“Bianco letale” di Robert Galbraith

(Salani Editore, 2019)

La stessa J.K. Rowling, nei ringraziamenti alla fine di questo libro, ammette che si tratta della sua opera più strutturata e complessa, scritta in contemporanea ad altre.

Ed infatti “Bianco letale” è senza dubbio l’inchiesta più complicata di Cormoran Strike che, insieme alla “sua” Robin Ellacott, deve affrontare e risolvere la morte – forse un suicidio… – di un alto membro del Governo di Sua Maestà.

Tutto ha inizio un giorno quando Billy, un ragazzo con evidenti problemi psichici, entra nell’ufficio di Strike annichilito da quello a cui ha assistito qualche tempo prima: qualcuno ha strangolato una bambina, o forse un bambino, e lo ha seppellito avvolgendolo con una coperta rosa. Travolto dai suoi stessi terribili ricordi Billy poi scappa…

Sono un fan sfegatato della Rowling, così come ovviamente del suo pseudonimo Robert Gailbraith e quindi anche di Cormoran Strike. Ma questa sua ultima avventura è sinceramente un tono sotto le altre. La storia del delitto e quella della sua definitiva ricostruzione si sviluppano un pò troppo artificiosamente, cosa davvero singolare per la Rowling.

Ma, nonostante ciò, la creatrice di Harry Potter in molte pagine dimostra comunque di essere davvero una scrittrice eccezionale, e quindi vale sempre la pena leggere un suo libro.

“Bastava chiedere!” di Emma

(Editori Laterza, 2020)

Emma, classe 1981, è una blogger, fumettista, e ingegnera informatica francese. Sul suo blog appaiono nel 2016 questi dieci fumetti: “dieci storie di femminismo quotidiano”.

Ma che cos’è il femminismo oggi? Una domanda così complessa merita una risposta altrettanto strutturata ed esaustiva che temo proprio di non essere in grado di dare, su due piedi mentre scrivo la recensione del libro.

Ma posso tentare almeno di focalizzare su cosa, fra i molti temi, il femminismo oggi deve puntare tutti i suoi “fari”: l’educazione, soprattutto delle nuove generazioni, al rispetto delle diversità e all’uguaglianza di diritti e doveri dei sessi.

Così Emma attraverso queste dieci storie ci parla di quello che le donne troppo spesso subiscono quotidianamente, come se fosse drammaticamente …normale. E non si riferisce alla violenza sulle donne, che è una piaga mondiale che trova una tragica eco nel nostro Paese, teatro di circa una vittima al giorno.

Ma a quella sottile e subdola differenza di responsabilità e obblighi materiali e morali che la nostra società impone, attraverso abitudini e comportamenti secolari. A partire dall’ipocrita e dannosissima differenziazione dei giochi da “maschi” o da “femmine” nei bambini, fino ai compiti sottintesi nella vita di coppia.

Un libro, che personalmente ho letto tutto d’un fiato, che raggiunge in pieno l’obiettivo che uno scritto deve toccare: fare riflettere.

Come molti, la vita mi ha sottoposto a prove assai dure, e durante la più funesta, quelli che mi hanno deluso di più, senza possibilità di recupero, sono stati coloro che mi dicevano: “…Per qualunque cosa: basta che me lo chiedi!”.

Da usare come manuale nelle scuole.

“La scuola di pizze in faccia del professor Calcare” di Zerocalcare

(Bao Publishing, 2019)

L’importante, ci dice Zerocalcare, è capire almeno da dove la vita ti colpirà la prossima volta.

Questo volume raccoglie le storie firmate da Michele Rech originariamente pubblicate sul suo blog www.zerocalcare.it; sulle testate “Best Movie”, “L’Espresso” “La Repubblica” e “Wired”; sul suo profilo Facebook, nonché un paio inedite come “Il Salmone del Libro di Borino” che è una delle mie preferite.

Critici da prima serata ed esperti blasonati hanno detto che questo volume rappresenta “la maturità” di quello che al momento è considerato l’autore italiano più geniale in circolazione.

Se è più che condivisibile la seconda affermazione, è più banale e stolta la prima. Perché Zerocalcare la “maturità” ce l’ha sempre avuta, fin dalle prime strisce pubblicate, ma soprattutto perché il concetto di maturità è alquanto aleatorio, o come direbbe lui: “…nun vordì un cazzo!”.

