“Gli indimenticabili Cetra” di Virgilio Savona

(Sperling & Kupfer Editori, 1992)

Nella mia infanzia, gli anni Settanta, il Quartetto Cetra era semplicemente il gruppo di cantanti che eseguivano “Nella vecchia fattoria”, oppure i protagonisti di alcune parodie in bianco e nero di famosissimi romanzi, parodie trasmesse il pomeriggio come “tappabuchi” che poi venivano sempre interrotte troppo presto, per lasciare il posto ai programmi del palinsesto ufficiale.

Durante gli edonistici anni Ottanta il Quartetto Cetra venne generalmente relegato a “vecchia roba da nonni” o da revival. Solo qualche esperto e profondo conoscitore della musica e dello spettacolo italiano come Renzo Arbore ne parlava estasiato. E a ragione.

Il Quartetto Cetra è stato uno degli elementi fondanti la nostra cultura musicale prima e televisiva poi. Non a caso Francesco Guccini li considera i nostri Beatles, e le innovazioni che hanno portato segnano ancora la musica italiana.

Questo volume scritto da Virgilio Savona nel 1992, l’autore delle musiche e degli arragiamenti del Quartetto, ripercorre la loro quarentennale storia. Dal 1940 quando lo stesso Savona (studente del Conservatorio di Santa Cecilia di Roma), grazie al giovane Agenore Incrocci (si, proprio Age il grande sceneggiatore che poi per un breve periodo farà parte del gruppo canoro) incontra in un bar il Quartetto EGIE formato da (Giovanni) Tata Giacobetti, Enrico De Angelis, Iacopo Jacomelli e Enrico Gentile. I quattro chiedono a Savona di educarli alla melodia e così inizia la sua carriera ufficiale di arrangiatore. Solo l’anno successivo Savona entra nel quartetto sostituendo Jacomelli. Grazie all’EIAR che li seleziona per le trasmissioni radiofoniche, il Quartetto incontra Felice Chiusano e Lucia Mannucci, che lo stesso Savona sposa nel 1944. Sono anni duri e tragici, il nostro Paese si dirige follemente verso il baratro, e a consolare le persone c’è solo la radio, e gli spettacoli musicali ad essa collegati.

La tragedia immane della Seconda Guerra Mondiale finisce, lasciando un Paese spezzato, ma con la voglia di ricominicare. Nel 1947 Enrico De Angelis lascia definitivamente il gruppo e viene sostituito dalla Mannucci: nasce così il primo quartetto misto d’Europa.

Calpestando i palcoscenici di tutta Italia i Cetra portano la loro innovazione musicale legata alle splendide sonorità del jazz e dello swing e partecipano, nel corso degli anni, a numerose e famosissime riviste. Nel 1954 sono al Festival di Sanremo dove presentato, tra le altre, “Aveva un bavero” che vende numerosissime copie. Ovviamente non vincono e anzi, visto il loro modo di cantare e soprattutto di interpretare le canzoni – modo legato direttamente all’arte della commedia di cui tutti e quattro sono veri maestri – non verranno più chiamati all’Ariston. Ma nello stesso anno si accende nel nostro Paese la televisione che per fare spettacolo non può che rivolgersi agli artisti della radio. E i Cetra saranno nuovamente pionieri, questa volta dell’intrattenimento del piccolo schermo. Negli anni Sessanta la loro “Biblioteca di Studio Uno” diventa un punto di fondamentale della nostra cultura televisiva.

Arrivano anche il doppiaggio di numersoi film di Walt Disney (fra cui lo splendido “Lo schrigno delle sette perle”) e la pubblicità con Carosello.

Con il Sessantotto (pace all’anima sua…) arriva al contestazione e i Cetra potrebbero perdere terreno. Ma grazie soprattutto a Savona – che in quegli anni collaborera con artisti come Giorgio Gaber, solo per fare un nome – il Quartetto incide “Angela” dedicato all’attivista afroamericana Angela Davis in prigione negli Stati Uniti per le sue idee, il colore della sua pelle e il suo sesso.

Savona poi inciderà alcuni album da solo fra cui deve essere ricordato “E’ lunga la strada” che contiene i brani “Il testamento del parroco Meslier” e “La merda”. Forse anche per questo la collaborazione con la RAI si interrompre bruscamente e il Quartetto lavora con la TV Svizzera e poi con Antenna 3 Lombardia.

