“Un assassinio di troppo” di Per Wahlöö e Maj Sjöwall

(Sellerio, 1974/2005)

Nona inchiesta per Martin Beck che questa volta deve indagare sulla scomparsa, e dopo il ritrovamento del corpo, sulla morte di una donna divorziata, apparentemente vittima di una violenza carnale e poi di uno strangolamento.

A pochi passi dalla casa della donna, in una piccola cittadina della Scania, abita una vecchia conoscenza di Beck, l’assassino di Roseanne MacGraw che lo stesso commissario nove anni prima ha consegnato alla giustizia (nella prima inchiesta pubblicata da Per Wahlöö e Maj Sjöwall “Roseanna”, appunto).

L’uomo ha scontato la sua pena e adesso vive vendendo prodotti del suo orto e aringhe affumicate. Ma tutti lo considerano subito il colpevole, a partire dai vertici della Polizia di Stato. Ma il fiuto di Beck…

Un ottimo giallo che, come sempre, mette a luce i limiti di una delle democrazie più famose d’Europa in anni in cui la lotta sociale sembrava l’unica alternativa al conformismo capitalista.

Da leggere, come tutte le opere dei due grandi scrittori scandinavi.

 

“Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov

(Einaudi, 2013)

Michail Afanas’evič Bulgakov ci mise circa dodici anni per scrivere, e riscrivere, questo splendidio romanzo, fino al giorno della sua morte avvenuta nel 1940. Il libro poi venne pubblicato postumo per la prima volta nel 1967.

L’oppressione di una ottusa e pavida censura di regime impedì allo scrittore di godere di quel successo che ancora oggi la sua opera, forse più famosa, riscuote.

Il ritratto di Ponzio Pilato che, suo malgrado, deve mandare a morte Gesù è uno dei più affascinanti e riusciti della letteratura mondiale, così come la struggente storia d’amore del Maestro e Margherita.

Bulgakov ci parla soprattutto d’amore: dell’amore di un essere vivente per un altro essere vivente e dell’amore di un individuo per la sua creatività, per la sua fantasia e per la sua arte.

Il vile atto che perpetuano i pomposi censori asfissierà la genialità del Maestro che verrà ricompensata solo grazie all’intervento della sua Margherita, e a quello successivo e implacabile di mister Woland.

E allora è giusto chiedersi: quanti pomposi censori ci sono ancora in giro?

E quanti di questi rischiano, solo per i loro interessi di carriera, di strangolare l’arte?

Vengono in mente molti esempi, come quello nello splendido “Le vite degli altri” di Florian Henckel von Donnersmarck, in cui il capitano della Stasi Gerd Wiesler, nella Germania Orientale dei primi anni Ottanta, entra in crisi quando scopre che fra i sistemi di “correzione” del governo c’è anche quello di ridurre gli artisti dissidenti a semi lobotomizzati.

Poi ci sono tipi di censure molto più lievi, ma con effetti ugualmente opinabili.

Mi viene in mente un articolo di pochi anni fa, su una testata nazionale, in cui un giornalista si scagliava contro l’autopubblicazione che con Amazon era esplosa nel nostro Paese. L’esimio rappresentante della carta stampata sosteneva numerose ragioni per essere contro il principio che tutti possono pubblicare un proprio scritto.

Se condivido pienamente quello che diceva il grande Umberto Eco sui social, che di fatto hanno dato la parola a centinaia di migliaia di imbecilli, è vero anche che alla fine basta non leggerli.

Così lungi da me, avendone paradossalmente la possibilità, di impedire all’esimio giornalista di scrivere le sue tesi che non condivido affatto, mi limito semplicemente a non leggere più lui e la testata per la quale lavora.

Ma perché allora tutta questa preoccupazione? …Non sarà perché senza passare dagli “addetti ai lavori” o per quei “direttori artistici” (fumo negli occhi e causa d’infiniti problemi nel mondo della musica sia per Frank Zappa che per Franco Battiato, per esempio) si esce dal sistema, rischiando così di scardinarlo, e di mettere a repentaglio le comode poltrone che dopo tanta gavetta e relazioni pubbliche si sono conquistate? No, mi sbaglio di sicuro.

Caro Bulgakov, quanto sei attuale!

