“Book Tour – L’autore incontra il suo pubblico” di Andi Watson

(Edizioni BD, 2021)

G.H. Fretwell ha da poco pubblicato il suo ultimo romanzo “Senza K” e, come richiesto dal suo editore, parte per un tour promozionale. Lo fa malvolentieri perché a casa lascia sua moglie Rebecca e suo figlio piccolo Olly. Ma ogni scrittore ha bisogno del suo pubblico e così lascia la sua città per un’altra dove rimarrà pochi giorni, giusto il tempo di incontrare in alcune librerie i suoi lettori e firmare loro le copie del suo libro.

Ma alla stazione della sua meta uno sconosciuto, fingendosi un facchino, gli ruba la valigia con dentro i suoi libri. Dopo aver denunciato il furto, Fretwell passa al suo albergo e poi si reca nella libreria per l’incontro col pubblico. Ma nel locale trova solo la signora Rebecca (come sua moglie …senza K) Harpin, la commessa: forse a causa della pioggia alla libreria non si presenta nessuno. Un po’ sconfortato Fretwell viene convinto dalla Harpin ad anticipare la chiusura dell’evento, visto che lei poi è stata invitata a cena al “Locarno”, il migliore ristorante della città.

Tornato in albergo Fretwell ordina un pasto in camera e si mette subito a letto. Ma la mattina dopo, prima di raggiungere la nuova libreria per il nuovo incontro con i suoi lettori, Fretwell viene avvicinato da due poliziotti che vogliono rivolgerli alcune domande sulla sera precedente, visto che la signora Harpin è scomparsa e in città c’è uno spietato serial killer. Le assonanze fra la trama del suo ultimo romanzo e la scomparsa della donna sono incredibilmente tante. Inizia così per Fretwell una discesa agli inferi che diventerà sempre più ripida…

Pubblicato per la prima volta in Gran Bretagna nel 2019, questo delizioso graphic novel ci racconta la storia, ma soprattutto la mente, di uno scrittore travolto da quello che più difficilmente può comprendere e gestire: tutto ciò che è oltre i suoi libri.

Con efficaci toni kafkiani e inquietanti atmosfere simili allo splendido romanzo breve del grande Leonardo Sciascià “Una storia semplice”, Watson ci dipinge un racconto dentro ad altri racconti davvero bello, grazie anche al suo tratto apparentemente semplice e lineare.

Da leggere e da vivere.

“Il presidente” di Georges Simenon

(Adelphi, 2012)

Émile Beaufort è stato uno degli uomini più influenti di Francia e del mondo. Il suo carattere decisionista, volitivo e pratico lo ha reso uno degli statisti più famosi del suo tempo. Alla politica e alla Francia Beaufort ha sacrificato tutto, anche la sua vita privata.

E’ stato sposato, è vero, ma solo per circa tre anni. Ha avuto anche una figlia, ma che non ha mai veramente frequentato e non vede da molto tempo. Beaufort è stato uno dei “Cinque Grandi”, che erano i cinque capi di stato che per molto tempo hanno governato l’intero pianeta. Ma adesso, tranne lui, i “Cinque Grandi” sono tutti morti. Così come sono scomparse moltissime delle persone con cui ha fatto politica per tanti decenni.

Beaufort ormai ha superato gli ottant’anni e vive a “Les Ébergues”, una residenza che ha scelto molti anni prima come luogo di risposo e villeggiatura, e poi messagli a disposizione dal Governo. La villa è a pochi chilometri da un piccolo porto della Normandia dove tutto lo conoscono e lo chiamano: il Presidente.

Ma se Beaufort è stato numerose volte Presidente del Consiglio, non è mai riuscito a diventare Presidente della Repubblica. Il treno per l’Eliseo passa una sola volta nella vita di un politico, anche in quella di uno consumato e scaltro come lui, e quella volta sulla sua strada ci si è messo Chalamont, il suo fedele e storico assistente.

