“Hilda e il Troll” di Luke Pearson

(Bao Publishing, 2019)

L’inglese Luke Pearson (classe 1987) pubblica questo fumetto per la prima volta nel 2010, fumetto che riscuote subito un certo successo grazie alla sua protagonista Hilda, una bambina molto particolare.

Hilda infatti, nonostante la sua età, è una vera e propria avventuriera che ama la natura e tutte le sue magie e i suoi misteri. Proprio come quello dei Troll, secondo la leggenda mangia uomini, che con la luce del sole si trasformano in rocce per poi riprendere vita col buio.

Assieme a sua madre Johanna, Hilda vive in una casa sperduta in montagna dove l’avventura è davvero …dietro la porta. Col suo fedele cervolpe Twig, Hilda esplora il bosco in cerca di un Troll in stato roccioso da disegnare. Per sicurezza fa legare a Twig un campanello su quello che sembra il naso della creatura minacciosa, così appena i raggi del sole si faranno più deboli e il Troll inizierà a riprendere la sua forma viva, lei se ne accorgerà. Ma…

Pearson firma un fumetto insolito e molto divertente, adatto ai più piccoli ma anche ai grandi. Perché il carattere di Hilda, bambina sincera e soprattutto “pensante” si scontrerà ripetutamente col mondo degli umani adulti che la trovano scomoda etichettandola meschinamente come “diversa”. Mentre nel mondo della Natura, chiaro e sincero come lei anche nei suoi aspetti più minacciosi, Hilda si troverà sempre a suo agio.

Nel 2018 è stata prodotta la prima serie anglo-canadese a cartoni animati di “Hilda”, disponibile su Netflix, che mantiene le divertenti e singolari caratteristiche del fumetto di Pearson. Da qualche settimana, sempre su Netflix, è disponibile anche la seconda stagione.

“La taverna di mezzanotte – Tokyo stories” di Yaro Abe

(Bao Publishing, 2020)

Il giapponese Yaro Abe (classe 1963) è stato per oltre vent’anni un pubblicitario di successo, con nel cassetto sempre l’amore per il fumetto. Nel 2003 ha deciso di dedicare tutto il suo tempo alla sua vera passione e nel 2006 ha pubblicato questo volume che lo ha decretato un autore di manga – mangaka – di successo.

Nei piccoli e stretti vicoli di Shinjuku – uno dei 23 quartieri speciali di Tokyo, e proprio nei pressi del nodo ferroviario più trafficato al mondo, la stazione di Shinjuku appunto – c’è un piccolo ristorante che apre da mezzanotte alla sette del mattino, tutti i giorni. E’ gestito da un silenzioso quanto bravo chef con una vistosa cicatrice sull’occhio destro.

La politica del locale è un menu fisso, ma lo chef è disponibile a cucinare qualsiasi cosa i clienti desiderano a patto di avere gli ingredienti o che gli stessi avventori li forniscano.

Come il classico barista dei locali tipici dei vecchi film, lo chef della taverna di mezzanotte ama ascoltare le storie dei propri clienti mentre prepara e serve il loro piatto preferito. Nel volume, che in piena tradizione giapponese si legge da destra a sinistra, sono contenute trenta ricette con altrettante piccole storie di clienti.

Così, fra gli aromi della prelibata e gustosa cucina giapponese, entriamo nella vita di persone comuni con storie comuni ma certo non banali. Assistiamo a piccole vittorie o a grandi sconfitte, ad amori perduti o ritrovati, a dolori sopiti e a quelli appena inflitti. Una “Commedia Umana” alla Honoré de Balzac in salsa giapponese. E allora forse non è un caso che lo stesso de Balzac scriveva dall’una alle otto del mattino, tutti i giorni…

Da gustare con gli occhi e con il cuore.

Su Netflix è disponibile la serie giapponese “Midnight Diner: Tokyo Stories” deliziosa e saporita come il manga da cui è tratta.

