“Vicolo cieco” di John Wainwright

(Arnoldo Mondadori Editore, 1984)

John Duxbury possiede una fiorente tipografia in un piccola cittadina nella provincia inglese, che gestisce insieme all’amato figlio Harry. Stimato dai suoi concittadini, John ha un rapporto complicato solo con Maude, sua moglie.

Nel suo diario John cerca di spiegare a se stesso i motivi del naufragio privato del suo matrimonio. In pubblico, infatti, i signori Duxbury sono inccepibili, ma in casa vivono fredde vite separate. Fino a quando, durante una breve vacanza, Maude precipita da una scogliera.

Il coroner chiude l’inchiesta come un triste incidente, ma alcuni giorni dopo presso il commissariato di zona si presenta il professor Foster che, sconvolto, confessa di aver visto Duxbury spingere volontariamente la moglie. Al sergente Harry Harker l’arduo compito di dipanare la complicata matassa…

Straordinario noir che non a caso il maestro Georges Simenon definì “indimenticabile”. Da molti considerato non a torto il capolavoro di John Wainwright. Davvero un libro da leggere.

Se è incredibile che un romanzo del genere in Italia sia fuori cataologo da anni, fortunatamente è possibile scovarlo nel mondo dell’usato nell’edizione del 1984 del Giallo Mondadori. Purtroppo si tratta di un’edizione economica e così ci sono due colonne in ogni pagina.

Ma la stessa edizione porta alla fine un raro e “preziosissimo” articolo dedicato proprio a John Wainwright – autore fra i più schivi di sempre – che ci racconta le contingenze che da vero poliziotto lo hanno portato a diventare scrittore di gialli.

Segue un articolo dedicato alla programmazione televisiva del dicembre 1984 dedicata ai film gialli e infine un breve racconto di Alan Legg scritto nel 1978 dal titolo “Ultime notizie 23 gennaio 2012” che leggerlo oggi è tutto un programma.

Da veri collezionisti insomma.

“Un drink prima di uccidere” di Dennis Lehane

(Piemme, 2011)

Dennis Lehane (nato a Boston nel 1965) è considerato una delle penne noir più brillanti della sua generazione.

Dai suoi libri, non a caso, sono stati tratti alcuni splendidi film come “Mystic River” diretto da Clint Eastwood, “Gone Baby Gone” di Ben Affleck e “Shutter Island” di Martin Scorsese.

La carriera di scrittore di Lehane inizia ufficialmente nel 1994, quando negli Stati Uniti esce il suo libro di esordio “A Drink Before the War”, i cui protagonisti sono Patrick Kenzie e Angela Gennaro, due detective privati che vivono e lavorano in uno dei quartieri più popolosi di Boston, una volta vera e propria colonia irlandese della città.

I due sono convocati dal senatore Mulkern, fra gli uomini più potenti di Boston, che affida loro il compito di ritrovare Jenna Angeline, un donna di colore che da anni fa le pulizie presso la State House di Boston. Il senatore e il suo staff sono convinti che la Angeline, al momento irreperible, abbia preso dei documenti riservati relativi a una proposta di legge contro le gang della città, che a breve dovrà essere approvata. Patrick e Angela accettano il caso che, naturalmente, non sarà così semplice come appare…

Ottimo romanzo noir, che ci racconta la violenta vita di una città che ospita una delle Università più famose al mondo, ma che deve fare i conti quotidianamente con il profondo razzismo radicato nell’anima dell’intera nazione, e con l’abissale gap fra poveri e ricchi che contraddistingue invece l’intero pianeta.

“Il club Vesuvio” di Mark Gatiss

(Kowalski, 2005)

L’inglese Mark Gatiss (classe 1966) è noto in tutto il mondo per essere l’ideatore – insieme a Steven Moffat – della serie tv “Sherlock” con Benedict Cumberbatch e Martin Freeman, nella quale poi interpreta anche il ruolo di Mycroft Holmes.

Oltre a scrivere le sceneggiature per la serie ispirata al grande personaggio inventato da Sir Arthur Conan Doyle, Gatiss ha curato gli script di numerose altre serie britanniche famose come “Poirot” e “Doctor Who”.

Ma non solo, Gatiss è anche l’autore di alcuni romanzi incentrati sulla figura di Lucifer Box, il primo dei quali è “Il club Vesuvio” pubblicato per la prima volta nel 2004.

