“L’uomo che andò in fumo” di Maj Sjöwall e Per Wahlöö

(Sellerio 1966/2009)

Nella sua seconda avventura, Maj Sjöwall e Per Wahlöö, portano il commissario Martin Beck in Ungheria, e precisamente a Budapest.

Lì, infatti, viene inviato il più famoso detective di Scandinavia per rintracciare, ufficiosamente, Alf Matsson, noto giornalista famigerato anche per il suo carattere iroso e il suo alcolismo. Le ultime notizie ufficiali di lui si hanno in un grande albergo poche ore dopo il suo arrivo nella capitale magiara, città nella quale poi sembra incredibilmente svanito nel nulla.

Beck, nonostante il supporto della Polizia locale, non sembra riuscire a venirne a capo. Solo quando alcuni suoi colleghi smuovono le acque a Stoccolma il mistero si dipanerà…

Come sempre, gran bel giallo firmato dalla coppia Sjöwall e Wahlöö, che colpisce ancora per la sua modernità di scrittura e scorrevolezza.

“La controspia” di Peter Ustinov

(D’Agostini, 1990)

Questo piccolo volume scritto da Peter Ustinov ci dimostra che cultura letteraria e generale possedeva uno dei più grandi attori cinematografici e teatrali del Novecento vincitore, tra i numerosi premi, di due Oscar.

Dopo la sua morte, ma in realtà qualche indiscrezione era trapelata già durante gli ultimi anni della sua vita, Peter Ustinov è risultato essere un importante collaboratore dell’MI5, il Servizio Segreto di Sua Maestà, così come lo fu suo padre.

Questo sia grazie alle sue origini – i suoi genitori avevano discendenze che risalivano a svariati Stati europei e non solo – che alla sua professione che lo ha portato in giro per il mondo.

Così il primo dei due racconti che dona il titolo anche al libro, “La controspia” appunto, ci parla delle frustrazione di un’ex spia inglese in pensione forzata. Come tutte i suoi colleghi messi a riposo, Glasp ha scritto un memoriale della sua lunga carriera in Medio Oriente. Secondo i suoi piani il tomo verrà pubblicato dopo la sua morte, scatenando le ire dei suoi ex superiori: sarà la vendetta per il suo forzato riposo. Ma Glasp non sopporta più aspettare e così prima prende carta e penna e poi alza il telefono accendendo una miccia a Beirut che deflagrerà fino a Londra…

Il secondo e ultimo racconto è il delizioso “Non chiamatelo naso” la cui protagonista è una famiglia di origini mediorientali che vive negli Stati Uniti. Il padre è studioso degli Assiri e gli è stata affidata una cattedra in un prestigioso ateneo. Esperto di politica mediorientale è spesso consultato dalla Casa Bianca.

La moglie e la piccola figlia vivono in relazione al lavoro e alle passioni del padre – che per scelta in casa non ha una tv o una radio – sono lo studio e la musica. Così la piccola cresce imparando a suonare la musica classica insieme ai suoi genitori che invitano settimanalmente colleghi per piccoli concerti.

Ma le cose cambiamo drasticamente per il professor Atuoa quando sua figlia diventa maggiorenne e con i risparmi accumulati con sacrificio si sottopone a una rinoplastica. Per il docente l’oltraggio è intollerabile, ma per sua figlia è indispensabile visto che il suo grosso naso – identico a quello di suo padre e di sua madre – l’ha sempre profondamente inibita. La lite è così furibonda che la ragazza decide di andarsene.

All’Università in Rettore – assiduo spettatore dei concerti casalinghi degli Atoua – va in pensione e il suo sostituto considera gli Assiri una materia superflua. Il nuovo inquilino della Casa Bianca poi ha il suo personale consulente mediorientale, e così Atoua è costretto a lasciare il piccolo cottage universitario che occupava da anni per trasferirsi in un appartamento in città. Ma i guai non sono finiti, sua figlia col suo bel naso nuovo, si innamora…

Davvero due racconti spassosi e lucenti, davvero ben scritti.

“Roseanna” di Maj Sjöwall e Per Wahlöö

(Sellerio, 1965/2005)

Con questo romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1965, esordisce l’investigatore più famoso della Scandinavia (e non solo) Martin Beck. Maj Sjöwall e Per Wahlöö riescono a creare un antieroe classico e malinconico, spietato nella caccia al colpevole, ma allo stesso tempo umano e comprensivo.

Nelle acque torbide e fangose di una chiusa lungo il Göta Canal, a Motala, viene ritrovato il corpo di una giovane donna. La ragazza è stata prima brutalmente violentata, strangolata, svestita e poi gettata nelle acque del canale. Sull’assassino così come sull’identità della vittima è buio totale.

