“Cambiare l’acqua ai fiori” di Valérie Perrin

(Edizioni e/o, 2019)

La consapevolezza che solo l’amore possa arginare la devastazione di una morte, per chi resta, è un concetto profondo su cui da sempre artisti raccontano o tentano di raccontare.

Parlare di ciò che lascia la morte improvvisa e “ingiusta” di una persona vicinissima a noi non è affatto semplice però. Raccontare in maniera sincera ed equilibrata le devastanti macerie che rimangono alla fine di una tale tragedia – che per se stessa non può essere equilibrata – è un’impresa molto, ma molto difficile. Soprattutto se non si vuole cadere nella compassione o toccare il patetico.

Ma Valérie Perrin ci riesce benissimo, invece, e ci racconta la dura storia di Violette Trenet – proprio come l’indimenticabile chansonnier – che di mestiere fa la guardiana di un cimitero. Si tratta di un piccolo camposanto nel nord della Francia, dove lei è arrivata molti anni prima assieme a suo marito Philippe.

Così, attraverso il suo racconto e quello di altre donne a lei volontariamente o involontariamente legate, ripercorriamo l’esistenza dell’orfana Violette cresciuta passando in affido da una famiglia all’altra fino alla soglia della maggiore età quando una sera in un locale incontra Philippe Toussaint.

Il fatto di essere un’orfana rifiutata da tutti – a partire dalla sua sconosciuta madre – porta Violette ad accettare il rapporto col futuro marito sbilanciato ovviamente a suo sfavore. Anche quando lei partorirà Léonine e Philippe accetterà di sposarla – soprattutto per non perdere i diritti sulla figlia – il carico quotidiano della casa e del lavoro di casellante – ufficialmente assegnato ad entrambi – spetterà solo a lei, visto che il marito passerà le giornate o a giocare con la sua consolle o in giro sulla sua potente motocicletta. Per non parlare dei sui genitori che non la accetteranno mai come nuora.

Ma la vita non asseconda i sogni e i desideri di tutti e così Violette, Philippe e i suoi genitori dovranno affrontare ciò che il destino ha in serbo per loro. E alla fine riuscirà a sopravvivere solo chi, nonostante ferite strazianti e mai definitivamente cicatrizzabili, affronterà la propria esistenza con limpida sincerità e onesto amore…

Bello e dolorosissimo romanzo della Perrin che ci trascina da pagina a pagina, da parola a parola senza lasciarci un attimo di tregua. Tanto che ogni personaggio, anche quelli più ottusi e negativi, una volta terminato il libro finiscono per mancarci. Una sincera e bellissima riflessione, senza sconti, sulla morte vista e vissuta da quelli che rimangono, così come sono fatti i cimiteri.

D’altronde, poco più di due secoli fa, Ugo Foscolo scriveva:

“All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne

Confortate di pianto è forse il sonno

Della morte men duro?…”

“I cavoli a merenda” di STO

(Adelphi, 1990)

Sergio Tofano, col suo pseudonimo STO, è stata una delle figure artistiche poliedriche più rilevanti della cultura italiana del Novecento, soprattutto quella legata al mondo della scrittura, della recitazione e dell’illustrazione.

Nato a Roma nel 1886, esordì come illustratore e scrittore per “Il Giornalino della Domenica ” di Vamba (al secolo Luigi Bertelli che lo fondò nel 1906, e autore, tra le altre cose, de “Il giornalino di Gian Burrasca”). Nel 1917 Tofano crea il suo personaggio forse più famoso: Il Signor Bonaventura che vede la luce sulle pagine del leggendario “Corriere di Piccoli”, lo stesso sulle quali io lo leggerò qualche decennio dopo.

Nel 1920 Tofano pubblica per la prima volta questa raccolta di 10 novelle da lui stesso illustrate, surreali e originali, che anticipano stili e vicende molto simili a quelle che scriverà qualche tempo dopo il grande Gianni Rodari.

Sono favole per piccine e piccini, ma che in realtà contengono spunti e concetti che si sviluppano su più livelli. Quella che personalmente amo di più è senza dubbio “Checco… povero Checco…”, divertente e sempre attuale, come lo sono anche tutte le altre.