“Tre camere a Manhattan” di Georges Simenon

(Adelphi, 2014)

Questo bellissimo romanzo del maestro Simenon viene pubblicato per la prima volta nel 1946 e si lega indissolubilmente alla vita personale del suo autore.

François Combe è un attore francese che ha lasciato la sua patria perché ferito nell’anima dal tradimento della moglie che pubblicamente lo ha “sostituito” con un altro attore più giovane. In America sperava in una carriera ricca e folgorante ma le sue interpretazioni non vanno oltre quelle del classico caratterista francese.

Per tirare avanti il più a lungo possibile con il limitato capitale che possiede vive in un piccolo e misero appartamento a Manhattan dove non c’è neanche il telefono. Tutto ormai sembra portare Combe ad imboccare un triste quanto misero viale del tramonto quando una sera, per non sentire ancora una volta le smanie sessuali dei suoi rumorosi vicini, esce in strada. Nel suo girovagare incappa casualmente in Kay Miller, una donna che come lui sembra non avere più molte scelte. Il loro amore, che all’inizio è esclusivamente materiale, si consuma in tre piccole, ammobiliate e squallide camere a Manhattan. Amore che però, inaspettatamente e non senza dolore, consentirà loro di ricominciare…

Struggente e appassionato, questo romanzo ci racconta un pezzo intimo della vera vita di Simenon che nel 1945 si stabilisce a New York prima di trasferirsi con moglie e figlio in Canada. Lì inizia a lavorare come sua segretaria Denyse Ouimet, che prima diverrà sua amante e poi sua moglie.

Alla prima parte del loro rapporto si ispira quindi “Tre camere a New York”. E come sempre Simenon ci regala lo splendido ritratto di una donna “perduta” (secondo i canoni etici dell’epoca) e irrisolta che però grazie al suo sentimento puro e sincero riesce ad offrire una nuova opportunità a se stessa e al suo amante, indiscutibilmente molto più fragile e insicuro di lei.

Simenon è sempre Simenon…

Nel 1965 Marcel Carné dirige l’adattamento cinematografico “Tre camere a Manhattan” con protagonisti Maurice Ronet e Annie Girardot, che per la sua interpretazione di Kay vince la Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia.

“Manuale delle giovani marmotte” a cura di Mario Gentili

(Giunti/Disney, 2020)

E’ finalmente tornato disponibile il mitico e leggendario Manuale delle Giovani Marmotte nella fedelissima riproduzione della sua storica prima edizione pubblicata nel 1969.

Anche se io ancora non ero nato, lo incontrai qualche anno dopo, di terza o quarta mano, rimediato dal cugino del fratello maggiore del vicino di casa che fortunosamente era riuscito a portarlo in vacanza al mare…

E così, insieme ad un manipolo di giovani aspiranti marmotte realizzai una buona parte delle straordinarie idee descritte nel Manuale. Ovviamente iniziai con l’intramontabile “Filo diretto”, il “telefono” fatto con due bicchieri di carta e un pezzo di filo per cucire, per passare poi alle capanne costruite con le canne e alla vera vita da esploratore indomito.

Nel rileggerlo oggi non ci si può non emozionare davanti ad un libro che ha indubbiamente influenzato più di una generazione, dando spunti per giocare e conoscere il mondo, magari non sempre ad oggi “politically correct” – come per esempio suggerire, per non sporcare, di seppellire i rifiuti di un picnic sottoterra… – e forse a volte un pò troppo ingenui – come i consigli per diventare “simpatico” – ma sempre mirati al rispetto degli animali e della Natura.

Ma soprattutto questo Manuale ci racconta com’era l’infanzia nel nostro Paese prima dell’avvento definitivo di sua maestà la televisione, quando i ragazzini crescevano giocando per strada sbucciandosi continuamente le ginocchia. D’altronde non ci sono più le mezze stagioni e la nostalgia non è più quella di una volta…

Frasi fatte a parte, rileggerlo è come ritrovare casualmente il compagno di giochi di un’afosa estate cittadina con cui si sono passati momenti indimenticabili che però crescendo si era perso di vista.

