insieme.

Oggi però che anche la nostra situazione sta cambiando, e il nostro Sistema Sanitario si “appoggia” sempre più spesso a quello privato, il film riacquista nuovi spunti.

L’ottimo chirurgo Charley Nichols (un sempre grande Walter Matthau) rientra dopo tre mesi di congedo personale al Kensington General Hospital di Los Angeles. Ha passato gli ultimi novanta giorni solo alle Hawaii per riprendersi dalla morte della moglie. Grazie alla sua redditizia professione Nichols può permettersi ogni lusso per consolarsi.  

La volitiva pasticcera e divorziata Ann Atkinson (Glenda Jackson) ha molti problemi per sbarcare il lunario. Sei mesi l’anno poi deve mantenere anche suo figlio adolescente Michael (interpretato da Charles Matthau, vero figlio di Walter) visto che il suo ex marito non le passa neanche un centesimo di alimenti.

Quando il destino porta i due a incontrarsi la situazione diventa esplosiva…

Ottima commedia con un cast davvero di alto livello dove, a parte i due protagonisti, meritano di essere ricordati Art Carney (che con lo stesso Matthau negli anni Sessanta portò al successo la commedia allora off-Broadway “La strana coppia” di Neil Simon, poi divenuta un noto film) e Richard Benjamin, attore e regista di numerose commedie di successo.  

Per la chicca: da questo film è stata tratta una serie televisiva che ha riscosso un discreto successo di pubblico fra la fine degli anni Settanta e primi degli Ottanta.

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“Detour” di Egdar G. Ulmer

(USA, 1945)

Edgar G. Ulmer è stato uno dei più importanti e laboriosi scenografi che abbia avuto il cinema mondiale dai suoi albori fino alla fine degli anni Sessanta. Nato a Olomouc, attuale Repubblica Ceca, Ulmer inizia giovanissimo a collaborare alle scenografie di spettacoli teatrali e film che si realizzano nel centro Europa, legati a filo doppio con l’espressionismo tedesco che in quel momento illumina la cultura mondiale.

A metà degli anni Venti sbarca a Hollywood e collabora con Friedrich Wilhelm Murnau. Dopo una parentesi in Germania, torna a Hollywood dove inizia a dirigere quelli che poco dopo saranno chiamati B-movie, ma che segneranno profondamente la cultura popolare americana come “The Black Cat” del 1933, con Boris Karloff e Bela Lugosi.

Così, con un’enorme esperienza e un occhio da vero artista, Ulmer nel 1945 gira “Detour”, tratto dal romanzo di Martin Goldsmith, che ne scrive anche la sceneggiatura.

“Detour” è uno dei film più significativi del grande cinema noir americano anni Quaranta (tanto da essere inserito nella lista delle pellicole conservate nella Biblioteca del Senato degli Stati Uniti), nonostante sia stato girato in soli 6 giorni, a bassissimo costo, e con un cast artistico totalmente sconosciuto.

Con cupe atmosfere kafkiane e una narrazione circolare, “Detour” ci racconta gli eventi incredibili e tragicamente assurdi di Al Roberts (Tom Neal), giovane pianista di night club newyorkesi che vuole semplicemente raggiungere e sposare la sua fidanzata Sue, la quale si è trasferita a Los Angeles qualche settimana prima per cercare fortuna come cantante.

Ma nelle tasche di Al ci sono solo pochi spicci, e così l’uomo è costretto a fare l’autostop per raggiungere la West Coast. E proprio un passaggio offertogli dall’allibratore Charles Haskell Jr. cambierà per sempre la sua esistenza. Sulla sua strada poi arriverà Vera (Ann Savage), una Dark Lady da antologia.

Davvero un piccolo gioiello in bianco e nero che ci trascina sospesi e increduli fino alla fine, fotogramma dopo fotogramma.

Fra gli estimatori dell’arte cinematografica di Ulmer ci sono, solo per dirne alcuni, cineasti come François Truffaut e Martin Scorsese.

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“Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento” di Hiromasa Yonebayashi

(Giappone, 2010)

Come molte altre opere realizzate dallo Studio Ghibli, questa nasce da una delle letture giovanili del maestro Hayao Miyazaki, e si ispira al romanzo per ragazzi “The Borrowers”, scritto dall’inglese Mary Norton nel 1952.

