“Anatomia di una rivolta” di John Wainwright

(Paginauno, 2019)

Nel 1982, proprio quando al 10 di Downing Street c’è la coriacea Margaret Thatcher, il grande narratore britannico John Wainwright pubblica “Anatomy of a Riot”, che descrive in maniera cruda e fin troppo calzante la genesi e l’esplosione di una violenta rivolta nella piccola – e fittizia – cittadina inglese di Beechwood Brook, scoppiata a causa dell’omicidio di un ragazzo di colore per mano di due agenti che volevano “solo” dargli una lezione.

La rabbia e la disperazione sono la paglia, l’ottusità ed il razzismo di alcuni poliziotti sono i fiammiferi che, assieme, accendono il fuoco in uno dei quartieri più degradati della cittadina. Così Wainwright ci racconta con maestria e perizia il lento ed inesorabile percorso verso l’abisso. Lui che per vent’anni è stato davvero un agente di Polizia nello Yorkshire.

La famiglia di Benny Swale proviene dalle cosiddette Indie Occidentali. Benny ha consumato i suoi primi ed unici due decenni di vita all’ombra delle bottiglie bevute dal padre e della ghettizzazione della sua gente vista da molti come “minaccia sociale”, a partire proprio dall’allora Primo Ministro Margaret Thatcher. Ma nulla giustifica il fatto che Benny sia diventato un piccolo e arrogante criminale locale, spacciatore di marijuana e capo di una gang.

Così due agenti della Polizia di Beechwood Brook, incontrandolo da solo nel cuore della notte, pensano di dargli una “raddrizzata”. Ma Benny, per le violente percosse, muore.

“Pregiudizi razziali, consapevoli o accidentali. Danni reali o immaginari. Arroganza. Una rozza stupidità. Permalosità. Assenza di umorismo. Credenze stravaganti. Una mancanza di pazienza. E naturalmente, la pelle. Pelle di colori diversi, e pelle di diverso spessore…” ci racconta Wainwright, sono fra le cause delle violenze che sfociano in veri e proprio scontri “razziali”.

Anche se oggi gli studiosi, soprattutto quelli di Antropologia, negano che l’essere umano sia diviso in razze perché – al di là delle immani tragedie che tale ottusa e arrogante divisione ha portato nella storia – le migliaia di anni dall’apparizione dell’Homo Sapiens ad oggi sono oggettivamente poche per consentirne un’evoluzione tale da creare vere e proprie razze diverse, a differenza di altre specie animali, c’è ancora chi in preda a misere paure o soprattutto per meri e beceri interessi personali ci si aggrappa.

Nonostante gli anni passati dalla sua prima pubblicazione, questo ottimo romanzo ci ricorda come non solo gli Stati Uniti siano ancora oggi dilaniati dalla piaga del razzismo, ma anche la Gran Bretagna che, a causa del suo spregiudicato imperialismo, da secoli ospita comunità provenienti dai luoghi più disparati della Terra, e nonostante questo è ancora il teatro di intolleranze e tragiche relative violenze.

Non è un caso quindi che anche durante lo scorso Torneo delle Sei Nazioni di rugby, durante il minuto di raccoglimento contro ogni tipo di razzismo voluto dalla Federazione Internazionale, alcuni giocatori del XV inglese si siano inginocchiati in segno di “scusa”, così come hanno fatto molti rappresentati della Polizia e del Senato americani.

Il volume contiene anche un’interessante postfazione di Carlo Osta che ripercorre le violenze razziali consumatesi nel Regno Unito a partire dal Secondo Dopoguerra, comprese quelle avvenute nel 1981 a Brixton, un quartiere di Londra, evento al quale si è ispirato Wainwright. Episodi tragici e drammatici quasi sempre preceduti e seguiti da accorate dichiarazioni di esponenti radicali del Partito Conservatore Britannico – fra cui spicca la stessa signora Thatcher – assai preoccupati dalla presenza di comunità straniere sul suolo natio di Sua Maestà.

Tragicamente attuale.

“La vita agra” di Luciano Bianciardi

(Feltrinelli, 2013)

Scritto nell’inverno fra il 1961 e il 1962 e pubblicato alla fine dello stesso anno, questo romanzo è uno dei più rappresentativi del Novecento italiano.