“A Secret Promise” di Cristina Crenguta Docan e Boris Joh Passacantando

(Beautiful Books, 2006)

Questo delizioso libro illustrato per i più piccoli ci porta nella giornate limpide e serene del Piccolo Orso Bruno e del Piccolo Orso Bianco.

I due cuccioli, anche se vivono fisicamente uno molto lontano dall’altro e passano le loro giornate in simbiosi con il loro ambiente che è così diverso, hanno in comune quello che solo i più piccoli riescono a creare senza limiti o confini: i sogni.

E così, proprio nel mondo speciale dei sogni si faranno una importante e segreta promessa…

Scritto da Cristina Grenguta Docan ed illustrato splendidamente da Boris John Passacantando, questo volume ha un solo grande difetto: non è stato tradotto in italiano ed è disponibile solo in lingua inglese.

La sua lettura, comunque, è molto semplice anche per bambini che non conoscono bene la lingua inglese.

I sogni, l’amore e la tolleranza sono importanti per tutti, grandi e piccini.

“La valle dell’Eden” di John Steinbeck

(Bompiani, 2014)

John Steinbeck nel 1952, quando è già uno scrittore e sceneggiatore di successo, pubblica quello che egli stesso considera il suo romanzo “definitivo”, come ammette in un’intervista: “Penso che tutto ciò che ho scritto è stato, in qualche modo, di preparazione a questo”.

Il libro è dedicato ai suoi figli, che in quegli anni sono ancora molto piccoli, perché il desiderio di Steinbeck è quello di condividere con loro quello che Salinas e la sua valle rappresentarono per la sua infanzia.

Non è un caso perciò che il romanzo narri la storia di due famiglie che si incrociano nella valle di Salinas, i Trask e gli Hamilton, e proprio un’appartenente a quest’ultima, Olive – che nel romanzo ha una parte secondaria – è la vera madre dello scrittore. Lo stesso “John Steinbeck” è poi il narratore ufficiale delle vicende che vivono le due famiglie dagli inizi dell’Ottocento alla fine della Prima Guerra Mondiale.

Assistiamo alla calata delle fondamenta della società di quella nazione che nel Secolo Breve sarebbe diventata una delle super potenze planetarie. Una società formata dallo scontro e incontro di culture e usanze molto differenti, spesso dure e senza mezzi termini, che si sono sviluppate grazie anche alla geografia di un Paese dagli immensi confini. Usanze e culture diverse che però, volenti o nolenti, devono fare riferimento soprattutto ad una cosa.

Così a partire dal titolo questo libro, come molti altri di Steinbeck, affonda le sue radici nella Bibbia. “East of Eden”, il titolo originale, è preso dal Libro della Genesi: “Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, a oriente di Eden” (IV, 16). La stessa cosa vale per il personaggio femminile più rilevante e affascinante del romanzo, Cathy Ames, che lo stesso Steinbeck descrive come la: “personificazione di Eva, di Lilith e del serpente messi insieme“.

Attraverso i Trask e gli Hamilton comprendiamo affondo l’anima di una Paese e di un popolo, che ancora oggi in ogni singola stanza di ogni singolo albergo o motel sul proprio intero territorio, nel cassetto del comodino tiene una copia della Bibbia.

Un immortale caposaldo della letteratura mondiale del Novecento.

Nel 1955 Elia Kazan dirige “La valle d’Eden”, memorabile adattamento cinematografico del romanzo con l’indimenticabile James Dean.

“Radioactive. Marie e Pierre Curie. Una storia d’amore e contaminazione” di Lauren Redniss

(Mondadori, 2020)

Lauren Redniss, classe 1974, è una delle più famose autrici di saggi e libri visivi degli Stati Uniti, e non solo. Ha vinto numerosi premi per le sue opere ma quella più famosa, al momento, è senz’altro “Radioactive. Marie e Pierre Curie. Una storia d’amore e contaminazione” in cui ripercorre la vita di una delle più grandi scienziate della storia.