La giovane prendinprestito Arrietty compie quattordici anni e finalmente potrà andare “a caccia” di oggetti utili con suo padre Pod. Perché i prendinprestito sono una particolare specie di gnomi – alti pochi centimetri – che vivono nei pressi delle case degli esseri umani dai quali rubano piccoli oggetti “dimenticati”, che poi usano e riadattano in relazione alle loro “piccole” esigenze.

Arrietty è nata e cresciuta sola con il padre e la madre, che le raccontato spesso come una volta la villa di campagna che abitano ospitasse altre famiglie di prendinprestito che ora però, probabilmente a causa della curiosità e della crudeltà degli esseri umani, sono sparite.

Ma nella grande casa sotto la quale abita Arrietty con la sua famiglia, arriva il giovane Shò, un essere umano coetaneo della prendimprestito, che passa lì le settimane prima un importante intervento chirurgico al cuore.

Nonostante le differenze insormontabili, fra i due nascerà un sentimento che entrambi si porteranno dietro per il resto della loro esistenza.

Diretto da Hiromasa Yonebayashi – regista poi di “Quando c’era Marnie” e “Mary e il fiore della strega” e che sembra ormai l’erede del maestro Miyazaki – questo film ci parla della prima storia d’amore platonica e impossibile nella vita di due giovani, così diversi e così simili, così come siamo stati tutti noi.

Bellissimo.

Per la chicca: nel 1997 Peter Hewitt dirige “I rubacchiotti” con John Goodman, e ispirato allo stesso romanzo della Norton.

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“Darling” di John Schlesinger

(UK, 1965)

Qualcuno afferma che gli anni Sessanta sono stati l’ultimo momento in cui abbiamo davvero creduto che il mondo potesse cambiare. E forse aveva ragione. Nel 1965, mentre Londra si trasformava nella capitale di una rivoluzione culturale che sembrava destinata a spazzare via secoli di ipocrisie e convenzioni, John Schlesinger gira un film che è insieme celebrazione e autopsia di quella stagione irripetibile. “Darling” arriva nelle sale come un pugno nello stomaco, elegante e feroce, capace di sedurre e disturbare nella stessa inquadratura.

Il volto e le forme della protagonista sono quelle splendide di Julie Christie, e non è un caso se con questa pellicola verrà definitivamente consacrata come star internazionale. Perché Christie non interpreta semplicemente Diana Scott: la incarna, la vive, la respira. Diventa lei stessa simbolo di quell’epoca, di quella presunta liberazione che nasconde in realtà nuove forme di prigionia.

Diana Scott è una giovane e bellissima donna. La sua avvenenza le conferisce una libertà particolare, soprattutto nei confronti degli uomini. Ma in questa apparente libertà si nasconde la trappola più insidiosa. Perché Diana può scegliere, certo. Può passare da un uomo all’altro, può rifiutare o concedersi, può giocare con i sentimenti altrui e con i propri. Ma ogni scelta che compie, ogni decisione che prende, è sempre condizionata, limitata, determinata da quello che gli altri vedono quando la guardano: un bellissimo oggetto del desiderio.

Schlesinger costruisce il film come un percorso di progressiva disillusione. All’inizio Diana sembra davvero libera. Lascia il marito noioso, si innamora di un giornalista televisivo interpretato da un magnetico Dirk Bogarde, entra nel mondo dello spettacolo, diventa testimonial pubblicitaria, frequenta la gente che conta. È il sogno della ragazza di provincia che ce l’ha fatta. Ma pagina dopo pagina – perché Schlesinger adotta una struttura quasi da romanzo per immagini – scopriamo che quella libertà era solo un’illusione ottica.

Gli uomini che Diana incontra la desiderano, certo. Ma nessuno di loro la vede davvero. Per il marito era un trofeo da esibire. Per il giornalista è una consolazione dopo il fallimento matrimoniale. Per il produttore cinematografico che la introduce nel mondo dello spettacolo è merce di scambio. Per il principe italiano che sposerà è un ornamento esotico da aggiungere alla collezione di famiglia. Diana si muove in un mondo che sembra averle spalancato tutte le porte, ma ogni porta che attraversa la rinchiude un po’ di più in quella gabbia dorata che diventerà la sua prigione definitiva.

