L’olandese Michaël Dudok de Wit (che nel 2001 ha vinto l’Oscar per il miglior cortometraggio d’animazione con il bellissimo “Father and Doughter”) nel corso dei decenni, ha collaborato alla realizzazione di alcuni famosi film d’animazione prodotti dalla Disney.
Dopo aver scritto il soggetto de “La Tartaruga Rossa”, ne scrive la sceneggiatura insieme a Pascale Ferran, e riesce a creare una coproduzione internazionale che si appoggia direttamente allo Studio Ghibli. Come produttore e direttore artistico c’è Isao Takahata, antico collaboratore del maestro Hayao Miyazaki, e autore, fra gli altri, de “La storia della Principessa Splendente” del 2013.
Un uomo sopravvive al naufragio della sua barca e si ritrova sulla spiaggia di una piccola isola sperduta nell’immenso oceano. Inizia l’esplorazione del suo nuovo mondo fatto principalmente di una foresta di bambù, una pozza di acqua potabile e alti scogli pericolosi. C’è tutto quello che può farlo sopravvivere senza troppa fatica.
Ma, dopo qualche tempo, la solitudine lo porta a costruire una barca di fortuna per tornare a casa. Il mare è liscio come l’olio e il viaggio sembra iniziare sotto i migliori auspici, ma qualcosa colpisce ripetutamente la zattera fino a distruggerla. L’uomo, che non ha capito cosa è successo, è costretto a tornare a riva. Al terzo tentativo e al terzo naufrago finalmente vede cosa, o meglio chi, gli distrugge tutte le volte la zattera: un’enorme tartaruga rossa che gli si avvicina fissandolo, per poi allontanarsi negli abissi.
L’uomo, disperato e sconfitto, torna sull’isolotto. E proprio quando crede di non avere più speranze, scorge il grande rettile uscire dall’acqua e arrancare sulla sabbia. Fulmineo lo raggiunge e lo capovolge. L’inaspettato trionfo lo incoraggia a costruire una nuova e più grande zattera, proprio accanto alla sua nemica sconfitta. Dopo ore passate sotto il sole cocente, l’uomo si rende conto che la tartaruga non si muove più, e invaso dal senso di colpa la idrata. Ma l’animale non sembra riprendersi, e così l’uomo le costruisce sopra un tetto, fatto di rami, per proteggerla dal sole. Quando tutto sembra inutile, la tartaruga si trasforma in una bellissima ragazza dalla folta e lunga chioma rossa…
Poesia cinematografica pura. Una splendida riflessione sul significato della vita e sull’amore, fatta di immagini e suoni, senza una parola di dialogo. Imperdibile.
Candidato all’Oscar come miglior film d’animazione.
Okakura Kakuzo, nato nel 1862 a Yokohama, dopo essere stato uno studente dell’Università Imperiale di Tokyo diventa direttore della Scuola Nazionale d’Arte di Tokyo, e paladino nonché fervente sostenitore della conservazione della cultura e della tradizione nipponica.
Ma il Giappone della seconda metà dell’Ottocento è proiettato alla massima e rapida occidentalizzazione, e così Kakuzo è costretto – si dice addirittura su invito del’Imperatore – ad abbanodonare il suo ruolo e lasciare il Paese.
Si stabilisce negli Stati Uniti dove fonda un Istituto di Arte Giapponese, oltre a diventare consulente per numerosi musei. E proprio negli Stati Uniti, nel 1906, Kakuzo scrive “Il libro del té” nel quale, raccontando dell’antico rito legato all’ancestrale bevanda, parla della cultura secolare, dell’arte e della storia del suo Paese che in quegli anni, sempre più in maniera scellerata, aderisce all’Occidente.
Kakuzo, anche se non avrà il tempo di vedere la Prima Guerra Mondiale morendo nel 1913, arriva anche a presagire l’epilogo di tale asservimento culturale: la catastrofe che sarà per il suo Paese la Seconda Guerra Mondiale.
Per me, che amo tanto il Giappone del maestro Hayao Miyazaki, è un libro imperdibile.