Luciano Bianciardi (1922-1971) è stato uno dei più rilevanti veri e propri intellettuali a tutto campo del secolo scorso. Nato a Grosseto, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo essere diventato professore di inglese alle medie e poi di storia e di filosofia nel liceo che aveva frequentato da ragazzo, assume la direzione della Biblioteca Chelliana di Grosseto. L’edificio che la ospitava era stato gravemente bombardato e danneggiato da un’alluvione nel ’44, e così Bianciardi ideò il “Bibliobus”, un furgone che portava i libri nelle campagne della Maremma dove altrimenti, in quel periodo, non sarebbero mai arrivati. Inizia un forte impegno sociale politico e culturale, occupandosi anche di cineclub, conferenze e dibattiti a tutto campo sulla nostra società. Allaccia una stretta collaborazione con Carlo Cassola, assieme al quale esordisce come scrittore nel 1956 con “I minatori della Maremma”.

Il legame con la sua terra è molto forte così come l’attenzione per i più deboli e sfruttati, come i minatori che lavorano sulle Colline Metallifere grossetane. Il 4 maggio del 1954 a Ribolla – piccola località dove Bianciardi si recava spesso col suo Bibliobus – esplode il pozzo uccidendo 43 minatori. La tragedia segna profondamente tutto il territorio, anche perché si vocifera che la Montedison (titolare della concessione) intendeva da tempo chiudere quel pozzo ormai poco redditizio – tralasciando la manutenzione e la sicurezza – cercando un’ottima occasione per chiudere, cosa che avrebbe ridotto comunque alla fame tutti i lavoratori e le rispettive famiglie.

Per Bianciardi è un evento così rilevante che decide di lasciare Grosseto e trasferirsi a Milano, accettando di collaborare alla creazione della nuova casa editrice Feltrinelli (per la quale tradurrà, fra gli altri, London, Faulkner, Steinbeck e Miller) e dalla quale però nel 1956 verrà licenziato.

Infatti Bianciardi deplora e poco sopporta l’establishment culturale italiano e così si chiude sempre più in se stesso per leggere, scrivere e tradurre. Nel 1962 pubblica il suo romanzo più famoso “La vita agra” che, come una sorta di autobiografia, racconta la storia di Luciano addetto culturale in una filiale di una grande azienda multinazionale che possiede la concessione della miniera nei pressi del piccolo paesino toscano rurale dove è nato.

Per incuria, ma soprattutto perché la miniera non rende più, la multinazionale vorrebbe disfarsene il prima possibile, sfruttando al massimo il poco minerale rimasto e ovviamente anche i minatori. Cosa che, come fin troppo spesso accade, porta alla catastrofe. Una sacca di gas formatasi fra due tunnel con livelli differenti esplode causando il crollo della miniera e la morte di tutti i minatori presenti.

Luciano, sconvolto e devastato, si sente in dovere di reagire, e così parte per Milano, deciso a far saltare in aria la sede centrale della multinazionale, che lui chiama “il torracchione”. Ma a Milano Luciano verrà travolto da quello che di lì a breve apparirà nei libri di storia come il famigerato “Boom”. Anche se ha lasciato moglie e figlio piccolo al paese, Luciano intreccerà una profonda relazione con Maria, una compagna di battaglie e lotte sociali, con la quale andrà a vivere insieme. E, come il resto della nazione, non potrà evitare ogni giorno di fare i conti con le spese quotidiane, fra rate e cambiali per arrivare, tra una traduzione e l’altra, a fine mese.

Superbo e crudo affresco del Boom e della città che più lo ha rappresentato. Bianciardi ci racconta di un Paese che sacrifica senza remore la propria secolare anima rurale e contadina, vergognandosene quasi, per un futuro “moderno” ed “elettrodomesticizzato”. Un Paese che sembra così lontano ma che, riflettendoci bene, è tanto vicino a quello attuale.