La giovane polacca Maria Salomea Skłodowska arriva nel 1891 a Parigi per studiare fisica e matematica. Ma la scienza e la carriera accademica sono saldamente in mano agli uomini, che guardano infastiditi una giovane donna capace e volitiva.

L’unico che la sostiene e le offre di dividere il suo laboratorio è Pierre Curie. I due, che condivideranno anche le proprie esistenze, rivoluzioneranno la scienza moderna, scoprendo due nuovi elementi: il Polonio – chiamato così in onore alla terra natale di Marie – e il Radio.

E proprio insieme a quest’ultimo scopriranno anche il lato oscuro della radioattività e della sua contaminazione. E quando appariranno sui loro corpi i primi sintomi visibili da radiazioni, con ulcere e piaghe comprese, i Curie si chiederanno se davvero l’umanità era pronta alle loro scoperte.

Come Alfred Nobel che con la sua invenzione fece fare un balzo clamoroso in avanti alla civiltà ma rimase annichilito da come poi gli stessi esseri umani usarono la dinamite per scopi militari micidiali, Marie e Pierre Curie, anche non potendo vedere direttamente le nefaste conseguenze dell’uso scellerato delle radiazioni, vivranno gli stessi dilemmi…

Insomma, uno splendido graphic novel da leggere e conservare, su una donna straordinaria e geniale che ha cambiato il suo tempo e la società. La Redniss ci ricorda, ad esempio, che la Curie non è stata “la prima donna” ha vincere due premi Nobel – come molto spesso è ricordato nelle sue biografie – ma è stata “il primo essere umano” a farlo, in barba ai suoi pomposi e invidiosi colleghi maschi contemporanei che le sbuffavano alle spalle. Il tutto raccontato attraverso particolari didascalie che si fondono con splendidi disegni, in un’edizione davvero di ottima qualità.

Una lettura per grandi, ma anche per i più giovani, perché è importante pensare in grande fin da piccoli!

Da quest’opera è stato tratto l’ottimo adattamento cinematografico “Radioactive” di Marjane Satrapi con una bravissima Rosamund Pike nei panni della Curie.

“A Babbo morto – Una storia di Natale” di Zerocalcare

(Bao Publishing, 2020)

Ma che davvero? …Adesso pure a Natale bisogna pensare? …E no, basta …un pò di tregua.

Ora dobbiamo ricordare quelli meno fortunati di noi anche durante le festività natalizie? Non ci possiamo permettere neanche il lusso di ingurgitare milioni di calorie, organizzando tossici rave party per il nostro colesterolo, senza essere costretti a riflettere sui drammi e le ingiustizie che ci circondano?

Allora che si festeggia a fare? D’altronde se uno sceglie di nascere in una nazione sfigata, o essere assunto in un’azienda gestita da incapaci o peggio criminali e viene sfruttato senza pietà noi che c’entriamo! Se uno perde il lavoro a causa di una pandemia planetaria, acuita da quattro sfigati che giravano senza mascherina prendendo in giro quelli che invece la usavano, noi che c’entriamo!

Il massimo dei problemi morali che vogliamo affrontare a Natale, che ormai inizia ai primi di Novembre, è la secolare dicotomia fra il panettone e il pandoro, e ci vogliamo patologicamente dimenticare tutte le ingiustizie e le storture intorno a noi. Basta con tutte queste tragedie, con questi reietti della società che non ci fanno gustare a pieno il torrone al cioccolato fondente. Lasciateci guardare in pace “Una poltrona per due” beatamente abbrutiti davanti alla tv.

E’ inutile che questo breve romanzo grafico sia stampato in un’elegante versione con la copertina rigida, e i disegni di Zerocalcare siano stati colorati da Alberto Madrigal: la digestione ce la rovina lo stesso!

Viva il colesterolo e lo strutto! Abbasso quel Grinch di Zerocalcare che per forza ci vuole fare pensare pure a Natale!