Da quel giorno i due non si parlano più e il giovane intraprese la sua carriera politica indipendentemente dal suo storico mentore che, poco prima di ritirarsi, dichiarò perentoriamente: “Chalamont non sarà mai Presidente del Consiglio finché io sarò in vita …e neanche dopo”.

Il Presidente ormai passa le giornate seduto sulla sua poltrona Luigi Filippo ad osservare il fuoco nel camino che la sua storica segretaria rintuzza con precisione maniacale, assistito dai suoi collaboratori fedelissimi come Emilè, il suo autista che è l’unico a cui lui dà del tu. Nelle sue giornate ci sono anche l’infermiera e il medico che si prendono cura della sua salute ormai divenuta cagionevole dopo un ictus che lo ha colpito poco tempo prima. Inoltre, nel giardino de Les Ébergues si alternano ventiquattro ore al giorno tre poliziotti inviati dal Ministero degli Interni per garantire la sua sicurezza.

Ma davanti al fuoco Beaufort ripercorre la sua vita politica – e non solo – ripercorrendo la sua carriera, le sue vittorie e le sue – poche ma determinanti – sconfitte, soprattutto adesso che tutti i giornali e radiogiornali – che lui ascolta in ogni edizione – parlano della grave crisi di Governo che ha investito il Paese. Perché l’ultima risorsa per il Presidente della Repubblica, l’ultimo politico che sembra poter ottenere la fiducia per un suo Governo dopo che tutti, da settimane, naufragano miseramente, sembra essere proprio Chalamont…

Splendido romanzo intimista del maestro Simenon che ci porta magistralmente – come sempre – nell’animo del suo protagonista e ci racconta la storia personale di un uomo che ha fatto la storia. Finito di scrivere nell’ottobre del 1957 e pubblicato per la prima volta l’anno successivo, questo bellissimo romanzo sembra essere stato appena redatto.

Il genio e l’arte di Simenon ci descrivono meravigliosamente lo sguardo di uomo anziano, che aspetta l’ultimo respiro, ma che al tempo stesso è legato alla vita come forse non lo è mai stato in precedenza. E soprattutto ci parla di una politica dura e spietata che nel corso dei decenni non sembra essere affatto cambiata.

Incredibilmente attuale. Da leggere.

Nel 1961 Henri Verneuil dirige l’adattamento cinematografico “Il presidente” con Jean Gabin nei panni di Beaufort e Bernard Blier in quelli di Chalamont.

“Psicospettro” di L.P. Davies

(Mondadori, 1977)

L’inglese Leslie Purnell Davies (1914-1988) è stato uno degli scrittori di fantascienza per stile e atmosfere fra i più paragonabili al grande Philip K. Dick. I suoi protagonisti, infatti, sono sovente vittime di manipolazioni della propria coscienza con conseguenti gravi amnesie e perdite d’identità. E la loro ricerca della verità diventa la colonna portante dei suoi romanzi.

Nel 1965 Davies pubblica “The Artificial Man” che nel 1968 viene portato sul grande schermo con lo sfizioso adattamento “Anno 2118: Progetto X” firmato da William Castle. Nel 1967 pubblica “Psychogeist” che da noi arriva solo dieci anni dopo nella mitica collana “Urania”, col titolo “Psicospettro”.

Colford è un piccolo centro nella campagna inglese. Il giovane dottore Peter Hill vi si è trasferito da un paio di settimane dopo che suo zio Andrew, storico medico della località, è stato colpito da un infarto ed è in convalescenza nell’ospedale del luogo.

La routine quotidiana fra l’ambulatorio e le visite a domicilio di Peter viene interrotta dall’incontro con la signora Martha Metclafe che gli chiede di far ricoverare suo zio Edward Garvey. Il giovane Hill, solo qualche giorno dopo e successivamente ad aver parlato con suo zio, decide di andare a Betley Hatch, località situata a circa cinque chilometri dal paese, dove vive la Metclafe. Garvey, un anno prima, è stato vittima di un grave incidente con numerose fratture dal quale ancora non si è completamente ripreso sia fisicamente che moralmente.