Fra i numerosi brani indimenticabili spicca quello che descrive lo stupore e la solitudine che prova Luciano nel fare la spesa in un grande supermercato, lui che è stato sempre abituato ai piccoli negozi dove si ha il conto aperto e si conosce bene il proprietario. E poi l’autore ipotizza in maniera davvero irresistibile e satirica un futuro alternativo a quello dove il Paese è fagocitato dal Boom. Un futuro dove prende piede una sorta di “neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio” che incredibilmente ricorda molto il pianeta utopico da cui proviene la protagonista nel delizioso “Il pianeta verde” di Coline Serrau.

Fino al 1993, anno in cui esce “Vita agra di un anarchico” di Pino Corrias, Luciano Biancardi è praticamente caduto vergognosamente nell’oblio della cultura italiana. Fra le cause principali ne spiccano due: la morte a soli 49 anni, da attribuire alla sua dipendenza dall’alcol e dal tabacco. Ma, soprattutto e come già ricordato, il suo totale disprezzo per l’establishment editoriale e culturale italiano, così come dei suoi “salotti” più importanti. Evidentemente dotti critici ed esperti hanno ritenuto di dover obliare l’opera e le opinioni di un grande intellettuale italiano libero, sempre contro – purtroppo anche verso se stesso… – i compromessi e le ipocrisie morali.

Da leggere per capire da dove veniamo e, soprattutto, dove andiamo.

Nel 1963 Carlo Lizzani gira l’adattamento cinematografico “La vita agra” con un grandissimo Ugo Tognazzi nei panni del protagonista e Giovanna Ralli in quelli di Anna. E sempre a proposito di cinema, non è un caso che nello stesso anno esca nelle nostre sale “Il sorpasso” di Dino Risi, altra memorabile e cruda metafora del Boom italico.

“Ridammi la mano” di Ernesto Anderle

(BeccoGiallo, 2019)

Fabrizio De André ci ha lasciato in eredità splendide e indimenticabili canzoni, i cui testi dovrebbero essere studiati regolarmente nelle nostre scuole.

Versi indimenticabili che ne fanno uno dei maggiori autori italiani del Novecento. Questo per non parlare della sua bellissima e calda voce, e delle sue musiche meravigliose.

Ernesto Anderle crea dei disegni, alcuni davvero molto belli – a volte didascalici a volte quasi astratti – come sfondo delle parole del grande cantautore, sia quelle delle sue canzoni che quelle di frasi o pensieri.

Questo “Ridammi la mano” è un modo originale per rituffarsi nel grande oceano dell’opera di De André, che vive fiera, potente e soprattutto tanto attuale anche senza – purtroppo e allo stesso tempo fortunatamente… – il suo immortale autore.

Caro Fabrizio De Andrè: quanto ci manchi!

“Later” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2021)

Jamie Conklin è un bambino apparentemente normale che vive con sua madre Tia, un’agente letterario, a New York e frequenta con profitto le scuole elementari.

Ma Jamie Conklin possiede una strana e inquietante peculiarità: nelle ore o nei giorni che seguono la morte di una persona, lui può vederne il fantasma e parlarci, proprio come il protagonista del film “Il sesto senso”. Ma Jamie possiede un dono nel dono: i fantasmi dei morti non posso mentire ad una sua domanda diretta.

A parte il poter vedere e parlare con le persone come erano fisicamente nel momento in cui sono trapassate – che se si tratta di infarto è una cosa, ma se parliamo di un brutto incidente o una morte violenta è tutto un altro discorso… – Jamie imparerà che il suo dono può presentare lati oscuri e terribili, soprattutto se nella vita si incrociano veri e proprio mostri, fra i quali i più pericolosi e temibili non sono tanto quelli ultraterreni, ma quelli in carne ed ossa chiamati esseri umani.

Con atmosfere, soprattutto nella prima parte, che ricordano “Il cardellino” di Donna Tartt, il Re ci racconta la particolare e difficile infanzia di un ragazzo simile a molti, ma con un peso nella propria esistenza – e non mi riferisco solo al dono… – molto grande ed ingombrante da portare; nonché ci regala uno sguardo crudo e tagliente sul mondo dell’editoria americana.

Forse non fra i più terrificanti e clamorosi, ma sempre un gran bel libro del maestro Stephen King.

“Betty” di Georges Simenon

(Adelphi, 2014)

Come sempre il maestro Georges Simenon ci regala il ritratto di una donna particolare, irrisolta e complessa, che molti considerano superficialmente “perduta”.