“Nellie Bly” di Luciana Cimino e Sergio Algozzino

(Tunué, 2020)

Elizabeth Jane Cochran (1864-1922) è stata una delle personalità più rilevanti del giornalismo americano e non solo. Figlia di un magistrato di un piccolo centro della Pennsylvania, poco dopo la prematura morte di questo assistette alle violenze materiali e morali che la madre e i suoi fratelli subivano da parte del nuovo patrigno, un uomo alcolizzato e manesco. Testimoniò in prima persona, durante il processo di divorzio intentato dalla madre, le angherie subite durante il matrimonio.

Ventenne tentò la carriera di insegnate a Pittsburgh, ma quando lesse l’articolo “What Girls Are Good For” sul Pittsburgh Dispatch in cui un borioso giornalista elencava i veri e “sacri” compiti di una donna che nulla avevano a che fare con le suffragette o l’emancipazione femminile, non riuscì a trattenersi e scrisse una lettera di risposta senza usare mezzi termini.

Il direttore del giornale ne rimase così colpito da offrire alla Cochran di scrivere un articolo ufficiale di risposta per poi farla diventare una collaboratrice stabile della redazione. Ma una donna, ancora non sposata, che giocava a fare la giornalista non aveva la massima considerazione sociale e così per salvaguardare se stessa e i propri familiari optò per uno pseudonimo. Fra le canzoni più famose di quel periodo c’erano soprattutto quelle di Stephen Foster (autore per esempio di “Oh! Susanna”) e fra quelle “Nelly Was a Lady” e “Nelly Bly“. La Cochran scelse quest’ultima come pseudonimo, ma per un banale errore di battitura commesso dallo stesso direttore alla fine dell’articolo apparve sul giornale il nome “Nellie Bly”, che poi la donna trovò superfluo correggere.

La Bly aveva nel sangue quello che poi, grazie anche a lei, avrebbe preso il nome di giornalismo d’inchiesta, visto che amava trovare e intervistare le sue fonti direttamente sul campo. All’inizio ovviamente le poche donne che lavoravano nei giornali si occupavano esclusivamente di moda e costume, ma Nellie ruppe gli schemi grazie proprio alle sue coraggiose inchieste. Per quello che aveva subito da piccola e per la grave indigenza nella quale era cresciuta dopo la morte del padre, la Bly prediligeva denunciare gli abusi che subivano i più poveri e indifesi della società. Per questo denunciava sovente le drammatiche situazioni in cui erano costretti a lavorare gli operai.

Fu una delle pochissime giornaliste ad intervistare nel 1884 la prima candidata donna alla Casa Bianca, Belva Ann Lockwood avvocato (è grazie a lei se nel 1879 il Congresso approvò la parità formale dell’avvocatura femminile rispetto a quella maschile) che si era candidata conscia di non avere nessuna possibilità, ma soprattutto per “svegliare” le sue concittadine.

I suoi reportage, visto che erano sempre più seguiti, indispettirono i grandi industriali che iniziarono a fare sempre più pressione sui giornali che la pubblicavano. Così nel 1886 Nellie Bly si trasferì come corrispondente in Messico dove denunciò le pesanti condizioni sociali in cui viveva il popolo sotto la dittatura di Porfirio Diaz. Ovviamente Diaz divenne insofferente alla Bly che poco dopo fu costretta a tornare negli Stati Uniti. Lasciò il Pittsburgh Dispatch per trasferirsi a New York ed entrare nel “New York World”, il giornale diretto da Joseph Pulitzer.

Lo stesso Pulitzer le chiese di realizzare un reportage sul “New York City Mental Health Hospital” del quale si avevano notizie drammatiche ma mai dimostrate. Così la Bly prese una camera in affitto sotto falso nome fingendosi pazza e preda di continua crisi isteriche. La Polizia, chiamata dalla proprietaria della pensione, la consegnò immediatamente all’ospedale nel quale la donna passò dieci interminabili giorni. Per tirarla fuori ci vollero i legali del giornale. Il reportage che la Bly scrisse fece esplodere uno scandalo senza precedenti grazie al quale saltarono numerose poltrone fra politici e sanitari, ma soprattutto la città di New York decise poco dopo di stanziare un milione di dollari per la cura dei malati di mente. L’inchiesta è ancora oggi una pietra miliare del giornalismo americano tanto da ispirare ancora romanzi e film, come “Il corridoio della paura” diretto da Samuel Fuller nel 1963.