E allora godiamoci queste storie deliziose senza inutili elucubrazioni mentali (…e qui la tentazione di parafrasare Zero era davvero molto forte) che ci raccontano di come siamo, come solo la grande commedia all’italiana e qualche altro indimenticabile autore satirico sapevano fare.

Alla faccia di chi vorrebbe Zerocalcare “à la page”, radical chic o per pochi eletti intellettuali (che poi di solito i libri manco li leggono).

Oltre a quella del Salmone di Borino non si possono non leggere: “Questa non è una partita bocce” e “Autocensure”. Quest’ultima è proprio da appendere didatticamente nei salotti “mo’ ve ‘nzegno un pò de curtura io!” della migliore televisione italiana.

“La soluzione sette per cento” di Nicholas Meyer

(Rizzoli, 1976)

Prima di diventare il regista di pellicole come “L’uomo venuto dall’impossibile”, “Star Trek – L’ira di Khan”, “The Day After – Il giorno dopo” o autore della serie “I Medici”, Nicholas Meyer – laureato in Storia del Cinema all’Università dell’Iowa – decide di scrivere un libro il cui protagonista è uno dei suoi idoli: Sherlock Holmes.

In molti, già poco dopo la morte del grande Sir Arthur Conan Doyle, tentano l’impresa, ma pochi ci riescono come fa Meyer nel 1974 quando pubblica “La soluzione sette per cento” (che arriverà nelle nostre librerie solo due anni dopo).

Nella prefazione del libro l’autore riproduce la “presunta” lettera con cui suo zio Henry gli ha spedito un manoscritto rinvenuto nella propria soffitta. Si tratta di un testo che la sua compianta zia nel 1939, quando faceva la dattilografa presso una casa di riposo, scrisse sotto dettatura proprio dell’anziano dottor John Watson, allora ospite solitario dell’istituto.

Torniamo così indietro nel tempo, nella prima metà degli anni Novanta del XIX secolo quando Watson è ormai felicemente sposato con Mary Morstan e ha abbandonato da tempo il 221b di Baker Street. Una sera bussa alla porta il suo vecchio e caro amico, ma Watson rimane sconvolto: il detective più implacabile della storia ha un aspetto orribile e vaneggia del diabolico Dottor Moriarty. 

E, soprattutto, l’occhio clinico di Watson non può evitare di constatare che Holmes è completamente preda del demone della cocaina. Già quando dividevano la dimora di Baker Street Holmes, nei momenti di calma piatta e per combattere l’insopportabile noia che lo annichiliva, era uso iniettarsi una soluzione di cocaina al sette per cento. Evidentemente con la solitudine, l’inattività e il passare del tempo Holmes è sprofondato sempre più nell’abisso che di lì a poco lo porterà inevitabilmente nella tomba.

Watson, che è un medico, sa bene che al mondo non c’è nessuna cura capace di salvare un essere umano ormai così assuefatto alla droga. Casualmente però, su una rivista medica, ha letto poco tempo prima degli studi di un medico che afferma di riuscire a domare il demone della tossicodipendenza attraverso l’ipnosi e nuove terapie, che lo hanno messo suo malgrado in cattiva luce rispetto alla comunità scientifica internazionale.

Ma è l’unica flebile possibilità che ha per salvare il suo caro Sherlock Holmes. E così, con l’aiuto di Mycroft Holmes, Watson tenta di portare Sherlock dal medico, che non si trova però a Londra, ma a Vienna e il cui nome è Sigmund Freud…

Meyer firma un romanzo davvero sfizioso dove, con un colpo di genio, fa incontrare due personaggi (uno di fantasia e uno realmente vissuto) che con la deduzione hanno segnato uno la cultura e l’altro la medicina recente.

Meyer scriverà altri tre romanzi dedicati a Holmes: “Orrore nel West End” (pubblicato in Italia nel 1977), “The Canary Trainer” (1993) e “The Adventure of the Peculiar Protocols” (2019).

Lo stesso Meyer, nel 1976, scriverà la sceneggiatura per l’ottimo adattamento cinematografico del romanzo che realizzerà Herbert Ross con Robert Duvall nei panni di Watson, Alan Arkin in quelli di Freud, Nicol Williamson (che vestirà i panni di Merlino in “Excalibur” di John Boorman) in quelli di Holmes e Sir Laurence Oliver in quelli di Moriarty.