Per cercare di velocizzare la sua ripresa, Martha Metcalfe e sua figlia Rosemary, si sono traferite insieme allo zio nel villino a Betley Hatch. Ma le cose non sono migliorate, anzi, Edward passa quasi tutto il tempo a dormire chiuso nella sua camera. Appena arrivato Hill scopre che nell’abitazione ci sono solo Garvey e Rosemary, perché Martha Metcalfe è stata ricoverata in ospedale a causa di un esaurimento nervoso, poco dopo il loro incontro.

A fare gli onori di casa c’è anche Harvey Milton, un anziano insegnate in pensione che vive nel cottage accanto al loro. E proprio davanti ai tre una tazzina inizia a fluttuare nel salone per poi rovinare sul pavimento andando in mille pezzi.

Nonostante lo scetticismo, Hill non può che prendere atto che nella casa si consumano fenomeni paranormali, imputabili a un poltergeist. Ma, intanto, nella stanza al piano superiore Garvey si addormenta risvegliandosi nel corpo e nell’anima di Argred il Libero, alla ricerca dell’Antica Razza e pronto a compiere la sua inesorabile vendetta…

Originale e sfizioso romanzo nel segno della grande fantascienza degli anni Sessanta, con un accattivante snodo narrativo e gustoso finale. Per patiti del genere e non solo. Purtroppo oggi è reperibile solo nel mondo dell’usato dove si possono ritrovare solo copie stampate oltre quarant’anni fa.

“Zero Gravity” di Woody Allen

(La Nave di Teseo, 2022)

Dopo l’esilarante e al tempo stesso amara autobiografia “A proposito di niente”, il genio newyorkese Woody Allen torna a scrivere un libro. Questa volta si tratta di una raccolta di diciannove racconti, alcuni già comparsi sul “New Yorker”, altri invece inediti.

Tutti sempre divertenti e a volte malinconici che ci narrano di una società e una cultura che, quantomeno, lascia molto a desiderare. Cosa che ci ricorda l’intramontabile frase del grande Groucho Marx – sempre molto amato da Allen – che più o meno diceva così: “Non voglio far parte di un club che accetti tra i suoi soci uno come me”. Ecco, Woody Allen, con questi racconti sembra dirci che mal sopporta la cultura contemporanea, anche se volente o nolente lui stesso vi fa parte ed è considerato – giustamente! – una delle punte di diamante più rilevanti.

Se proprio devo scegliere, costretto davanti al plotone d’esecuzione, dico “Crescere a Manhattan”, bello e struggente che sfiora molti – se non tutti – argomenti e ambientazioni preferiti da sempre da Allen e narrati in numerose delle sue pellicole, a partire dalla città che non dorme mai: New York.

Arrivati all’ultima pagina, come capita solo coi grandi libri, ci intristiamo diventando nostro malgrado orfani di pagine e parole che ci hanno riempito l’anima e il cuore, facendoci ridere, sorridere a volte diventare malinconici.

Anche se Dio è morto, Marx (…Karl) è morto, tu Woody resisti e scrivi ancora …mi raccomando!

D’altronde, come diceva sempre il grande Marx (stavolta ancora Groucho): “All’infuori del cane, il libro è il migliore amico dell’uomo. Dentro il cane è troppo scuro per leggere”.

“MOR – Storia per le mie madri” di Sara Garagnani

(ADD Editore, 2022)

E’ indiscutibile che la famiglia è spesso uno dei pilastri della società, ma è doveroso riconoscere allo stesso tempo come questa possa essere, fin troppo spesso, il focolaio di dolori e traumi profondi. Al di là della mera definizione di famiglia, che ormai fortunatamente è andata ben oltre a quella arcaica e oppressivamente limitante dettata da dogmi e condizionamenti religiosi, l’ambiente in cui cresciamo e impariamo a convivere con noi stessi ci segnerà in maniera indelebile nel bene come nel male.