In casa Rai i quattro tornano nel 1985 come spiti fissi in “Al Paradise” di Antonello Falqui (già regista de “La Biblioteca di Studio Uno”). Per comprendere al meglio la loro genialità musicale basta andare su YouTube e cercare “La pioggia di marzo” cantata dalla grande Mina a cui loro, nello spettacolo di Falqui, fanno uno splendido contrappunto scritto per l’occasione dallo stesso Savona.

L’ultimo concerto del Quartetto Cetra è del liuglio 1988 a Bologna. A dicembre dello stesso anno Giacobetti – autore di quasi tutti i testi del gruppo – muore dopo una lunga agonia dovuta a un ictus. Si chiude così, definitivamente, la storia quarantennale del Quartetto Cetra.

Ripercorrendo le loro vicende, Virglio Savona ci racconta un pezzo di fondamentale della storia del nostro Paese. Un documento davvero unico.

“Doppio delitto” di Steno

(Italia, 1977)

Tratto dal romanzo “Doppia morte al Governo Vecchio” di Ugo Moretti questo film, la cui sceneggiatura è scritta da Age Scarpelli e lo stesso Steno, è uno dei migliori esempi della commedia gialla all’italiana.

Siamo alla vigilia di uno degli eventi più drammatici della storia della Repubblica Italiana: il rapimento e l’uccisione del Presidente della DC Aldo Moro e il massacro delle sue guardie del corpo in via Fani a Roma. Nonostante l’evento sia ovviamente imprevedibile, nel film si respira un’aria di quiete prima della tempesta. La contestazione sta mutando forma e quella rivoluzione che doveva cambiare il mondo non arriva mai. I poliziotti, anche al cinema, cominciano ad avere un volto e un comportamento molto più umano e fallibile rispetto a solo poco tempo prima.

Infatti, il commissario Bruno Baldassare (un sempre bravo e fascinoso Marcello Mastroianni) è noto fra gli ambienti della Polizia romana per aver fatto sette anni prima la cosiddetta “stronzata”, che gli ha bruciato di fatto la carriera. Per fare il bello davanti al figlio di sei anni Baldassarre, erroneamente, ha aiutato un assassino a fuggire su una motocicletta rubata.

Da quel giorno è stato trasferito all’Archivio dei Corpi di Reato, che si trova in uno dei quartieri storici della capitale, ufficio alquanto “tranquillo” dove è assistito dall’agente Cantalamessa (un bravissimo Gianfranco Barra).

La triste routine di Baldassarre viene interrotta un giorno, durante un fragoroso temporale estivo, quando mangiando nella solita trattoria sente gridare dal portone del vicino Palazzo dell’Orso. Accorrendo, sulle scale dell’antico edifico, trova il corpo senza vita dell’anziano principe Prospero dell’Orso, apparentemente vittima di un fulmine caduto sul tetto e passato poi nell’antico corrimano delle scale in ferro battuto al quale era aggrappato il nobile. Mentre Baldassarre cerca di chiamare i soccorsi le urla della giovane Teresa (Agostina Belli) lo raggiungo. Al piano superiore la ragazza ha appena trovato il corpo senza vita dello zio Romolo, un elettrotecnico che stava montando un’antenna sul tetto del palazzo e che rientrando per la pioggia si è evidentemente appoggiato anche lui al corrimano nel momento fatale.

Ma qualcosa non torna, il fulmine ha avuto una precisione a dir poco chirurgica e oltre alle due morti, non ha causato nessun danno materiale al palazzo. Baldassarre, spinto da Teresa, riesce a far aprire un’inchiesta e, soprattutto, a farsela assegnare. Gli inquilini dello stabile sono uno più sospetto dell’altro, come la giovane e bellissima principessa dell’Orso (Ursula Andress) e i pochi parenti del principe che erediteranno una vera e propria fortuna, o Henry Hellman (un sublime Peter Ustinov) sceneggiatore hollywoodiano in declino e amico intimo della principessa…  

Tutti i personaggi del film cominciano a fare i conti con la fine di un periodo che aveva promesso tanto e che ormai, si capisce, non manterrà nulla. Conoscendo l’arte e il genio degli autori non ci si stupisce che siano inseriti nella pellicola anche degli accenni – apparentemente involontari – a eventi drammatici che segneranno il nostro Paese di lì a poco tempo. L’azione si svolge fra i vicoli del centro storico di Roma tanto simili a via Caetani, dove verrà ritrovato il corpo di Moro. E poi il personaggio interpretato da Ustinov sta scrivendo la sceneggiatura del film “La croce e la svastica” dedicato agli oscuri rapporti fra il Vaticano e il Terzo Reich, film che viene bloccato proprio dalla Santa Sede attraverso pressioni a vari istituti di credito. Poco dopo l’uscita del film scoppiò il caso del Banco Ambrosiano e dei suoi presunti legami con lo IOR…    

Da ricordare inoltre le interpretazioni, anche se in ruoli secondari, di Mario Scaccia nelle vesti del libraio vera radioserva del quartiere, e Giuseppe Anatrelli (già immortale per aver impersonato il Geom. Calboni nei primi “Fantozzi”) in quelli del capo di Baldassarre.