“Fidanzati dell’inverno” di Christelle Dabos

(Edizioni e/o, 2018)

Non si può negare che Christelle Dabos abbia uno stile accattivante e avvincente, e che col suo libro crei un mondo fantastico e originale. Cosa non facile, soprattutto dopo la pubblicazione della saga di Harry Potter. Così i suoi libri sono diventati un caso letterario in Francia, già all’uscita di questo primo volume avvenuta in terra d’oltralpe nel 2013.

Personalmente però trovo poco giustificabile pubblicare un romanzo la cui trama (nonostante le oltre cinquecento pagine) si ferma di fatto a metà, dando direttamente appuntamento al secondo libro della saga “L’attraversaspecchi”. Anche se la cosa è chiaramente scritta sulla copertina, non la trovo affatto corretta perché, soprattutto nella parte centrale del romanzo, la Dabos rallenta ad arte il ritmo del racconto per poi precipitare gli eventi nelle ultime pagine. Eventi che comunque non portano a nulla di definitivo.

Non è facile, certo, ma è possibile creare una saga composta da vari libri, e al tempo stesso disegnare in ogni libro una storia che abbia uno sviluppo e un epilogo riallacciandosi a quella principale. La saga di Hogwarts della Rowling e quella de “La Bussola d’Oro” di Philip Pullman (le cui atmosfere ricordano molto quelle create dalla Dabos) sono gli esempi riusciti forse più famosi.

Evidentemente, però, J.K. Rowling e P. Pullman hanno un altro passo come scrittori, visto che la Dabos preferisce semplicemente spezzare la storia (cosa che ha anche il sapore banale di un semplice espediente commerciale) piuttosto che sforzarsi di fare altro.

Insomma: più che un bel libro …un accattivante primo capitolo.

“Circe” di Madeline Miller

(Sonzogno, 2019)

La figura mitologica di Circe è da sempre associata a quella di una maga perfida e gelosa che usa la sua arte per trasformare gli uomini in maiali o trasfigurare le sue belle antagoniste in terrificanti mostri ingordi, come Scilla. Almeno così’ Omero ha iniziato a raccontarla, e nel corso dei secoli la sua fama oscura è stata da molti altri autori ampliata e romanzata.

La Miller, invece, ci narra di una dea che ha avuto la “colpa” di nascere donna, non particolarmente attraente e con una voce sgraziata. Caratteristiche che la pongono ai margini della vita sociale nel palazzo di suo padre, lo splendente Elios. Quando però Circe scopre di avere sorprendenti doti da maga, la situazione precipita. Se il mondo può tollerare – non senza sbeffeggiarla continuamente – una donna poco piacevole, certo non può sopportare una donna che con le sue pozioni può tramutare o ghermire anche il più potente degli dei.

E allora Circe, che comunque non può essere eliminata per i suoi stessi natali, viene confinata per l’eternità nell’isola di Eea, in piena solitudine. Ma su quelle sponde giungerà un giorno un mortale dalle doti intellettuali molto speciali, che sarà il primo a comprendere e apprezzare veramente le doti di Circe. Un mortale dal nome Odisseo…

Ottimo romanzo mitologico scritto dalla stessa autrice del best seller “La canzone di Achille”, che ci parla di una donna molto particolare, ma al tempo stesso tanto comune e umana. E di come le sue doti da maga, fatte di conoscenza e sapienza, sono fumo negli occhi per tutti gli altri dei, uomini e – …purtroppo… – donne che siano, che vedono minare il proprio millenario ruolo nella società maschio-centrica divina.

Il passaggio da “maga” a “strega” è molto rapido e così non ci dobbiamo stupire se fino a qualche secolo fa, nei più libertari paesi come in quelli più antichi, si bruciavano le donne che non si “conformavano” alla società. In epoche più recenti, invece, si rinchiudevano nei manicomi con la scusa dell’isteria, come è accaduto a Camille Claudel o a Sabina Spielrein, così come a molte altre donne che “osavano” primeggiare nelle arti e nelle scienze con gli uomini.

E allora c’aveva ragione Circe a trasformarli in porci, o no?        

“Vox” di Christina Dalcher

(Nord, 2018)

Questo ottimo romanzo fantasy – e speriamo che tale rimanga… – ci racconta di un futuro prossimo possibile, ma speriamo non probabile.

