“La profezia dell’armadillo” di Emanuele Scaringi

(Italia, 2018)

Approda sul grande schermo il primo libro a fumetti firmato da Zerocalcare (al secolo Michele Rech) nel 2012. 

Se può sembrare semplice adattare per il cinema un fumetto – all’estero gli esempi sono a centinaia, anche fatti da campioni d’incassi planetari – le strisce di Zerocalcare, intimiste e apparentemente minimaliste, erano invece una sfida ben più complessa.

Valerio Mastandrea, Oscar Glioti, Johnny Palomba e lo stesso Zerocalcare ci riescono egregiamente, scrivendo una gradevole e divertente sceneggiatura, al tempo stesso molto fedele ai fumetti originali. 

Ci catapultiamo così nella Roma dei quartieri immensi e delle periferie sconfinate. Una città divisa fra Roma Nord, Roma Sud, e il Centro. Tre parti che non simboleggiano tanto una frattura geografica, ma tre modi distinti e ben diversi di essere e di vivere la metropoli (…non chiedetemi quale preferisco, perché so’ de Roma Nord).

In questa città millenaria e drammaticamente dispersiva vive il ventisettenne Zero (Simone Liberati), che sbarca il lunario come disegnatore, fumettista, insegnate di francese e sondaggista.

I punti di riferimento nella sua vita sono pochi ma “boni”: Secco (Pietro Castellitto) il suo storico compagno di classe, sua madre (Laura Morante) e l’Armadillo (Valentino Aprea) che divide con lui l’appartamento, le esperienze più dure (molte) e quelle più piacevoli (poche). Ma, soprattutto, l’Armadillo condivide con Zero il suo cervello, visto che solo lui può vederlo e parlarci.   

Quando una parte sopita ma importante della passata (…quasi tutta) adolescenza torna perentoriamente nella sua vita, Zero deve rimboccarsi le maniche… 

Un piccolo gioiellino contemporaneo – con una regia davvero sfiziosa – che ci parla della nostra società, di come vorremmo essere e di come siamo in realtà.

Al di là delle apparenze, che lo vorrebbero erroneamente adatto solo a un pubblico romano, “La profezia dell’armadillo” – come le strisce di Zerocalcare – potrebbe raccontare tranquillamente la storia di un trentenne italiano che vive genericamente ovunque, o come canta la Carrà: “…Da Trieste in giù!”, con relativo accento.

A proposito di accento, agli autori del film bisogna solo chiedere una cosa: …perché ve sete scordati de mettece er Cinghiale!?

“La sedia della felicità” di Carlo Mazzacurati

La sedia della felicità Loc

(Italia, 2014)

E’ con una certa tristezza che parlo di questo film, visto che è stato l’ultimo diretto da uno dei nostri migliori registi degli ultimi decenni, Carlo Mazzacurati, prematuramente scomparso il 22 gennaio del 2014, alcune settimane prima che questa pellicola venisse distribuita.

Ma bando alla malinconia, perché “La sedia della felicità” è una divertente e graffiante commedia italiana che ci racconta – come tutte le opere di Mazzacurati – la nostra società segnata dalla crisi economica, e fatta da alimenti non riusciti a pagare, così come da rate e affitti, e da debiti vertiginosi ai videopoker, con un bravissimo Valerio Mastandrea e un inquietante – e bravo – Giuseppe Battiston.

Io non ho potuto fare a meno di ripensare a “Il mistero delle dodici sedie” diretto da Mel Brooks nel 1970, con il grande Dom DeLuise nel ruolo di un sacerdote alla caccia del tesoro molto simile a quello interpretato da Battiston.

“Cose dell’altro mondo” di Francesco Patierno

Cose altro mondo Cop

(Italia, 2011)

I drammi legati all’immigrazione purtroppo fanno parte della cronaca quotidiana del nostro Paese.

Nonostante questo c’è ancora chi si aggrappa alla becera paura del diverso per fare campagna elettorale, o semplicemente per meri interessi personali. E allora, con spirito ironico – lontano ovviamente dalle tragedie recenti – in questo film in una notte scompaiono tutti gli immigrati della regione (che sembra proprio il Veneto).

Finalmente liberi da extracomunitari, gli italiani veri potranno tornare a rimpossessarsi del loro fantastico territorio senza essere costretti a dividerlo con altri?

…Ovviamente no, anzi, a partire da quella notte nasceranno nuovi problemi che a me hanno posto la fatidica domanda: ma dobbiamo davvero essere grati a Camillo Benso conte di Cavour?

Una commedia divertente e amara che purtroppo è passata quasi inosservata al cinema, nonostante il bel cast: Valerio Mastandrea, Valentina Lodovini e un cattivissimo Diego Abatantuono xenofobo da tv.

Ma diciamocelo chiaramente: davvero in Italia si può parlare così di un argomento simile e riscuotere tanto successo?

Il clamoroso successo di “Sole a catinelle” di Nunziante con Checco Zalone è la esilerante eccezione che conferma la regola.