La fotografia di Kenneth Higgins cattura perfettamente questa ambivalenza. Londra è splendente e cupa allo stesso tempo. Le feste sono scintillanti ma vuote. I volti sono belli ma spenti. C’è qualcosa di profondamente malinconico in questa swinging London che Schlesinger ci mostra: dietro il glamour, dietro l’apparente modernità, sopravvivono intatte tutte le vecchie strutture di potere. Gli uomini continuano a decidere. Le donne possono scegliere solo tra le opzioni che il sistema patriarcale concede loro.

Diana Scott è quindi un simbolo estremamente efficace della condizione femminile negli anni Sessanta, quegli anni in cui tutto sembrava possibile, anche che le donne potessero finalmente avere gli stessi diritti degli uomini. La minigonna, la pillola anticoncezionale, il divorzio più facile: sembravano conquiste definitive. Ma Schlesinger, con lucidità spietata, ci mostra che la società non era evidentemente pronta. E forse – viene da chiedersi guardando il film oggi – lo è davvero adesso?

Il film funziona perché non giudica Diana. Non la condanna per le sue scelte, non la compatisce per le sue sconfitte. La osserva, semplicemente, con uno sguardo che è insieme partecipe e distaccato. Schlesinger sa che Diana è complice del sistema che la opprime – come potrebbe non esserlo, cresciuta com’è in quel mondo? – ma sa anche che questa complicità è forzata, inevitabile, quasi obbligata.

La sceneggiatura di Frederic Raphael, premiata con l’Oscar, ha quella brillantezza cinica tipica del miglior cinema inglese. I dialoghi sono taglienti, i personaggi parlano con quella particolare forma di ironia britannica che nasconde sempre più di quanto mostri. E sotto la superficie patinata emerge continuamente la critica feroce a un mondo fatto di apparenze, dove i valori morali sono solo una facciata rispettabile dietro cui si nascondono opportunismo, cinismo e profonda solitudine.

“Darling” è uno di quei film che hanno definito un’epoca ma che continuano a parlare al presente. Perché le domande che pone sono ancora tremendamente attuali. Quanto della presunta libertà femminile contemporanea è autentica? Quanto è solo una nuova forma di controllo, più sottile ma non meno efficace? Le donne possono davvero scegliere, o possono solo scegliere tra le opzioni che il sistema patriarcale concede loro?

“Darling” resta un film necessario, uno di quei film che sarebbe importante vedere e rivedere, soprattutto oggi che la storia sembra ripetersi in forme nuove ma con dinamiche inquietantemente simili. Perché Diana Scott, con il suo sorriso splendente e i suoi occhi sempre più vuoti, continua a guardarci dallo schermo e a chiederci: voi, siete davvero più liberi di me?

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“Diritto di cronaca” di Sidney Pollack

(USA, 1981)

Prodotto e diretto dal maestro Sidney Pollack, e scritto da Kurt Luedtke (che poi collaborerà con Pollack in “La mia Africa”) “Diritto di cronaca” affronta un tema ancora oggi molto caldo: i “limiti” morali del giornalismo.

Il titolo originale “Absence Of Malice” (che si potrebbe tradurre: “In buona fede”) è certamente più indicativo di quello in italiano, che forse colpisce di più il nostro immaginario.

La decisa e rampante giornalista d’assalto Megan Carter (una sempre brava Sally Field) asseconda un pò troppo ingenuamente il procuratore distrettuale di Miami che, non avendo l’ombra di una prova, vuole mettere sotto pressione Michale Gallager (un sempre grande Paul Newman), che gestisce una piccola ditta di stoccaggio al porto.

Le attenzioni del procuratore non sono dovute alla sua attività, ma a suo padre che in vita era notoriamente legato alla criminalità organizzata. Nulla però accomuna ufficialmente le attività di Michael a quelle del padre, ma la “macchina del fango” e delle illazioni, grazie proprio a Megan, parte inesorabile.