Già dal titolo è chiaro che la Garagnani ci racconta la storia delle donne delle sua famiglia, donne con le quali è cresciuta o con le quali sono cresciute le donne con cui lei ha vissuto. Il racconto di questo bel graphic novel è al tempo stesso bello, drammatico e crudo. Inizia dall’infanzia di sua madre Annette, cresciuta assieme al fratello gemello Christer sotto l’ombra della madre Inger, una donna tanto avvenente quanto dura e preda sovente di terribili crisi d’ira, soprattuto quando il marito era assente.

I continui abusi emotivi e morali – e probabilmente anche fisici – portano i due piccoli bambini a crescere in un mondo il cui lato oscuro diventa sempre più ingombrante. Raggiunta la maggiore età Annette abbandona la casa della madre, che dopo aver lasciato il marito frequenta altri uomini alcuni dei quali assai ambigui, e dalla Svezia si trasferisce in Italia dove incontra Agostino col quale decide di creare una famiglia.

Inizia così la seconda parte della vita di Annette che diventa la madre di Sara. Ma quell’enorme vuoto nero è sempre più difficile da arginare, viste poi le frequenti ingerenze di Inger nella vita della neomamma. Se Inger, per sopravvivere al suo di vuoto, replica “l’educazione” ricevuta sulla figlia, Annette tenta in ogni modo di lasciare lontano Sara dalle dinamiche tragiche della sua infanzia. Ma il prezzo sarà, purtroppo, altissimo…

La Garagnani ci ricorda come il ruolo della madre, in una società inesorabilmente patriarcale, è schiacciato e oppresso visto che lo stesso ruolo deve essere sempre e comunque complementare a quello degli uomini, mariti o figli che siano. Che si tratti dell’Italia – dove negli anni dell’infanzia di Annette erano ancora in vigore tragicamente il “matrimonio riparatore” e il “delitto d’onore” – o della più “progredita” Svezia, le donne dovevano sempre e comunque adeguarsi, stritolate da arcaici dogmi culturali e religiosi. Tema che il maestro Ingmar Bergman ci ha raccontato in maniera sublime in molti dei suoi film, fra cui spiccano “Fanny & Alexander” o “Con le migliori intenzioni”, da lui scritto e diretto da Bille August nel 1992.

Quello che Garagnani ci sottolinea in maniera molto efficace è poi l’assordante silenzio di molti degli uomini della sua vita, a partire dal nonno, il padre di Annette.

Da leggere.

“Zucchero amaro” di Daniel Kraus

(Bompiani, 2022)

Jody è un ragazzino che ha avuto un’infanzia difficile così come lo è l’adolescenza appena cominciata. Nel suo mondo gli adulti sono soprattutto prepotenti, arroganti ed egoisti. Tutti tranne sua madre e Robbie. Da quando il padre li ha abbandonati, infatti, Jody e sua madre hanno sempre vissuto da soli fino al giorno in cui la donna ha smesso di alzarsi dal letto per guardare ininterrottamente la televisione, tanto da avere ormai il corpo pieno di piaghe da decubito.

Nel momento in cui i soldi hanno iniziato a finire la madre di Jody ha fatto richiesta per l’affido di Midget, una bambina che, nonostante la tenera età, era già passata in numerose case famiglia o fra le mani di pessimi genitori affidatari. I soldi che lo Stato passa loro per la piccola permettono a Jody e a sua madre di tirare avanti. Così il piccolo è diventato improvvisamente il fratello maggiore di una ragazzina che non parla con nessuno, se non con gli insetti che incontra.

L’altro adulto per il quale Jody ha un certo rispetto è Robbie, un uomo alle soglie dei trent’anni che vive in fondo a Yellow Street, in una casa ormai diventata una catapecchia. I suoi genitori, circa dieci anni prima, lo hanno abbandonato e lui è rimasto solo, riuscendo a sopravvivere spacciando o facendo piccoli lavoretti che nessun altro vuole fare. Eppure da adolescente Robbie era la promessa dei “Knights”, la squadra di football del liceo locale. Nel gruppo c’è anche Dag, una coetanea di Jody che vive invece in un quartiere molto chic della città. Anche lei però, nonostante il benessere e l’opulenza, è stata vittima dei suoi genitori.

