“Vox” di Christina Dalcher

(Nord, 2018)

Questo ottimo romanzo fantasy – e speriamo che tale rimanga… – ci racconta di un futuro prossimo possibile, ma speriamo non probabile.

Negli Stati Uniti dopo il mandato del primo Presidente di colore nella storia, vince Myres, il candidato più conservatore – sposato in seconde nozze con Anne, bellissima donna molto più giovane di lui – appoggiato dal Movimento Per la Purezza, guidato dal reverendo Carl Corbin. Fra quelli che certo non lo hanno votato c’è la dottoressa Jean McClellan, massima esperta nel Paese dell’Area di Wernicke, la parte sinistra del cervello dominante nei destrimano.

Dopo lo sdegno iniziale Jean ha continuato la sua vita di sempre: badare ai suoi quattro figli, insieme a suo marito Patrick, e andare a lavorare nel suo laboratorio scientifico. Ma col passare dei mesi le cose lentamente sono cambiano: il Manifesto del Movimento della Purezza ha iniziato a essere il riferimento della vita sociale nel Paese, e le donne sono state costrette ad abbandonare il proprio lavoro per tornare a casa a “badare ai figli” ossequiando supinamente il proprio marito.

Di fatto i diritti delle mogli sono passati direttamente nelle mani dei mariti. Le donne senza marito hanno dovuto scegliere: o i campi di lavoro – senza diritti – o entrare nelle scuderie dei numerosi bordelli che in tutto il Paese hanno iniziato a fiorire per aiutare gli uomini ad affrontare le loro dure giornate…

Anche i programmi nelle scuole sono cambiati: i maschi seguono materie che ruotano intorno al concetto di Purezza, mentre alle femmine si insegna a contare solo fino a cento e soprattutto a fare i lavori domestici.

Poi il reverendo Corbin, che appare regolarmente in televisione per leggere brani del suo Manifesto, ha introdotto il “braccialetto” per le donne, tutte le donne: dalle bambine alle anziane. Una semplice striscia metallica con un contatore che ad ogni mezzanotte riparte da zero. Nel corso delle successive ventiquattro ore, il simpatico aggeggio, conta le parole che la donna che lo indossa pronuncia. Tutti, o quasi, sono tarati fino a 100, poi una scarica elettrica colpisce il polso. Cento parole sono abbastanza per una donna che deve essere “remissiva e sottomessa”.

Le donne che hanno osato pubblicamente opporsi o adottato un comportamento non consono al Manifesto, così come le lesbiche, oltre ad essere internati nei campi di lavoro, hanno il braccialetto tarato sullo zero.
Così Jane, dopo circa un anno, si ritrova senza lavoro e senza parola, costretta ad osservare impotente i suoi figli crescere secondo i principi medievali del Manifesto.
Ma un giorno alla sua porta bussa proprio il reverendo Corbin…

Come diceva Edmund Burke, e ricorda a se stessa incessantemente Jean: “Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione”. E così la colpa della scellerata presa di potere di Myres e di Corbin non è solo di chi li ha votati, ma anche di tutti quelli che per paura o semplice inerzia non si sono alzati in piedi per protestare.

Ottimo romanzo di provocazione che ci regala tanti spunti su cui riflettere – i riferimenti al quotidiano sono molti, ed è inevitabile pensare a Trump quando si legge di Myres… – e ci ricorda quanto ancora la nostra società sia maschilista e la vera emancipazione delle donne e la concreta parità di genere siano lontane.

“Contiene frutta secca” di Umberto Domina

(Capelli Editore, 2009)

Mi è già capitato di parlare di Umberto Domina (1921-2006) scrittore, autore radiofonico e televisivo, nonché uno dei migliori umoristi italiani del Novecento. Domina nasce “senza impegno” a Palermo (come scrive nella prefazione di questo suo primo romanzo) per poi trasferirsi quasi subito a Castrogiovanni, che qualche anno dopo tornerà a prendere l’antico nome di Enna.