Le conseguenze sono devastanti, tanto che la ditta di Gallager cade in una grave crisi, per non parlare poi della sua vita personale. Ma l’uomo non è tipo di arrendersi, e con lo stesso carattere con cui è riuscito a mantenersi a una certa distanza dalle criminali attività del padre, prede in mano la situazione…

Splendida prova d’attore di Newman e della Field, che ci regala sempre grandi ritratti di donne, nel bene e nel male.

Da vedere e far vedere, soprattutto nelle redazioni e nelle scuole di giornalismo.

“Il processo di Frine” di Alessandro Blasetti

(Italia, 1952)

Tratto dall’omonimo racconto di Edoardo Scarfoglio e scritto per il cinema dalla grande Suso Cecchi D’Amico e dallo stesso Blasetti, “Il processo di Frine” è l’ottavo e ultimo episodio del film “Altri tempi – Zibaldone n.1” del 1952.

Voglio parlare di questo episodio, e non di tutto il resto del film perché, nonostante contenga quasi tutta la generazione di attrici e attori che negli anni successivi segneranno il nostro cinema e il nostro teatro, gli altri sette segmenti sono troppo legati ai gusti e alle esigenze di cassetta del momento storico in cui la pellicola uscì nelle nostre sale.

Non a caso Blasetti, grande uomo di cinema, lo mise per ultimo – …come dessert –  e chiamò a recitare il suo vecchio collega, anche lui salito alla ribalta come attore durante il periodo dei cosiddetti “telefoni bianchi”, il maestro Vittorio De Sica.

E in questi pochi minuti di storia del cinema – perché di grande cinema parliamo – ancora oggi possiamo godere dell’attore De Sica, e comprendere al meglio che grande maestro del cinema, dietro e davanti alla macchina da presa sia stato.

Il set è quello che poi prediligerà la grande commedia all’italiana: l’aula di un tribunale. Oltre alla corte canuta e al pubblico rumoroso c’è la popolana Mariantonia Desiderio (già il cognome è tutto un programma) tanto ingenua quanto prorompente, incarnata – …è proprio il caso di dirlo – da una bellissima e giovanissima Gina Lollobrigida.

Ma soprattutto c’è lui: l’avvocato difensore (d’ufficio), che spesso scorda anche il nome, ma che folgorato dalla bellezza della sua protetta enuncerà un’arringa difensiva memorabile, che scatenerà i fragorosi applausi sia del pubblico che della corte.

La recitazione di De Sica, che ironicamente prende in giro i tronfi – e repressi – burocrati che da dietro lo “scudo crociato” criticavano e censuravano i suoi capolavori immortali che tutto il mondo ancora studia, è fatta di sguardi e gesti allusivi così strepitosi da toccare quelli assoluti di Totò. Una recitazione ancora oggi così efficace da essere attualissima.

De Sica, maestro indiscusso del Neorealismo, davanti alla macchina da presa è fra i primi anticipatori della grande commedia. In quegli anni l’Italia era ancora devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, lacerata materialmente e moralmente, e il pericolo di una catastrofica guerra civile era sempre presente.

Ma difendendo la “bona” – in tutti i sensi – Mariantonia Desiderio, De Sica ci ricorda che nella vita, oltre che saper piangere, bisogna anche saper ridere. 

Strepitoso.

Per la chicca: con questo “Il processo di Frine” nasce ufficialmente il termine “maggiorata fisica” che segnerà i nostri canoni di bellezza per oltre un decennio, e De Sica ce lo scandisce urlandolo in maniera …im-mor-ta-le!

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“Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey” di Mike Newell

(USA/UK, 2018)

E’ vero che un libro può unire persone lontane e che neanche si conoscono?

La risposta è fin troppo ovvia, ma è sempre bene ricordarla. E così Mike Newell (ottimo artigiano inglese della macchina da presa che ha diretto film come “Quattro matrimoni e un funerale”, “Donnie Brasco””, “Falso tracciato” e “Mona Lisa Smile”) per aiutarci, realizza l’adattamento cinematografico del romanzo “Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey” scritto da Mary Ann Shaffer e Annie Barrows, e pubblicato per la prima volta nel 2008.

In una Londra ancora profondamente devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, che si è conclusa solo qualche mese prima, la giovane scrittrice e giornalista Juliet Ashton (Lily James) tenta di risollevare il molare e lo spirito dei suoi connazionali presentando il suo ultimo libro di piccola satira.