Halloween si avvicina all’orizzonte e i quattro decidono di approfittarne per vendicarsi della cittadina e della società che fisicamente e moralmente li ha presi sempre a calci in bocca. Ma dal male può nascere solo il male, come loro stessi incarnano…

Pubblicato per la prima volta nel 2019 col titolo originale “Blood Sugar”, questo “Zucchero amaro” è un romanzo che ricorda stile e argomenti degli scritti più famosi dello scozzese Irvine Welsh che raccontano in maniera dura e cruda coloro che vivono ai margini, che sono stati masticati e poi sputati dalla società.

Yellow Street, infatti, potrebbe far parte tranquillamente di Leith, il sobborgo di Edimburgo nel quale Welsh è nato e cresciuto, e dove ha ambientato i suoi romanzi più famosi. Anche se “Zucchero amaro” non tocca le vette degli scritti di Welsh merita comunque di essere letto.

“La tempesta del secolo” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2000)

Little Tall Island è una delle isole sparse davanti alla costa del Maine. I suoi circa quattrocento abitanti si conoscono tutti, visto poi che sono quasi tutti parenti. Anche se l’estate l’isola ospita numerosi turisti e villeggianti, il cuore della comunità è composto dagli stessi cognomi da ormai molte generazioni.

E’ per questo che da decenni sull’isola non si consuma nessun delitto, a parte quello presunto di Joe St. George, passato ufficialmente come incidente. St. George, infatti, è stato ritrovato in un vecchio pozzo morto per le ferite subite durante la caduta, ma tutti sull’isola sanno che nella dinamica della sua morte c’è entrata senza dubbio sua moglie, Dolores Claiborne. Ma è stato un “fatto” privato che riguardava esclusivamente le dinamiche e gli abitanti dell’isola, solo loro. A Little Tall Island tutti sanno tutto – o quasi – di tutti e per questo non si commettono delitti. Almeno fino al terribile inverno del 1989.

A raccontarci, nove anni dopo, gli eventi agghiaccianti di quell’inverno è Mike Anderson, che allora sull’isola era il proprietario dell’unico emporio e, “a tempo perso”, lo sceriffo. Il suo secondo lavoro, infatti, prevedeva al massimo il fermo per una notte di qualche suo concittadino ubriaco o molesto, ma niente di più. Il reo veniva ospitato nella cella realizzata dal fabbro alla meno peggio nel retro del suo emporio e la mattina seguente tornava a casa dopo un perentorio rimbrotto.

L’inverno del 1989 era iniziano come tanti altri, ma al suo culmine l’incontro di alcuni fronti freddi provenienti dal continente e dall’oceano aveva dato il via a una tempesta molto forte. Col passare delle ore i meteorologi avevano cominciato a intuire che l’evento sarebbe stato quasi senza precedenti e la sua furia si sarebbe scatenata soprattutto sulle coste del Maine.

Dei circa quattrocento abitanti di Little Tall Island la metà si fermò sulla costa dove c’erano le scuole superiori e fabbriche, mentre gli altri, soprattutto anziani e i bambini in età d’asilo, rimasero sull’isola. Fu lo stesso Anderson a chiedere al Sindaco Robbie Beals di organizzare letti e cibo per tutti gli isolani rimasti sull’isola nei sotterranei del Municipio.

Mentre il mare iniziava ad agitarsi e la neve a fioccare con vigore, alla porta dell’anziana Martha Clarendon bussò André Linoge, un essere molto cattivo che in pochi secondi la uccise colpendola violentemente col suo bastone dalla testa in argento a forma di lupo. Col sangue della sua vittima scrisse sul muro “Datemi quello che voglio e io me ne andrò” e poi si sedette nella poltrona della padrona di casa aspettando l’arrivo dello sceriffo. Ma chi era Andre Linoge? …E soprattutto cosa voleva dagli abitanti di Little Tall Island?