“F.B.I. Francesco Bertolazzi Investigatore” di Ugo Tognazzi

(Italia, 1970)

A partire dagli anni Sessanta numerosi grandi attori del cinema hanno iniziato a prestarsi alla neonata televisione oltre che come attori anche come autori. In quegli anni molti lo facevano mostrando palesemente il loro sdegno per un mezzo così poco nobile rispetto al teatro o al grande schermo. Ma l’immortale Tognazzi no. Il suo geniale senso artistico lo aveva fatto essere uno dei veri pionieri del divertimento del nostro piccolo schermo con il varietà memorabile “Un, due e tre” assieme a Raimondo Vianello.

Alla fine degli anni Sessanta però Tognazzi non è più solo un’icona della risata, ma è uno dei grandi interpreti del cinema di qualità. E torna in televisione con una serie che si ispira alla grande commedia al’italiana, e che lui stesso dirigere. A scrivere i soggetti e le sceneggiature ci sono i maestri Age & Scarpelli che confezionano sei puntate.

Il genere è quello della commedia appunto, ma una commedia tinta di giallo, visto che di mestiere il protagonista Francesco Bertolazzi fa l’investigatore privato e gioca sulle sue iniziali per farsi pubblicità. La sua è una ditta a conduzione familiare, ma che punta a una clientela distina e soprattuto abbiente.

Nella prima puntata, “Sparita il giorno delle nozze”, a interpretare un’antipatico antiquario che ama viaggiare su una delle automobili appartenute a Mussolini c’è Marco Ferreri, amico personale di Tognazzi, nonché grande regista e autore di pellicole straordinarie interpretate dallo stesso grande artista cremonese.

Al momento questa deliziosa serie prodotta dalla nostra televisione nazionale è praticamente introvabile. Solo qualche brano è visibile su Youtube. …Sob.

“Totò e le donne” di Steno e Mario Monicelli

(Italia, 1952)

Scritto da Steno, Mario Monicelli, Age e Furio Scarpelli (ma diretto solo da Steno, anche se nei titoli di testa appare accanto il nome di Monicelli) questo film segna uno dei punti di svolta del nostro cinema: arriva la grande commedia all’italiana. Se è vero che sono presenti alcuni elementi ben riconoscibili del Neorealismo, è vero anche che questa pellicola punta dritta sulla commedia pura, abbandonando definitivamente i tratti della semplice parodia o della farsa tipica di quegli anni. Gli sceneggiatori e il regista sono quelli che diventeranno fra i protagonisti della grande commedia, così come il suo attore principale che da prova delle sue stratosferiche capacità recitative.

L’Italia si sta rialzando dopo l’immane tragedia della Seconda Guerra Mondiale, e se ancora non è arrivato il Boom, sta tornando la voglia di ridire, soprattutto di se stessi. E’ l’Italia delle piccole e “normali” famiglie, quelle che poi insieme alla altre fanno la storia del Paese. E’ l’Italia delle maggiorate e delle Miss. Ed è l’Italia del Cav. Filippo Scaparro (altro che principe, l’Imperatore delle risate all’italiana Antonio De Curtis in arte Totò) che è vittima della moglie (una straordinaria come sempre Ave Ninchi) e della figlia (la maggiorata Giovanna Pala) intenta a fidanzarsi col promettente medico Paolo Desideri (un sempre eccezionale Peppino De Filippo).

Ed è l’Italia delle donne, che solo qualche anno prima hanno ottenuto il diritto al voto, e proprio sul rapporto fra i due sessi gira il motore del film. Ma la visione delle donne non è falsamente perbenista e soprattutto maschilista come nella stragrande maggioranza dei film contemporanei (in una sequenza, non a caso, sono prese in giro le pellicole “strappalacrime” e al tempo stesso “morbose” il cui protagonista principale era quasi sempre Amedeo Nazzari).

