“La moglie che ha sbagliato cugino” di Umberto Domina

(Sellerio, 2008)

Pubblicato per la prima volta nel 1965, questo delizioso romanzo ci ricorda che grande umorista e autore – letterario, radiofonico e televisivo – è stato Umberto Domina, scomparso nel 2006.

Classe 1921, Domina nasce a Palermo ma si trasferisce subito a Castrogiovanni, che nel 1927 tornerà a prendere l’antico nome di Enna. Alla fine del secondo dopoguerra, poco più che vent’enne, Domina tradisce la sua isola e “il povero cielo azzurro del Sud per la ricca foschia del Nord” – come scrive lui stesso ne “Morti di nebbia” – e si trasferisce a Milano.

In realtà Domina è abituato alla nebbia, visto che Enna è il capoluogo di provincia più nebbioso d’Italia, ma lo stacco è comunque enorme. Lui però sarà capace di vivere a pieno quel Nord centro nevralgico del Boom e dell’industrializzazione spinta italiana, senza scordare mai la sua isola.

L’autore siciliano, infatti, è fra i pochi che riesce a metabolizzare e sintetizzare l’essenza del Sud assieme quella del Nord. “La moglie che ha sbagliato cugino” ne è un’ottima testimonianza, raccontandoci la strana storia di due cugini siciliani, che condividono lo stesso nome e cognome: Liborio Cappa, entrambi emigrati a Milano. Uno controlla le schedine per il Totocalcio, l’altro vive alle spalle della moglie inglese. Le cose prenderanno una piega incredibile quando il primo deciderà di partecipare a un concorso pubblicitario…

La pubblicità, infatti, ha un ruolo determinate nella storia, e questo perché il primo vero e redditizio lavoro di Domina è stato quello di pubblicitario. Ma l’autore è sibillinamente conscio che se la pubblicità fa bene al commercio …può fare molto male al Paese.

E oggi, come dargli torto?

Insomma, un vero e proprio capolavoro ironico e umorista, in cui Domina gioca con la nostra società e con il nostro lessico – cosa che poi farà straordinariamente anche Stefano Benni – anticipando non poche svolte profonde della nostra cultura. Di lui – e del suo umorismo – il grande Enzo Biagi diceva che era “un siciliano che scrive come un inglese”.

Per la chicca: nella nota dell’edizione della Sellerio, Tano Gullo ipotizza che per la “sovrapposizione” dei due cugini omonimi, Domina si sia ispirato a quella che fece veramente Romain Gary – il cui vero nome era Roman Kacev – con suo cugino Paul Pavlovitch, che si prestò a interpretare Émile Ajar – lo pseudonimo con cui Gary pubblicò quattro romanzo fra cui lo splendido “La vita davanti a sé” – davanti a pubblico e stampa.

“L’asso nella manica” di Billy Wilder

(USA, 1951)

Il maestro Billy Wilder firma uno dei migliori film sul giornalismo della storia del cinema.

Charles Tatum (un duro e arcigno Kirk Douglas, in una delle sue migliori interpretazioni di sempre) è un giornalista d’assalto, pronto a tutto pur di avere uno scoop. Ma il suo carattere aggressivo e la sua passione per l’alcol e le donne lo hanno allontanato dalle testate più importanti della nazione.

Così sbarca ad Albuquerque, nel New Mexico, dove riesce a farsi assumere nel piccolo quotidiano locale. Il progetto di Tatum è quello di trovare il grande scoop per tornare a lavorare presso gli stessi giornali che lo hanno cacciato.

Ma per un intero anno ad Albuquerque non accade nulla, fino a quando Tatum non viene mandato a realizzare un servizio su un’esposizione di serpenti fuori città. Sulla strada, nei pressi di un’area di sosta, il giornalista si imbatte in un’ambulanza a sirene spiegate.

D’istinto la segue e scopre che il giovane proprietario dell’aria di servizio Leo Minosa è rimasto vittima di una frana che lo tiene bloccato in un’antica grotta indiana. Il malcapitato non è raggiungibile, il cunicolo in cui è intrappolato è mezzo franato. Charles può guardalo e parlargli da pochi metri, ma niente di più.