Il Re ci racconta superbamente, ancora una volta, una storia agghiacciante dove il mostro più terribile forse non è l’essere sovrannaturale che uccide e abusa gli abitanti di una piccola comunità, ma il lato oscuro della stessa comunità messa con le spalle al muro.

Nella prefazione King ci racconta la genesi e la struttura di questa sua opera. L’idea gli è venuta semplicemente osservando una vecchia foto che ritraeva uno sconosciuto seduto su una branda dietro le sbarre di una cella. Dall’espressione e soprattutto dagli occhi l’uomo doveva essere una persona cattiva, molto cattiva. Al Re è bastato questo per liberare la sua fantasia che col passare del tempo ha elaborato la spina dorsale della storia che si è andata a intrecciare con la vera tempesta di neve che a metà degli anni Settanta colpì duramente gli Stati Uniti del nord.

La scelta poi di ambientarla nella stessa isola immaginaria dove qualche tempo prima aveva fatto consumare le vicende del suo splendido “Dolores Claiborne” – da cui Taylor Hackford ha diretto l’ottimo adattamento “L’ultima eclissi” nel 1995 – gli forniva nuove e numerose possibilità narrative in un ambito conosciuto e già ampliamente rodato.

Per quanto concerne la struttura King ci spiega come fin dalla stesura delle prime pagine gli sia stato chiaro che non si trattava di un romanzo classico ma di un: “autentico romanzo per la televisione”. “E’ sempre l’idea a dettare la forma” ci sottolinea il Re che ha scritto quindi direttamente una vera e propria sceneggiatura. Lo sviluppo della storia non poteva essere contenuto in un normale film e per questo King, una volta finita, la propose direttamente a un nertwork nazionale. La miniserie suddivisa in tre puntate andò in onda sulla Abc a partire dal febbraio del 1999 e solo dopo venne pubblicato questo libro che contiene perciò la sceneggiatura originale firmata dal Re.

Non si può parlare perciò di un adattamento televisivo di un’opera del maestro del terrore, come ad esempio “L’ombra dello Scorpione”, ma di un’opera scritta e pensata proprio per la TV. La serie, diretta da Craig R. Baxley, rispecchia fedelmente l’opera originale e le pochissime modifiche, ci racconta sempre King nella prefazione, hanno toccato solo le scene più cruenti o hanno riguardato i tempi per l’inserimento degli spot pubblicitari.

Per la chicca: Stephen King recita un brevissimo cameo nei panni di un conduttore televisivo che appare per qualche secondo sulla televisione rotta della povera Martha Clarendon.

“Sei giorni di preavviso” di Giorgio Scerbanenco

(La Nave di Teseo, 2020)

Siamo nel 1940 e la guerra appena iniziata sembra ancora – ingenuamente… – dover durare poco e portare il Regno d’Italia al centro del mondo assieme al III Reich e all’impero del Sol Levante. La dittatura fascista non approva il genere letterario poliziesco, nato e sviluppatosi in Gran Bretagna, ma le centinaia di migliaia di copie di “gialli” vendute ogni giorno nel nostro Paese gli impediscono di metterlo all’indice, come invece accadrà qualche anno più tardi mentre il conflitto mondiale diventerà più tragico e oscuro.

Il giovane Giorgio Scerbanenco dall’editore Rizzoli è passato a Mondadori dove lo stesso Arnoldo in persona chiede a tutti i suoi autori di cimentarsi proprio nel genere più amato dai lettori. Così anche Scerbanenco crea il suo investigatore personale che basa le sue indagini sull’osservazione e sulla deduzione, proprio come il grande Sherlock Holmes.

Ma il regime esige che i cattivi così come i delitti siano esclusivamente stranieri e non sul suolo patrio, meglio anche se su quello “corrotto” dei nemici. Così l’Arthur Jelling di Scerbanenco è un archivista della Polizia di Boston che, dato il suo incredibile acume, viene incaricato di seguire le indagini relative alle minacce di morte che sta subendo Philip Vaton, noto attore di teatro.