Infatti la visione intollerante e misogina del Cav. Scaparro – che in soffitta ha un altarino con tanto di cero dedicato a Landru – alla fine naufraga contro il profondo amore che nutre per la moglie e dalla quale è ricambiato. La lite fra i due, che provoca una temporanea separazione, anche se con toni da commedia, è fra le prime del cinema italiano in cui si da voce alle donne, alle loro insoddisfazioni e alle loro difficoltà quotidiane (Ava Gardner vs Gregorio Pecco…).

Anche la scena in cui Scaparro, senza moglie e figlia che sono in vacanza, tenta di passare una serata con una donnina allegra (così come si chiamavo in maniera ipocrita allora le prostitute, la cui responsabilità della loro vita per la società era così moralmente e materialmente solo la loro) il Cav. incontra Ginetta (Lea Padovani) che lo rende, suo malgrado, partecipe di tutti i suoi guai.

Insomma, in questa memorabile pellicola le donne sono reali, possiedono un’anima e una parola, e non sono più banalmente innocenti, colpevoli, caste o peccatrici. Sono donne.

“Straziami ma di baci saziami” di Dino Risi

Straziami Loc

(Italia/Francia 1969)

Qui parliamo di uno dei venti film (dieci sono oggettivamente troppo pochi!) da portare sull’isola deserta. Il magico duo Age-Scarpelli parte dall’idea di una parodia casareccia – in perfetto stile da fotoromanzo romantico che in quegli anni furoreggiava – del grande e melodrammatico “Il Dottor Zivago”, il cui successo planetario ancora echeggiava nell’aria. Ma da una semplice macchietta, grazie al genio artistico di Dino Risi, Nino Manfredi e, soprattutto, di uno strepitoso Ugo Tognazzi, sboccia invece una delle commedie all’italiana più riuscite della storia. Ci sono numerose scene indimenticabili, a partire da quella finale, ma io mi sbellico sia per quella del fatidico rincontro fra Balestrini Marino e Di Giovanni Marisa (“come il Conte di Montecristo!” e “Vojo ‘nfangà! Vojo ‘nfangà!”); che per quella della festa in maschera con un Manfredi/Spagnola e Tognazzi/Indiano che ballano il tango. E pensare che sono gli stessi due che interpreteranno solo qualche mese dopo una delle scene più belle e toccanti de “Nell’anno del Signore” di Luigi Magni, in cui Manfredi è Pasquino che si nasconde sotto le vesti dell’analfabeta e umile ciabattino Cornacchia, mentre Tognazzi in quelli del diabolico e spietato cardinale Agostino Rivarola, che lo ha scoperto. Che grandi attori: ARIDATECELI!

“Dramma della gelosia – Tutti i particolari in cronaca” di Ettore Scola

Dramma della gelosia Cop

(ITA/SPA, 1970)

Qui parliamo di uno dei picchi più alti della commedia all’italiana, e quindi della cinematografia mondiale. Oreste (interpretato da uno strepitoso Marcello Mastroianni), anche se sposato, si innamora di Adelaide (una fantastica Monica Vitti nel film in cui appare al meglio in tutta la sua bellezza). Quando però lui le presenta il suo compagno di manifestazioni e mille battaglie Nello (un giovane ma già bravissimo Giancarlo Giannini) scoppia il dramma…

Oltre alla maestria dei tre protagonisti, questo gioiello si avvale di una grande sceneggiatura firmata dai giganti Age Scarpelli e Scola. Fra gag e battute indimenticabili cito, perché proprio non ne posso fare a meno:

– Orè, chiedimi tutto…

– Domenica prossima vota Comunista!

E soprattutto, durante la scenata che Oreste fa una volta scoperta la tresca, la dichiarazione d’amore di Adelaide:

– Amo, riamata, Serafini Nello e LO APPARTENGO!

 Film così bisognerebbe farli studiarli a scuola!

 

“I soliti ignoti” di Mario Monicelli

Soliti ignoti Cop

(Italia, 1958)

Dimmi un po’ ragassolo, tu conosci un certo Mario che abita qua intorno?
– Qui de Mario ce ne so’ cento.
– Oh sì va bene, ma questo l’è uno che ruba…
– Sempre cento so’
!

Così si apre una delle colonne portanti della commedia all’italiana, e quindi della cinematografia planetaria. C’è poco da aggiungere sul film scritto da Age, Furio Scarpelli, Suso Cecchi D’Amico e dallo stesso Monicelli. Oltre ad aver lanciato nella commedia Vittorio Gassman e nel cinema in generale Claudia Cardinale, continua ad essere oggi una fucina di situazioni e battute che sono entrate nella nostra vita quotidiana. Insomma: una vera e propria opera d’arte.