L’amore del maestro Hayao Miyazaki per il nostro Paese traspare quasi in ogni sua pellicola, ma è in questa – e anche in “Si alza il vento”, sempre dedicato al mondo dell’aeronautica – che trova il suo apice.
A partire dal nome del protagonista Marco Pagot/Porco Rosso che è un dichiarato riferimento a Nino e Toni Pagot, grandi disegnatori italiani (creatori di Calimero, per esempio) i cui figli Marco e Gina collaboreranno con lo stesso Miyazaki nella produzione italo/giapponese “Il fiuto di Sherlock Holmes”.
Ma non solo, il film è ambientato nell’Italia fascista degli anni Venti, con un regime totalitario repressivo che guarda benevolo alla prossima guerra incombente, e che vede in Porco Rosso un dissidente, e quindi un uomo pericoloso da mettere subito sotto chiave. Ma il mestiere di cacciatore di taglie di pirati dell’aria di Porco Rosso, lo rende indipendente e molto difficile da catturare…
Fra sortilegi, tristi ricordi, panorami mozzafiato e piccole ma eterne storie d’amore, il maestro Miyazaki ci porta fra le nuvole dei suoi sogni raccontandoci la storia di un pilota il cui rammarico per essere l’unico sopravvissuto del suo stormo – caduto durante la Grande Guerra, dramma dal quale lui ne è uscito con l’aspetto di un maiale antropomorfo – lo ha portato ad auto eleggersi un reietto della società.
Solo Madame Gina (ancora un omaggio ai Pagot), amica d’infanzia e da sempre innamorata di lui, lo aspetta ostinatamente nel giardino della sua splendida villa.
E’ vero che per sognare non c’è bisogno di ali, ma queste del maestro Miyazaki ci portano davvero in alto.
Che le varie serie de “Le avventure di Lupin III“ col grande Arsenio – Arsenico per gli amici – Lupin III abbiano segnato profondamente l’immaginario collettivo della mia generazione, è un indiscutibile dato di fatto, e soprattutto un motivo d’orgoglio, visto che a dirigere la prime due stagioni (quelle con la mitica giacca verde) del manga firmato da Kazuhiko Katō e’ stato il maestro Hayao Miyazaki.
Se è vero che ci sono molti modi per raccontare una contaminazione, è vero anche che pochi sono quelli che riescono a coglierne al meglio l’anima – e pure l’anime… – in maniera efficace e coinvolgente. E questo bel cortometraggio di Gabriele Mainetti, scritto da Nicola Guaglianone, è un ottimo esempio.
Antonio (un sempre bravo Valerio Mastandrea) è un ladruncolo della periferia romana, figlio d’arte, specializzato in furti in negozi e piccole rapine. La mattina che insieme ai suoi soliti complici Franco (Marco Giallini) e Tony (Daniele Liotti) si prepara a rapinare un ufficio delle Poste, pensa alla madre, specializzata in furti nei supermercati, che venne arrestata la volta che tentò di rubare un costume da Lupin III per lui.
Ma soprattutto Antonio ricorda Prisca (Luisa Ranieri), “socia” della madre, di cui lui è stato sempre innamorato. La rapina va male, e Antonio è steso sull’asfalto davanti all’ufficio postale, colpito alla testa da un proiettile.
Accanto a lui ci sono i corpi esanimi di Franco e Tony. Negli ultimi istanti di vita Antonio sogna. Sogna di essere illeso e venire arrestato, vestito esattamente come Lupin III (ma con la giacca rossa) da un ispettore (Flavio Insinna) che ricorda tanto Zazà Zenigata. E mentre lui è sotto interrogatorio, i suoi amici di sempre Jigen-Franco e Goemon-Tony si preparano a farlo evadere…
Il conciliare la romanità, soprattutto quella delle periferie – che Pasolini amava tanto – e che oggi è forse l’unica vera rimasta, con i miti dei cartoni giapponesi anni Settanta è già sulla carta un’intuizione geniale.