Pubblicato per la prima volta nel 1961, questo romanzo è uno dei più famosi di Simenon al di fuori del grande Maigret. In un locale nei pressi di Versailles una cliente, seduta al tavolo con un anonimo accompagnatore, stramazza al suolo a causa dell’alcol e della stanchezza.

A prendersi cura di lei sarà un’altra cliente, che la ospiterà nella camera accanto alla sua nell’albergo nel quale dimora. Nel letto dove è costretta dalla grave spossatezza Betty ripercorre, con dolore, tutta la sua vita fino agli ultimi giorni che l’hanno portata a svenire ubriaca.

Solo qualche giorno prima, infatti, era la moglie del rampollo di una delle famiglie aristocratiche più rinomate di Parigi. Ma il suo “vizio” l’ha perduta per sempre. Betty ha un rapporto turbolento con il sesso che l’ha sempre portata a cercare rapporti occasionali, anche con sconosciuti.

Ovviamente questo lato di Betty, che una volta conclamato è stato ferocemente biasimato da tutti, è stato abbondantemente sfruttato dagli uomini che aveva accanto, come il migliore amico di suo marito, nonché fidato avvocato, che per molto tempo ha intrattenuto con lei una relazione meramente sessuale. Così come suo marito, perfettamente a conoscenza della sua grave fragilità, che invece di affrontarla ha preferito “fare finta di niente” già da prima del matrimonio. E come accade, a “perdere” una donna è sempre un uomo, come suo zio che quando era ancora una bambina le causò quel trauma dal quale lei ancora non è uscita.

Betty è quindi una donna abusata e approfittata dagli uomini, che però proprio perché donna sincera, riesce a rialzarsi…

Splendido romanzo intimista e carnale di Simenon, che è fra i miei preferiti in assoluto. Ad oltre sessant’anni dalla sua pubblicazione è ancora così narrativamente potente e struggente.

Da leggere.

Nel 1991 Claude Chabrol realizza la pellicola “Betty” tratta dal romanzo.

“Dimentica il mio nome” di Zerocalcare

(Bap Publishing, 2014/2020)

Nella nostra cultura, soprattutto quella a partire dal secondo dopoguerra, la famiglia è un elemento della società “indiscutibile”. Il motto “Dio, Patria e Famiglia” e la storia socio-culturale e religiosa del nostro Paese post bellico ci hanno portato generalmente a non mettere in discussione in nessuno caso la famiglia. Ora che la famiglia sia fondamentale in una società, non si discute, ma analizzare e criticare alcuni atteggiamenti e distorsioni che in essa hanno fin troppo spesso luogo, è un altro paio di maniche.

Così, se si esclude l’opera del maestro Eduardo De Filippo fra cui l’immortale commedia “Natale in casa Cupiello”, la nostra cultura è povera di sguardi crudi e sinceri sulle dinamiche più disfunzionali della famiglia, al centro della quale c’è ovviamente la madre (o la nonna) alla quale sono “imposti” caratteri da Beata Vergine che di fatto la cristallizzano in comportamenti molto vicini alla santità.

Ma le mamme e le nonne, così come i papà i nonni, le sorelle ed i fratelli, sono prima di tutto esseri umani fallibili e fragili. E il loro dover aderire sempre e comunque a canoni eterei spirituali e davvero poco umani, anche attraverso segreti bugie ed inutili e dannose omissioni, ha creato non pochi danni e drammi familiari che di fatto pagano le bollette di numerosi analisti e psicoterapeuti da molti decenni.

Così Zerocalcare ci racconta in questo bel fumetto – che personalmente reputo uno dei suoi migliori – il rapporto con sua nonna materna, apparentemente comune e ordinario, ma che prende una piega molto particolare alla morte di questa. La nonna, che si chiamava Huguette, gli lascia, oltre al dolore del distacco, molte lacune nella storia della sua esistenza, lacune che suo malgrado Zerocalcare decide di colmare…

Mia nonna, che a proposito di nomi particolari non era seconda a nessuno visto che si chiamava Creusa (figlia di Priamo, madre di Ascanio e prima moglie di Enea che però, intento nel fugone da Troia in fiamme, se la perse…) oltre a combattere tutta la vita alle Poste o negli uffici pubblici dove solerti impiegati la chiamavo regolarmente Cesara, Cesura o Crosa, nei sui ottantanove anni di vita e soprattutto nei miei 39 vissuti con lei, non riuscì mai a raccontarmi come per buona parte della sua infanzia fosse stata una figlia illegittima, come se “l’infame colpa” fosse stata la sua.