Dopo la maturità classica Domina si trasferisce prima a Torino e poi a Milano, dove si sposa e nel corso degli anni diventa un apprezzato autore radiofonico e televisivo, nonché un affermato ideatore di pubblicità.

Questa doppia essenza Nord/Sud è il motivo trainante di quasi tutte le sue opere letterarie, che nascono e fioriscono sull’incontro-scontro delle due grandi filosofie di vita alla base del nostro Paese: quella settentrionale e quella meridionale, di cui lo stesso Domina è un esempio vivente.

Primi anni Sessanta, Castrojanni (e il nome non è un caso…) è una cittadina della Sicilia che la AGIRIM, una professionalissima agenzia di indagini di mercato con sede centrale negli Stati Uniti, elegge a campione significativo per studiare e calibrare una campagna pubblicitaria plurimilionaria da lanciare nel nostro Paese.

Sul posto, per preparare il campo, viene inviato il “cisalpino” Gualtiero Borletti che dovrà confrontarsi con i “locali” a partire da Gaetano Zappalà, fondatore e direttore del giornale “La Spada”, unico organo di stampa della cittadina…

Delizioso e ironico romanzo che ci racconta l’avvento del famigerato Boom e anticipa clamorosamente gli strascichi sociali e morali che quel “Miracolo italiano” provocherà negli anni e nei decenni successivi. Pubblicato per la prima volta nel 1966, “Contiene frutta secca” si aggiudica il premio “Bordighera” per la letteratura umoristica.

“Vicolo cieco” di John Wainwright

(Arnoldo Mondadori Editore, 1984)

John Duxbury possiede una fiorente tipografia in un piccola cittadina nella provincia inglese, che gestisce insieme all’amato figlio Harry. Stimato dai suoi concittadini, John ha un rapporto complicato solo con Maude, sua moglie.

Nel suo diario John cerca di spiegare a se stesso i motivi del naufragio privato del suo matrimonio. In pubblico, infatti, i signori Duxbury sono inccepibili, ma in casa vivono fredde vite separate. Fino a quando, durante una breve vacanza, Maude precipita da una scogliera.

Il coroner chiude l’inchiesta come un triste incidente, ma alcuni giorni dopo presso il commissariato di zona si presenta il professor Foster che, sconvolto, confessa di aver visto Duxbury spingere volontariamente la moglie. Al sergente Harry Harker l’arduo compito di dipanare la complicata matassa…

Straordinario noir che non a caso il maestro Georges Simenon definì “indimenticabile”. Da molti considerato non a torto il capolavoro di John Wainwright. Davvero un libro da leggere.

Se è incredibile che un romanzo del genere in Italia sia fuori cataologo da anni, fortunatamente è possibile scovarlo nel mondo dell’usato nell’edizione del 1984 del Giallo Mondadori. Purtroppo si tratta di un’edizione economica e così ci sono due colonne in ogni pagina.

Ma la stessa edizione porta alla fine un raro e “preziosissimo” articolo dedicato proprio a John Wainwright – autore fra i più schivi di sempre – che ci racconta le contingenze che da vero poliziotto lo hanno portato a diventare scrittore di gialli.

Segue un articolo dedicato alla programmazione televisiva del dicembre 1984 dedicata ai film gialli e infine un breve racconto di Alan Legg scritto nel 1978 dal titolo “Ultime notizie 23 gennaio 2012” che leggerlo oggi è tutto un programma.

Da veri collezionisti insomma.

“Un drink prima di uccidere” di Dennis Lehane

(Piemme, 2011)

Dennis Lehane (nato a Boston nel 1965) è considerato una delle penne noir più brillanti della sua generazione.

Dai suoi libri, non a caso, sono stati tratti alcuni splendidi film come “Mystic River” diretto da Clint Eastwood, “Gone Baby Gone” di Ben Affleck e “Shutter Island” di Martin Scorsese.

