“Le mosse sbagliate” di Paolo Levi

(Rizzoli, 1982)

Quarto romanzo di Paolo Levi – autore radiofonico, televisivo e cinematografico nonché drammaturgo – “Le mosse sbagliate” ci racconta, ricostruendola, la vita scellerata e ingenua di Teresa, una ragazza che viene trovata uccisa nei pressi del Motel dei Fiori, a La Spezia.

Dell’indagine se ne deve occupare il commissario Marchi, poliziotto di vecchio stampo e con un ottimo intuito, che però non riesce ad evitare di sovrapporre Teresa a Giovanna, sua figlia – delle stessa età della morta – che qualche tempo prima è scappata di casa lasciandolo solo, visto che ormai da molti anni è vedovo.

A Pisa, città dove viveva Teresa, tutti sanno che lei era l’amante di Altieri, un noto armatore con uffici anche a Genova, il quale interrogato non nasconde la tresca. Anzi, rileva a Marchi di essere stato recentemente ricattato dalla stessa giovane…

Oltre alla bravura narrativa di Levi, capace di non mollare mai la presa del lettore, lo scrittore genovese costruisce una Teresa che sembra incarnare bene quel sogno inafferrabile che negli anni Sessanta prima, e nei Settanta poi, incantava la nostra società, soprattutto quella più giovane, che poi però inesorabilmente è naufragato tristemente sugli edonistici anni Ottanta.

 

 

“La Dea” di Lorenzo Mediano

(Cairo Editore, 2010)

La tradizione matriarcale nella nostra cultura ormai sembra un ricordo ancestrale, anche se in alcune zone del nostro Paese la volontà e la saggezza della donne sono ancora, fortunatamente, riconosciute e rispettate.

Ma di fatto il potere è in mano, da millenni, agli uomini. Sia quello politico che quello religioso. Alle donne è relegato il ruolo, al massimo, di “consigliere” in secondo piano. L’esiguo numero di donne, ad oggi, in ruoli chiave del nostro Belpaese lo conferma abbondantamente.

Ma non è sempre stato così.

Lo scrittore spagnolo Lorenzo Mediano ne è certo e così ha ricostruito quello che, alle soglie del Neolitico circa 10.000 anni fa nella culla della civiltà che è stata la Mesopotamia, potrebbe essere accaduto.

Il mondo allora conosciuto era composto da villaggi che riuscivano a sopravvivere soprattutto grazie alle coltivazioni che erano gestite esclusivamente dalle donne. Le stesse avevano di fatto in mano la società e il culto della Dea dominava inconstrastato. Era infatti la Madre, in ogni villaggio, a gestire e occuparsi di tutti i suoi membri. Agli uomini era relegato il ruolo di caprai, visto che ormai la caccia era sempre meno redditizia.

Gli essere umani di sesso maschile erano considerati quindi inferiori e non avevano scelta: dovevano obbedire alla volontà della Dea che tramandava la sua preziosa conoscenza solo alle donne. Ma…

Affascinante romanzo cruento duro e crudo, come doveva essere la vita dei nostri antenati, e che non lascia un attimo di respiro. Impossibile non ripensare a quello che diceva, a proposito di differenze fra i sessi, il grande maestro François Truffaut: “Le donne sono delle professioniste, mentre gli uomini sono dei dilettanti”.

“Odio gli sbirri – L’assassino ha lasciato la firma” di Ed McBain

(Einaudi, 1956/2017)

Nel 1956 esce nelle librerie americane “Cop Hater” che viene tradotto in italiano  “L’assassino ha lasciato la firma”. Il libro riscuote subito un buon successo e il suo autore comincia ad attirare l’attenzione dei patiti del genere e non solo. Con i libri successivi, Evan Hunter diventerà un vero e proprio maestro del giallo-noir.

Nato a New York nel 1926 come Salvatore Albert Lombino (il cui nome palesa le sue chiare origini italiane) che poi cambierà in Evan Hunter – adottando principalmente lo pseudonimo di Ed McBain – il giovane scrittore fonda un genere nel genere.