Per comprendere a pieno l’arte di Tofano, basta ripercorrere la sua carriera: a partire dal secondo dopoguerra – e fino al 1969 – insegnerà recitazione all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” forgiando intere generazioni di attrici e attori fra i più famosi del nostro teatro e del nostro cinema. Nel 1965 pubblicherà un testo che ancora oggi è di riferimento: “Il teatro all’antica italiano”. E fino a quasi la sua morte interpreterà alcuni preziosi camei sia al cinema (come nel bellissimo “Il padre di famiglia” di Nanni Loy) che in televisione (partecipando a episodi differenti de “Le inchieste del commissario Maigret” con Gino Cervi).

Insomma, una grande figura della nostra cultura del secolo scorso, troppo spesso ingiustamente dimenticata.

“Esterno notte” di GIPI

(Coconino Press – Fandango, 2019)

GIPI (al secolo Gianni Pacinotti, classe 1963) è giustamente considerato uno dei più significativi autori di graphic novel contemporanei, non solo del nostro Paese.

Questo “Esterno notte”, pubblicato per la prima volta nel 2003, è il suo primo libro e ha segnato sia la storia dei graphic novel italiani, sia quella del suo autore che nella quarta di copertina ci confida: “Con Esterno notte ho trovato per la prima volta la mia voce, scegliendo di raccontare solo quello che conoscevo.”

Nella prefazione lo stesso GIPI ci spiega brevemente la tecnica usata per realizzare le sei storie contenute nel volume, che è esclusivamente pittura ad olio alla quale sovrappone a volte carta trasparente su cui ridisegna i volti o i movimenti delle figure umane.

I sei racconti sono: “La storia di Faccia”, l’autobiografico “Via degli Oleandri”, “Le facce nell’acqua”, “Macchine sotto la pioggia”, “Le cinque curve” e “Muttererde”.

Sono racconti di vicende e individui ai margini ma che in realtà ci parlano di noi, delle nostre paure, dei nostri sogni e, soprattutto, dei nostri sentimenti più profondi.

Terribilmente bello, da leggere tutto d’un fiato.

“La balena alla fine del mondo” di John Ironmonger

(Bollati Boringhieri, 2021)

Nel 2015 il britannico John Ironmonger pubblica il romanzo “Not Forgetting the Whale“, che prenderà poi anche il titolo “The Whale at the End of the World” sia per la trama che per la sua ambientazione in Cornovaglia il cui punto più a sud – non lontano dalla piccola e immaginaria St. Piran del libro – si chiama appunto “Land’s End” (in cornico “Penn an Wlas“) e rappresenta anche il posto più a sud dell’intera Gran Bretagna.

Le vecchie cronache, risalenti a cinquant’anni prima, raccontano che in un’algida alba sulle coste che lambiscono la piccola cittadina marittima di St. Piran, fu ritrovato un uomo privo di sensi. Il malcapitato, senza un indumento addosso, venne immediatamente portato dal vecchio medico in pensione che viveva nel paese che subito riuscì a farlo rinvenire.

A St. Piran tutti si conoscevano da sempre e così non fu difficile capire che l’uomo era il proprietario di una fuori serie parcheggiata al centro della località. L’uomo, che si chiamava Joe Haak, era arrivato nel piccolo centro della Cornovaglia nella notte e si era fermato quando la terra lasciava il posto al mare.

In fuga da Londra, Joe ebbe l’impulso di togliersi tutti i vestiti e immergersi in acqua. Quando il freddo e le correnti lo stavano portando inesorabilmente al largo verso una morte certa, una balena con la sua coda lo spinse a riva.