La carriera di scrittore di Lehane inizia ufficialmente nel 1994, quando negli Stati Uniti esce il suo libro di esordio “A Drink Before the War”, i cui protagonisti sono Patrick Kenzie e Angela Gennaro, due detective privati che vivono e lavorano in uno dei quartieri più popolosi di Boston, una volta vera e propria colonia irlandese della città.

I due sono convocati dal senatore Mulkern, fra gli uomini più potenti di Boston, che affida loro il compito di ritrovare Jenna Angeline, un donna di colore che da anni fa le pulizie presso la State House di Boston. Il senatore e il suo staff sono convinti che la Angeline, al momento irreperible, abbia preso dei documenti riservati relativi a una proposta di legge contro le gang della città, che a breve dovrà essere approvata. Patrick e Angela accettano il caso che, naturalmente, non sarà così semplice come appare…

Ottimo romanzo noir, che ci racconta la violenta vita di una città che ospita una delle Università più famose al mondo, ma che deve fare i conti quotidianamente con il profondo razzismo radicato nell’anima dell’intera nazione, e con l’abissale gap fra poveri e ricchi che contraddistingue invece l’intero pianeta.

“Il club Vesuvio” di Mark Gatiss

(Kowalski, 2005)

L’inglese Mark Gatiss (classe 1966) è noto in tutto il mondo per essere l’ideatore – insieme a Steven Moffat – della serie tv “Sherlock” con Benedict Cumberbatch e Martin Freeman, nella quale poi interpreta anche il ruolo di Mycroft Holmes.

Oltre a scrivere le sceneggiature per la serie ispirata al grande personaggio inventato da Sir Arthur Conan Doyle, Gatiss ha curato gli script di numerose altre serie britanniche famose come “Poirot” e “Doctor Who”.

Ma non solo, Gatiss è anche l’autore di alcuni romanzi incentrati sulla figura di Lucifer Box, il primo dei quali è “Il club Vesuvio” pubblicato per la prima volta nel 2004.

Il Novecento è appena iniziato e anche se la regina Vittoria ha lasciato il trono al figlio Edoardo VII, a Londra si respira ancora l’aria vittoriana del secolo precedente. Fra i dandy più eleganti della capitale c’è il giovane pittore Lucifer Box, che vive della sua arte e abita al 9 di Downing Street, proprio accanto alla residenza ufficiale del Primo Ministro e non lontano da quella del Cancelliere dello Scacchiere.

Questo perché non molti anni prima l’intera zona su cui poi sarebbe sorta Downing Street apparteneva alla sua famiglia, di cui Lucifer oggi è l’ultimo discendente. Ma non è questa la cosa più singolare del giovane artista: Lucifer Box, infatti, è un agente segreto al servizio di Sua Maestà. E seguendo un’indagine oscura e molto pericolosa, Box approderà a Napoli, proprio alle falde del Vesuvio…

Godibilissimo romanzo giallo noir il cui protagonista è un superbo mix fra Sherlock Holmes e Oscar Wilde, nonché un anticipatore di James Bond e Simon Templar, con un pizzico d’ironia alla George Bernard Shaw.

Gatiss ha scritto anche altri romanzi il cui protagonista è Lucifer Box, ma in italiano è reperibile al momento purtroppo solo questo.

“Il cuoco dell’Alcyon” di Andrea Camilleri

(Sellerio, 2019)

Ecco, ci siamo. Questo è il primo romanzo del Commissario Montalbano che finisco senza il suo creatore, il Maestro Andrea Camillieri, scomparso poche settimane fa.

La sensazione è strana, tutto – o forse è più giusto dire quasi tutto… – il nostro Paese si è stretto nel cordoglio per la perdita di uno dei più letti autori italiani degli ultimi vent’anni, oltre che un grande intellettuale.