Crea i poliziotti dell’87° Distretto di NY, che già dalla prima storia si devono confrontare con un mondo tosto in cui loro, troppo spesso, devono fare un lavoro duro e pericoloso.

Il ritmo e gli ambienti saranno da ispirazione a molte generazioni di giallisti – fra cui spiccano Per Wahlöö e Maj Sjöwall – così come i dialoghi senza troppi fronzoli e i cattivi, cattivi per davvero.

Nel 2017 Einaudi raccoglie i romanzi dedicati al 87° Distretto in una raccolta dal titolo “Odio gli sbirri”, efficace traduzione letteraria del titolo del primo libro.

 

 

 

“Omicidio al Savoy” di Per Wahlöö e Maj Sjöwall

(Sellerio 1970/2008)

Questa sesta avventura di Martin Beck è quella che ci racconta, più delle precedenti, l’abisso sociale che separa la ricca aristocrazia industriale dal proletariato.

Il “papà e la mamma del poliziesco d’oggi” – come chiama Andrea Camilleri gli autori Per Wahlöö e Maj Sjöwall – ci raccontano di un insolito omicidio: in una bella sala dello storico e lussuoso hotel Savoy di Malmo il ricco industriale Viktor Palmgren tiene una piccola cena/conferenza con i suoi uomini più fidati.

Mentre il magnate parla, uno sconosciuto entra nella sala e gli spara alla testa. I presenti rimangono allibiti e l’assassino fugge facilmente da una finestra.

Palmgren era un uomo con amicizie molto influenti e così il caso viene affidato a Martin Beck, visti i risultati eccellenti delle sue ultime indagini. I sospetti investono subito le attività commerciali del morto, molte delle quali si perdono in Paesi stranieri e in loschi commerci. Viene analizzata anche l’ipotesi dell’attentato politico, ma Beck non è convinto…

Un grande giallo sociale che lascia l’amaro in bocca, e che non può far pensare incredibilmente all’omicidio di Olof Palme avvenuto a Stoccolma il 28 febbraio del 1986.

Ovviamente fra la figura reale dell’allora Primo Ministro svedese Palme e quella immaginaria dell’oscuro imprenditore Palmgren non ci sono attinenze. Ma nelle modalità del loro assassinio si.

Infatti, lo statista svedese la sera del 28 febbraio, appena uscito dal cinema nel quale era stato con la moglie, venne raggiunto da due proiettili esplosi da uno sconosciuto che lo aspettava sul marciapiede per poi dileguarsi nel nulla.

Palme morì in ospedale nelle prime ore del 1° marzo e ancora oggi il suo omicidio, che sconvolse profondamente la Svezia, rimane irrisolto.

 

“Tentativo di corruzione” di Paolo Levi

(Rizzoli, 1980)

In questo bel giallo Paolo Levi abbandona Mario Aldara – protagonista dei suoi precedenti “Ritratto di provincia in rosso” e “Delitto in piazza” – per presentarci Renzo Caluso, un ispettore di Polizia in ferie.

Caluso, che ha molti tratti in comune con Aldara, è reduce da una tragica esperienza: qualche mese prima, durante l’inseguimento di alcuni rapinatori è stato costretto ad ucciderne uno. Si trattava di un giovane tossicodipendente che prima di morire aveva ucciso l’agente che era con Caluso.

La breve inchiesta ha chiarito la dinamica e così Caluso non ha subito nessuna ripercussione legale o lavorativa. Ma se parliamo di morale la cosa è ben diversa. Non passa notte, infatti, che Renzo non sogni il giovane criminale mentre muore. E così decide di prendersi due settimane di vacanze comprando il biglietto per una crociera nel Mediterraneo.

Sulla “Magellano” Caluso si sente un pesce fuor d’acqua, ma almeno passa il tempo ad osservare la più varia umanità che come lui ha deciso di prendersi quindici giorni di ferie in mezzo al mare.

Proprio quando sembra cominciare ad ambientarsi, il comandante della nave lo fa chiamare: poche ore prima è stato ritrovato il corpo di Antonio Sassu, noto giornalista “controcorrente”. Accanto al cadavere è stata trovata una rivoltella e tutto fa sembrare al suicidio.