Ma i fantasmi che spinsero l’uomo a fuggire dal suo ricco lavoro di analista presso una delle banche più ricche della City, nonostante il bagno catartico, non lo abbandonarono. E così, ripensando a quello che gli aveva confidato il presidente dell’istituto di credito a proposito dello scoppio di una pandemia planetaria simile alla Sars, Joe decise di spendere i suoi risparmi per comprare derrate alimentari per tutelare se stesso e tutti gli abitanti di St. Piran nel momento in cui la pandemia sarebbe arrivata in Cornovaglia e avrebbe fatto collassare l’intero sistema planetario. Ma…

Ironmonger realizza la cronaca “romantica” di una pandemia che travolge il nostro pianeta. Oggi è particolarmente interessante – e allo stesso tempo inquietante – leggere il libro, pensato e scritto quando nessuno di noi ipotizzava neanche lontanamente di imparare a convivere con termometri ad infrarossi, lockdown, mascherine e varie dosi di vaccino.

Bisogna riconoscere quindi all’autore britannico di aver saputo anticipare scenari che molti di noi ignoravano, ma su due cose Ironmonger ha sbagliato: a differenza di quello che Haak crede nel libro, nonostante l’avvento improvviso del virus, il sistema ha retto e non ha lasciato il posto ad alcun caos post apocalittico.

Per la seconda vi dovete leggere il libro fino alla fine…

“Terra matta” di Vincenzo Rabito

(Einaudi, 2014)

“LA STORIA SIAMO NOI, ATTENZIONE NESSUNO SI SENTA ESCLUSO…” canta Francesco De Gregori un verso che sembra scritto a pennello per Vincenzo Rabito.

Vincenzo Rabito era nato a Chiaramonte Gulfi, oggi in provincia di Ragusa, nel 1899. Come la stragrande maggioranza dei suoi coetanei non andò mai a scuola. A sette anni, per aiutare la madre vedova e con sette figli da sfamare, iniziò ai lavorare nei campi dove avrebbe dovuto passare il resto della sua vita. Ma la storia del nostro Paese lo travolse come migliaia di nostri connazionali.

A 69 nove anni, Vincenzo Rabito, senza parlarne con nessuno, iniziò a scrivere la storia della sua vita. Prese una vecchia macchina da scrivere e su oltre mille pagine, fitte fitte, senza margini o interlinee, scrisse in un dialetto siciliano stretto ma comprensibilissimo, tutti gli eventi salienti della sua: “…maletrata e molto travagliata e molto desprezata vita”.

Ha pigiato sui tasti della sua vecchia Olivetti fino al 1975, raccontando le vicende che lo hanno visto protagonista fino all’agosto del 1970. D’altronde scrive lui stesso: “Se all’uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darracontare”.

Vincenzo Rabito è scomparso il 18 febbraio del 1981 e il suo manoscritto è rimasto in un cassetto finché i suoi figli non l’hanno trovato e reso pubblico, donando a tutti noi una delle più grandi cronache del nostro Paese.

Einaudi, nel 2014, ha deciso di pubblicare, sfoltendola, l’autobiografia di Rabito che racconta non solo di lui, ma di tutto il nostro Paese. A neanche diciannove anni Rabito viene preso e sbattuto in prima linea sul Piave a combattere la fase più tragica e sanguinaria della Prima Guerra Mondiale. Sopravvissuto all’immane tragedia, Rabito si ritrova senza niente e decide di trasferirsi in una delle colonie dell’Impero che Mussolini “sta forgiando”, aderendo così al partito fascista.

Ma lo sguardo di Rabito, come lo era stato al fronte, è limpido e disilluso anche sulla nuova Italia e accetta di buongrado i mille compromessi ai quali deve sottostare pur di mandare i soldi a casa a sua madre. A ridosso della Seconda Guerra Mondiale Rabito si sposa e il suo obiettivo diventa quello di non far mancare nulla ai suoi tre figli. Così, nel secondo dopoguerra, la priorità di Vincenzo Rabito è quella di farli studiare per non fare la vita che ha fatto e sta facendo lui.

Gli occhi del semianalfabeta Vincenzo Rabito sono fra i più onesti e lucidi che il nostro Novecento abbia avuto, e ci disegnano un Paese con molti lati ambigui e in penombra. Ma quegli stessi lati, a distanza di oltre mezzo secolo, sono ancora tanto presenti nell’Italia di oggi. Un’opera unica e incredibile che segna in maniera indelebile la nostra storia e la nostra cultura.