Tatum ha un sussulto: finalmente il fato gli offre quell’occasione di rivalsa che lui tanto brama. In pochi minuti avvisa il suo giornale e gli altri mezzi di comunicazione. Poche ore dopo l’area desertica intorno alla caverna inizia a riempirsi di curiosi e giornalisti.

Per avere la totale esclusiva, il giornalista promette allo sceriffo locale di appoggiarlo alle prossime elezioni. E così quando il responsabile degli scavi chiamato per salvare Leo illustra il suo piano che puntellando il cunicolo in circa sedici ore lo libererebbe, lo sceriffo, su indicazione di Tatum, lo obbliga invece ad iniziare a scavare direttamente dalla cima della collina, scelta che porterà alla salvezza di Leo in non meno di cinque o addirittura sei giorni.

In quei cinque o sei giorni, Tatum è convinto infatti, che tutto il mondo finirà col seguire il salvataggio, e lui potrà finalmente tornare nell’Olimpo della carta stampata…

Eccelsa riflessione sul giornalismo d’assalto e sulla sua più cinica spettacolarizzazione. Probabilmente nel 1951 nel nostro Paese – a differenza degli Stati Uniti – il giornalismo non era ancora stato vittima di tale triste fenomeno, eravamo probabilmente troppo preoccupati a leccarci le tragiche ferite della Seconda Guerra Mondiale appena persa.

Ma di lì a poco (nel 1954) in Italia sarebbe arrivata la televisione che, suo malgrado, avrebbe cambiato, oltre il modo di vedere le notizie, anche quello di farle.

Scritto dallo stesso Wilder assieme a Walter Newman e Lesser Samuels “L’asso nella manica” è ancora un grande capolavoro.

Da vedere.

“Guerre Stellari” di George Lucas

(Arnoldo Mondadori Editore, 1977)

La storia ci ha chiarito bene l’impatto che il merchandising di “Guerre Stellari” ha avuto sul fatturato multimilionario del film, e non solo. Ci sono in giro alcuni ottimi documentari che ci raccontano come le action figure – che io allora chiamavo romanticamente “pupazzetti”… – di Luke Skywalker, Han Solo, Leia Organa, Chewbacca, ma soprattutto quella di Lord Darth Vader hanno incisio l’immaginario collettivo, oltre che il PIL degli USA.

E di come poi le grandi case di produzione abbiamo imparato a programmare il merchandising già nella fase di pre produzione della pellicola.

Su quell’onda, la Arnoldo Mondadori Editore pubblicò il romanzo del film, scritto proprio da George Lucas (così almeno cita il copryright). Ovviamente parliamo di due opere completamente diverse, dove il libro è lo sviluppo del trattamento della sceneggiatura, esattamente l’inverso di quello che accade di solito.

Se per quanto riguarda il merchandising vero e proprio “Guerre Stellari” è stato il primo grande caso nella storia, per il romanzo invece no. Nel 1966 venne affidata a Isaac Asimov la trasposizione letteraria del film blockbuster “Viaggio allucinante” diretto da Richard Fleischer, solo per fare un esempio.

Ma torniamo a tanto tempo fa in una galassia lontana lontana: il romanzo ha il suo perché, soprattutto leggendolo a oltre quarant’anni di distanza. Nel prologo poi troviano i punti cruciali che lo stesso Lucas userà per scrivere i primi tre capitoli, mentre nulla ci anticipa i due che verranno girati negli anni successivi, “L’impero colpisce ancore” e “Il ritorno dello Jedi”.

Ci sono dettagli che nel film, per esigenze di montaggio sono semplicemente accennati, come la storica amicizia fra Luke e Ben, o il rapporto ambiguo fra Tarkin e Vader.

Ma soprattutto ci sono termini e traduzioni indimenticabili, su tutti l’astronave cargo del cornelliano Han Solo che si chiama: “Il Falcone Millenario” – …che goduria! – oltre a numerose foto di scena rigorosamente in bianco e nero, e in quarta di copertina il “Chi è” di Guerre Stellari.

Per veri patiti …e che la forza sia con te!