Anche il reparto speciale della Polizia di Stoccolma non sembra venirne a capo, fino a quando arriva dagli Stati Uniti la denuncia di una ragazza scomparsa alcuni mesi prima. Si tratta di Roseanne MacGraw, che era partita per un viaggio solitario in Europa all’inizio dell’estate.

Beck e i suoi collaboratori riescono a ricostruire i movimenti della donna che è stata uccisa sul battello per turisti “Diana” nei primi giorni di luglio. Il “Diana” risale un lungo tratto del grande canale, e la traversata dura alcuni giorni.

E’ una delle attrazioni turistiche più note della zona. La compagnia fornisce il nome dei turisti imbarcati alla partenza, ma quelli occasionali – che salgono o scendono a una delle numerose fermate lungo il canale – sono praticamente irrintracciabili. Le cose cambiano quando a Beck viene in mente di chiedere alle persone che erano a bordo insieme alla McGraw le foto e i filmini girati durante le vacanze…

Nonostante il mezzo secolo superato, questo giallo non perde un colpo. E nonostante gli strumenti di investigazione della Polizia siano oggi fantascientifici, per come è ben scritto questo romanzo, non disturba affatto che il mezzo più sofisticato per comunicare di Beck sia il buon vecchio telefono.

Da antologia la ricostruzione delle ultime ore di vita della vittima attraverso i filmini dei turisti.

“Delitto in piazza” di Paolo Levi

(Rizzoli, 1976)

Questo giallo, pubblicato per la prima volta nel 1976, ha come protagonista un investigatore davvero fuori dagli schemi. Mario Aldara, infatti, è un anonimo impiegato di un altrettanto anonimo ufficio del Ministero degli Interni. Scapolo impenitente, dopo una feroce delusione d’amore avuta a vent’anni, superati i quaranta incontra Patrizia, una giovane e avvenente ragazza, dal passato burrascoso, che in pochi mesi gli cambia la vita.

Dopo averlo convinto a cambiare casa andando ad abitare in centro, in un appartamento con vista su una piazza storica di Roma, Patrizia spinge Mario affinché “faccia carriera”.

Intanto, confida ai suoi nuovi vicini che il suo compagno così apparentemente anonimo è in realtà nei Servizi Segreti, cosa che porta l’inconsapevole Mario una sera a casa dei Norchia, i proprietari dell’appartamento sopra il suo.

La signora Norchia ha un dolore che la consuma: sua sorella maggiore Ada è scomparsa da oltre due anni senza lasciare traccia e da qualche tempo il suo “fantasma”, a notte inoltrata e quando lei e il marito sono fuori, visita la casa. Suo malgrado, Mario viene trascinato in un’indagine che scoprirà non poche miserie umane…

Godibilissimo giallo all’italiana, pieno di ironia che ci regala uno specchio della nostra società cattivo e scanzonato dallo stesso autore de “Ritratto di provincia in rosso”.

Per la chicca: nel 1980 la RAI ne realizza uno sceneggiato in tre puntate con Luigi La Monaca (una delle nostre voci più belle) nei panni di Aldara con la sceneggiatura firmata dallo stesso Paolo Levi.

“Il poliziotto che ride” di Maj Sjöwall e Per Wahlöö

(Sellerio 1968/2007)

Il duo Maj Sjöwall e Per Wahlöö rappresenta uno dei capisaldi della letteratura gialla mondiale. Per dieci anni, dal 1965 al 1975 – anno della morte di Wahlöö – i due compagni di scrittura – oltre che di vita – hanno sfornato dieci romanzi dedicati all’investigatore della Polizia di Stoccolma Martin Beck, considerato giustamente un alter ego scandinavo del grande Maigret . Questo “Il poliziotto che ride” del 1968 è forse il loro romanzo più famoso.

In una sera piovosa di Stoccolma, mentre le Forze dell’Ordine sono concentrate in una zona dove sono scoppiati alcuni tafferugli con dei manifestanti, in un’altra, proprio alla periferia della città, un autobus di linea esce fuori strada fermandosi contro un palo. Quando due agenti vengono chiamati da un passante, salgono sull’autobus e vi trovano una carneficina. Otto persone, compreso l’autista, sono state crivellate dai colpi di un’arma da fuoco.

Sul posto arriva Beck che, assieme ai suoi colleghi giunti rapidamente come lui, deve constatare che fra le vittime c’è anche un agente di Polizia, suo giovane collaboratore. Solo ripercorrendo le ultime settimane di vita del collega, Beck potrà risalire al feroce assassino…

Davvero un grande giallo, anche a distanza di tanti anni. Leggendolo si capisce come il duo Maj Sjöwall e Per Wahlöö sia di fatto il fondatore della letteratura gialla scandinava oggi tanto di successo.