Negli Stati Uniti dopo il mandato del primo Presidente di colore nella storia, vince Myres, il candidato più conservatore – sposato in seconde nozze con Anne, bellissima donna molto più giovane di lui – appoggiato dal Movimento Per la Purezza, guidato dal reverendo Carl Corbin. Fra quelli che certo non lo hanno votato c’è la dottoressa Jean McClellan, massima esperta nel Paese dell’Area di Wernicke, la parte sinistra del cervello dominante nei destrimano.

Dopo lo sdegno iniziale Jean ha continuato la sua vita di sempre: badare ai suoi quattro figli, insieme a suo marito Patrick, e andare a lavorare nel suo laboratorio scientifico. Ma col passare dei mesi le cose lentamente sono cambiano: il Manifesto del Movimento della Purezza ha iniziato a essere il riferimento della vita sociale nel Paese, e le donne sono state costrette ad abbandonare il proprio lavoro per tornare a casa a “badare ai figli” ossequiando supinamente il proprio marito.

Di fatto i diritti delle mogli sono passati direttamente nelle mani dei mariti. Le donne senza marito hanno dovuto scegliere: o i campi di lavoro – senza diritti – o entrare nelle scuderie dei numerosi bordelli che in tutto il Paese hanno iniziato a fiorire per aiutare gli uomini ad affrontare le loro dure giornate…

Anche i programmi nelle scuole sono cambiati: i maschi seguono materie che ruotano intorno al concetto di Purezza, mentre alle femmine si insegna a contare solo fino a cento e soprattutto a fare i lavori domestici.

Poi il reverendo Corbin, che appare regolarmente in televisione per leggere brani del suo Manifesto, ha introdotto il “braccialetto” per le donne, tutte le donne: dalle bambine alle anziane. Una semplice striscia metallica con un contatore che ad ogni mezzanotte riparte da zero. Nel corso delle successive ventiquattro ore, il simpatico aggeggio, conta le parole che la donna che lo indossa pronuncia. Tutti, o quasi, sono tarati fino a 100, poi una scarica elettrica colpisce il polso. Cento parole sono abbastanza per una donna che deve essere “remissiva e sottomessa”.

Le donne che hanno osato pubblicamente opporsi o adottato un comportamento non consono al Manifesto, così come le lesbiche, oltre ad essere internati nei campi di lavoro, hanno il braccialetto tarato sullo zero.
Così Jane, dopo circa un anno, si ritrova senza lavoro e senza parola, costretta ad osservare impotente i suoi figli crescere secondo i principi medievali del Manifesto.
Ma un giorno alla sua porta bussa proprio il reverendo Corbin…

Come diceva Edmund Burke, e ricorda a se stessa incessantemente Jean: “Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione”. E così la colpa della scellerata presa di potere di Myres e di Corbin non è solo di chi li ha votati, ma anche di tutti quelli che per paura o semplice inerzia non si sono alzati in piedi per protestare.

Ottimo romanzo di provocazione che ci regala tanti spunti su cui riflettere – i riferimenti al quotidiano sono molti, ed è inevitabile pensare a Trump quando si legge di Myres… – e ci ricorda quanto ancora la nostra società sia maschilista e la vera emancipazione delle donne e la concreta parità di genere siano lontane.

“Contiene frutta secca” di Umberto Domina

(Capelli Editore, 2009)

Mi è già capitato di parlare di Umberto Domina (1921-2006) scrittore, autore radiofonico e televisivo, nonché uno dei migliori umoristi italiani del Novecento. Domina nasce “senza impegno” a Palermo (come scrive nella prefazione di questo suo primo romanzo) per poi trasferirsi quasi subito a Castrogiovanni, che qualche anno dopo tornerà a prendere l’antico nome di Enna.

Dopo la maturità classica Domina si trasferisce prima a Torino e poi a Milano, dove si sposa e nel corso degli anni diventa un apprezzato autore radiofonico e televisivo, nonché un affermato ideatore di pubblicità.

Questa doppia essenza Nord/Sud è il motivo trainante di quasi tutte le sue opere letterarie, che nascono e fioriscono sull’incontro-scontro delle due grandi filosofie di vita alla base del nostro Paese: quella settentrionale e quella meridionale, di cui lo stesso Domina è un esempio vivente.