La famiglia: più la conosci …e meno ti uccide.

“Hilda e il Troll” di Luke Pearson

(Bao Publishing, 2019)

L’inglese Luke Pearson (classe 1987) pubblica questo fumetto per la prima volta nel 2010, fumetto che riscuote subito un certo successo grazie alla sua protagonista Hilda, una bambina molto particolare.

Hilda infatti, nonostante la sua età, è una vera e propria avventuriera che ama la natura e tutte le sue magie e i suoi misteri. Proprio come quello dei Troll, secondo la leggenda mangia uomini, che con la luce del sole si trasformano in rocce per poi riprendere vita col buio.

Assieme a sua madre Johanna, Hilda vive in una casa sperduta in montagna dove l’avventura è davvero …dietro la porta. Col suo fedele cervolpe Twig, Hilda esplora il bosco in cerca di un Troll in stato roccioso da disegnare. Per sicurezza fa legare a Twig un campanello su quello che sembra il naso della creatura minacciosa, così appena i raggi del sole si faranno più deboli e il Troll inizierà a riprendere la sua forma viva, lei se ne accorgerà. Ma…

Pearson firma un fumetto insolito e molto divertente, adatto ai più piccoli ma anche ai grandi. Perché il carattere di Hilda, bambina sincera e soprattutto “pensante” si scontrerà ripetutamente col mondo degli umani adulti che la trovano scomoda etichettandola meschinamente come “diversa”. Mentre nel mondo della Natura, chiaro e sincero come lei anche nei suoi aspetti più minacciosi, Hilda si troverà sempre a suo agio.

Nel 2018 è stata prodotta la prima serie anglo-canadese a cartoni animati di “Hilda”, disponibile su Netflix, che mantiene le divertenti e singolari caratteristiche del fumetto di Pearson. Da qualche settimana, sempre su Netflix, è disponibile anche la seconda stagione.

“La taverna di mezzanotte – Tokyo stories” di Yaro Abe

(Bao Publishing, 2020)

Il giapponese Yaro Abe (classe 1963) è stato per oltre vent’anni un pubblicitario di successo, con nel cassetto sempre l’amore per il fumetto. Nel 2003 ha deciso di dedicare tutto il suo tempo alla sua vera passione e nel 2006 ha pubblicato questo volume che lo ha decretato un autore di manga – mangaka – di successo.

Nei piccoli e stretti vicoli di Shinjuku – uno dei 23 quartieri speciali di Tokyo, e proprio nei pressi del nodo ferroviario più trafficato al mondo, la stazione di Shinjuku appunto – c’è un piccolo ristorante che apre da mezzanotte alla sette del mattino, tutti i giorni. E’ gestito da un silenzioso quanto bravo chef con una vistosa cicatrice sull’occhio destro.

La politica del locale è un menu fisso, ma lo chef è disponibile a cucinare qualsiasi cosa i clienti desiderano a patto di avere gli ingredienti o che gli stessi avventori li forniscano.

Come il classico barista dei locali tipici dei vecchi film, lo chef della taverna di mezzanotte ama ascoltare le storie dei propri clienti mentre prepara e serve il loro piatto preferito. Nel volume, che in piena tradizione giapponese si legge da destra a sinistra, sono contenute trenta ricette con altrettante piccole storie di clienti.

Così, fra gli aromi della prelibata e gustosa cucina giapponese, entriamo nella vita di persone comuni con storie comuni ma certo non banali. Assistiamo a piccole vittorie o a grandi sconfitte, ad amori perduti o ritrovati, a dolori sopiti e a quelli appena inflitti. Una “Commedia Umana” alla Honoré de Balzac in salsa giapponese. E allora forse non è un caso che lo stesso de Balzac scriveva dall’una alle otto del mattino, tutti i giorni…

Da gustare con gli occhi e con il cuore.