“Il mistero del London Eye” di Siobhan Dowd

(Uovonero, 2013)

Questo romanzo è stato scritto da Siobhan Dowd prima della sua prematura scomparsa avvenuta nel 2007. La scrittirice inglese – di origini irlandesi – ha lasciato alcune idee e soggetti da cui sono stati tratti alcuni romanzi e film di successo come “Sette minuti dopo la mezzanotte” scritto poi da Patrick Ness che ha anche un bellissimo adattamento cinematografico, e “Il mistero del Guggenheim” scritto da Robin Stevens.

Ma torniamo a “Il mistero del London Eye”: Ted è un ragazzino di circa dodici anni molto particolare, la sua mente immagazzina e memorizza tutto ciò che i suoi occhi scrutano. Per molti Ted è semplicemente un adolescente autistico, ma lui, sua sorella Kat, sua madre e suo padre sanno che non è banalmente così.

Ted ha la passione per la meteorologia i cui bollettini segue ogni sera alla radio sdraiato nel suo letto. Un weekend però Ted deve rinunciare alla sua cara abitudine perché deve dividere la stanza con Salim, suo cugino venuto a Londra con zia Gloria, la sorella di sua madre.

I due si stanno per trasferire a New York, ma Salim prima di lasciare il vecchio continente vuole vedere il famos London Eye, la ruota panoramica che sovrasta la metropoli. Ma proprio salendo sulla cabina dell’enorme ruota meccanica Salim scompare nel nulla, lasciando la madre e la Polizia senza il minimo indizio.

Solo le capacità deduttive di Ted riusciranno a risolvere quello che sembra davvero un rompicapo senza uscita.

Gran bel romanzo per ragazzi con un ritmo avvincente e uno stile davvero unico e affascinante. Un inno alla tollerenza e all’amore per gli adolescenti che, come sapeva raccontare magistralmente la Dowd: indipendentemente dal sesso, dal colore della pelle, da una sindrome neurologica o meno, sono solo dei bambini che si affacciano per la prima volta sul mondo crudo e disilluso degli adulti.

Da leggere.

“Il cardellino” di Donna Tartt

(Rizzoli, 2014)

Theodore Decker, detto Theo, ha avuto un’infanzia complicata che inesorabilmente si è trasformata in un’adolescenza molto problematica.

Figlio unico di una coppia male assortita Theo, poco dopo superati i dieci anni, rimane solo con la madre visto che il padre sparisce nel nulla, portandosi via alcuni gioielli e vari contanti.

La vita con sua madre sembra stabalizzarsi, ma appena compiuti i tredici anni Theo rimane orfano. Lui, al contrario di sua madre infatti, è uno dei pochi sopravvissuti al devastante attentato terroristico avvenuto nel cuore di New York, in uno dei musei più importanti della città.

Solo per una manciata di secondi si è allontanato dalla madre per rimanere a guardare una bambina sua coetana in visita anche lei alla pinacoteca, insieme al nonno, aveva dedotto Theo. Poi …il nulla.

Quando Theo si risveglia il suo universo è cambiato per sempre. La galleria è letteralmente andata in pezzi e molti corpi senza vita giacciono accanto a lui. Ma proprio in quel posto, pieno di morte e devastazione, Theo incontrerà quella parte di mondo che dopo un lungo e doloroso viaggio lo porterà a ritrovare se stesso…

Ottimo romanzo di formazione incentrato su uno dei temi principi e dolenti della cultura occidentale: il senso di colpa.

Se sotto molti aspetti è legato a doppio filo al Christopher McCandless di “Into the Wild” diretto da Sean Penn, il protagonista di questo romanzo Theo possiede anche quell’inesorabile senso di autodistruzione di un bambino, vittima degli eventi, che è convinto però di essere lui stesso la causa di tutto il male che lo circonda.

Struggente.

“Il commissario cade in trappola” di Håkan Nesser

(Guanda, 1994/2016)

Seconda indagine per il commissario Van Veeteren che, durante gli ultimi giorni delle sue vacanze marittime viene invitato a collaborare con la Polizia di Kaalgringen, una località della costa non lontano da dove è lui.