Ma visto che l’uomo sei mesi prima è stato vittima di un’aggressione da parte di alcuni sedicenti terroristi che gli hanno sparato riducendolo in fin di vita, il capitano vorrebbe essere sicuro dell’accaduto per poi avvisare gli uffici competenti in Italia. E l’unico passeggero con l’esperienza e la competenza adatta è proprio lui. Malvolentieri Caluso accetta l’inchiesta che lo porterà a confrontarsi con un mondo a lui socialmente lontano, ma anche con una parte di se stesso poco conosciuta…

Sfizioso giallo nella nostra grande tradizione, che ha forse solo un piccolo neo: il suo protagonista. Troppo vicino a Mario Aldara, del quale sembra un po’ un fratello irrisolto.

 

 

“L’autopompa fantasma” di Per Wahlöö e Maj Sjöwall

(Sellerio 1969/2008)

Eccoci alla quinta indagine di Martin Beck, l’ispettore scandinavo creato dalla coppia Per Wahlöö e Maj Sjöwall.

Ad occupare la scrivania di Beck è questa volta un incendio che ha distrutto un piccolo stabile alla periferia di Stoccolma, nel quale sono morte quasi dieci persone.

Mentre la Scientifica è occupata a stabilire se si tratti di un incendio doloso o meno, Beck e i suoi uomini indagano sui defunti e sui feriti.

C’è soprattutto un uomo, tossicodipendente, con vari precedenti penali che attira l’attenzione degli investigatori, ma l’autopsia rivela che era già morto prima dello scoppio dell’incendio. Ma…

Come sempre la coppia inventrice del giallo scandinavo ci regala un gran bel poliziesco, che ci porta negli antri più miseri dell’essere umano e in quegli angoli della società che troppo spesso non vorremmo vedere.

Per comprendere al meglio il loro lavoro e lo spessore delle loro opere, basta leggere una breve introduzione a firma degli autori che la Sellerio ha inserito nel volume:

“Non riteniamo che il romanzo tradizionale con il suo orientamento verso l’individuo sia adatto ad analizzare la nostra società. Il romanzo poliziesco invece è stato, fin dalle origini, più conscio dell’appartenenza dell’individuo ad un gruppo. La differenza risalta molto chiaramente osservando il modo in cui le azioni dei personaggi vengono motivate. Nel romanzo tradizionale i personaggi trovano le ragioni del proprio comportamento in un certo senso in loro stessi, indipendentemente da chi li circonda. Nel romanzo poliziesco le motivazioni di chi agisce sono sempre in relazione con le altre persone. Non si può immaginare un criminale assolutamente solitario. Egli è sempre legato alla società. La criminalità è una specie di espressione della società su un piano negativo […]”. 

 

“Un agguato una sera al mare” di Paolo Levi

(Rizzoli, 1978)

Fregene è una delle località litorali estive  preferite dagli abitanti della Capitale. Dagli anni Sessanta, è diventata una delle più eleganti e modaiole, e così molti appartenenti alla “Roma Bene” vi hanno acquistato la loro casa per le vacanze.

Questo vale anche per Davide, rampollo di mezz’età di una ricca famiglia romana, che ha passato la vita mantenendo il patrimonio creato di generazione in generazione.

In una delle numerose feste serali, Davide rimane profondamente colpito da una giovane e affascinante donna, che si rivela essere la moglie di un regista in cerca di finanziatori.

Quasi per gioco Davide confessa di essere disponibile a finanziare il film in cambio di una notte d’amore con la moglie. E rimane piacevolmente sorpreso quando il regista immediatamente accetta. Le cose si complicano quando, durate una gita in alto mare, il regista viene volontariamente affogato…

Bel giallo all’insegna della nostra grande tradizione letteraria, che come sanno e possono fare solo i gialli, ci racconta anche quello scontro cruento fra due parti della nostra società, una delle quali finirà inesorabilmente per fagocitare l’altra. Da leggere.