Su Netflix è disponibile la serie giapponese “Midnight Diner: Tokyo Stories” deliziosa e saporita come il manga da cui è tratta.

“Tre camere a Manhattan” di Georges Simenon

(Adelphi, 2014)

Questo bellissimo romanzo del maestro Simenon viene pubblicato per la prima volta nel 1946 e si lega indissolubilmente alla vita personale del suo autore.

François Combe è un attore francese che ha lasciato la sua patria perché ferito nell’anima dal tradimento della moglie che pubblicamente lo ha “sostituito” con un altro attore più giovane. In America sperava in una carriera ricca e folgorante ma le sue interpretazioni non vanno oltre quelle del classico caratterista francese.

Per tirare avanti il più a lungo possibile con il limitato capitale che possiede vive in un piccolo e misero appartamento a Manhattan dove non c’è neanche il telefono. Tutto ormai sembra portare Combe ad imboccare un triste quanto misero viale del tramonto quando una sera, per non sentire ancora una volta le smanie sessuali dei suoi rumorosi vicini, esce in strada. Nel suo girovagare incappa casualmente in Kay Miller, una donna che come lui sembra non avere più molte scelte. Il loro amore, che all’inizio è esclusivamente materiale, si consuma in tre piccole, ammobiliate e squallide camere a Manhattan. Amore che però, inaspettatamente e non senza dolore, consentirà loro di ricominciare…

Struggente e appassionato, questo romanzo ci racconta un pezzo intimo della vera vita di Simenon che nel 1945 si stabilisce a New York prima di trasferirsi con moglie e figlio in Canada. Lì inizia a lavorare come sua segretaria Denyse Ouimet, che prima diverrà sua amante e poi sua moglie.

Alla prima parte del loro rapporto si ispira quindi “Tre camere a New York”. E come sempre Simenon ci regala lo splendido ritratto di una donna “perduta” (secondo i canoni etici dell’epoca) e irrisolta che però grazie al suo sentimento puro e sincero riesce ad offrire una nuova opportunità a se stessa e al suo amante, indiscutibilmente molto più fragile e insicuro di lei.

Simenon è sempre Simenon…

Nel 1965 Marcel Carné dirige l’adattamento cinematografico “Tre camere a Manhattan” con protagonisti Maurice Ronet e Annie Girardot, che per la sua interpretazione di Kay vince la Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia.

“Manuale delle giovani marmotte” a cura di Mario Gentili

(Giunti/Disney, 2020)

E’ finalmente tornato disponibile il mitico e leggendario Manuale delle Giovani Marmotte nella fedelissima riproduzione della sua storica prima edizione pubblicata nel 1969.

Anche se io ancora non ero nato, lo incontrai qualche anno dopo, di terza o quarta mano, rimediato dal cugino del fratello maggiore del vicino di casa che fortunosamente era riuscito a portarlo in vacanza al mare…

E così, insieme ad un manipolo di giovani aspiranti marmotte realizzai una buona parte delle straordinarie idee descritte nel Manuale. Ovviamente iniziai con l’intramontabile “Filo diretto”, il “telefono” fatto con due bicchieri di carta e un pezzo di filo per cucire, per passare poi alle capanne costruite con le canne e alla vera vita da esploratore indomito.

Nel rileggerlo oggi non ci si può non emozionare davanti ad un libro che ha indubbiamente influenzato più di una generazione, dando spunti per giocare e conoscere il mondo, magari non sempre ad oggi “politically correct” – come per esempio suggerire, per non sporcare, di seppellire i rifiuti di un picnic sottoterra… – e forse a volte un pò troppo ingenui – come i consigli per diventare “simpatico” – ma sempre mirati al rispetto degli animali e della Natura.

Ma soprattutto questo Manuale ci racconta com’era l’infanzia nel nostro Paese prima dell’avvento definitivo di sua maestà la televisione, quando i ragazzini crescevano giocando per strada sbucciandosi continuamente le ginocchia. D’altronde non ci sono più le mezze stagioni e la nostalgia non è più quella di una volta…

Frasi fatte a parte, rileggerlo è come ritrovare casualmente il compagno di giochi di un’afosa estate cittadina con cui si sono passati momenti indimenticabili che però crescendo si era perso di vista.