Kaalgringen è in preda al panico, in due mesi qualcuno ha ucciso due uomini decapitandoli con un arma simile ad un machete. Il capo della Polizia della cittadina, il commissario Bausen, è molto preoccupato e accoglie Van Veeteren come una manna dal cielo. Entro poche settimane infatti andrà in pensione, e farlo lasciando un caso così eclatante irrisolto davvero non gli darebbe pace.

I due commissari iniziano così a ripercorrere la cronologia degli eventi e non possono che accettare il fatto che fra le due vittime non c’è il minimo collegamento. Mentre la stima di Van Veerten per Bausen aumenta di giorno in giorno, in un appartamento signorile di uno dei quartieri più alla moda della città viene trovata la terza vittima.

Come sempre Van Veeteren, innervosito dagli scarsi risultati, si concede pochi giorni per risolvere il caso, ma…

Sfiziosissimo giallo con un finale ancora più sfizioso, che ci mostra l’arte narrativa di Nesser e la sua capacità di raccontarci la commedia umana.

Per amanti del genere, e non solo.     

“La bambina dimenticata dal tempo” di Siobhan Dowd

(Uovonero, 2008)

Nel suo secondo romanzo la scrittrice Siobhan Dowd ci porta ancora una volta nell’Irlanda degli anni Ottanta lacerata dal conflitto secolare contro la Gran Bretagna.

1981, in una piccola cittadina al confine fra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, sotto il dominio della Corona, vive il diciottenne Fergus.

A breve dovrà sostenere gli esami di maturità per potersi trasferire a Dublino e iniziare gli studi in medicina. Ma la sua famiglia, come tutte quelle che vivono nella zona, è convolta direttamente nel conflitto contro le truppe di Sua Maestà, secolari “invasori” delle libere terre d’Irlanda.

Suo fratello maggiore Joe, infatti, è in carcere in quanto membro dell’IRA, l’esercito di liberazione irlandese. E seguendo l’esempio di Bobby Sands, morto poche settimane prima, ha iniziato lo sciopero della fame affinché il Primo Ministro britannico Margaret Thatcher riconosca a lui e a tutti i membri dell’IRA detenuti il titolo di prigioniero politico, gettando Fergus e la sua famiglia in un grave stato di attesa e paura.

Una notte, mentre con lo zio Tally si è recato in una torbiera per rubare torba da rivendere clandestinamente, Fergus scorge nel terreno il corpo di una bambina. Dopo lo choc iniziale i due decidono di avvertire le autorità.

In breve si scope che la bambina è in realtà una mummia di palude. I resti, infatti, risalgono all’Età del Ferro e sono stati incredibilmente conservati nel corso dei millenni dalle proprietà naturali della torba.

Mentre l’intera nazione parlerà del ritrovamento, Fergus instaurerà un rapporto surreale interiore con la bambina che, mostrandogli i fatti salienti della sua remota esistenza, aiuterà il giovane ad affrontare la sua…

La Dowd ci regala un altro bellissimo romanzo di formazione, con momenti duri e momenti teneri, proprio come è la vita.

Da leggere.

“La rete a maglie larghe” di Håkan Nesser

(Guanda, 1993/2001)

Grazie a Per Wahlöö e Maj Sjöwall – e al loro ispettore Martin Beck – la Svezia, e tutta la Scandinavia poi, è diventata una delle patrie per eccellenza della giallo contemporaneo.

Non sono pochi gli eredi dei due grandi giallisti, ma fra tutti spicca il loro conterraneo Håkan Nesser, classe 1950, che mentre insegnava lettere al liceo ha iniziato a scrivere romanzi polizeschi.

Nel 1993 arriva nelle librerie svedesi “La rete a maglie larghe”, prima indagine dell’atipico commissario Van Veerten, che vive e lavora a Maardam, una città (immaginaria) nordica con caratteri tipici svedesi e ambienti olandesi.

Il caso che il cinquantenne e disilluso Van Veerten deve risolvere è quello apparentemente semplice che vede Janek Mattias Miller accusato dell’omicidio della moglie Eva. La donna è stata ritrovata annegata nella vasca da bagno del loro appartamento dallo stesso Janek.