E Mainetti, grazie anche a un cast di tutto rispetto, riesce a mantenere le promesse anche sulla pellicola. Davvero 17 minuti ben spesi.
La Lucky Red di Andrea Occhipinti – fra i più oculati e attenti distributori italiani – cura, per il nostro benessere intellettuale ed emotivo, una splendida nuova – e purtroppo molto breve – uscita nelle nostre sale dei capolavori prodotti dallo Studio Ghibli nel corso degli ultimi trent’anni.
Ieri e oggi tocca a “La ricompensa del gatto” di Hiroyuki Morita, vero e proprio spin-off dell’altrettanto splendido “I sospiri del mio cuore” diretto da Yoshifumi Kondō e scritto da Hayao Miyazaki e ispirato al manga per ragazze “Sospiri del cuore” di Aoi Hiiragi.
Ed è lo stesso Miyazaki ad avere l’idea per un cortometraggio che poi si svilupperà in un lungometraggio di cui curerà il progetto ed affiderà la regia a Hiroyuki Morita.
Haru è un’adolescente goffa e solitaria che spesso si caccia in situazioni scomode e imbarazzanti. Un pomeriggio, mentre torna a casa dalla scuola, salva eroicamente un gatto che sta per essere investito da un camion.
La notte stessa, davanti alla sua porta, si ferma un imponente corteo di gatti che camminano sulle zampe posteriori. E’ il corteo reale condotto dal re dei gatti in persona venuto a ringraziarla per aver salvato la vita al suo unico figlio.
Come ricompensa Haru dovrà sposare lo stesso principe ereditario e vivere per sempre nel paese dei felini. Confusa e preoccupata Haru cerca qualcuno che le creda e, soprattutto, l’aiuti. L’unico che sembra poterlo fare è il gatto Baron…
Bellissimo, da far vedere a scuola, e immancabile per chi ama il maestro giapponese e gli animali.
Tornato nelle nostre sale, dove rimarrà solo fino a domani, “Nausicaa della Valle del Vento” è forse l’unico vero e proprio manga – nell’accezione classica – del geniale maestro dell’animazione che è Hayao Miyazaki, ispirato direttamente dalle sue strisce omonime, pubblicate all’inizio degli anni Ottanta.
Se l’ombra dell’olocausto atomico è presente in molte delle opere del maestro giapponese (per lui che è nato nel 1941 il bombardamento nucleare di Hiroshima e Nagasaki è molto più di un semplice ricordo), “Nausicaa della Valle del Tempo” parte proprio 1000 anni dopo una disastrosa guerra planetaria.
Gli esseri umani sopravvissuti sono costretti a vivere ai margini del grande e incontenibile Mar Marcio, una sorta di foresta fluviale dominata da insetti di ogni dimensione, alcuni dei quali grandi come edifici.
Le piante del Mar Marcio emettono spore ed esalazioni velenose letali per gli esseri umani che, stolti, pensano di poter risolvere le cose ancora una volta con la violenza…
Grande manifesto ambientalista, venne presentato e supportato dal WWF alla sua uscita.
Anche se ufficialmente lo Studio Ghibli nasce solo nel 1985, “Nausicaa della Valle del Vento” è considerata la sua prima grande opera, frutto del genio e della collaborazione di Miyazaki con l’altro grande animatore nipponico Isao Takahata (regista del recente “Storia della principessa splendente”).
Che aspettate? Vi rimane solo fino a domani per vederlo sul grande schermo!
E’ passato fugacemente per le sale italiane “Quando c’era Marnie” di Hiromasa Yonebayashi (già regista di “Arietty – Il mondo segreto sotto il pavimento” e stretto collaboratore del maestro Miyazaki), prodotto dallo Studio Ghibli che ha già annunciato – sob! – la momentanea chiusura a causa del flop commerciale de “La storia della principessa splendente” e del ritiro dello stesso Miyazaki.