 

 

“Come parlare sporco e influenzare la gente” di Lenny Bruce

(Giunti/Bompiani 2018)

Leonard Alfred Schneider è stato un eroe decorato della Seconda Guerra Mondiale.

Nato nel 1925 a Mineola, località dell’area urbana di New York, cresce in una famiglia di religione e tradizione ebraica, passando l’infanzia soprattutto in strada, fra non poche difficoltà economiche.

Poco più che adolescente, come molti della sua generazione, viene travolto dal conflitto planetario dal quale, nel 1945, torna a casa con una medaglia.

Fra mille piccoli lavori, Leonard una sera accompagna sua madre a un’esibizione di ballo e visto che il presentatore non può introdurre il numero, sul palco ci sale lui, prendendo il nome d’arte di Lenny Bruce.

Inizia così la carriera di uno dei più importanti e rivoluzionari comici (e in questo caso il termine è davvero riduttivo) del Novecento che influenzerà la cultura mondiale nei decenni successivi.

Ma allo stesso tempo Bruce è anche il primo comico vittima di una censura bigotta e reazionaria che, oltre a renderlo protagonista suo malgrado di numerosi e assurdi processi “contro la morale”, arrivò a minacciare i proprietari di night se solo gli proponevano una serata.

Questa autobiografia, apparsa per la prima volta a puntate su Playboy dal 1964 al 1965 – unica testata allora che ebbe il coraggio di pubblicarla, alla faccia dell’editoria tradizionale… – ci racconta la vita e la nascita di numerosi pezzi geniali di Bruce, ma anche delle numerose denuncie e degli altrettanti processi e arresti subiti da Bruce.

Se oggi le accuse allora mosse sono pateticamente imbarazzanti, la cominictà geniale e diretta di Bruce fa ancora scuola, tanto da ispirare ancora numerosi comici di tutto il mondo. Solo per citare una delle innumerevoli battute immortali: “Noto una certa tendenza a lasciare la Chiesa per tornare da Dio”.

Il 3 agosto del 1966 Lenny Bruce viene trovato morto, nella sua casa di Los Angeles, a causa di un’overdose di barbiturici.

Senza mostrare il minimo rispetto per il morto, la Polizia di Los Angeles lascia che i fotografi ritraggano il cadavere dell’artista così come rinvenuto: nudo e steso nel salotto.

Per la chicca: nel 1974 il grande Bob Fosse gira “Lenny” dedicato a Bruce con Dustin Hoffman nei panni del comico, pellicola oggi praticamente introvabile nel nostro Paese.

Da leggere.

“La camera chiusa” di Maj Sjöwall e Per Wahlöö

(Sellerio, 1974/2010)

Ottava indagine del commissario Martin Beck che, reduce dai gravi postumi dell’avventura vissuta in “L’uomo sul tetto”, torna alla sua scrivania. Per facilitare il suo rinserimento lavorativo gli viene affidata un’indagine all’apparenza molto semplice.

Deve chiudere l’inchiesta sulla morte, causata da un colpo di arma da fuoco, di un uomo chiuso nel suo appartamento. Il cadavere è stato ritrovato dopo circa due mesi dal decesso e così le rilevazioni della scientifica sono molto approssimative.

Gli agenti e i sanitari accorsi per primi sul posto hanno erroneamente considerato la morte come un suicidio, visto che nessuno ha trovato l’arma da cui è partito il colpo. Intanto Stoccolma è preda di numerose – e alcune volte sanguinarie – rapine in banca…

Come sanno tutti, l’apparenza spesso inganna, e così Beck dovrà usare tutte le sue risorse per risolvere un caso davvero intricato.

I maestri del giallo Maj Sjöwall e Per Wahlöö ci regalano un’altra dura fotografia della società svedese, divisa fra il passato e il presente, ma soprattutto fra i pochi ricchi fortunati e i molti poveri disperati.

Da leggere, come sempre.

“L’uomo sul tetto” di Maj Sjöwall e Per Wahlöö

(Sellerio 1971/2010)

Settima indagine di Martin Beck, e i suoi autori Maj Sjöwall e Per Wahlöö questa volta puntano l’obiettivo sulla Polizia stessa. Sui limiti dei tutori della Legge svedesi, e su i suoi personaggi più oscuri.