Da leggere.

“Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia” di Zerocalcare

(Bao Publishing, 2021)

Ci sono esimi statisti, anche nel passato recente, che per dileggiare avversari politici consigliano loro di leggere o dedicarsi al mondo dei fumetti. Gli stessi esimi statisti, evidentemente, i fumetti non li hanno mai letti – o ne hanno letti davvero troppo pochi… – visto che la stragrande maggioranza degli adolescenti del pianeta cresce leggendo proprio gli eroi disegnati. E la formazione delle nuove generazioni passa quindi anche attraverso di loro.

Tanto che il Dottor William Moulton Marston – l’inventore della famigerata “macchina della verità” – intuì già nella prima metà del secolo scorso che per far rivalutare la figura della donna alle nuove generazioni occorreva un’eroina dei fumetti che ne incarnasse tutte le doti e per questo creò Wonder Woman. Visto la misera e imbarazzante quota di donne sedute su poltrone rilevanti nella nostra politica, è più che evidente che la maggior parte dei nostri politici – purtroppo per loro …e pure per noi – i fumetti da ragazzini proprio non li hanno mai letti.

Ma bando agli esimi statisti, torniamo a quest’opera di Zerocalcare che ci racconta l’ombra più oscura che la pandemia ha gettato sul nostro Paese. Passiamo così dal racconto dell’esplosione dell’emergenza sanitaria vissuta nelle nostre carceri, a quello contemporaneo del duro risveglio del nostro Paese nel marzo del 2020 prendendo definitivamente atto che la cosiddetta sanità locale era stata quasi cancellata dal territorio, e alle sue ripercussioni sui mezzi di comunicazione e soprattutto sui social.

Le prime quattro storie sono state già pubblicate nel corso dell’ultimo anno su “Internazionale” o “L’Espresso”, mentre l’ultima è inedita e s’intitola “Il castello di cartone” e ci racconta in maniera tagliente come Zerocalcare abbia affrontato la genesi e la messa in streaming della sua serie animata “Strappare lungo i bordi“.

Insomma, come ci dice lo stesso autore sulla quarta di copertina: “UNA SORPRESA SU CINQUE SARA’ UNA ZACCAGNATA AL FEGATO” …perché Rebbibia, ed è inutile che qualcuno ancora arricci il naso, rappresenta anche tutto il resto del nostro Paese.

“La taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.4” di Yaro Abe

(BAO Publishing, 2021)

Eccoci tornare nella Taverna più singolare di Tokyo.

Dopo: “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories“, “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.2“, “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.3” finalmente è disponibile il quarto volume del manga più saporito di sempre.

Con altre trenta ricette, e altrettante notti, ripercorriamo gli episodi più salienti della vita dei clienti della Taverna – alcuni dei quali abbiamo già conosciuto nei precedenti volumi – particolarmente legati sentimentalmente, nel bene o nel male, a uno specifico piatto che lo chef della locanda, aperta ogni notte da mezzanotte alla sette del mattino, è bravo a preparare.

Ed è lo stesso chef che cita una frase, simbolo e anima del manga: “…il bello di un pasto notturno sta in quel senso di colpa che ne consegue…”.

Fra queste nuove storie/ricette, ce ne è una – quella relativa alla centotredicesima notte – legata alla tragedia del terremoto che ha devastato una parte del Giappone. E anche da questo fumetto comprendiamo la filosofia e l’anima di un Paese che nonostante le enormi devastazioni che lo hanno colpito – come lo sgancio della bomba atomica durante la Seconda Guerra Mondiale – con umiltà, grazia e dedizione si è sempre rialzato.

Da …”gustare”.

Su Netflix è disponibile la serie giapponese “Midnight Diner: Tokyo Stories” deliziosa e saporita come il manga da cui è tratta.