Tratto dall’omonimo libro della scrittrice britannica Joan Gale Robinson, edito nel 1967, e fra i 50 libri che più hanno influenzato l’opera di Hayao Miyazaki, “Quando c’era Marnie” ci racconta la difficile adolescenza della tredicenne Anna, rimasta orfana a tre anni e per questo adottata.
Sulla sua strada incontrerà, tra sogno e realtà, una coetanea con un fascino e una dolcezza particolari, a cui si sentirà profondamente legata…
Un’opera delicata e struggente che, come tutti i film dello studio Ghibli, merita senz’altro di essere vista.
Dal mitico Studio Ghibli di Hayao Miyazaki arriva questo splendido e crepuscolare “La storia della principessa splendente” diretto Isao Takahata, amico e collega di Miyazaki già dai tempi di “Lupin III”.
Se la storia di Gemma di Bambù è affascinante già di per se stessa, con le immagini di Takahata – che a tutti gli effetti sono una vera e propria opera d’arte – e la loro fantastica animazione, parliamo di 137 minuti struggenti e indimenticabili.
La gioia di vivere e di scoprire il mondo “nonostante tutto” caratterizza le opere del maestro Miyazaki, mentre una languida ma irresistibile tristezza segna invece quelle di Takahata, come nel bellissimo “La tomba per le lucciole” dedicato all’immane tragedia di Hiroshima.
Il debutto dell’inafferrabile Arsenico Lupin III risale al 1967 sulle pagine del settimanale “Futabasha”, frutto del genio del disegnatore Monkey Punch (al secolo Kazuhiko Katō).
Visto il successo del manga, venne deciso di realizzare una serie animata per la televisione in 23 puntate. A dirigerla vennero chiamati Isao Takahata, Masaaka Osumi e il grande Hayao Miyazaki.
Di tutte le successive serie e lungometraggi che vennero prodotti, dedicati al ladro più simpatico della storia, questi 23 episodi sono quelli che preferisco in assoluto. Goemon, Jigen, la prosperosa Fujiko e il grande Zazà Zenigata vivranno mille altre avventure, ma quelle col buon vecchio Arsenico in giacca verde sono le migliori, così come quella del lungometraggio, realizzato sempre dal maestro Miyazaki “Lupin III – Il castello di Cagliostro” del 1979.
Il maestro Hayao Miyazaki aveva dichiarato che questo sarebbe stato il suo ultimo lungometraggio, e che una volta terminato avrebbe fatto il pensionato. Sappiamo bene e fortunatamente come sia andata a finire — il richiamo dell’animazione si è rivelato più forte di qualsiasi buon proposito — ma all’epoca quella dichiarazione suonò come una notizia triste per tutto il cinema e la cultura mondiale. E in effetti, guardando Si alza il vento oggi, si capisce perché: oltre ad essere un’altra vera opera d’arte, è anche il testamento artistico di un uomo che ha dedicato la vita a insegnarci a sognare ad occhi aperti.
La storia è quella di Jiro Horikoshi, l’ingegnere progettista dei micidiali velivoli Zero che ebbero una tragica fama durante la Seconda Guerra Mondiale. Miyazaki sceglie di raccontarlo non come un eroe né come un colpevole, ma come un uomo divorato da una passione più grande di lui: il volo, l’aerodinamica, la bellezza pura delle linee di un aereo che fende il cielo. È una scelta rischiosa, quella di rendere protagonista un personaggio storico così ambiguo, il cui lavoro avrebbe portato morte e distruzione; eppure il regista non assolve né condanna, si limita a osservare, con la delicatezza che gli è propria, il conflitto silenzioso tra il sogno e la Storia, tra la purezza dell’ideale e la ferocia con cui il mondo se ne appropria.
Il film ci riporta nel Giappone prebellico, un paese fragile, arretrato, scosso dal terremoto del Kantō, eppure attraversato da un fermento creativo e industriale che sembra un’eco lontana del boom economico che sarebbe arrivato decenni dopo. E dentro questo scenario si muove un bambino miope che però sa vedere molto lontano: Jiro, che fin da ragazzo sogna di volare e che, non potendo diventare pilota a causa della sua vista “limitata”, decide di costruire lui stesso le ali che non potrà mai indossare. È in questa dialettica tra limite fisico e visione interiore che Miyazaki trova il cuore pulsante del film, lo stesso cuore che batte in tanti suoi personaggi: da Nausicaä a Kiki, l’ostinazione gentile di chi insegue un’idea più grande di sé.