Il Novecento è appena iniziato e anche se la regina Vittoria ha lasciato il trono al figlio Edoardo VII, a Londra si respira ancora l’aria vittoriana del secolo precedente. Fra i dandy più eleganti della capitale c’è il giovane pittore Lucifer Box, che vive della sua arte e abita al 9 di Downing Street, proprio accanto alla residenza ufficiale del Primo Ministro e non lontano da quella del Cancelliere dello Scacchiere.

Questo perché non molti anni prima l’intera zona su cui poi sarebbe sorta Downing Street apparteneva alla sua famiglia, di cui Lucifer oggi è l’ultimo discendente. Ma non è questa la cosa più singolare del giovane artista: Lucifer Box, infatti, è un agente segreto al servizio di Sua Maestà. E seguendo un’indagine oscura e molto pericolosa, Box approderà a Napoli, proprio alle falde del Vesuvio…

Godibilissimo romanzo giallo noir il cui protagonista è un superbo mix fra Sherlock Holmes e Oscar Wilde, nonché un anticipatore di James Bond e Simon Templar, con un pizzico d’ironia alla George Bernard Shaw.

Gatiss ha scritto anche altri romanzi il cui protagonista è Lucifer Box, ma in italiano è reperibile al momento purtroppo solo questo.

“Il cuoco dell’Alcyon” di Andrea Camilleri

(Sellerio, 2019)

Ecco, ci siamo. Questo è il primo romanzo del Commissario Montalbano che finisco senza il suo creatore, il Maestro Andrea Camillieri, scomparso poche settimane fa.

La sensazione è strana, tutto – o forse è più giusto dire quasi tutto… – il nostro Paese si è stretto nel cordoglio per la perdita di uno dei più letti autori italiani degli ultimi vent’anni, oltre che un grande intellettuale.

Camilleri ha pubblicato oltre 100 libri, e pensare che il suo primo romanzo fu rifiutato da molte delle nostre più rilevanti case editrici (come raccontò lui stesso in un’intervista al “Resto del Carlino” nel 1999) le stesse che oggi lo osannano. E se non fosse stata per l’autopubblicazione e la televisione Montalbano non sarebbe mai stato pubblicato. Ma questo è un altro discorso…

Torniamo a quest’ultima opera – al momento pubblicata – del grande scrittore siciliano. Nasce dallo sviluppo, come ci confida l’autore nelle noti finali, della sceneggiatura di un film che sarebbe dovuto essere coprodotto fra Italia e Stati Uniti.

E così troviamo il sessantenne Salvo Montalbano alle prese con la vecchiaia e con la vaga idea di andare in pensione. Ma quando le cose sembrano davvero portarlo al “riposo”, al commissario di Vigatà gli cominciano davvero a girare i cabasisi…

Crepuscolare, ma alquanto movimentata, deliziosa avventura di Montalbano che di fatto ci congeda dal suo autore che se ne è andato ultranovantenne, ma certamente molto più giovane di tanti suoi connazionali iscritti all’anagrafe decenni dopo di lui.

Come sempre, quando se ne vanno le grandi personalità della cultura, siamo tutti più poveri. Ma almeno ci sono rimasti i suoi libri (nonostante la lungimiranza di alcune brillanti e capaci menti della nostra più importante editoria).

“Stato di fermo” di John Wainwright

(Paginauno, 2015)

L’inglese John Wainwright (1921-1995) è stato uno dei migliori autori di noir e gialli del Novecento, tanto da avere pubbliche lodi anche dal grane Georges Simenon. Nello specifico, l’autore britannico è stato fra i più geniali creatori di “Police procedural”, ovvero di romanzi incentrati sui processi interni alle investigazioni, filone nato negli anni Quaranta e a partire dai Novanta approdato con enorme successo in televisione.

Nel 1977 Wainwright – con un vero passato nella Polizia – pubblica “Brainwash” che in italiano viene tradotto “Stato di fermo”, fra i più bei romanzi noir e “Police procedural” di sempre.

Poco dopo l’ora di cena viene convocato nella stazione di Polizia di una cittadina dello Yorkshire George Barker, un anonimo burocrate locale. L’uomo, in un boschetto qualche settimana prima, ha rinvenuto il corpo di Gwendolen Roberts, una bambina che prima di essere stata strangolata è stata stuprata.