“Cronaca di una morte annunciata” di Gabriel García Márquez

(Mondadori, 1982)

Fra le cose che bisogna necessariamente fare per mantenere la propria esistenza emotivamente il più equilibrata possibile e godere a pieno dei grandi, così come dei piccoli, piaceri della vita c’è senza dubbio quella di leggere, a intervalli regolari, uno scritto del maestro Gabriel García Márquez.

Mi sono ributtato così nel romanzo che il grande scrittore colombiano pubblicò esattamente quarant’anni fa, l’anno prima di essere insignito del premio Nobel per la Letteratura.

La ricostruzione dell’ultima giornata della vita di Santiago Nasar rimane ancora oggi un capo saldo della letteratura mondiale, con la sua carnalità, la sua disperazione e soprattutto la sua ironia, e ci racconta un vero fatto di sangue accaduto trent’anni prima di cui lo stesso García Márquez fu testimone indiretto.

A Manaure, il “villaggio bruciato dal sale dei Caraibi”, tutti sanno che i fratelli Vicario vogliono ammazzare “come un maiale” Santiago. Tutti, tranne lo stesso Santiago che lo realizza solo quando è ormai troppo tardi.

Così riviviamo le ultime ore del Nasar secondo i vari racconti degli abitanti di Manaure incalzati dal narratore/Márquez. Chi per un motivo e chi per un altro non è riuscito a intervenire e impedire la tragedia. Tragedia dettata da ottuse e medievali regole sociali che segneranno in maniera indelebile la vita di tutti, non solo quella dei protagonisti primari.

Ma tutti, anche a distanza di tre decenni, si assolvono per la loro inerzia o vigliaccheria, proprio come fa la società più gretta e perbenista con se stessa.

Un capolavoro immortale da leggere e rileggere, e non solo per lo splendido stile di Marquez, maestro indiscusso della letteratura latinoamericano e planetaria, ma anche perché la sorpresa e lo sconcerto di Santiago sono quelli che ci piombano addosso sovente nella vita, dove spesso siamo gli ultimi a sapere le cose che ci riguardano. Ma, infondo, la storia delle nostre esistenze non è la… cronaca di una morte annunciata?

“Mimikaki – Un piacere per le orecchie” di Yaro Abe

(Bau Publishing, 2021)

Il servizio personale – e assai intimo – di pulizia delle orecchie è un’antica tradizione giapponese. Per farlo si usano i mimikaki, piccoli bastoncini di bambù fatti a mano. Spesso, a un’estremità, è legata una piccola campanella che a ogni movimento tintinna accompagnando le piacevoli sensazioni che si provano nell’orecchio.

Naturalmente qualsiasi otorinolaringoiatra sobbalzerebbe sulla sedia al solo sentire parlare di stecche di bambù nell’apparato uditivo, ma il piacere profondo che alcune persone provano nel sottoporsi, sdraiati a terra con la testa appoggiata sulle cosce della pulitrice, a tale servizio sembra davvero irresistibile e paragonabile a tutti gli effetti a una vera e propria esperienza sessuale.

Così Yaro Abe, prima di pubblicare la sua splendida saga de “La taverna di mezzanotte – Tokyo Stories”, nel 2003 realizza questo primo tomo che raccoglie nove episodi tutti incentrati su Mimikaki da Yamamoto, una realizzatrice di mimikaki ed esperta pulitrice di orecchie, che nel suo studio a Nakamachi riceve nove clienti, tutti molti dissimili fra loro, ai quali la pulizia alle orecchie segna l’esistenza.

Questo delizioso e sensuale “Mimikaki – Un piacere per le orecchie”, oltre a vincere il Gran Premio Shōgakukan per i fumettisti esordenti nel 2003, ha il merito di aver portato il suo autore a lasciare la carriera di pubblicitario per intraprendere definitivamente quella da fumettista.  

“Questa volta è la mia storia” di Neil Simon

(Excelsior 1881, 2007)

Questa bellissima autobiografia è stata pubblicata per la prima volta da Neil Simon (1927-2018) nel 1996 ed è approdata nelle nostre librerie, incredibilmente, solo nel 2007. Sul motivo di questo inspiegabile ritardo si scervelleranno i posteri, anche se al momento sembra alquanto difficile che le future generazioni italiche la potranno leggere visto che ormai è fuori catalogo e per reperirla bisogna rivolgersi al mondo dell’usato.