 

 

 

“La danzatrice di Izu” di Yasunari Kawabata

(Adelphi, 2017)

Yasunari Kawabata è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1968, ed è stato il primo autore figlio del Paese del Sol Levante a vincerlo. Ancora giovane pubblica nel 1926 il racconto “La danzatrice di Izu” che diviene subito uno degli scritti giapponesi più conosciuti al mondo, e allo stesso tempo uno dei più rappresentativi della cultura nipponica.

Il viaggio del giovane studente di Tokyo nella penisola di Izu, è uno dei più belli della letteratura mondiale. La la formazione sentimentale del ragazzo è fra la più struggenti del Novecento, e molto ci dice della società giapponese, e dei suoi rapporti interpersonali, del ruolo e della figura della donna.

Sotto molti aspetti paragonabile a “L’educazione sentimentale” di Gustave Flaubert, “La danzatrice di Izu” dipinge con maestria rara quel sogno adolescenziale che tutti abbiamo avuto e che nessuno di noi è riuscito a cogliere.

Questo volume dell’Adelphi contiene anche le tracce di due conferenze tenute da Kawabata sulla bellezza, e su come questa può alimentare e illuminare la nostra vita.

“L’uomo sul balcone” di Per Wahlöö e Maj Sjöwall

(Sellerio, 1966/2008)

Eccoci alla terza avventura dell’Ispettore scandinavo Martin Beck, creato dalla coppia Per Wahlöö e Maj Sjöwall.

E’ certamente l’indagine più dura e disperata di Beck, visto che all’inizio di una afosa estate, Stoccolma è preda di un feroce e imprendibile serial killer. Le vittime sono tutte bambine intorno ai dieci anni che vengono prima strozzate e poi violentate.

Tutte le vittime innocenti giocavano serene in uno dei parchi pubblici della città, ma questo non basta a far trovare il  bandolo della matassa a Beck. Per fermare il mostro è necessaria anche una bella dose di fortuna.

Nel frattempo, Beck dovrà vedersela con mitomani, presunti colpevoli e ronde di sicurezza di volenterosi e incoscienti cittadini…

Una storia dura per Beck, che dovrà guardare in faccia la parte più oscura e odiosa del suo lavoro. Come sempre, un’ottima prova d’autore per Wahlöö e Sjöwall.

“Natale in casa d’appuntamento” di Ugo Moretti

(Vallecchi Editore, 1963)

Non sono molti gli scrittori capaci di raccontare in maniera sottile il mondo femminile, soprattutto quello che è costretto a vivere ai margini della società. Ugo Moretti è uno di questi, in “Natale in casa d’appuntamento” sa descrivere in maniera elegante e anche cruda la vita di alcune giovani donne che si prostituiscono.

Le storie di Nira, Rossana, Rosi, Roxi e Senine ruotano intorno al loro lavoro, che non amano, ma che è l’unico che la società perbenista permette loro di fare.

Ma se “il mestiere più antico del mondo” alla fine è sempre uguale a se stesso, le storie e i motivi che le hanno portate a vendersi sono differenti.

L’unica cosa in comune che hanno le ragazze descritte da Moretti è una: un uomo, dai mille volti, che vigliaccamente le ha tradite e ingannate approfittando della loro ingenua e spesso infantile fiducia. Padre o presunto fidanzato.

Moretti, nel 1963, ci racconta con amore e rispetto le loro storie, come solo pochi scrittori sanno fare, toccando un argomento fino a poco tempo prima assolutamente tabù.

Ed è inevitabile pensare a Marinella o Bocca di Rosa, prostitute raccontate da un altro nostro grande autore del Novecento, Fabrizio De André, cantore dei più deboli e di quelli che sono al margine e, come Moretti, capace di ridare loro quella dignità che la società bigotta, ipocrita e colpevole vuole negare.

Nel 1976 Armando Nannuzzi dirige l’adattamento cinematografico del romanzo di Moretti – che collabora alla sceneggiatura – ma che patisce l’influenza del genere erotico appena esploso, e concentra così lo sguardo più sulle nudità delle protagoniste che sulle loro anime.