Gli investigatori sono sicuri che la pover Gwendolen è la terza vittima di un feroce pedofilo che ha commesso nei mesi precedenti altri due atroci delitti simili. I movimenti e la totale mancanza di alibi portano gli inquirenti a sospettare pesantemente di Barker, e all’esperto detective Lyle viene affidato il compito di torchiare il sospetto fino a farlo cedere e crollare…

Meraviglioso romanzo che incalza e trascina come pochi, scritto con abilità e competenza, “Stato di fermo” è uno di quei libri che difficilmente si dimenticano.

Da leggere.

Per la chicca: nel 1981 il francese Claude Miller firma uno splendido adattamento cinematografico – di cui mi è già capitato di parlare – del libro, ambientato a Parigi, con protagonisti Lino Ventura, nei panni del detective, Michel Serrault in quelli dell’indiziato e Romy Schneider in quelli della moglie di quest’ultimo.

Nel 2000 Stephen Hopkins dirige “Under Suspicion”, adattamento hollywoodiano del libro, questa volta ambientato a Puerto Rico con protagonisti Morgan Freeman, Gene Hackman e Monica Bellucci.

“La moglie che ha sbagliato cugino” di Umberto Domina

(Sellerio, 2008)

Pubblicato per la prima volta nel 1965, questo delizioso romanzo ci ricorda che grande umorista e autore – letterario, radiofonico e televisivo – è stato Umberto Domina, scomparso nel 2006.

Classe 1921, Domina nasce a Palermo ma si trasferisce subito a Castrogiovanni, che nel 1927 tornerà a prendere l’antico nome di Enna. Alla fine del secondo dopoguerra, poco più che vent’enne, Domina tradisce la sua isola e “il povero cielo azzurro del Sud per la ricca foschia del Nord” – come scrive lui stesso ne “Morti di nebbia” – e si trasferisce a Milano.

In realtà Domina è abituato alla nebbia, visto che Enna è il capoluogo di provincia più nebbioso d’Italia, ma lo stacco è comunque enorme. Lui però sarà capace di vivere a pieno quel Nord centro nevralgico del Boom e dell’industrializzazione spinta italiana, senza scordare mai la sua isola.

L’autore siciliano, infatti, è fra i pochi che riesce a metabolizzare e sintetizzare l’essenza del Sud assieme quella del Nord. “La moglie che ha sbagliato cugino” ne è un’ottima testimonianza, raccontandoci la strana storia di due cugini siciliani, che condividono lo stesso nome e cognome: Liborio Cappa, entrambi emigrati a Milano. Uno controlla le schedine per il Totocalcio, l’altro vive alle spalle della moglie inglese. Le cose prenderanno una piega incredibile quando il primo deciderà di partecipare a un concorso pubblicitario…

La pubblicità, infatti, ha un ruolo determinate nella storia, e questo perché il primo vero e redditizio lavoro di Domina è stato quello di pubblicitario. Ma l’autore è sibillinamente conscio che se la pubblicità fa bene al commercio …può fare molto male al Paese.

E oggi, come dargli torto?

Insomma, un vero e proprio capolavoro ironico e umorista, in cui Domina gioca con la nostra società e con il nostro lessico – cosa che poi farà straordinariamente anche Stefano Benni – anticipando non poche svolte profonde della nostra cultura. Di lui – e del suo umorismo – il grande Enzo Biagi diceva che era “un siciliano che scrive come un inglese”.

Per la chicca: nella nota dell’edizione della Sellerio, Tano Gullo ipotizza che per la “sovrapposizione” dei due cugini omonimi, Domina si sia ispirato a quella che fece veramente Romain Gary – il cui vero nome era Roman Kacev – con suo cugino Paul Pavlovitch, che si prestò a interpretare Émile Ajar – lo pseudonimo con cui Gary pubblicò quattro romanzo fra cui lo splendido “La vita davanti a sé” – davanti a pubblico e stampa.

“L’asso nella manica” di Billy Wilder

(USA, 1951)

Il maestro Billy Wilder firma uno dei migliori film sul giornalismo della storia del cinema.

Charles Tatum (un duro e arcigno Kirk Douglas, in una delle sue migliori interpretazioni di sempre) è un giornalista d’assalto, pronto a tutto pur di avere uno scoop. Ma il suo carattere aggressivo e la sua passione per l’alcol e le donne lo hanno allontanato dalle testate più importanti della nazione.

