“Il filo del rasoio” di Edmund Goulding

(USA, 1946)

Questo adattamento del noto romanzo di William Somerset Maugham è stato uno di primi grandi successi del Secondo Dopoguerra di Hollywood. Dedicato ai travagli interiori dei reduci (della Prima Guerra Mondiale) “Il filo del rasoiso” ci racconta la storia di Larry Darrell (un bravo e bello Tyrone Power) fidanzato con la ricca Isabella Bradley (una luminosa Gene Tierney) appena tornato indenne dal fronte. La famiglia di Isabella – e soprattutto suo zio, il ricco Elliot Templeton impersonato magistralmente da Clifton Webb – vorrebbe che Larry iniziasse a lavorare per poi sposarsi ma lui, invece, con la piccola rendita che gli spetta non intende assumenrsi nessuna responsabilità: vuole solo capire se stesso.

Per amore Isabella accetta che il suo fidanzato si trasferisca a Parigi, ma dopo un anno lo raggiunge e gli impone di sposarla. Lui riufiuta e il loro fidanzamento viene anullato. Isabella, come vuole la famiglia, sposa il suo ricco spasimante di sempre, mentre Larry arriva fino in Nepal per trovare se stesso. Ed è prorio lì che comprenderà che la felicità e la pace con se stessi sono come camminare sul filo di un rasoio. Quando, anni dopo, rientrerà a Parigi troverà le cose e le persone molto cambiate…

Melodrammone che però ha molti meriti, oltre a una regia elegante e sopraffina, la storia melò viene interpretata magistralmente da tutti i protagonisti, anche quelli che hanno ruoli secondari come Anne Baxter, o addirittura solo un piccolo cameo come Elsa Lanchester.

 

“Il tempo si è fermato” di John Farrow

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(USA, 1948)

Qui parliamo di uno degli esempi più riusciti di noir americano anni Quaranta.

La vicenda in cui viene coinvolto, suo malgrado, George Stroud (un bravissimo Ray Milland) si intreccia con quella del perfido e ambiguo magnate dell’editoria Earl Janoth (un Charles Laughton d’annata) che ricorda tanto – forse pure troppo – il famoso William Randolph Hearst, re dell’editoria scandalistica di quegli anni e ispiratore anche del Charles Foster Kane di “Quarto potere” di Orson Welles.

Stroud è il responsabile della rivista dedicata alla criminologia che fa parte dell’impero editoriale “Janoth”, fondato e guidato senza il minimo scrupolo dal perfido e glaciale Earl Janoth.

La mattina dell’ultimo giorno di lavoro prima di una vacanza che a casa moglie e figlio aspettano da cinque anni, Stroud viene convocato dallo stesso Janoth. Le ferie devono essere nuovamente rimandate: il giornale diretto da Stroud deve indagare su un nuovo caso.

Quando George si rifiuta di cedere Janoth lo licenzia. Prima di tornare a casa dalla moglie, George Stroud decide di bere un sorso in un affollato locale. Lì viene raggiunto da Pauline York (Rita Johnson), un’appariscente modella, anche lei in conflitto con Janoth. La bella donna ha un piano per vendicarsi…

Tratto dal romanzo di Kenneth Fearing e sceneggiato da Jonathan Latimer, “Il tempo si è fermato” è strutturato come il meccanismo perfetto di un orologio di alta precisione – non a caso il titolo originale è “The Big Clock” – condito da piani sequenza alquanto arditi per l’epoca grazie alla regia di John Farrow (papà di Mia), un meccanismo successivamente molto copiato (“Senza via di scampo” con Kevin Costner e diretto da Roger Donaldson nel 1987, solo per dirne uno).

Piccola e irresistibile parte anche per Elsa Lanchester, moglie nella vita di Laughton, che con la sua battuta fulminante chiude il film, tagliata nella vecchia versione italiana.

Un gioiellino, ancora oggi, perfettamente funzionante.

Il tempo si è fermato

“Testimone d’accusa” di Billy Wilder

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(USA, 1957)

Questo film, che è uno dei migliori adattamenti cinematografici in assoluto fra tutte le opere di Agatha Christie, per l’intensità e i colpi di scena è stato spesso attribuito ad Alfred Hitchcock, ma a firmarlo invece è uno dei maestri indiscussi della commedia: Billy Wilder, che dimostra ancora una volta tutte le sue doti dietro la MDP.

Se un bravissimo Tyrone Power ci regala uno dei suoi rarissimi personaggi oscuri, Marlene Dietrich incarna una dark lady memorabile.

Ma in questa pellicola ad incastro perfetto spicca ad un palmo sopra agli altri il grande e indimenticabile Charles Laughton – primo attore inglese nella storia ad essere ammesso alla Comédie-Française, e uno dei massimi interpreti e conoscitori delle opere di William Shakespeare,  con il quale si confrontava anche Vittorio Gassman per le sue regie teatrali – che veste i panni di Sir Wilfred avvocato difensore di Leonard Vole/Tyrone Power.

A Laughton viene assegnato il David di Donatello come miglior attore straniero dell’anno, mentre  ad Elsa Lanchester sua moglie nella vita, nel ruolo della combattiva infermiera che se ne prende cura, il Golden Globe come miglior attrice non protagonista.

Da vedere e rivedere anche se già si conosce il finale!