L’uomo sta ricevendo biglietti quotidiani che lo avvertono che il prossimo 12 novembre verrà ucciso all’alba a bordo della sua automobile. La Polizia non ha alcun indizio, e allora Jelling inizia a studiare attentamente la situazione proprio come quando legge i rapporti che poi deve classificare nell’Archivio…

Sfizioso giallo che rappresenta anche la prima inchiesta di Jelling, con un’incredibile ambientazione americana anche se Scerbanenco basa tutto il suo racconto su una carta geografica di Boston, città che prima di scrivere questo libro non ha mai visitato. Si tratta di un’indagine “rompicapo” ma senza troppo spargimento di sangue, proprio nel formato che allora andava per la maggiore e i cui maestri indiscussi sono Agatha Christie e Rex Stout. D’altronde nei decenni successivi, con l’avvento della televisione, verranno create delle serie poliziesche con i medesimi toni che riscuoteranno un successo planetario e duraturo come “Il tenente Colombo, “L’ispettore Derrick”, “Ellery Queen”, “La signora in giallo” o “Monk”.

E anche in questo ambito ben delimitato, la penna di Scerbanenco appare sottile e ficcante, soprattutto nel tratteggiare i caratteri e le anime spesso perdute di vittime e carnefici.

“Tre” di Valérie Perrin

(Edizioni e/o, 2022)

Come per il bellissimo “Cambiare l’acqua ai fiori“, Valérie Perrin in questo nuovo romanzo ci porta con un viaggio indimenticabile dentro l’anima dei suoi protagonisti.

Questa volta ne seguiamo tre – come ci preannuncia il titolo – Nina, Etienne e Adrien, tre bambini che si incontrano quasi per caso alla scuola elementare e insieme cammineranno per l’infanzia e l’adolescenza uno accanto all’altra.

Ma l’età adulta – anche se fin troppo spesso è solo una data formale – li porterà a confrontarsi con i lati più insondabili del proprio essere, e soprattutto la vita stessa e il destino li metterà alla prova, come capita poi alla maggior parte di noi.

Con uno stile fresco e diretto, che personalmente amo moltissimo, la Perrin ci racconta, attraverso un’efficace destrutturazione temporale, come poter raggiungere la nostra anima e soprattutto come imparare a convivere con noi stessi, cosa troppo spesso davvero complicata.

Così come nel suo precedente libro, la scrittrice usa come ambientazione la provincia francese, ed esattamente una piccola località della Borgogna, e solo come sfondo secondario Parigi, che rimane molto marginale. Un libro profondo, crudo e indimenticabile.

Adesso cara Valérie, non per metterti fretta o pressione, aspettiamo ansiosi la tua prossima opera!

“La Taverna di Mezzanotte – Tokyo Stories vol. 5”

(BAO Publishing, 2022)

Torniamo per la quinta volta nella Taverna più originale e saporita di Tokyo.

Dopo: “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories“, “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.2“, “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.3” e “La Taverna di Mezzanotte – Tokyo Stories Vol.4” è arrivato il quinto volume del manga più gustoso degli ultimi tempi.

Nel quartiere di Shinjoku, nei pressi del nodo ferroviario più importante del Giappone, da mezzanotte alle sette del mattino è aperto il piccolo ristorante dove le vite del clienti si intrecciano indissolubilmente coi piatti che il cuoco e proprietario prepara loro.

Attraverso queste nuove trenta ricette entriamo nella vita, così come nello stomaco ma soprattutto nell’anima, di vecchi e nuovi personaggi che almeno una volta nella vita si fermano una notte a mangiare nella Taverna.

E come dice Mayumi, personaggio ricorrente della serie di Yaro Abe, che apre questo quinto volume: “…Ma una vita senza la Taverna sarebbe di una noia mortale!”

Buon appetito e buona lettura!