Le sue vere ambizioni letterarie però non sono chiare, e così il suo editore e caro amico Sidney Stark cerca in ogni modo di stimolarla. Le cose prendono una piega particolare quando Juliet riceve una strana lettera da parte di un certo Dowsey Adams dall’isola di Guernsey, nel canale della Manica.

Dowsey è in possesso di un vecchio libro di Chalres Lamb, che prima le apparteneva (il suo nome e il suo indirizzo sono ancora scritti a mano sulla prima pagina del volume) e visto che lui è membro del circolo letterario dell’isola “Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey” chiede il suo aiuto – visto che lei vive a Londra – per trovare altri libri di Lambs.

Juliet è così colpita dalla lettera che subito iniziata una fitta corrispondenza con lo sconosciuto, corrispondenza che la porterà a decidere di scrivere un articolo sul club per il “Time”. Per farlo, ovviamente, dovrà recarsi nella piccola isola che fino a pochi mesi prima era occupata dalle truppe naziste.

Il viaggio di Juliet sarà così profondo che le permetterà di scoprire una parte di se stessa che prima ignorava o non riusciva a vedere. Proprio come quando si legge un gran bel libro.

“Mad Max: Fury Road” di George Miller

(USA/Australia, 2015)

L’australiano George Miller torna dopo trent’anni esatti a dirigere la quarta pellicola della serie “Interceptor”. Il primo, “Interceptor”, risale al 1979 mentre il secondo “Interceptor – Il guerriero della strada” è del 1981, e il terzo “Mad Max: oltre la sfera del tuono” del 1985.

Se nei trent’anni di pausa Miller ha spaziato in vari generi cinematografici (ha diretto per esempio “Babe maialino coraggioso” o “Happy Feet” per il quale ha vinto anche l’Oscar come miglior film d’animazione) Miller certo non ha perso la mano, realizzando uno dei migliori action degli ultimi tempi.

In un torrido futuro post apocalittico sopravvive un solitario e spietato Max Rockatansky (un grande Tom Hardy che certo non fa rimpiangere il Mel Gibson delle prime tre pellicole) un ex poliziotto che vive divorato dal senso di colpa per non essere riuscito a salvare la sua famiglia durante la catastrofe.

Mentre con la sua V8 Interceptor vaga per l’infinito deserto che ricopre ormai quasi tutta la Terra, Max viene catturato dai Figli della Guerra, membri di una tribù che vive arroccata nella Cittadella – un villaggio fortificato costruito su alcune impenetrabili rocce – e il cui capo assoluto è l’anziano e spietato Immortan Joe.

Nonostante Immortan Joe sia padrone assoluto di una grande quantità di acqua sotterranea, che a suo indiscutibile giudizio lesina ai suoi sudditi – proprio per mantenerli tali -, la maggior parte delle nuove generazioni dei Figli della Guerra nasce con gravi malformazioni o terribili malattie.

Max, legato e imbavagliato, viene relegato a ruolo di sacca di sangue: da lui, infatti, alcuni Figli della Guerra possono prendere il sangue necessario a sopravvivere o quanto meno ad avere la forza per affrontare le sanguinose battaglie che pretende Immortan Joe.

Quando la blindocisterna guidata da Furiosa (una tenebrosa e bellissima Charlize Theron con i capelli rasati a zero e senza una mano) diretta a Gas Town per fare il solito rifornimento, devia improvvisamente abbandonando la Fury Road, Immortan Joe scopre che la donna intende fuggire dalla Cittadella assieme alle Cinque Mogli, cinque giovani ragazze che il despota teneva relegate nei suoi appartamenti con l’unico scopo di ottenere un erede maschio finalmente “sano”.

Tutti i guerrieri più forti e feroci accompagnano Immortal Joe all’inseguimento delle fuggitive, e il giovane Figlio della Guerra Nux (Nicholas Hoult), sperando di mettersi in luce, si aggrega alla spedizione portandosi la sua sacca di sangue…

Tostissimo ed esaltante film d’azione, con sequenze davvero mozzafiato, con spunti ironici e geniali che solo Miller sa inventare. Non solo per amanti del genere.