Camilleri ha pubblicato oltre 100 libri, e pensare che il suo primo romanzo fu rifiutato da molte delle nostre più rilevanti case editrici (come raccontò lui stesso in un’intervista al “Resto del Carlino” nel 1999) le stesse che oggi lo osannano. E se non fosse stata per l’autopubblicazione e la televisione Montalbano non sarebbe mai stato pubblicato. Ma questo è un altro discorso…

Torniamo a quest’ultima opera – al momento pubblicata – del grande scrittore siciliano. Nasce dallo sviluppo, come ci confida l’autore nelle noti finali, della sceneggiatura di un film che sarebbe dovuto essere coprodotto fra Italia e Stati Uniti.

E così troviamo il sessantenne Salvo Montalbano alle prese con la vecchiaia e con la vaga idea di andare in pensione. Ma quando le cose sembrano davvero portarlo al “riposo”, al commissario di Vigatà gli cominciano davvero a girare i cabasisi…

Crepuscolare, ma alquanto movimentata, deliziosa avventura di Montalbano che di fatto ci congeda dal suo autore che se ne è andato ultranovantenne, ma certamente molto più giovane di tanti suoi connazionali iscritti all’anagrafe decenni dopo di lui.

Come sempre, quando se ne vanno le grandi personalità della cultura, siamo tutti più poveri. Ma almeno ci sono rimasti i suoi libri (nonostante la lungimiranza di alcune brillanti e capaci menti della nostra più importante editoria).

“Stato di fermo” di John Wainwright

(Paginauno, 2015)

L’inglese John Wainwright (1921-1995) è stato uno dei migliori autori di noir e gialli del Novecento, tanto da avere pubbliche lodi anche dal grane Georges Simenon. Nello specifico, l’autore britannico è stato fra i più geniali creatori di “Police procedural”, ovvero di romanzi incentrati sui processi interni alle investigazioni, filone nato negli anni Quaranta e a partire dai Novanta approdato con enorme successo in televisione.

Nel 1977 Wainwright – con un vero passato nella Polizia – pubblica “Brainwash” che in italiano viene tradotto “Stato di fermo”, fra i più bei romanzi noir e “Police procedural” di sempre.

Poco dopo l’ora di cena viene convocato nella stazione di Polizia di una cittadina dello Yorkshire George Barker, un anonimo burocrate locale. L’uomo, in un boschetto qualche settimana prima, ha rinvenuto il corpo di Gwendolen Roberts, una bambina che prima di essere stata strangolata è stata stuprata.

Gli investigatori sono sicuri che la pover Gwendolen è la terza vittima di un feroce pedofilo che ha commesso nei mesi precedenti altri due atroci delitti simili. I movimenti e la totale mancanza di alibi portano gli inquirenti a sospettare pesantemente di Barker, e all’esperto detective Lyle viene affidato il compito di torchiare il sospetto fino a farlo cedere e crollare…

Meraviglioso romanzo che incalza e trascina come pochi, scritto con abilità e competenza, “Stato di fermo” è uno di quei libri che difficilmente si dimenticano.

Da leggere.

Per la chicca: nel 1981 il francese Claude Miller firma uno splendido adattamento cinematografico – di cui mi è già capitato di parlare – del libro, ambientato a Parigi, con protagonisti Lino Ventura, nei panni del detective, Michel Serrault in quelli dell’indiziato e Romy Schneider in quelli della moglie di quest’ultimo.

Nel 2000 Stephen Hopkins dirige “Under Suspicion”, adattamento hollywoodiano del libro, questa volta ambientato a Puerto Rico con protagonisti Morgan Freeman, Gene Hackman e Monica Bellucci.

“La moglie che ha sbagliato cugino” di Umberto Domina

(Sellerio, 2008)

Pubblicato per la prima volta nel 1965, questo delizioso romanzo ci ricorda che grande umorista e autore – letterario, radiofonico e televisivo – è stato Umberto Domina, scomparso nel 2006.