Per la chicca: nel 1974 Stuart Rosenberg dirige “L’ispettore Martin ha teso una trappola”, adattamento cinematografico del libro ambientato a San Francisco, con il grande Walter Matthau nei panni di Martin Beck.

 

 

 

 

“Doppia morte al Governo Vecchio” di Ugo Moretti

(Longanesi, 1977)

Ugo Moretti è una delle figure più sfuggenti della cultura italiana del Secondo Dopo Guerra. Classe 1918, esordisce nel 1949 con “Vento caldo” che vince il Premio Viareggio. Successivamente Moretti firma numerosi romanzi, anche sotto pseudonimo, e altrettante sceneggiature cinematografiche. Scrive oltre venti gialli, ma questo “Doppia morte al Governo Vecchio”, la cui prima edizione risale al 1960, è forse il più famoso.

Dindo – Armando all’anagrafe – Baldassarre è un uomo che ama la pittura e l’arte in generale. Ma la vita lo ha portato a entrare nella Polizia di Stato. La sua carriera però si è interrotta bruscamente dieci anni prima, quando nel cuore della notte ha aiutato involontariamente un plurimo omicida a scappare. Scongiurato per un soffio il licenziamento, Baldassarre è stato trasferito all’Archivio Corpi di Reato che si trova nel cuore del centro storico di Roma. Scopre così, casualmente, che il suo predecessore – morto sul lavoro per aver confuso una pastiglia di cianuro con una di optalidon – aveva uno smercio clandestino, e alquanto fruttuoso, di reperti criminali che teneve gelosamente in un piccolo appartamento a pochi passi dall’ufficio.

Baldassarre prende così le redini dell’Archivio e del piccolo commercio, e lo usa per alimentare la sua passione: dipingere. Nessuno al mondo, nemmeno sua moglie Adriana, è a conoscenza del suo piccolo studio, fino al giorno in cui nell’antico e storico palazzo adiacente muoiono due persone: il vecchio principe, padrone del palazzo, e Romolo lo stagnaro, compagno di mille tresette dello stesso Dindo.

Baldassarre ha così l’opportunità di tornare a indagare, e forse quella di salvare la sua carriera, visto che se all’inizio le due morti sembrano un indicente, l’autopsia svela che si tratta di un duplice omicidio. Dindo indagherà sfruttando le sue amicizie locali che lo credono solo un viziato pittore e non un pubblico ufficiale, e in sole ventinove ore risolverà l’intricato caso…

Singolarissimo e sfizioso giallo con un protagonista che anticipa di molto gli investigatori che poi invaderanno la nostra editoria. Scritto in maniera insolita e irriverente “Doppia morta al Governo Vecchio” è davvero da leggere.

Nel 1977 Steno ne dirige la riduzone cinematografica con Marcello Mastroianni nei panni di Baldassarre, e lo stesso Moretti partecipa alla stesura della sceneggiatura.

 

“Gli indimenticabili Cetra” di Virgilio Savona

(Sperling & Kupfer Editori, 1992)

Nella mia infanzia, gli anni Settanta, il Quartetto Cetra era semplicemente il gruppo di cantanti che eseguivano “Nella vecchia fattoria”, oppure i protagonisti di alcune parodie in bianco e nero di famosissimi romanzi, parodie trasmesse il pomeriggio come “tappabuchi” che poi venivano sempre interrotte troppo presto, per lasciare il posto ai programmi del palinsesto ufficiale.

Durante gli edonistici anni Ottanta il Quartetto Cetra venne generalmente relegato a “vecchia roba da nonni” o da revival. Solo qualche esperto e profondo conoscitore della musica e dello spettacolo italiano come Renzo Arbore ne parlava estasiato. E a ragione.

Il Quartetto Cetra è stato uno degli elementi fondanti la nostra cultura musicale prima e televisiva poi. Non a caso Francesco Guccini li considera i nostri Beatles, e le innovazioni che hanno portato segnano ancora la musica italiana.