Io sono uno scrittore “self-made”, che si autopubblica, e quindi non so proprio spiegarmi perché questo libro sia stato ignorato dalla nostra editoria tradizionale con la quale, …ahimè, non ho contatti. Magari fra cinquant’anni, con l’eventuale pubblicazione dei segreti più oscuri della nostra Repubblica la mia discendenza lo scoprirà. Ma al momento rimane davvero un mistero insondabile il motivo della scomparsa italiana dell’autobiografia di uno dei più famosi drammaturghi del Novecento, ancora oggi tanto messo in scena quanto imitato citato e copiato.

Il libro si apre nella primavera del 1957 quando il neanche trentenne Neil Simon, già affermato autore televisivo, decide di scrivere la sua prima commedia teatrale. Il motivo, oltre a quello di sentire il sacro fuoco del palcoscenico, è di tornare a vivere e lavorare a New York, la sua città natale, visto che la ricca televisione paga bene sì, ma in quegli anni ha il suo cuore pulsante a Los Angeles.

Con l’appoggio incondizionato di sua moglie Joan Baim, Neil inizia quel percorso – che lo renderà uno degli autori teatrali più famosi del suo tempo – digitando sulla sua macchina da scrivere il titolo: “S E N Z A U N A S C A R P A”.

Seguiamo così l’evolversi della sua prima commedia – che subisce non meno di una settantina di riscritture – e andrà in scena col titolo definitivo “Alle donne ci penso io”. Come le successive, molte di clamoroso e planetario successo, anche la prima è ispirata da persone o eventi che l’autore conosce o vive direttamente. Così “Alle donne ci penso io” nasce dall’approccio con l’altro sesso di suo fratello maggiore Danny, insieme al quale egli stesso farà i primi passi come autore comico dilettante.

Non a caso Danny Simon, oltre che per il fratello Neil, è stato un mentore per molti grandi comici e autori di quella generazione come per esempio Woody Allen che lo ricorda nella sua altrettanto splendida autobiografia “A proposito di niente“.

Così se “A piedi nudi nel parco” nasce dai veri primi tempi del matrimonio fra lui e Joan, “La strana coppia” è ispirata ancora una volta a suo fratello Danny che, dopo essersi separato, per motivi economici era andato a vivere assieme a un amico anche lui divorziato. Per questo, ci racconta Neil, una parte delle royalty che fruttava la commedia andavano anche a Danny.

Ma soprattutto Neil Simon ci racconta come era facile per lui scrivere, ma terribilmente complicato arrivare poi a mettere in scena il suo testo. Per questo, fortunatamente, ha avuto la fortuna di incontrare artisti di primissimo livello come Mike Nichols, che ha diretto le prime edizioni delle sue commedie più famose (come “A piedi nudi nel parco”, “La strana coppia” o “Prigioniero della Seconda Strada”) o Bob Fosse (per il quale Simon scrisse il testo del musical “Sweet Charity”) che alla festa dopo la prima a Broadway di “A piedi nudi nel parco”, visto il clamoroso successo, fece il brindisi sibillino: “…a Neil e all’ultima serata in cui avrà amici sinceri”.

E naturalmente tutti i grandi attori che per primi hanno portato i suoi personaggi, le sue storie e le sue immortali battutte sulle assi di un palcoscenico come Robert Redford, Walther Matthau, Art Carney, George C. Scott, Marsha Mason o Peter Falk.

Un viaggio nei primi venticinque anni della carriera splendente di Simon, che non a caso si conclude con la fine del matrimonio con la Baim. Un’autobiografia irresistibile e al tempo stesso dura e cruda, molto simile nella forma e nella sostanza a quel “A proposito di niente” già citato. Come il libro di Allen, reputo anche questa autobiografia di Simon un “manuale” indispensabile per chi ama scrivere, oltre che leggere, magari da sistemare accanto a “On Writing – Autobiografia di un mestiere” del maestro Stephen King.