Classe 1921, Domina nasce a Palermo ma si trasferisce subito a Castrogiovanni, che nel 1927 tornerà a prendere l’antico nome di Enna. Alla fine del secondo dopoguerra, poco più che vent’enne, Domina tradisce la sua isola e “il povero cielo azzurro del Sud per la ricca foschia del Nord” – come scrive lui stesso ne “Morti di nebbia” – e si trasferisce a Milano.

In realtà Domina è abituato alla nebbia, visto che Enna è il capoluogo di provincia più nebbioso d’Italia, ma lo stacco è comunque enorme. Lui però sarà capace di vivere a pieno quel Nord centro nevralgico del Boom e dell’industrializzazione spinta italiana, senza scordare mai la sua isola.

L’autore siciliano, infatti, è fra i pochi che riesce a metabolizzare e sintetizzare l’essenza del Sud assieme quella del Nord. “La moglie che ha sbagliato cugino” ne è un’ottima testimonianza, raccontandoci la strana storia di due cugini siciliani, che condividono lo stesso nome e cognome: Liborio Cappa, entrambi emigrati a Milano. Uno controlla le schedine per il Totocalcio, l’altro vive alle spalle della moglie inglese. Le cose prenderanno una piega incredibile quando il primo deciderà di partecipare a un concorso pubblicitario…

La pubblicità, infatti, ha un ruolo determinate nella storia, e questo perché il primo vero e redditizio lavoro di Domina è stato quello di pubblicitario. Ma l’autore è sibillinamente conscio che se la pubblicità fa bene al commercio …può fare molto male al Paese.

E oggi, come dargli torto?

Insomma, un vero e proprio capolavoro ironico e umorista, in cui Domina gioca con la nostra società e con il nostro lessico – cosa che poi farà straordinariamente anche Stefano Benni – anticipando non poche svolte profonde della nostra cultura. Di lui – e del suo umorismo – il grande Enzo Biagi diceva che era “un siciliano che scrive come un inglese”.

Per la chicca: nella nota dell’edizione della Sellerio, Tano Gullo ipotizza che per la “sovrapposizione” dei due cugini omonimi, Domina si sia ispirato a quella che fece veramente Romain Gary – il cui vero nome era Roman Kacev – con suo cugino Paul Pavlovitch, che si prestò a interpretare Émile Ajar – lo pseudonimo con cui Gary pubblicò quattro romanzo fra cui lo splendido “La vita davanti a sé” – davanti a pubblico e stampa.

“L’asso nella manica” di Billy Wilder

(USA, 1951)

Il maestro Billy Wilder firma uno dei migliori film sul giornalismo della storia del cinema.

Charles Tatum (un duro e arcigno Kirk Douglas, in una delle sue migliori interpretazioni di sempre) è un giornalista d’assalto, pronto a tutto pur di avere uno scoop. Ma il suo carattere aggressivo e la sua passione per l’alcol e le donne lo hanno allontanato dalle testate più importanti della nazione.

Così sbarca ad Albuquerque, nel New Mexico, dove riesce a farsi assumere nel piccolo quotidiano locale. Il progetto di Tatum è quello di trovare il grande scoop per tornare a lavorare presso gli stessi giornali che lo hanno cacciato.

Ma per un intero anno ad Albuquerque non accade nulla, fino a quando Tatum non viene mandato a realizzare un servizio su un’esposizione di serpenti fuori città. Sulla strada, nei pressi di un’area di sosta, il giornalista si imbatte in un’ambulanza a sirene spiegate.

D’istinto la segue e scopre che il giovane proprietario dell’aria di servizio Leo Minosa è rimasto vittima di una frana che lo tiene bloccato in un’antica grotta indiana. Il malcapitato non è raggiungibile, il cunicolo in cui è intrappolato è mezzo franato. Charles può guardalo e parlargli da pochi metri, ma niente di più.

Tatum ha un sussulto: finalmente il fato gli offre quell’occasione di rivalsa che lui tanto brama. In pochi minuti avvisa il suo giornale e gli altri mezzi di comunicazione. Poche ore dopo l’area desertica intorno alla caverna inizia a riempirsi di curiosi e giornalisti.