Agli inizi degli anni Settanta molti alti gradi della Polizia svedese, come del resto quelli delle altre polizie europee – non esclusa quella italiana – avevano partecipato attivamente alla Seconda Guerra Mondiale.

Chi dalla parte dei vincitori e chi da quella dei perdenti. E così Sjöwall e Wahlöö ci raccontano di una piccola squadra di poliziotti al comando di un ufficiale con idee quanto mai reazionarie e violente.

A pagare le dure conseguenze di una mentalità troppo ristretta e intollerante, questa volta ci sarà anche Martin Beck in persona…

Bel giallo cupo e duro che parla di un mestiere difficile in cui bisogna combattere anche la tentazione di farsi “prendere la mano”.

“L’altro capo del filo” di Andrea Camilleri

(Sellerio, 2016)

Mentre la sua Vigàta è meta quotidiana di sbarchi notturni di poveri e disperati migranti, che attraversano il mare in cerca di una speranza che troppo spesso si trasforma in un abisso senza fondo – che inghiotte soprattutto donne e bambini – o in centri d’accoglienza, il Commissario Montalbano è quasi testimone del brutale assassinio di Elena, un’avvenente sarta da qualche anno trasferitasi in città.

A mandarlo da Elena, pochi giorni prima del delitto, è stata Livia. I due sono invitati ad una cerimonia e Salvo aveva bisogno di un vestito nuovo.

Montalbano così si trova attore principale – come sempre – nell’indagine dell’omicidio della donna, che da viva era davvero molto affascinante, ma nascondeva un fitto mistero alle spalle…

Con il maestro Camilleri, il semplice incastro investigativo ha forse poca importanza, quello che conta e che rende unico il “poliziotto” di Vigàta, sono le atmosfere, i personaggi disegnati e gli occhi di Montalbano che sanno guardare il mondo come pochi altri…

Da leggere. Come sempre.

 

“Le mosse sbagliate” di Paolo Levi

(Rizzoli, 1982)

Quarto romanzo di Paolo Levi – autore radiofonico, televisivo e cinematografico nonché drammaturgo – “Le mosse sbagliate” ci racconta, ricostruendola, la vita scellerata e ingenua di Teresa, una ragazza che viene trovata uccisa nei pressi del Motel dei Fiori, a La Spezia.

Dell’indagine se ne deve occupare il commissario Marchi, poliziotto di vecchio stampo e con un ottimo intuito, che però non riesce ad evitare di sovrapporre Teresa a Giovanna, sua figlia – delle stessa età della morta – che qualche tempo prima è scappata di casa lasciandolo solo, visto che ormai da molti anni è vedovo.

A Pisa, città dove viveva Teresa, tutti sanno che lei era l’amante di Altieri, un noto armatore con uffici anche a Genova, il quale interrogato non nasconde la tresca. Anzi, rileva a Marchi di essere stato recentemente ricattato dalla stessa giovane…

Oltre alla bravura narrativa di Levi, capace di non mollare mai la presa del lettore, lo scrittore genovese costruisce una Teresa che sembra incarnare bene quel sogno inafferrabile che negli anni Sessanta prima, e nei Settanta poi, incantava la nostra società, soprattutto quella più giovane, che poi però inesorabilmente è naufragato tristemente sugli edonistici anni Ottanta.

 

 

“La Dea” di Lorenzo Mediano

(Cairo Editore, 2010)

La tradizione matriarcale nella nostra cultura ormai sembra un ricordo ancestrale, anche se in alcune zone del nostro Paese la volontà e la saggezza della donne sono ancora, fortunatamente, riconosciute e rispettate.

Ma di fatto il potere è in mano, da millenni, agli uomini. Sia quello politico che quello religioso. Alle donne è relegato il ruolo, al massimo, di “consigliere” in secondo piano. L’esiguo numero di donne, ad oggi, in ruoli chiave del nostro Belpaese lo conferma abbondantamente.

Ma non è sempre stato così.

Lo scrittore spagnolo Lorenzo Mediano ne è certo e così ha ricostruito quello che, alle soglie del Neolitico circa 10.000 anni fa nella culla della civiltà che è stata la Mesopotamia, potrebbe essere accaduto.