L’uomo ricorda solo che la sera precedente, insieme alla moglie, si era ubriacato e poi più nulla. Nonostante le perplessità di Van Veerten l’uomo viene processato e condannato, ma pochi giorni dopo è vittima di un nuovo efferato omicidio. Van Veerten promette a se stesso di risolvere in pochi giorni il caso e partire per una lunga vacanza in Australia, o dare le dimissioni…

Ottimo giallo con atmosfere e aromi che riportano al grande Martin Beck. Raccontandoci una storia oscura, Nesser ci apre un’altra grande finestra sulla società scandinava e sull’animo umano.

“Le rose di Shell” di Siobhan Dowd

(Uovonero, 2016)

Siobhan Dowd, oltre che una grande scrittrice, è stata anche una grande attivista: sono state numerose, infatti, le sue battaglie contro la censura dell’editoria in molti paesi del mondo.

Nata a Londra nel 1960, la Dowd si è spenta nel 2007 stroncata da un tumore al seno. Prima di morire però, la scrittrice ha creato una fondazione che ancora oggi, grazie ai diritti dei suoi libri venduti e tradotti in tutto il mondo, sostiene l’accesso alla letteratura ai bambini più disagiati.

Questo “Le rose di Shell” è il suo primo romanzo e ci porta a Coolbar, una piccola cittadina nella contea di Cork, nell’Irlanda della prima metà degli anni Ottanta.

Michelle, che tutti chiamano Shell, è un’adolescente apparentemente come molte altre della sua generazione e del suo Paese che, come il nostro, è molto cattolico. Shell è la sorella maggiore di Johnny e Trix e, soprattutto, solo un anno prima ha perso prematuramente la madre.

Il lutto ha segnato le vite di tutti, a partire da quella del padre che è precipitato definitivamente nell’inferno dell’alcolismo, abbandonando di fatto a loro stessi i suoi tre figli. A scuola, intanto, Shell è corteggiata da un ragazzo più grande con il quale consuma il suo primo rapporto sessuale.

Poco dopo che il giovane, presa la maturità, parte per gli Stati Uniti, Shell scopre di essere incinta. Ma l’unica persona sulla faccia della Terra che poteva aiutarla e sostenerla, sua madre, non c’è più, e così Shell dovrà affrontare la cosa da sola.

Ma come dice il suo soprannome, lei è una conchiglia con dentro un tesoro…

Bellissimo e duro romanzo di formazione tutto al femminile, “Le rose di Shell” – che in originale è “A Swift Pure Cry” frase contenuta nell'”Ulisse” di Joyce, e che letteralmente sarebbe “Un pianto puro e rapido” – è ispirato a due fatti di cronaca realmente accaduti in Irlanda negli anni Ottanta.

Da leggere.

“Revival” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2016)

Jamie Morton, alle soglie delle Terza Età, ci racconta la sua storia, terribile.

Il giorno in cui le cose presero una piega molto particolare, che portarono lo stesso Jamie a vivere ed essere testimone di fatti e sofferenze atroci, risale al suo sesto anno di vita.

Quando, innocente e inconsapevole, giocava con i soldatini – che le aveva regalato sua sorella maggiore Claire – e la terra nel giardino di casa Morton, tentando di costruire una montagna in miniatura.

Un’ombra coprì il sole allungandosi su di lui, era il giovane reverendo Charles Jacobs, appena giunto nella piccola cittadina dei Morton assieme alla graziosa moglie e al loro unico figlio Morrie, ancora in fasce. Jacobs, in poco tempo, diventò un riferimento per tutta la comunità, ma il suo fedele preferito era sempre Jamie.

Grazie alla sua profonda passione per l’elettricità, Jacobs riuscì infatti a guarire Con, uno dei fratelli maggiori di Jamie, che per un brutto colpo alla gola non poteva più parlare. Ma il destino aveva in serbo, per Jacobs prima, e per lo stesso Jamie poi, grandi e oscure novità…

Gran romanzaccio del Re, che tiene inchiodati fino all’ultima pagina. Possono passare gli anni e cambiare le mode, ma il Re è sempre il Re. E come sempre è capace, oltre che di farci riflettere, …di terrorizzarci!

Viva il RE!