Così sbarca ad Albuquerque, nel New Mexico, dove riesce a farsi assumere nel piccolo quotidiano locale. Il progetto di Tatum è quello di trovare il grande scoop per tornare a lavorare presso gli stessi giornali che lo hanno cacciato.

Ma per un intero anno ad Albuquerque non accade nulla, fino a quando Tatum non viene mandato a realizzare un servizio su un’esposizione di serpenti fuori città. Sulla strada, nei pressi di un’area di sosta, il giornalista si imbatte in un’ambulanza a sirene spiegate.

D’istinto la segue e scopre che il giovane proprietario dell’aria di servizio Leo Minosa è rimasto vittima di una frana che lo tiene bloccato in un’antica grotta indiana. Il malcapitato non è raggiungibile, il cunicolo in cui è intrappolato è mezzo franato. Charles può guardalo e parlargli da pochi metri, ma niente di più.

Tatum ha un sussulto: finalmente il fato gli offre quell’occasione di rivalsa che lui tanto brama. In pochi minuti avvisa il suo giornale e gli altri mezzi di comunicazione. Poche ore dopo l’area desertica intorno alla caverna inizia a riempirsi di curiosi e giornalisti.

Per avere la totale esclusiva, il giornalista promette allo sceriffo locale di appoggiarlo alle prossime elezioni. E così quando il responsabile degli scavi chiamato per salvare Leo illustra il suo piano che puntellando il cunicolo in circa sedici ore lo libererebbe, lo sceriffo, su indicazione di Tatum, lo obbliga invece ad iniziare a scavare direttamente dalla cima della collina, scelta che porterà alla salvezza di Leo in non meno di cinque o addirittura sei giorni.

In quei cinque o sei giorni, Tatum è convinto infatti, che tutto il mondo finirà col seguire il salvataggio, e lui potrà finalmente tornare nell’Olimpo della carta stampata…

Eccelsa riflessione sul giornalismo d’assalto e sulla sua più cinica spettacolarizzazione. Probabilmente nel 1951 nel nostro Paese – a differenza degli Stati Uniti – il giornalismo non era ancora stato vittima di tale triste fenomeno, eravamo probabilmente troppo preoccupati a leccarci le tragiche ferite della Seconda Guerra Mondiale appena persa.

Ma di lì a poco (nel 1954) in Italia sarebbe arrivata la televisione che, suo malgrado, avrebbe cambiato, oltre il modo di vedere le notizie, anche quello di farle.

Scritto dallo stesso Wilder assieme a Walter Newman e Lesser Samuels “L’asso nella manica” è ancora un grande capolavoro.

Da vedere.

“Guerre Stellari” di George Lucas

(Arnoldo Mondadori Editore, 1977)

La storia ci ha chiarito bene l’impatto che il merchandising di “Guerre Stellari” ha avuto sul fatturato multimilionario del film, e non solo. Ci sono in giro alcuni ottimi documentari che ci raccontano come le action figure – che io allora chiamavo romanticamente “pupazzetti”… – di Luke Skywalker, Han Solo, Leia Organa, Chewbacca, ma soprattutto quella di Lord Darth Vader hanno incisio l’immaginario collettivo, oltre che il PIL degli USA.

E di come poi le grandi case di produzione abbiamo imparato a programmare il merchandising già nella fase di pre produzione della pellicola.

Su quell’onda, la Arnoldo Mondadori Editore pubblicò il romanzo del film, scritto proprio da George Lucas (così almeno cita il copryright). Ovviamente parliamo di due opere completamente diverse, dove il libro è lo sviluppo del trattamento della sceneggiatura, esattamente l’inverso di quello che accade di solito.

Se per quanto riguarda il merchandising vero e proprio “Guerre Stellari” è stato il primo grande caso nella storia, per il romanzo invece no. Nel 1966 venne affidata a Isaac Asimov la trasposizione letteraria del film blockbuster “Viaggio allucinante” diretto da Richard Fleischer, solo per fare un esempio.

Ma torniamo a tanto tempo fa in una galassia lontana lontana: il romanzo ha il suo perché, soprattutto leggendolo a oltre quarant’anni di distanza. Nel prologo poi troviano i punti cruciali che lo stesso Lucas userà per scrivere i primi tre capitoli, mentre nulla ci anticipa i due che verranno girati negli anni successivi, “L’impero colpisce ancore” e “Il ritorno dello Jedi”.