Questo volume scritto da Virgilio Savona nel 1992, l’autore delle musiche e degli arragiamenti del Quartetto, ripercorre la loro quarentennale storia. Dal 1940 quando lo stesso Savona (studente del Conservatorio di Santa Cecilia di Roma), grazie al giovane Agenore Incrocci (si, proprio Age il grande sceneggiatore che poi per un breve periodo farà parte del gruppo canoro) incontra in un bar il Quartetto EGIE formato da (Giovanni) Tata Giacobetti, Enrico De Angelis, Iacopo Jacomelli e Enrico Gentile. I quattro chiedono a Savona di educarli alla melodia e così inizia la sua carriera ufficiale di arrangiatore. Solo l’anno successivo Savona entra nel quartetto sostituendo Jacomelli. Grazie all’EIAR che li seleziona per le trasmissioni radiofoniche, il Quartetto incontra Felice Chiusano e Lucia Mannucci, che lo stesso Savona sposa nel 1944. Sono anni duri e tragici, il nostro Paese si dirige follemente verso il baratro, e a consolare le persone c’è solo la radio, e gli spettacoli musicali ad essa collegati.

La tragedia immane della Seconda Guerra Mondiale finisce, lasciando un Paese spezzato, ma con la voglia di ricominicare. Nel 1947 Enrico De Angelis lascia definitivamente il gruppo e viene sostituito dalla Mannucci: nasce così il primo quartetto misto d’Europa.

Calpestando i palcoscenici di tutta Italia i Cetra portano la loro innovazione musicale legata alle splendide sonorità del jazz e dello swing e partecipano, nel corso degli anni, a numerose e famosissime riviste. Nel 1954 sono al Festival di Sanremo dove presentato, tra le altre, “Aveva un bavero” che vende numerosissime copie. Ovviamente non vincono e anzi, visto il loro modo di cantare e soprattutto di interpretare le canzoni – modo legato direttamente all’arte della commedia di cui tutti e quattro sono veri maestri – non verranno più chiamati all’Ariston. Ma nello stesso anno si accende nel nostro Paese la televisione che per fare spettacolo non può che rivolgersi agli artisti della radio. E i Cetra saranno nuovamente pionieri, questa volta dell’intrattenimento del piccolo schermo. Negli anni Sessanta la loro “Biblioteca di Studio Uno” diventa un punto di fondamentale della nostra cultura televisiva.

Arrivano anche il doppiaggio di numersoi film di Walt Disney (fra cui lo splendido “Lo schrigno delle sette perle”) e la pubblicità con Carosello.

Con il Sessantotto (pace all’anima sua…) arriva al contestazione e i Cetra potrebbero perdere terreno. Ma grazie soprattutto a Savona – che in quegli anni collaborera con artisti come Giorgio Gaber, solo per fare un nome – il Quartetto incide “Angela” dedicato all’attivista afroamericana Angela Davis in prigione negli Stati Uniti per le sue idee, il colore della sua pelle e il suo sesso.

Savona poi inciderà alcuni album da solo fra cui deve essere ricordato “E’ lunga la strada” che contiene i brani “Il testamento del parroco Meslier” e “La merda”. Forse anche per questo la collaborazione con la RAI si interrompre bruscamente e il Quartetto lavora con la TV Svizzera e poi con Antenna 3 Lombardia.

In casa Rai i quattro tornano nel 1985 come spiti fissi in “Al Paradise” di Antonello Falqui (già regista de “La Biblioteca di Studio Uno”). Per comprendere al meglio la loro genialità musicale basta andare su YouTube e cercare “La pioggia di marzo” cantata dalla grande Mina a cui loro, nello spettacolo di Falqui, fanno uno splendido contrappunto scritto per l’occasione dallo stesso Savona.

L’ultimo concerto del Quartetto Cetra è del liuglio 1988 a Bologna. A dicembre dello stesso anno Giacobetti – autore di quasi tutti i testi del gruppo – muore dopo una lunga agonia dovuta a un ictus. Si chiude così, definitivamente, la storia quarantennale del Quartetto Cetra.

Ripercorrendo le loro vicende, Virglio Savona ci racconta un pezzo di fondamentale della storia del nostro Paese. Un documento davvero unico.

Il caso Kodra” di Renato Olivieri

(Mondadori 1978/2013)

Quando la nostra editoria era grande, avevamo un folta schiera di giallisti e relativi detective di buona e alta qualità fra cui scegliere per passare con loro alcune ore, il tempo di leggere un libro.

Renato Oliveri (1925-2013) era uno di questi. Il suo esordio giallo risale al 1 gennaio del 1978, giorno in cui viene pubblicato (da Rusconi) il suo primo romanzo “Il caso Kodra”, ambientato in una cupa e nebbiosa Milano.

Il protagonista creato da Olivieri è il malinconico vice commissario Giulio Ambrosio, 48enne divorziato e senza figli, uomo di scrivania più che d’azione. Più vicino a Maigret che a Montalbano insomma.