Primi anni Sessanta, Castrojanni (e il nome non è un caso…) è una cittadina della Sicilia che la AGIRIM, una professionalissima agenzia di indagini di mercato con sede centrale negli Stati Uniti, elegge a campione significativo per studiare e calibrare una campagna pubblicitaria plurimilionaria da lanciare nel nostro Paese.

Sul posto, per preparare il campo, viene inviato il “cisalpino” Gualtiero Borletti che dovrà confrontarsi con i “locali” a partire da Gaetano Zappalà, fondatore e direttore del giornale “La Spada”, unico organo di stampa della cittadina…

Delizioso e ironico romanzo che ci racconta l’avvento del famigerato Boom e anticipa clamorosamente gli strascichi sociali e morali che quel “Miracolo italiano” provocherà negli anni e nei decenni successivi. Pubblicato per la prima volta nel 1966, “Contiene frutta secca” si aggiudica il premio “Bordighera” per la letteratura umoristica.

“Vicolo cieco” di John Wainwright

(Arnoldo Mondadori Editore, 1984)

John Duxbury possiede una fiorente tipografia in un piccola cittadina nella provincia inglese, che gestisce insieme all’amato figlio Harry. Stimato dai suoi concittadini, John ha un rapporto complicato solo con Maude, sua moglie.

Nel suo diario John cerca di spiegare a se stesso i motivi del naufragio privato del suo matrimonio. In pubblico, infatti, i signori Duxbury sono inccepibili, ma in casa vivono fredde vite separate. Fino a quando, durante una breve vacanza, Maude precipita da una scogliera.

Il coroner chiude l’inchiesta come un triste incidente, ma alcuni giorni dopo presso il commissariato di zona si presenta il professor Foster che, sconvolto, confessa di aver visto Duxbury spingere volontariamente la moglie. Al sergente Harry Harker l’arduo compito di dipanare la complicata matassa…

Straordinario noir che non a caso il maestro Georges Simenon definì “indimenticabile”. Da molti considerato non a torto il capolavoro di John Wainwright. Davvero un libro da leggere.

Se è incredibile che un romanzo del genere in Italia sia fuori cataologo da anni, fortunatamente è possibile scovarlo nel mondo dell’usato nell’edizione del 1984 del Giallo Mondadori. Purtroppo si tratta di un’edizione economica e così ci sono due colonne in ogni pagina.

Ma la stessa edizione porta alla fine un raro e “preziosissimo” articolo dedicato proprio a John Wainwright – autore fra i più schivi di sempre – che ci racconta le contingenze che da vero poliziotto lo hanno portato a diventare scrittore di gialli.

Segue un articolo dedicato alla programmazione televisiva del dicembre 1984 dedicata ai film gialli e infine un breve racconto di Alan Legg scritto nel 1978 dal titolo “Ultime notizie 23 gennaio 2012” che leggerlo oggi è tutto un programma.

Da veri collezionisti insomma.

“Un drink prima di uccidere” di Dennis Lehane

(Piemme, 2011)

Dennis Lehane (nato a Boston nel 1965) è considerato una delle penne noir più brillanti della sua generazione.

Dai suoi libri, non a caso, sono stati tratti alcuni splendidi film come “Mystic River” diretto da Clint Eastwood, “Gone Baby Gone” di Ben Affleck e “Shutter Island” di Martin Scorsese.

La carriera di scrittore di Lehane inizia ufficialmente nel 1994, quando negli Stati Uniti esce il suo libro di esordio “A Drink Before the War”, i cui protagonisti sono Patrick Kenzie e Angela Gennaro, due detective privati che vivono e lavorano in uno dei quartieri più popolosi di Boston, una volta vera e propria colonia irlandese della città.

I due sono convocati dal senatore Mulkern, fra gli uomini più potenti di Boston, che affida loro il compito di ritrovare Jenna Angeline, un donna di colore che da anni fa le pulizie presso la State House di Boston. Il senatore e il suo staff sono convinti che la Angeline, al momento irreperible, abbia preso dei documenti riservati relativi a una proposta di legge contro le gang della città, che a breve dovrà essere approvata. Patrick e Angela accettano il caso che, naturalmente, non sarà così semplice come appare…

Ottimo romanzo noir, che ci racconta la violenta vita di una città che ospita una delle Università più famose al mondo, ma che deve fare i conti quotidianamente con il profondo razzismo radicato nell’anima dell’intera nazione, e con l’abissale gap fra poveri e ricchi che contraddistingue invece l’intero pianeta.