Per avere la totale esclusiva, il giornalista promette allo sceriffo locale di appoggiarlo alle prossime elezioni. E così quando il responsabile degli scavi chiamato per salvare Leo illustra il suo piano che puntellando il cunicolo in circa sedici ore lo libererebbe, lo sceriffo, su indicazione di Tatum, lo obbliga invece ad iniziare a scavare direttamente dalla cima della collina, scelta che porterà alla salvezza di Leo in non meno di cinque o addirittura sei giorni.

In quei cinque o sei giorni, Tatum è convinto infatti, che tutto il mondo finirà col seguire il salvataggio, e lui potrà finalmente tornare nell’Olimpo della carta stampata…

Eccelsa riflessione sul giornalismo d’assalto e sulla sua più cinica spettacolarizzazione. Probabilmente nel 1951 nel nostro Paese – a differenza degli Stati Uniti – il giornalismo non era ancora stato vittima di tale triste fenomeno, eravamo probabilmente troppo preoccupati a leccarci le tragiche ferite della Seconda Guerra Mondiale appena persa.

Ma di lì a poco (nel 1954) in Italia sarebbe arrivata la televisione che, suo malgrado, avrebbe cambiato, oltre il modo di vedere le notizie, anche quello di farle.

Scritto dallo stesso Wilder assieme a Walter Newman e Lesser Samuels “L’asso nella manica” è ancora un grande capolavoro.

Da vedere.

“Guerre Stellari” di George Lucas

(Arnoldo Mondadori Editore, 1977)

La storia ci ha chiarito bene l’impatto che il merchandising di “Guerre Stellari” ha avuto sul fatturato multimilionario del film, e non solo. Ci sono in giro alcuni ottimi documentari che ci raccontano come le action figure – che io allora chiamavo romanticamente “pupazzetti”… – di Luke Skywalker, Han Solo, Leia Organa, Chewbacca, ma soprattutto quella di Lord Darth Vader hanno incisio l’immaginario collettivo, oltre che il PIL degli USA.

E di come poi le grandi case di produzione abbiamo imparato a programmare il merchandising già nella fase di pre produzione della pellicola.

Su quell’onda, la Arnoldo Mondadori Editore pubblicò il romanzo del film, scritto proprio da George Lucas (così almeno cita il copryright). Ovviamente parliamo di due opere completamente diverse, dove il libro è lo sviluppo del trattamento della sceneggiatura, esattamente l’inverso di quello che accade di solito.

Se per quanto riguarda il merchandising vero e proprio “Guerre Stellari” è stato il primo grande caso nella storia, per il romanzo invece no. Nel 1966 venne affidata a Isaac Asimov la trasposizione letteraria del film blockbuster “Viaggio allucinante” diretto da Richard Fleischer, solo per fare un esempio.

Ma torniamo a tanto tempo fa in una galassia lontana lontana: il romanzo ha il suo perché, soprattutto leggendolo a oltre quarant’anni di distanza. Nel prologo poi troviano i punti cruciali che lo stesso Lucas userà per scrivere i primi tre capitoli, mentre nulla ci anticipa i due che verranno girati negli anni successivi, “L’impero colpisce ancore” e “Il ritorno dello Jedi”.

Ci sono dettagli che nel film, per esigenze di montaggio sono semplicemente accennati, come la storica amicizia fra Luke e Ben, o il rapporto ambiguo fra Tarkin e Vader.

Ma soprattutto ci sono termini e traduzioni indimenticabili, su tutti l’astronave cargo del cornelliano Han Solo che si chiama: “Il Falcone Millenario” – …che goduria! – oltre a numerose foto di scena rigorosamente in bianco e nero, e in quarta di copertina il “Chi è” di Guerre Stellari.

Per veri patiti …e che la forza sia con te!