A causa delle ferie di un collega, sulla scrivania di Ambrosio arriva il caso di una donna vittima di un pirata della strada. Per rivedere i luoghi della sua vita passata, il vice commissario decide di fare un sopralluogo e studiando poi la dinamica dell’incidente e soprattutto ascoltando il racconto dell’unico testimone, che più che vedere vista la nebbia ha sentito, qualcosa non gli torna.

Ambrosio inizia così a riscostruire la vita di Anna Kodra, una profuga istriana che dopo la guerra si è trasferita prima a Trieste, poi a Padova e infine a Milano…

Un giallo crepuscolare incentrato sui ricordi e sulla vita che è stata, sui rimpianti e sull’amore. La nascita letteraria di Giulio Ambrosio, che poi diverrà una delle figure gialle più note nel nostro panorama degli anni Ottanta e Novanta, è un libro che si gode fino all’ultima pagina.

Nel 1988 Sergio Corbucci dirige “I giorni del commissario Ambrosio “ col grande Ugo Tognazzi che impersona il protagonista.

“Molte vite, un solo amore” di Brian Weiss

(Mondadori, 2013)

Brian Weiss, newyorkese classe 1944, si è laureato presso la Columbia University e alla Yale Medical School, e ha poi diretto per anni il Dipartimento di psichiatria del Mount Sinai Medical Center.

Nel 1980, durante una seduta di terapia una paziente, che lui chiama Catherine, sotto ipnosi inizia a parlargli di esperienze di vite passate. Da quel momento Weiss si specializza nell’ipnosi regressiva e, attraverso alcune suoi pazienti, inizia ad affrontare il tema della reincarnazione e della sopravvivenza dell’anima dopo la morte.

In questo suo libro Weiss racconta la storia di Elizabeth e Pedro (due nomi fittizi per due suoi pazienti reali) le cui anime vivevano un’esistenza irrisolta e che, senza saperlo – e soprattutto non conoscendosi neanche – si cercavano da sempre, da molte vite precedenti.

Emozionante, davvero, soprattutto per il messaggio centrale che ci dice che l’amore è la cosa più importante di tutto. E se il Piccolo Principe non sapeva dove andavano a finire le persone amate che scomparivano ma sapeva bene dove restavano per sempre, Weiss lo tranquillizza: le nostre anime sopravvivono e si riconosceranno per sempre.

Chi arriccia il naso, peggio per lui!

“Marzolino Tarantola – La grande corsa” di Bonvì

(Mondadori, 2016)

Il programma di cartoni animati “Supergulp!” (cosi come “Crash Bang Gulp!” prima, “Giumbolo” e “Giumbolando” poi) ha influenzato in maniera profonda le generazioni – compresa la mia – che hanno avuto la fortuna di poterlo vivere e vedere in televisione. Soprattutto fra il 1978 e il 1981 (con l’avvento definitivo del colore in tv) i fumetti che apparivano settimanalmente hanno inciso un lungo solco nell’immaginario dei giovani spettatori. Fra quelli stranieri e quelli italiani, sono apparse figure mitiche e indimenticabili. E proprio di una di queste, creata dal genio dell’immortale Bonvi (Franco Bonvicini) voglio parlare oggi.

Si tratta di una serie creata soprattutto per riempire il palinsesto del programma e di cui Bonvi ha scritto solo due storie complete: “Marzolino Tarantola”. Ispirato al “Saturnino Farandola” di Albert Rabida (e dal quale la Rai fece uno sceneggiato per ragazzi che proprio in quegli anni riscosse un notevole successo e di cui ho parlato qualche tempo fa) “Marzolino Tarantola” prende spunto anche da altri grandi strisce create dal suo autore (come “Sturmtruppen” e “Nick Carter”) oltre che al cinema più classico d’avventura come “La grande corsa” diretto da Blake Edwards nel 1965.

E proprio “Marzolino Tarantola – La grande corsa” è l’unica storia completa pubblicata.  

Marzolino Tarantola è un facoltoso amante dell’avventura e, insieme al suo maggiordomo Alfred e a Enrico (molto somigliante al Patsy di Nick Carter) che con la sua forza bruta fa da solo tutto quello che farebbe un equipaggio di una dozzina di uomini, accetta di partecipare alla gara automobilistica intercontinentale che ha il suo traguardo a Parigi. Ma a ostacolare slealmente Tarantola c’è il perfido professor Moriatry (e non Moriarty! Allora Sherlock Holmes era ancora sotto diritti…) e il suo assistente poco lucido Perfidio…

Un’avventura che ci ricorda quanto grande e importante è la storia dei nostri fumetti che troppo spesso è ingiustamente oscurata da quelli stranieri.