I sogni, del resto, sono da sempre la materia prima del cinema di Miyazaki, e qui diventano quasi un secondo livello narrativo, un contrappunto onirico alla vicenda reale: gli incontri immaginari con Giovanni Battista Caproni, l’ingegnere italiano che Jiro elegge a maestro e guida spirituale, si susseguono come visioni febbrili in cui l’aeronautica si fa poesia, gioco, utopia. Sono forse le sequenze più alte – …in tutti i sensi – del film, quelle in cui l’animazione tradizionale di Miyazaki — fatta di cieli sconfinati, nuvole che sembrano respirare, macchine volanti disegnate con un amore quasi feticistico per il dettaglio meccanico — raggiunge vertici di grazia visiva che pochissimi altri autori, animati o non, sono in grado di toccare.
E poi c’è la storia d’amore con Nahoko, filo sottile e struggente che attraversa tutto il film, segnato dalla malattia e dalla consapevolezza di un tempo che scorre inesorabile. Miyazaki non concede sconti sentimentali, non cerca la lacrima facile, eppure riesce a costruire una delle relazioni più commoventi del suo intero cinema, proprio perché la racconta per sottrazione, per sguardi, per silenzi, per piccoli gesti quotidiani che valgono più di mille dichiarazioni.
Ma parlare solo della trama di un film di Miyazaki ha davvero poco senso: le sue opere vanno godute fotogramma per fotogramma, lasciandosi attraversare dal ritmo lento e contemplativo che il regista impone alla narrazione, un ritmo che qui si fa ancora più meditativo, quasi crepuscolare, come si addice a un’opera che sa di essere un congedo. Ogni inquadratura è studiata, ogni movimento del vento tra l’erba dei campi, ogni riflesso di luce sulla carlinga di un aereo sembra pensato non solo per raccontare una storia, ma per farci respirare un’epoca, un sentimento, un’intera visione del mondo.
Si alza il vento non è forse il film più immediato di Miyazaki, non ha la magia fiabesca de La città incantata né l’afflato ecologista de La principessaMononoke o la leggerezza di Porco Rosso, ma è forse il più intimo, il più personale, quello in cui l’autore si mette maggiormente a nudo, interrogandosi sul senso stesso del creare bellezza in un mondo che spesso la trasforma in strumento di distruzione. Una domanda che, chissà, riguarda anche lui, artista e artigiano che ha dedicato la vita a disegnare mondi impossibili.
Da vedere, come tutte le altre opere del maestro giapponese. E da rivedere, ogni volta scoprendo qualcosa di nuovo in quel cielo che continua, inesorabile, ad alzarsi.
Per chi ama davvero le opere del grande cineasta giapponese c’è una meta particolare, nel nostro Paese, da visitare. A Trento c’è il Museo dell’Aeronautica Gianni Caproni, tra l’altro il più antico museo italiano dedicato all’aviazione. Sono presenti, oltre a modelli e veri aerei creati dall’ingegnere trentino, anche cimeli e fotografie d’epoca che riportano ai film di Miyazaki come Porco Rosso – c’è un idrovolante molto simile a quello del film – e lo stesso Si alza il vento.
C’è poi un particolare che rende palpabile la presenza dello stesso Miyazaki in quel luogo: è presente un pezzo della fusoliera del Re.2005Saggittario, un caccia creato da Caproni nel 1942 di cui non esistono altri esemplari. Sul pezzo esposto è ben visibile la mascotte dipinta sulla carlinga chiamata Testa di rapa molto, ma molto simile al personaggio Rapa che Miyazaki inserirà ne Il castello errante di Howl del 2004.
Vi consiglio di andare a visitarlo.
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