Il mondo allora conosciuto era composto da villaggi che riuscivano a sopravvivere soprattutto grazie alle coltivazioni che erano gestite esclusivamente dalle donne. Le stesse avevano di fatto in mano la società e il culto della Dea dominava inconstrastato. Era infatti la Madre, in ogni villaggio, a gestire e occuparsi di tutti i suoi membri. Agli uomini era relegato il ruolo di caprai, visto che ormai la caccia era sempre meno redditizia.

Gli essere umani di sesso maschile erano considerati quindi inferiori e non avevano scelta: dovevano obbedire alla volontà della Dea che tramandava la sua preziosa conoscenza solo alle donne. Ma…

Affascinante romanzo cruento duro e crudo, come doveva essere la vita dei nostri antenati, e che non lascia un attimo di respiro. Impossibile non ripensare a quello che diceva, a proposito di differenze fra i sessi, il grande maestro François Truffaut: “Le donne sono delle professioniste, mentre gli uomini sono dei dilettanti”.

“Odio gli sbirri – L’assassino ha lasciato la firma” di Ed McBain

(Einaudi, 1956/2017)

Nel 1956 esce nelle librerie americane “Cop Hater” che viene tradotto in italiano  “L’assassino ha lasciato la firma”. Il libro riscuote subito un buon successo e il suo autore comincia ad attirare l’attenzione dei patiti del genere e non solo. Con i libri successivi, Evan Hunter diventerà un vero e proprio maestro del giallo-noir.

Nato a New York nel 1926 come Salvatore Albert Lombino (il cui nome palesa le sue chiare origini italiane) che poi cambierà in Evan Hunter – adottando principalmente lo pseudonimo di Ed McBain – il giovane scrittore fonda un genere nel genere.

Crea i poliziotti dell’87° Distretto di NY, che già dalla prima storia si devono confrontare con un mondo tosto in cui loro, troppo spesso, devono fare un lavoro duro e pericoloso.

Il ritmo e gli ambienti saranno da ispirazione a molte generazioni di giallisti – fra cui spiccano Per Wahlöö e Maj Sjöwall – così come i dialoghi senza troppi fronzoli e i cattivi, cattivi per davvero.

Nel 2017 Einaudi raccoglie i romanzi dedicati al 87° Distretto in una raccolta dal titolo “Odio gli sbirri”, efficace traduzione letteraria del titolo del primo libro.

 

 

 

“Omicidio al Savoy” di Per Wahlöö e Maj Sjöwall

(Sellerio 1970/2008)

Questa sesta avventura di Martin Beck è quella che ci racconta, più delle precedenti, l’abisso sociale che separa la ricca aristocrazia industriale dal proletariato.

Il “papà e la mamma del poliziesco d’oggi” – come chiama Andrea Camilleri gli autori Per Wahlöö e Maj Sjöwall – ci raccontano di un insolito omicidio: in una bella sala dello storico e lussuoso hotel Savoy di Malmo il ricco industriale Viktor Palmgren tiene una piccola cena/conferenza con i suoi uomini più fidati.

Mentre il magnate parla, uno sconosciuto entra nella sala e gli spara alla testa. I presenti rimangono allibiti e l’assassino fugge facilmente da una finestra.

Palmgren era un uomo con amicizie molto influenti e così il caso viene affidato a Martin Beck, visti i risultati eccellenti delle sue ultime indagini. I sospetti investono subito le attività commerciali del morto, molte delle quali si perdono in Paesi stranieri e in loschi commerci. Viene analizzata anche l’ipotesi dell’attentato politico, ma Beck non è convinto…

Un grande giallo sociale che lascia l’amaro in bocca, e che non può far pensare incredibilmente all’omicidio di Olof Palme avvenuto a Stoccolma il 28 febbraio del 1986.

Ovviamente fra la figura reale dell’allora Primo Ministro svedese Palme e quella immaginaria dell’oscuro imprenditore Palmgren non ci sono attinenze. Ma nelle modalità del loro assassinio si.

Infatti, lo statista svedese la sera del 28 febbraio, appena uscito dal cinema nel quale era stato con la moglie, venne raggiunto da due proiettili esplosi da uno sconosciuto che lo aspettava sul marciapiede per poi dileguarsi nel nulla.

Palme morì in ospedale nelle prime ore del 1° marzo e ancora oggi il suo omicidio, che sconvolse profondamente la Svezia, rimane irrisolto.