Nel 1888 Pulitzer volle sfidare Jules Verne sostenendo, attraverso il suo giornale, che era possibile ormai fare il giro del mondo in meno di 80 giorni. E per provarlo incarico Nellie Bly di compiere il viaggio. Nessuno lo credeva possibile, soprattutto per una donna sola, ma Nellie smentì tutti compiendolo in poco più di 72 giorni. Nel suo lungo viaggio, ad Amiens venne ricevuta dallo stesso Verne entusiasta. L’impatto fu planetario, basta pensare che l’abito che si era fatta confezionare appositamente la giornalista per il viaggio che era resistente, adatto a tutti i climi e austero, divenne quello più venduto e alla moda di quegli anni in tutti gli Stati Uniti e non solo. L’impresa si impresse nel profondo dell’immaginario collettivo tanto da essere continuamente citata o richiamata. Ne è un esempio il personaggio interpretato da Natalie Wood nell’intramontabile “La grande corsa” che Blake Edwards realizza nel 1966.

La Bly si sposò con un ricco industriale per il quale abbandonò la stampa. Alla morte del marito prese in mano le redini dell’industria di famiglia ma, a causa di un esperto truffatore e delle sue idee innovatrici fallì. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale la Bly fu la prima inviata di guerra donna della storia e seguì sul campo i fronti russo e serbo. Elizabeth Jane Cochran muore il 27 gennaio del 1922 a 57 anni per una polmonite. Il suo testamento spirituale si racchiude in una delle ultime frasi che scrisse prima di morire: “Non ho mai scritto una parola che non provenisse dal mio cuore. E mai lo farò”.

Questo graphic novel, il cui testo è firmato da Luciana Cimino mentre i disegni sono di Sergio Algozzino, ripercorre gli eventi salienti della vita della Bly attraverso un’intervista che una giovane studentessa le fa poco prima della sua morte.

Se i disegni sono molto belli e d’effetto, la sceneggiatura è fin troppo semplice e sintetica, ma rimane comunque una testimonianza su una delle donne più carismatiche, coraggiose e libere della nostra storia recente, che contribuì in maniera determinante ad accelerare la nascita del movimento di emancipazione della donna.

“Scheletri” di Zerocalcare

(Bao Publishing, 2020)

L’immortale Fabrizio De André canta nella sua splendida “Andrea”:

“…Il pozzo è profondo
Più fondo del fondo degli occhi
Della notte del pianto
Lui disse ‘Mi basta, mi basta che sia
Più profondo di me’…”

lanciando uno sguardo senza fine nel buco più profondo che abbiamo tutti nell’angolo più remoto di noi stessi. E così Zerocalcare torna a raccontarci dei suoi pensieri, dei suoi sogni e, soprattutto, dei suoi incubi irrisolti.

Come in “Un polpo alla gola“, in “Scheletri” Zerocalcare ci narra la dinamica che lo ha portato – suo malgrado e costretto coi denti dagli eventi – ad affrontare un enorme mostro che si era stabilito nella sua anima per molto tempo. Un’abominevole creatura cento volte più grande di quella che lo costringeva a mentire a sua madre in relazione al suo – inesistente – percorso universitario.

Nonostante la crudezza di alcuni eventi, Zerocalcare riesce come sempre a farci ridere e sorridere condendo la narrazione e i suoi disegni con battute e considerazioni molto spesso irresistibili. E poi “Scheletri”, come tutti gli altri volumi del suo autore, è anche un grande inno alla tolleranza e al rispetto verso gli altri, soprattutto quelli de Roma Est, che per me che so’ de Roma Nord, rimangono sempre un’enigma.

Chi non ha convissuto con un mostro simile almeno una volta nella vita: …è un bugiardo.

Zerocalcare …è sempre lui!