Ci sono dettagli che nel film, per esigenze di montaggio sono semplicemente accennati, come la storica amicizia fra Luke e Ben, o il rapporto ambiguo fra Tarkin e Vader.

Ma soprattutto ci sono termini e traduzioni indimenticabili, su tutti l’astronave cargo del cornelliano Han Solo che si chiama: “Il Falcone Millenario” – …che goduria! – oltre a numerose foto di scena rigorosamente in bianco e nero, e in quarta di copertina il “Chi è” di Guerre Stellari.

Per veri patiti …e che la forza sia con te!

“Il mistero del London Eye” di Siobhan Dowd

(Uovonero, 2013)

Questo romanzo è stato scritto da Siobhan Dowd prima della sua prematura scomparsa avvenuta nel 2007. La scrittirice inglese – di origini irlandesi – ha lasciato alcune idee e soggetti da cui sono stati tratti alcuni romanzi e film di successo come “Sette minuti dopo la mezzanotte” scritto poi da Patrick Ness che ha anche un bellissimo adattamento cinematografico, e “Il mistero del Guggenheim” scritto da Robin Stevens.

Ma torniamo a “Il mistero del London Eye”: Ted è un ragazzino di circa dodici anni molto particolare, la sua mente immagazzina e memorizza tutto ciò che i suoi occhi scrutano. Per molti Ted è semplicemente un adolescente autistico, ma lui, sua sorella Kat, sua madre e suo padre sanno che non è banalmente così.

Ted ha la passione per la meteorologia i cui bollettini segue ogni sera alla radio sdraiato nel suo letto. Un weekend però Ted deve rinunciare alla sua cara abitudine perché deve dividere la stanza con Salim, suo cugino venuto a Londra con zia Gloria, la sorella di sua madre.

I due si stanno per trasferire a New York, ma Salim prima di lasciare il vecchio continente vuole vedere il famos London Eye, la ruota panoramica che sovrasta la metropoli. Ma proprio salendo sulla cabina dell’enorme ruota meccanica Salim scompare nel nulla, lasciando la madre e la Polizia senza il minimo indizio.

Solo le capacità deduttive di Ted riusciranno a risolvere quello che sembra davvero un rompicapo senza uscita.

Gran bel romanzo per ragazzi con un ritmo avvincente e uno stile davvero unico e affascinante. Un inno alla tollerenza e all’amore per gli adolescenti che, come sapeva raccontare magistralmente la Dowd: indipendentemente dal sesso, dal colore della pelle, da una sindrome neurologica o meno, sono solo dei bambini che si affacciano per la prima volta sul mondo crudo e disilluso degli adulti.

Da leggere.

“Il cardellino” di Donna Tartt

(Rizzoli, 2014)

Theodore Decker, detto Theo, ha avuto un’infanzia complicata che inesorabilmente si è trasformata in un’adolescenza molto problematica.

Figlio unico di una coppia male assortita Theo, poco dopo superati i dieci anni, rimane solo con la madre visto che il padre sparisce nel nulla, portandosi via alcuni gioielli e vari contanti.

La vita con sua madre sembra stabalizzarsi, ma appena compiuti i tredici anni Theo rimane orfano. Lui, al contrario di sua madre infatti, è uno dei pochi sopravvissuti al devastante attentato terroristico avvenuto nel cuore di New York, in uno dei musei più importanti della città.

Solo per una manciata di secondi si è allontanato dalla madre per rimanere a guardare una bambina sua coetana in visita anche lei alla pinacoteca, insieme al nonno, aveva dedotto Theo. Poi …il nulla.

Quando Theo si risveglia il suo universo è cambiato per sempre. La galleria è letteralmente andata in pezzi e molti corpi senza vita giacciono accanto a lui. Ma proprio in quel posto, pieno di morte e devastazione, Theo incontrerà quella parte di mondo che dopo un lungo e doloroso viaggio lo porterà a ritrovare se stesso…

Ottimo romanzo di formazione incentrato su uno dei temi principi e dolenti della cultura occidentale: il senso di colpa.

Se sotto molti aspetti è legato a doppio filo al Christopher McCandless di “Into the Wild” diretto da Sean Penn, il protagonista di questo romanzo Theo possiede anche quell’inesorabile senso di autodistruzione di un bambino, vittima degli eventi, che è convinto però di essere lui stesso la causa di tutto il male che lo circonda.

Struggente.